{"id":75354,"date":"2022-11-09T09:31:24","date_gmt":"2022-11-09T08:31:24","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=75354"},"modified":"2022-11-07T16:34:53","modified_gmt":"2022-11-07T15:34:53","slug":"chiamatelo-sonno-perche-dobbiamo-tornare-a-dormire","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=75354","title":{"rendered":"Chiamatelo sonno. Perch\u00e9 dobbiamo tornare a dormire"},"content":{"rendered":"<p>da <strong>SCIENZA IN RETE<\/strong> (Camilla Orlandini)<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.scienzainrete.it\/files\/styles\/molto_grande\/public\/copsonno_1.jpg?itok=XCeuPZ3-\" \/><\/p>\n<p><em>La siesta\u00a0<\/em>(1890), Vincent Van Gogh. Olio su tela, Mus\u00e9e d&#8217;Orsay. Crediti:\u00a0<a href=\"https:\/\/commons.wikimedia.org\/wiki\/File:Noon,_rest_from_work_-_Van_Gogh.jpeg#filelinks\">Wikimedia<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Si muore prima per deprivazione di sonno che per deprivazione di cibo; eppure sappiamo il cibo a cosa serve, mentre il sonno no.\u00a0Nonostante il mistero che ancora avvolge &#8211; almeno in parte &#8211; la sua funzione biologica, dalla ricerca scientifica emergono sempre pi\u00f9 indizi riguardo il ruolo fondamentale del sonno nel mantenere il benessere dell\u2019individuo, nel corpo e nella mente. Non c\u2019\u00e8 da stupirsi forse, sapendo che l\u2019essere umano passa circa un terzo della propria vita dormendo e che quasi l\u2019intero mondo animale presenta uno stato fisiologico assimilabile al sonno; eppure, tra il\u00a0<a href=\"https:\/\/www.thelancet.com\/journals\/laneur\/article\/PIIS1474-4422(22)00210-1\/fulltext\">10% e il 30%<\/a>\u00a0della popolazione nei paesi industrializzati soffre di insonnia e ancora oggi la cura dell\u2019igiene del sonno fatica a emergere come una strategia di salute pubblica.<\/p>\n<p>La deprivazione di sonno, che sia acuta (ovvero la totale assenza) o cronica (dormire meno delle 7 ore raccomandate, per un lungo periodo), si ripercuote su diverse componenti dell\u2019organismo, associandosi a un aumento delle malattie cardiovascolari e metaboliche, alla riduzione dell\u2019efficienza del sistema immunitario, soprattutto dell\u2019immunit\u00e0 adattativa (la deprivazione di sonno riduce la risposta ai vaccini, minandone l\u2019efficacia), e a un elevato stato infiammatorio sostenuto nel tempo. Questi effetti, associati anche all\u2019eccesso (dormire pi\u00f9 di 10 ore a notte), indicano come il sonno sia un fenomeno sistemico, con una funzione eterogenea che coinvolge diversi aspetti della fisiologia umana. Gli effetti maggiori dei disturbi del sonno si manifestano a livello del sistema nervoso centrale, tra problemi di memoria, compromissione dell\u2019equilibrio emotivo e delle funzioni cognitive, e lasciano intendere come il sonno sia \u201cdel cervello, dal cervello e per il cervello\u201d(J. Allan Hobson).<\/p>\n<h2>Proteggere il cervello: sonno e malattie neurodegenerative<\/h2>\n<p>Negli ultimi anni, un crescente numero di evidenze ha scoperto e dimostrato il ruolo neuroprotettivo del sonno per diverse malattie neurodegenerative, come l\u2019Alzheimer, il Parkinson e la Demenza. Il cervello infatti non possiede vasi linfatici in grado di raccogliere e rimuovere gli scarti metabolici delle attivit\u00e0 neuronali, ma drena questi prodotti potenzialmente neurotossici attraverso una rete perivascolare di cellule gliali (cellule di supporto del sistema