{"id":73307,"date":"2022-07-07T09:00:38","date_gmt":"2022-07-07T07:00:38","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=73307"},"modified":"2022-07-06T13:51:55","modified_gmt":"2022-07-06T11:51:55","slug":"delluso-dellinutile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=73307","title":{"rendered":"Dell&#8217;uso dell&#8217;inutile"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di MICRO MEGA (Fausto Pellecchia)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-73308\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/uso-inutile-300x169.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"169\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/uso-inutile-300x169.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/uso-inutile-768x433.jpg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/uso-inutile.jpg 1022w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>Siamo davvero capaci di non cercare di trarre dall\u2019inutile un nuovo, pi\u00f9 consistente profitto? Sappiamo davvero apprezzarlo per quello che \u00e8?<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sulla inutilit\u00e0 della filosofia, della letteratura e della filologia classica, nonch\u00e9 delle cosiddette \u201cscienze pure\u201d \u2013 la cui purezza si misura sulla decisa prevalenza della ricerca, prima e indipendentemente dalle sue possibili ricadute sul piano applicativo \u2013 esiste uno sconfinato, permanente dibattito culturale. La purezza, infatti, indica innanzitutto lo sforzo teorico che si indirizza alla comprensione dei meccanismi alla base dei fenomeni naturali e delle loro astrazioni matematiche, prescindendo dalla finalit\u00e0 di una utilizzazione pratica. In questo senso, pura \u00e8 senz\u2019altro la ricerca svolta dai fisici delle particelle elementari e dai cosmologi, che ereditano dagli antichi filosofi naturalisti il compito di rispondere a domande sull\u2019origine e sul funzionamento dell\u2019Universo e sul suo destino. Altrettanto puri sono, perci\u00f2, molti campi della matematica, nei quali lo studio delle propriet\u00e0 dei numeri e degli oggetti geometrici d\u00e0 luogo a osservazioni scientifiche. Il dibattito che concerne principalmente lo studio e l\u2019insegnamento delle suddette discipline teoriche \u00e8 riassumibile nelle diverse risposte possibili alla domanda: \u00e8 giusto dedicare ingenti risorse alla ricerca scientifica pura, alla filologia o alla filosofia? E non solo per i costi finanziari ma anche sul piano di un pi\u00f9 generale investimento umano, in termini di impegno e di dedizione allo studio che tali discipline richiedono? Perch\u00e9 mai dovremmo sottrarli ai fondi stanziati per la ricerca applicata e per l\u2019apprendimento delle tecnologie produttive, immediatamente utilizzabili? Perch\u00e9 mai ci si dovrebbe dedicare con tanto impegno alla scoperta del bosone Higgs o alla teoria degli anelli dell\u2019algebra astratta? Allo studio della dialettica di Hegel o della questione omerica, invece di pensare a come combattere il cancro?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Naturalmente, questi interrogativi impattano con forza sulla pedagogia sottesa agli ordinamenti didattici delle nostre scuole e sulla formazione dei giovani. La scuola italiana negli ultimi decenni \u00e8 stata il laboratorio di continue, devastanti controriforme orientate alla marginalizzazione delle \u201cscienze pure\u201d, della filosofia e delle discipline filologiche, per favorire la prevalenza di una formazione \u201cprofessionalizzante\u201d, incentrata sull\u2019insegnamento delle nuove tecnologie e corroborata dal mitologema dell\u2019alternanza scuola\/lavoro, come pegno e promessa del trionfo dell\u2019utilit\u00e0 di un sapere che sia sempre e comunque immediatamente innestabile nei dispositivi sociali della produzione. In esplicita controtendenza rispetto all\u2019attuale clima culturale, prontamente divulgato dalla pedagogia ministeriale, la filosofa Agnes Heller (1929-2019) ha formulato un apparente paradosso: \u00abSe qualcuno dovesse chiedermi, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: \u201cPrima di tutto, solo cose \u2018inutili\u2019, greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che \u00e8 inutile nella vita\u201d. Il bello \u00e8 che cos\u00ec, all\u2019et\u00e0 di 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si pu\u00f2 fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose\u00bb (Solo se sono libera, Castelvecchi, 2017).