{"id":75683,"date":"2022-11-29T11:00:53","date_gmt":"2022-11-29T10:00:53","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=75683"},"modified":"2022-11-26T09:28:47","modified_gmt":"2022-11-26T08:28:47","slug":"federico-caffe-e-la-ri-politicizzazione-delleconomico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=75683","title":{"rendered":"Federico Caff\u00e8 e la ri-politicizzazione dell\u2019economico"},"content":{"rendered":"<p><strong>di La Fionda (recensione di un libro di Thomas Fazi a cura di Emanuele dell&#8217;Atti)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 oggi ampiamente diffusa un\u2019immagine stereotipata dell\u2019economia presentata come una \u201cscienza naturale\u201d: un sapere a-storico, a-valutativo e indipendente dalle intenzioni umane. Ma l\u2019economia, anche quando si traveste con gli abiti della neutralit\u00e0 tecnica, \u00e8 sempre \u201ceconomiapolitica\u201d: esito, cio\u00e8, di precise intenzionalit\u00e0 e di specifiche progettazioni umane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lo sapeva bene Federico Caff\u00e8, tra i pi\u00f9 importanti economisti italiani della seconda met\u00e0 del Novecento, che si \u00e8 sempre battuto, attraverso pubblicazioni scientifiche, interventi giornalistici e dibattiti pubblici, per costruire una civilt\u00e0 pi\u00f9 giusta di quella prodotta dall\u2019economia capitalistica: <em><a href=\"https:\/\/www.meltemieditore.it\/catalogo\/una-civilta-possibile\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Una civilt\u00e0 possibile. La lezione dimenticata di Federico Caff\u00e8<\/a><\/em> (Meltemi, Milano 2022, pp. 215) \u00e8 infatti il titolo dell\u2019inedito lavoro sul pensiero dell\u2019economista pescarese scritto dal giornalista e saggista economico Thomas Fazi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il volume, a detta dello stesso autore, nasce \u201cper caso\u201d: l\u2019intenzione originaria era quella di scrivere un libro sulla figura di Mario Draghi, utilizzando gli scritti di Caff\u00e8 \u2013 suo maestro \u2013 come contrappunto al percorso professionale dell\u2019ex presidente della BCE. Infatti, al netto dei \u201cridicoli parallelismi\u201d (p. 19) tra Caff\u00e8 e Draghi messi in risalto dalla stampa dopo l\u2019incarico di governo ricevuto da quest\u2019ultimo a inizio 2021, \u201cdel pensiero e della \u2018filosofia\u2019 di Caff\u00e8 non vi era traccia nell\u2019operato decennale di Mario Draghi\u201d (ivi: 20), il quale aveva da tempo abbandonato l\u2019originaria adesione al keynesismo per abbracciare le dottrine monetariste e il dogma del \u201cvincolo esterno\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il pensiero di Caff\u00e8, pertanto, al di l\u00e0 dell\u2019immagine ingessata della narrazione ufficiale, risulta essere di grande attualit\u00e0 per mettere a tema, con rinnovato spirito critico, i limiti dell\u2019economia di mercato, la retorica neoliberale e l\u2019uso politico dell\u2019allarmismo economico. Con la consapevolezza che nella dimensione economica non esistono leggi di natura e che \u201cun\u2019alternativa \u00e8 sempre possibile\u201d (p. 23).<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify\" type=\"1\">\n<li><strong>Tra Keynes e la Costituzione<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify\">Federico Caff\u00e8 (1914-1987) \u00e8 stato professore ordinario di Politica economica e finanziaria alla Sapienza di Roma dal 1959 al 1984. L\u2019impianto keynesiano che traspare dai suoi scritti \u00e8 ravvisabile nelle sue frequenti denunce sull\u2019intrinseca instabilit\u00e0 del capitalismo e nell\u2019idea che debba essere lo Stato ad intervenire nell\u2019economia, utilizzando la spesa pubblica in modo strutturale e non meramente emergenziale, per compensare le inevitabili esternalit\u00e0 negative generate dal mercato, prima tra tutte la disoccupazione. Caff\u00e8, infatti, da profondo studioso di Keynes, fu uno strenuo sostenitore della forte presenza pubblica nelle politiche industriali e nella edificazione di un <em>welfare state <\/em>su solide fondamenta di \u201ceconomia mista\u201d: il mercato, per Caff\u00e8, \u00e8 solo una dimensione dell\u2019economico, e \u2013 cos\u00ec come enunciato nell\u2019art. 41 della Costituzione italiana \u2013 deve in ogni caso essere subordinato all\u2019utilit\u00e0 sociale. Un \u201csistema misto\u201d, cio\u00e8 