nervoso) che costituiscono il cosiddetto\u00a0<a href=\"https:\/\/www.ncbi.nlm.nih.gov\/pmc\/articles\/PMC3880190\/\">sistema glinfatico<\/a>\u00a0Il liquido cerebrospinale che circonda il cervello permea attraverso queste cellule negli spazi interstiziali tra i neuroni, dove fluisce raccogliendo i metaboliti di scarto, e fuoriesce lungo il sistema glinfatico, ripulendo il cervello dalle scorie. Il flusso aumenta particolarmente durante il sonno e si ipotizza che siano in parte proprio le lente oscillazioni dell\u2019attivit\u00e0 neuronale, tipiche del sonno profondo, a incrementare il volume e il moto convettivo del liquido cerebrospinale. Questa funzione di\u00a0<i>clearance\u00a0<\/i>(pulizia) dell\u2019ambiente neuronale si ritiene sia fondamentale per diminuire l\u2019accumulo di sostanze neurotossiche come le proteine\u00a0<a href=\"https:\/\/pubmed.ncbi.nlm.nih.gov\/32888482\/\">\u03b2<\/a><a href=\"https:\/\/pubmed.ncbi.nlm.nih.gov\/32888482\/\">-amiloide\u00a0<\/a>e\u00a0<a href=\"https:\/\/pubmed.ncbi.nlm.nih.gov\/31209175\/\">Tau<\/a>, tipicamente responsabili dell\u2019Alzheimer, cos\u00ec come l&#8217;\u03b1-synucleina del\u00a0<a href=\"https:\/\/www.ncbi.nlm.nih.gov\/pmc\/articles\/PMC6700634\/#!po=2.27273\">Parkison<\/a>. In accordo con questi dati, diversi studi hanno osservato che un deficit cronico di sonno \u00e8 associato a un incremento nell\u2019incidenza di Alzheimer, demenza e declino cognitivo, e correla con la\u00a0<a href=\"https:\/\/www.nature.com\/articles\/s43587-022-00210-2\">diminuzione<\/a>\u00a0del volume, dell\u2019area e dello spessore della sostanza grigia di diverse zone neocorticali e dell\u2019ippocampo.<\/p>\n<h2>Tutt\u2019altro che a riposo<\/h2>\n<p>Se \u00e8 intuitivo &#8211; e scientificamente dimostrato &#8211; che il sonno ha una funzione ristorativa, di risparmio energetico e \u201cpulizia\u201d degli scarti metabolici, l\u2019intensa attivit\u00e0 cerebrale che si registra quando un individuo dorme, ha da sempre lasciato supporre che la faccenda non fosse finita l\u00ec.<\/p>\n<p>Nonostante la condizione di incoscienza tipica del sonno, dall\u2019addormentamento al risveglio, il cervello modifica la propria attivit\u00e0 secondo un ordinato susseguirsi di stati elettrofisiologici caratteristici, che variano con un andamento definito a \u201coscillazione smorzata\u201d. Quando ci si addormenta e il battito cardiaco rallenta, cos\u00ec come le funzioni metaboliche e il respiro si fa pi\u00f9 lento e regolare, l\u2019attivit\u00e0 elettrica del cervello, che nella veglia era desincronizzata e ad alta frequenza, inizia a cambiare e sincronizzarsi, passando per gli stadi 1, 2, 3 fino ad arrivare allo stadio 4 di sonno profondo, in cui domina un\u2019oscillazione sincrona e globale dell\u2019eccitabilit\u00e0 neuronale (onde delta); in altre parole, i neuroni del cervello si attivano e si disattivano in maniera coordinata secondo una lenta frequenza di scarica (0,4-3,9 Hz). In seguito, il ritmo cerebrale si modifica di nuovo, ripercorrendo in senso inverso gli stadi 3 e 2, ma al posto di svegliarsi, entra nello stadio di sonno REM, caratterizzato da un\u2019attivit\u00e0 cerebrale desincronizzata simile alla veglia, con un aumento nella variabilit\u00e0 delle frequenze cardiache e respiratorie e assenza completa di tono muscolare, tranne per gli occhi, che si muovono rapidamente. A questo punto il ciclo (della durata totale di circa 90 minuti) ricomincia: il