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si potrebbe chiosare l\u2019affermazione della filosofa ungherese, con la seguente massima: \u00abTutto ci\u00f2 che degrada la cultura, accorcia la strada che conduce alla servit\u00f9\u00bb, giacch\u00e9 solo un sapere che non serve a nulla, pu\u00f2 aspirare a diventare, se non un \u201csapere sovrano\u201d, un sapere propriamente \u201clibero\u201d, esonerato da ogni \u201cservizio\u201d e perci\u00f2 emancipato da ogni servit\u00f9. Quest\u2019idea che percorre in lungo e in largo la tradizione filosofica, si sviluppa lungo il solco negativo della docta ignorantia, cio\u00e8 di quel sapere interrogante mediante il quale Socrate mette in questione ci\u00f2 che i cittadini di Atene credono di conoscere, smantellando le false convinzioni su cui poggia l\u2019intera vita della citt\u00e0. Dopo aver attraversato ampie zone del pensiero moderno, essa tocca le sponde pi\u00f9 \u201ceversive\u201d del pensiero contemporaneo in Georges Bataille \u2013 lungo un tracciato che va dalla lettura hegeliana di Koj\u00e8ve alla decostruzione filosofica di Nietzsche, mobilitando le categorie antropologiche del celebre Saggio sul dono di Marcel Mauss, fino a coivolgere i grandi pensatori novecenteschi, tutti largamente empatici degli sviluppi della logica negativa di Bataille, come Heidegger, L\u00e9vinas, Irigaray, ma altres\u00ec Deleuze e Derrida.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La leva concettuale dell\u2019estrema torsione del socratismo in Bataille \u00e8 rappresentata dalla declinazione derisoria dell\u2019idea di \u201csovranit\u00e0 del sapere\u201d, caratteristica di una soggettivit\u00e0 che sfida \u2013 al di l\u00e0 di ogni volont\u00e0 di padronanza (e di competenza), con la seriet\u00e0 del bambino eracliteo, impegnato nel suo instancabile gioco cosmico \u2013 l\u2019ordinato mondo adulto che lo attornia, scompaginando, nella giostra vertiginosa del proprio agire sotto l\u2019egida di un gioco dis-propriante e improduttivo, anche la dimensione dell\u2019utile e\/o del lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dalla logica negativa che sottende la docta ignorantia discende, attraverso il fiume della storia, il tipo ideale che nella modernit\u00e0 assume i connotati dell\u2019\u201cintellettuale\u201d: un personaggio \u2013 come sostiene Edward W. Said (cfr. Dire la verit\u00e0. Intellettuali e potere, Feltrinelli, 1995) \u2013 al quale \u00e8 affidato il ruolo di colui che \u201cdice la verit\u00e0\u201d al potere, e perci\u00f2, come accadde a Voltaire, si situa ai margini della cultura dominante, destinato a rappresentare la figura dell\u2019outsider, del contestatore, dell\u2019esiliato e del \u201cdilettante\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sulla stessa traiettoria di pensiero, si colloca il saggio di Immanuel Kant Il conflitto delle facolt\u00e0 (1798), l\u2019ultimo di cui il filosofo di K\u00f6nisberg pot\u00e9 seguire la pubblicazione ancora in vita. Qui Kant sviluppa infatti la tesi, tutt\u2019altro che comoda e conciliante, di un \u00abconflitto della facolt\u00e0 inferiore con le tre superiori\u00bb. Le facolt\u00e0 di cui si discute sono le facolt\u00e0 universitarie, e precisamente le tre \u00absuperiori\u00bb (sul piano epistemologico, in quanto conducono a un \u201csapere positivo\u201d), rappresentate da teologia, giurisprudenza e medicina, in rapporto a quella \u00abinferiore\u00bb : la filosofia che resta nell\u2019orbita dell\u2019autoriflessione dei puri mezzi, senza riferimento alle possibili finalit\u00e0. Infatti, per Kant, il conflitto \u00e8 determinato dall\u2019ipotesi che solo la \u201cfacolt\u00e0 inferiore\u201d possa, in linea di diritto, esercitare il ruolo di sentinella critica nel definire l\u2019ordinamento delle facolt\u00e0 superiori, mentre nell\u2019universit\u00e0 del tempo, avveniva esattamente il contrario. La ragione di