una via di mezzo tra i due estremi del collettivismo e del libero mercato, in cui lo Stato tiene saldamente in mano i \u201ccontrolli centrali\u201d, programmando e pianificando l\u2019economia, senza per\u00f2 escludere la libera iniziativa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In realt\u00e0, l\u2019obiettivo di Keynes era ancora pi\u00f9 ambizioso: il suo auspicio, infatti, non era semplicemente \u201criformare\u201d il sistema capitalistico, ma promuovere la transizione a un modello economico alternativo. Gli elementi pi\u00f9 rivoluzionari della <em>Teoria generale<\/em> di Keynes, tuttavia, gi\u00e0 a partire dal secondo dopoguerra, vennero \u201cnormalizzati\u201d in favore di una sorta di compromesso con il vecchio paradigma liberista: la cosiddetta \u201csintesi neoclassica\u201d \u2013 che prese il nome di \u201cneokeynesismo\u201d \u2013 rappresenta infatti una \u201cgrossolana semplificazione della teoria originaria di Keynes\u201d (p. 41). Anzi, in molti casi, specie quando afferma la naturale bont\u00e0 dei meccanismi di mercato (in ossequio, pi\u00f9 che a Keynes, al vecchio Smith) appare un vero e proprio \u201cribaltamento\u201d rispetto alla posizione dell\u2019economista britannico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Solo una minoranza di economisti rifiut\u00f2 questo depotenziamento della teoria di Keynes: tra questi Federico Caff\u00e8, che si batt\u00e9 costantemente contro l\u2019illusione liberista della \u201cmano invisibile\u201d, che riteneva fossero i capitali a dover inseguire i lavoratori e non viceversa, che credeva nella possibilit\u00e0 di abolire le speculazioni di quelli che chiamava \u201cgli incappucciati della finanza\u201d, a vantaggio di forme di programmazione e \u201cpianificazione democratica\u201d \u2013 come recita il titolo di un suo importante libro \u2013 dell\u2019economia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Caff\u00e8 \u00e8 convinto che la piena occupazione, obiettivo che il capitalismo \u00e8 strutturalmente incapace di assicurare, rappresenti un imperativo etico: lo Stato non deve limitarsi a sostenerla reagendo solo in chiave anticiclica alle fluttuazioni del settore privato, ma deve agire attivamente. D\u2019altra parte sono gli stessi principi sanciti nella Costituzione repubblicana, a cui Caff\u00e8 diede il suo contributo come membro della Commissione economica del Ministero per la Costituente (1945-46). La Costituzione repubblicana, infatti, non finalizza l\u2019intervento statale alla tutela degli interessi privati, bens\u00ec al benessere sociale diffuso. Il problema \u2013 scrive Fazi \u2013 \u00e8 che \u201cla Costituzione prescrive i fini [\u2026] che avrebbe dovuto perseguire la nuova Repubblica\u201d, ma non \u201ci mezzi di politica economica, e soprattutto di politica monetaria e di bilancio, con cui conseguirli\u201d, cos\u00ec che \u201cle idee liberiste, cacciate dalla porta in sede di dibattito costituente, sono potute rientrare cos\u00ec facilmente dalla finestra\u201d (p. 71).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Di tutto ci\u00f2 ne era ben consapevole Federico Caff\u00e8, incontrando per\u00f2 forti resistenze non solo nel campo accademico e giornalistico, ma anche negli ambienti politici della sinistra socialcomunista, che \u201csi dimostrarono scettici, se non apertamente ostili, alle teorie di Keynes, un po\u2019 per tatticismo [\u2026] un po\u2019 perch\u00e9 le sinistre gi\u00e0 allora subivano le suggestioni dell\u2019appello al mercato\u201d (p. 72).<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify\">\n<li><strong>Il caso italiano e il PCI<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify\">La prima met\u00e0 degli anni Settanta \u00e8 una stagione di grandi riforme progressive per l\u2019Italia: l\u2019accordo sull\u2019indicizzazione dei salari all\u2019inflazione (Scala mobile), la riforma del sistema pensionistico, lo Statuto dei lavoratori sono i passaggi che meglio rappresentano gli esiti di quel forte afflato democratico promosso dalle organizzazioni dei lavoratori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Presto, tuttavia, questo \u201cciclo riformista\u201d viene bruscamente interrotto \u201csotto la spinta di una controffensiva padronale senza precedenti\u201d (p. 114): misure restrittive\/deflazionistiche come il blocco per due anni della scala mobile, unite all\u2019aumento delle tariffe energetiche, portarono il paese in una direzione antitetica alla faticosa democratizzazione reale che si era avviata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quale fu la posizione del Partito comunista italiano? Emblematico a questo proposito \u00e8 il convegno organizzato dal Centro studi di politica economica (CESPE) del partito nel 1976 dedicato al tema della crisi economica. La discussione vide confrontarsi due economisti: Franco Modigliani e Federico Caff\u00e8.