cervello torna negli stadi 2, 3 e 4, per poi risalire e tornare del sonno REM, e questa progressione si ripete per circa 6 volte. Nella prima fase, il sonno profondo non-REM prevale, con durate maggiori, mentre con il procedere della notte, la fase REM aumenta, diventando predominante nella mattina. Nonostante la diffusa concezione che il sonno implichi un\u2019attivit\u00e0 sincrona globale del cervello,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.pnas.org\/doi\/10.1073\/pnas.2123427119\">recenti evidenze<\/a>\u00a0ottenute grazie a registrazioni intracraniche, hanno dimostrato che diverse aree cerebrali possono trovarsi in diversi stadi elettrofisiologici contemporaneamente, aprendo la strada a nuove teorie sulle dinamiche con cui il sonno svolge le proprie funzioni.<\/p>\n<h2>Un sonno per ricordare\u2026<\/h2>\n<p>Una delle funzioni classicamente riconosciute al sonno, seppur ancora largamente incompresa, \u00e8 la facilitazione del consolidamento della memoria. Una buona notte di sonno non solo migliora le nostre performance cognitive, riducendo i tempi di reazione e aumentando l\u2019intelligenza fluida per esempio, ma ha un effetto decisivo sulla nostra capacit\u00e0 di ricordare, in particolare per quanto riguarda i tipi di memoria che dipendono dall\u2019ippocampo, come la memoria spaziale, temporale ed episodica, che riguarda gli eventi che compongono la nostra autobiografia.\u00a0Di regola, la formazione di una memoria comprende una prima fase di acquisizione, in cui l\u2019informazione viene immagazzinata sotto forma di memoria a breve termine, e un successivo\u00a0 processo di consolidamento, con cui viene tramutata in una memoria a lungo termine. Numerosi esperimenti, sia in modelli animali che nell\u2019essere umano, hanno dimostrato che il sonno \u00e8 uno stato cerebrale privilegiato in cui le memorie si stabilizzano e consolidano; la domanda che rimane \u00e8: come?Caratterizzato dall\u2019estrema riduzione di stimoli esterni, il sonno offre le condizioni ottimali per il consolidamento delle memorie, in parte proteggendole passivamente dalle interferenze dei nuovi stimoli ambientali. Questo semplice fenomeno per\u00f2 non spiega l\u2019impatto che ha il sonno sul consolidamento della memoria, che implica l\u2019esistenza di un meccanismo attivo di facilitazione. A oggi vi sono diversi modelli che teorizzano il meccanismo con cui il cervello guida questo processo, tenendo in considerazione che la memoria stessa \u00e8 un fenomeno ancora in parte sconosciuto.<\/p>\n<p>Una delle visioni principali (modello del\u00a0<i>Consolidamento attivo dei sistemi<\/i>) si concentra sulla trasformazione delle rappresentazioni cerebrali di uno stimolo (ovvero reti di connessioni sinaptiche tra neuroni), che vengono riattivate nell\u2019ippocampo come un replay, e trasferite in parte alla neocorteccia. L\u2019attivit\u00e0 dell\u2019ippocampo dirigerebbe i cambiamenti nelle connessioni corticali, dettando quali collegamenti devono essere fortificati e quali indeboliti, cos\u00ec riorganizzando i network della corteccia, che a sua volta disseziona le diverse componenti dell\u2019informazione per astrarne i caratteri comuni e integrarli con le memorie preesistenti.