questo rovesciamento doveva essere ricercata filosoficamente nella struttura stessa della conoscenza razionale. La figura dell\u2019intellettuale nasce, quindi, con l\u2019apertura di quello spazio d\u2019autonomia di pensiero e di vita rispetto alle istituzioni del potere e del sapere che si suole chiamare \u201cilluminismo\u201d, una chiarificazione (Erkl\u00e4rung) autoriflessiva della ragione umana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Del resto, gi\u00e0 nella Risposta alla domanda: che cos\u2019\u00e8 l\u2019illuminismo (1783), Kant, sottolineando la logica negativa che costituisce il principio della critica della ragione, rimanda all\u2019etica filosofica dell\u2019illuminismo, che presuppone \u00abl\u2019uscita dell\u2019essere umano dallo stato di minorit\u00e0 di cui egli stesso \u00e8 colpevole. [\u2026] Colpevole \u00e8 questa minorit\u00e0, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro\u00bb. In questo senso, Kant precisa che l\u2019illuminismo \u00abimplica molto meno di quanto non immaginino coloro che ritengono che l\u2019illuminismo consista di conoscenze: \u00e8 piuttosto un principio negativo dell\u2019uso della facolt\u00e0 di conoscere\u00bb, il cui fine consiste unicamente nel delimitarne l\u2019ambito di validit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Recentemente, Andrea Tagliapietra in un saggio su Kant, in consonanza con la pedagogia filosofica di Agnes Heller, ha sostenuto la straordinaria potenza creativa che \u00e8 dischiusa dal paradosso dell\u2019appropriazione dell\u2019immediatamente inutile: \u00abSe dovessi redigere un manifesto degli studi per la filosofia, di quelli che oggi la cosiddetta riforma dell\u2019Universit\u00e0 pretende vengano stilati da ogni corso di laurea della Repubblica, non mentirei. La filosofia non garantisce nessun profilo professionale. Neppure quello del professore di filosofia che, accade sempre pi\u00f9 spesso, non ha nemmeno la laurea in questa disciplina. Nel \u201cconflitto delle facolt\u00e0\u201d, come gi\u00e0 lo chiamava Kant, la filosofia, per la sua povert\u00e0 e inutilit\u00e0 strumentale, \u00e8 destinata a soccombere. Medici, ingegneri, avvocati studiano per qualcosa che sopravanza i loro studi, mentre la filosofia \u00e8 gi\u00e0 ci\u00f2 per cui si studia. Tuttavia, l\u2019inutilit\u00e0 non deve trarre in inganno riguardo alla sua presunta inoffensivit\u00e0. I guerriglieri della filosofia, infatti, imparano a maneggiare l\u2019arma pi\u00f9 potente e radicale, quella del pensiero\u00bb (\u201cEsser contro\u201d in X\u00c1OS. Giornale di confine, Anno I, n. 1, 2002, bit.ly\/3u7g345).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Un altro caso esemplare, da inserire nel paradossale florilegio dell\u2019uso dell\u2019inutile, \u00e8 descritto da Steve Jobs. Nel suo celeberrimo discorso ai neolaureati dell\u2019Universit\u00e0 di Stanford (2014), che culmina nell\u2019esortazione stravagante \u00abSiate affamati, siate folli!\u00bb, racconta l\u2019episodio determinante della sua biografia intellettuale, quando decise di seguire, per pura curiosit\u00e0 estetica, lungo un tragitto apparentemente obliquo e assolutamente marginale rispetto ai corsi ufficiali del Red College, un seminario sulla calligrafia: \u00ab Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia cos\u00ec grande. [\u2026] Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi torn\u00f2 utile. Progettammo cos\u00ec il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se, tuttavia, ci lasciassimo sedurre dalle possenti attrattive dell\u2019immediatamente inutile, anche il gesto anodino della citazione di frasi celebri o dell\u2019invenzione di motti di spirito che compaiono, con sorprendenti combinazioni di immagini, nei tag sui social network, solo in apparenza aderiremmo alla medesima logica. Il premio atteso da questa banale cattura del frammento o dell\u2019immagine \u00e8 la lusinga dei \u201cmi piace\u201d o dei \u201ccuori\u201d attraverso i quali qualche amico, virtuale o reale, esprime il suo apprezzamento o la sua condivisione. Un gesto che resta comunque debitore della facilit\u00e0 con cui si ricicla la creativit\u00e0 degli altri. Ci si