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La tesi di Modigliani, sostanzialmente, consisteva nel legittimare le scelte di politica economica del governo per riequilibrare i conti con l\u2019estero: \u201cqualche sacrificio ai lavoratori\u201d \u2013 sosteneva l\u2019economista del PCI \u2013 in cambio della difesa dell\u2019occupazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Federico Caff\u00e8, per parte sua, dichiar\u00f2 il suo \u201csmarrimento intellettuale\u201d di fronte a queste posizioni che definiva \u201cprekeynesiane\u201d e annotava con fermezza che la riduzione dei salari non migliorasse di per s\u00e9 le condizioni dell\u2019occupazione. Ci\u00f2 non era verificato n\u00e9 analiticamente n\u00e9 empiricamente: si trattava solo di un \u201catto di fede\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Insomma, Caff\u00e8 era preoccupato che all\u2019interno del PCI si stesse offuscando la concezione dello Stato come garante del benessere sociale ed era sconcertato di come, a fronte di una grave involuzione economica, anche a sinistra, non si trovasse nulla di meglio da proporre che la \u201criscoperta del mercato\u201d. Inoltre, l\u2019economista pescarese avvertiva sull\u2019uso strumentale dell\u2019inflazione, di cui \u2013 sosteneva \u2013 se ne sfrutta lo spauracchio per raggiungere obiettivi politici. Caff\u00e8 la definiva \u201cstrategia dell\u2019allarmismo economico\u201d e consisteva \u2013 scrive Fazi \u2013 nel \u201cdipingere un paese sempre sull\u2019orlo di una imminente catastrofe economica: il tutto allo scopo di [\u2026] far accettare all\u2019opinione pubblica \u2018riforme\u2019 (di stampo regressivo e neoliberale) presentate come risolutive\u201d (p. 131). L\u2019obiettivo reale delle politiche anti-inflazionistiche, infatti, era la compressione salariale e l\u2019inibizione del processo di democratizzazione dell\u2019economia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Caff\u00e8 si prodig\u00f2 per cercare di convincere la sinistra e i sindacati a \u201cnon fare propria la narrazione dell\u2019avversario\u201d (p. 134), in quanto temeva che cos\u00ec facendo si sarebbero riportate le lancette della storia all\u2019epoca del capitalismo aggressivo dell\u2019era prekeynesiana. Ma gli appelli e i moniti di Caff\u00e8 non furono sufficienti: il PCI spos\u00f2 integralmente le tesi monetariste\/neoliberiste di Modigliani, \u201cinteriorizzando l\u2019idea secondo cui [\u2026] l\u2019Italia non avrebbe potuto affrontare la crisi economica in corso che attraverso il contenimento dei salari e politiche monetarie e di bilancio restrittive\u201d (p. 141).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa \u201csvolta economica\u201d del PCI sarebbe stato il primo passo verso quella pi\u00f9 ampia \u201csvolta politica\u201d che circa quindici anni dopo, nel 1991, avrebbe portato alla dissoluzione del partito.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify\">\n<li><strong>L\u2019integrazione europea e il disegno neoliberale<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify\">Lo scontro teorico tra Caff\u00e8 e Modigliani riguard\u00f2 anche un altro decisivo tema: l\u2019introduzione, a livello europeo, di un sistema di cambi (semi)fissi, il cosiddetto Sistema monetario europeo (SME) Anche in questo caso i due economisti si trovarono sui lati opposti della barricata: da una parte Modigliani, sostenitore dello SME, dall\u2019altra Caff\u00e8, nettamente contrario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Caff\u00e8 vedeva nello SME uno strumento per \u201clegare le mani\u201d alle autorit\u00e0 politiche e monetarie nazionali e, soprattutto, denunciava i costi che ne avrebbero pagato i paesi e le classi pi\u00f9 deboli. Per Caff\u00e8, infatti, \u201ci regimi di cambio fisso tra paesi economicamente eterogenei sono sempre deleteri\u201d (p. 153). A suo avviso, al contrario, occorreva \u201cdotare il paese di maggiori strumenti di intervento economico, invece che privarsene tramite l\u2019approfondimento del processo di integrazione economica e monetaria a livello comunitario, il quale \u2013 come riporta Fazi \u2013 non avrebbe fatto che \u201caumentare la nostra vulnerabilit\u00e0 e dipendenza\u201d (p. 157).