<\/p>\n<p>Questa visione non esclude il modello dell\u2019<a href=\"https:\/\/www.ncbi.nlm.nih.gov\/pmc\/articles\/PMC3921176\/\"><i>Omeostasi sinaptica<\/i><\/a>,\u00a0proposto dagli italiani Giulio Tononi e Chiara Cirelli,<i>\u00a0<\/i>per cui il ruolo chiave del sonno sarebbe di ristabilire un equilibrio nella forza delle connessioni sinaptiche, operando un ridimensionamento generale che porta all\u2019indebolimento selettivo delle sinapsi superflue e alla protezione dei collegamenti importanti, secondo un processo competitivo di selezione: solo le sinapsi che costituiscono una rappresentazione di informazioni utili (e quindi collegamenti forti) sopravvivono al ridimensionamento, con un concomitante aumento del rapporto tra segnale e rumore di fondo, che rende pi\u00f9 netta la memoria.<\/p>\n<h2>\u2026 e un sonno per dimenticare<\/h2>\n<p>Le memorie pi\u00f9 forti per\u00f2 hanno bisogno di un piccolo atto di amnesia.\u00a0Un evento carico di una componente emotiva risulta pi\u00f9 facile da ricordare; \u00e8 l\u2019emozione stessa che ne segnala la salienza e quindi lo \u201cetichetta\u201d come un evento importante da memorizzare. In questi casi, il rilascio di adrenalina e cortisolo, e l\u2019attivazione contemporanea di ippocampo e amigdala (struttura cerebrale coinvolta nel coordinamento delle risposte emozionali) facilitano la formazione della memoria e il successivo consolidamento. Questa memoria per\u00f2, per essere funzionale non pu\u00f2 portare con s\u00e9 il carico emotivo originale e, durante il consolidamento notturno,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.gluck.edu\/pdf\/Lerner2021.NLM.pdf\">il cervello effettua un disaccoppiamento<\/a>\u00a0tra la rappresentazione dell\u2019evento (che viene rafforzata) e il tono emotivo associato (che viene indebolito). Questo processo \u00e8 fondamentale per una buona regolazione emotiva, di cui il sonno diventa una parte integrante.<\/p>\n<p>La deprivazione di sonno ha effetti evidenti sulla reattivit\u00e0 emotiva, che spesso risulta esagerata, con la manifestazione di irritabilit\u00e0, ansia, manie, una percezione amplificata delle emozioni negative e un aumento della sensibilit\u00e0 agli stimoli che attivano il sistema della ricompensa. Un\u2019ipotesi propone che la carenza cronica di sonno possa compromettere il normale controllo da parte della corteccia prefrontale dell\u2019amigdala e di altre strutture corticali che diventano iper-responsive, ma le evidenze al riguardo sono discordanti.\u00a0Il ruolo del sonno nella regolazione emotiva \u00e8 evidente considerando che i disturbi psichiatrici e dell\u2019umore sono altamente correlati con disturbi del sonno.<\/p>\n<p>Il sonno emerge dunque come fattore di rischio per numerose condizioni di malessere fisico e psicologico; un fattore di rischio che, grazie a interventi comportamentali e farmacologici, pu\u00f2 essere modificato e diventare un alleato nella\u00a0<a href=\"https:\/\/www.agingproject.uniupo.it\/per-i-professionisti\/pillole-di-scienza\/abitudini-del-sonno-e-aspettativa-di-vita-lutilita-della-lifestyle-medicine\/\">prevenzione<\/a>.\u00a0\u00a0Chi dorme non \u201cpiglier\u00e0 i pesci\u201d, ma potrebbe decisamente vivere meglio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.scienzainrete.it\/articolo\/chiamatelo-sonno-perche-dobbiamo-tornare-dormire\/camilla-orlandini\/2022-10-31\">https:\/\/www.scienzainrete.it\/articolo\/chiamatelo-sonno-perche-dobbiamo-tornare-dormire\/camilla-orlandini\/2022-10-31<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da SCIENZA IN RETE (Camilla Orlandini) La siesta\u00a0(1890), Vincent Van Gogh. 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