pu\u00f2, infatti, domandare se la pubblicazione istantanea di questi messaggi e dell\u2019iconografia che li accompagna possa essere considerata dal lato della \u201csovranit\u00e0\u201d inappropriabile della cultura, a cui dedicarsi nel \u201ctempo libero\u201d \u2013 per imprimervi il sigillo della \u201cliberazione\u201d del tempo \u2013 o non piuttosto di un\u2019inclinazione che permane fondamentalmente \u201cservile\u201d. L\u2019impulso all\u2019appropriazione e alla trascrizione dei messaggi non denota forse una forma di dipendenza dagli algoritmi che presiedono alla selezione nella rete, e dunque si inscrivono in una faticosa quanto vana ricerca del riconoscimento, anche e soprattutto durante il weekend? Un tag \u00e8, o dovrebbe essere, un gesto libero, essenzialmente inutile. Ma il clima spirituale della nostra civilt\u00e0 ci tende qui una trappola ulteriore e difficilmente aggirabile: siamo davvero capaci di non cercare di trarre dall\u2019inutile un nuovo, pi\u00f9 consistente profitto? Sappiamo davvero apprezzarlo per quello che \u00e8? Se ci concediamo qualche settimana di vacanza in riva al mare, \u00e8 solo per poter ritornare in piena forma alla nostra routine professionale. Se ci sconnettiamo durante il weekend, \u00e8 per ritrovare l\u2019energia mentale per un pi\u00f9 proficuo trattamento delle informazioni durante la settimana lavorativa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si pu\u00f2 supporre che persino la moda della meditazione corrisponda al bisogno, presso numerosi salariati oberati di lavoro, di armarsi di una strategia adattiva, di dotarsi di una sfera di decompressione per resistere ad alti livelli di stress. La stessa finalit\u00e0, del resto, presiede anche alle attivit\u00e0 sportive praticate per hobby: le nostre passeggiate nei boschi, i nostri silenzi e le nostre contemplazioni solitarie, perfino il nostro entusiasmo per un brano musicale, un poema, un aforisma scritto con lo spray sul muro rischia di essere reimmesso nella macchina degli scambi sociali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come suona il noto aforisma di Oscar Wilde: \u00abToglietemi tutto, tranne il superfluo\u00bb. Queste massime ci affascinano ma, al tempo stesso, ci spingono a continuare a puntare mediatamente sull\u2019utile attraverso l\u2019inutile, per una sorta di indiretta perversione dell\u2019avidit\u00e0. Un\u2019autentica ricerca dell\u2019inutile comporterebbe l\u2019accettazione del fatto che certi momenti siano un arricchimento soltanto per noi, che non siano successivamente monetizzabili in alcun modo, che siano vissuti, come intendeva Bataille, in pura perdita (d\u00e9pense), perch\u00e9 solo cos\u00ec attestano il loro radicamento nella sfera generica dell\u2019umano; che essi appartengano alla nostra esperienza interiore, che eventualmente si abbia voglia di condividerli soltanto con un amico intimo, ma che comportino sempre e soltanto soddisfazioni segrete e clandestine, non condivisibili mediante la diffusione sulle reti social.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">E tuttavia, nel trascrivere queste riflessioni, non posso fare a meno di chiedermi: sto tenendo fede al proposito esigente di un autentico disinteresse? Mentre mi rivolgo questa domanda, infatti, mi rendo conto che da questa sommaria riflessione, che avevo scelto di trattenere sospesa nella mia mente, ho appena tratto un articolo\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><strong><a href=\"https:\/\/www.micromega.net\/uso-inutile\/\">https:\/\/www.micromega.net\/uso-inutile\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MICRO MEGA (Fausto Pellecchia) Siamo davvero capaci di non cercare di trarre dall\u2019inutile un nuovo, pi\u00f9 consistente profitto? Sappiamo davvero apprezzarlo per quello che \u00e8? Sulla inutilit\u00e0 della filosofia, della letteratura e della filologia classica, nonch\u00e9 delle cosiddette \u201cscienze pure\u201d \u2013 la cui purezza si misura sulla decisa prevalenza della ricerca, prima e indipendentemente dalle sue possibili ricadute sul piano applicativo \u2013 esiste uno sconfinato, permanente dibattito culturale. 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