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il PCI, in questo caso, al momento della votazione in aula (dicembre 1978), si schier\u00f2 contro lo SME. Fu Giorgio Napolitano a mettere in guardia sulle conseguenze nefaste per l\u2019Italia \u2013 ma soprattutto per i lavoratori italiani \u2013 che avrebbe comportato l\u2019adesione al Sistema monetario europeo, in cui, peraltro, \u201cvedeva profilarsi il rischio di un dominio dell\u2019economia tedesca a danno di quella italiana\u201d (p. 164). L\u2019adozione del nuovo meccanismo di cambio europeo, progenitore della moneta unica, infatti, significava \u201cdisinnescare il conflitto distributivo e addossare alle richieste sindacali la responsabilit\u00e0 della perdita di competitivit\u00e0 del paese, facilitando una maggiore flessibilit\u00e0 verso il basso dei salari\u201d (p. 165). Significava, in definitiva, creare un potente vincolo esterno che \u2013 come ebbe a dire sempre Napolitano \u2013 avrebbe spianato la strada a misure drastiche di restaurazione sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci\u00f2 che ne segu\u00ec \u00e8 noto. Nonostante il voto contrario del PCI e l\u2019astensione del PSI, infatti, il parlamento approv\u00f2 l\u2019adesione dell\u2019Italia allo SME, con conseguenze poco felici per il nostro paese, considerati soprattutto \u201cla comparsa di un deficit estero strutturale e un significativo rallentamento della crescita\u201d (p. 167). Una scelta economica fortemente connotata politicamente (cos\u00ec come le successive tappe del processo di integrazione europea) \u201cfinalizzata a un obiettivo ben preciso: disciplinare i lavoratori\u201d (p. 168). Lo SME, infatti, scrive Fazi, \u201crappresenta un esempio da manuale di quel processo di depoliticizzazione\u201d (<em>ibid<\/em>.) messo in campo dalle classi dominanti occidentali come argine al conflitto distributivo emerso nel corso degli anni Settanta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019adesione allo SME ebbe come \u201cinevitabile conseguenza\u201d \u2013 cos\u00ec come si espresse l\u2019allora ministro Beniamino Andreatta \u2013 il celebre divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d\u2019Italia del 1981. Una decisione, mai ratificata dal parlamento, che \u201cmise progressivamente fine alla parziale monetizzazione del deficit pubblico e al calmieramento dei tassi di interesse da parte della Banca d\u2019Italia\u201d (p.170). Prima di allora, infatti, spiega Fazi, \u201cil debito accumulato dal Tesoro nei confronti della banca centrale non costituiva assolutamente un debito reale verso essa\u201d (p. 171). Ma dal 1981 in avanti, stabilendo che la banca centrale non fosse pi\u00f9 tenuta ad acquistare le obbligazioni che il governo non riusciva a piazzare sul mercato, si rendeva lo Stato sempre pi\u00f9 dipendente dai mercati finanziari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Federico Caff\u00e8 giudic\u00f2 un \u201cerrore gravissimo\u201d la scelta di separare Tesoro e Banca d\u2019Italia, errore che avrebbe vincolato tutte le successive scelte di politica economica. A partire dal 1981, infatti, comincia la graduale esplosione del rapporto debito\/PIL: una manna dal cielo per i ceti dominanti che, a partire dagli anni Novanta, potranno giustificare tutte le pi\u00f9 drastiche politiche di restrizione fiscale e di contenimento della spesa pubblica, apportando ragioni tecniche di mera contabilit\u00e0 che nascondevano, per\u00f2, precise scelte politiche.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify\">\n<li><strong>Una voce isolata, una voce attuale<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli anni Ottanta sono il decennio della grande controrivoluzione neoliberista. In tutto l\u2019Occidente si procede allo smantellamento degli strumenti \u201ckeynesiani\u201d di cui si erano dotate le democrazie nel secondo dopoguerra, si va sempre pi\u00f9 speditamente verso la deregolamentazione dei mercati e della finanza, si attaccano senza particolari scrupoli i sindacati e il mondo del lavoro e si assiste all\u2019ascesa di un \u201cnuovo spirito del capitalismo\u201d fondato sull\u2019elogio dell\u2019individuo, del consumismo, della competitivit\u00e0. Una vera e propria rivoluzione antropologica con dei precisi contraltari politici: Margaret Thacher in Gran Bretagna, Ronald Regan negli U.S.A.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In Italia, intanto, prende sempre pi\u00f9 quota \u2013 a partire dall\u2019Atto unico europeo firmato nel 1986 dal governo Craxi \u2013 quel processo che si sarebbe concluso con il Trattato di Maastricht (1992), a partire da cui verranno fissati i criteri per l\u2019adesione alla futura Unione europea: indipendenza assoluta della BCE dagli Stati nazionali, flessibilizzazione del lavoro, limiti al deficit e al debito pubblici. L\u2019obiettivo era creare un mercato unico europeo che, sebbene nella retorica dei proponenti avrebbe costituito uno \u201cspazio sacro\u201d di libert\u00e0 economica, nei fatti condusse l\u2019Italia in una situazione che la esponeva strutturalmente al giudizio dei mercati finanziari internazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Caff\u00e8 polemizz\u00f2 con toni aspri contro le \u201caccresciute ingerenze della CEE\u201d (p. 186) negli affari economici italiani. Ma la sua voce era ormai sempre pi\u00f9 isolata, dal momento che anche la sinistra comunista, dopo forti perplessit\u00e0, ora cominciava a manifestare il suo aperto sostegno al progetto di integrazione europea e assumeva su di s\u00e9 le parole d\u2019ordine dell\u2019austerit\u00e0 e della lotta all\u2019inflazione. Molto probabilmente per ragioni di consenso, come amaramente constatava lo stesso Caff\u00e8, convinto invece della natura \u201cclassista\u201d del progetto di integrazione europea e della natura ideologica e strumentale dell\u2019allarmismo economico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non \u00e8 un caso che, al processo di integrazione, corra parallela la stagione delle privatizzazioni, quasi fosse un indicatore perverso della riuscita di un disegno anti-popolare: dalla ristrutturazione dell\u2019IRI durante la presidenza Prodi (1982-89) che determin\u00f2 la cessione di numerose aziende pubbliche, alla privatizzazione delle Ferrovie dello Stato, passando per la vendita di quote di aziende come Alitalia. Le motivazioni della \u201csvendita\u201d facevano perno su di un mito a cui era difficile contrapporsi: l\u2019inefficienza congenita del pubblico. Caff\u00e8, tuttavia, faceva notare come quest\u2019idea fosse del tutto infondata: se di inefficienza si deve parlare, questa non \u00e8 ascrivibile al carattere intrinsecamente deficitario del pubblico, ma alla gestione malaccorta o interessata delle classi dirigenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma la sua voce era sempre pi\u00f9 isolata, i suoi moniti inascoltati. Aveva gi\u00e0 lasciato l\u2019insegnamento universitario quando, nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1987, abbandoner\u00e0 la sua abitazione romana senza lasciare traccia. Non sono ancora stati chiariti i motivi di questa scomparsa, ma la sua voce oggi risuona tra chi non si rassegna allo stato di cose presenti, tra chi sa che \u201cqualunque regime socioeconomico \u00e8 innanzitutto un costrutto politico-ideologico\u201d (p. 214), tra chi auspica una piena ri-politicizzazione della dimensione economica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Merito di Thomas Fazi \u00e8 averci restituito con chiarezza e precisione tutta la vivacit\u00e0 e la scottante attualit\u00e0 del suo pensiero, ricostruito attraverso una attenta disamina dei sui scritti, utili quanto mai per leggere e comprendere il presente.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2022\/11\/25\/federico-caffe-e-la-ri-politicizzazione-delleconomico\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2022\/11\/25\/federico-caffe-e-la-ri-politicizzazione-delleconomico\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di La Fionda (recensione di un libro di Thomas Fazi a cura di Emanuele dell&#8217;Atti) \u00c8 oggi ampiamente diffusa un\u2019immagine stereotipata dell\u2019economia presentata come una \u201cscienza naturale\u201d: un sapere a-storico, a-valutativo e indipendente dalle intenzioni umane. 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