{"id":76233,"date":"2022-12-29T11:33:12","date_gmt":"2022-12-29T10:33:12","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=76233"},"modified":"2022-12-27T17:37:48","modified_gmt":"2022-12-27T16:37:48","slug":"scrittori-popolo-massa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=76233","title":{"rendered":"SCRITTORI, POPOLO, MASSA"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LE PAROLE E LE COSE (Massimo Raffaeli)<\/strong><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/4fce53dc-7aa9-40ee-a027-958391e06ee5-copy.jpg?fit=1449%2C500&amp;ssl=1\" \/><\/p>\n<p>[<em>E\u2019 scomparso il 21 dicembre Alberto Asor Rosa. Per ricordarlo, riprendiamo questo articolo di Massimo Raffaeli, pubblicato su LPLC\u00a0l\u20198 giugno 2015<\/em>]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Pochi libri di critica hanno inciso cos\u00ec profondamente nel senso comune come\u00a0<em>Scrittori e popolo<\/em>, uscito cinquant\u2019anni fa da una piccola editrice romana, Samon\u00e0 e Savelli, che allora garantiva una specie di\u00a0<em>samizdat<\/em>\u00a0alla sinistra extraparlamentare. Lo firmava uno studioso ancora giovanissimo, poco pi\u00f9 che trentenne, Alberto Asor Rosa, allievo di Natalino Sapegno all\u2019universit\u00e0 di Roma, attivo nei \u201cQuaderni Rossi\u201d e compagno di via di Raniero Panzieri. Si trattava di un esordio geniale, sorprendente per la padronanza di una strumentazione in cui la capacit\u00e0 di delineare un quadro storico per ampie campiture e tagli dialettici si integrava ad una microfisica testuale, nel campionario dei testi analizzati, di secca e persino spietata precisione analitica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Paradossalmente, non si trattava di un libro ideologico ma di un libro critico, nell\u2019accezione etimologica, il cui orizzonte d\u2019attesa era di totale alterit\u00e0 rispetto al quadro convenuto della sinistra istituzionale e della cosiddetta via italiana al socialismo. In effetti,\u00a0<em>Scrittori e popolo<\/em>\u00a0era un libro di critica della \u201citalianit\u00e0\u201d letteraria analizzata nella lunga durata e con un\u2019ottica che oggi diremmo annalistica circa una nozione, il populismo, declinata a destra quale folclore endogeno o clausura autarchica e dedotta, o meglio diluita, a sinistra nei termini di un generico o irenico progressismo. Questo era infatti l\u2019<em>incipit\u00a0<\/em>folgorante di quel libro: \u201cL\u2019uso del termine populismo \u00e8 legittimo solo quando sia presente nel discorso letterario una valutazione\u00a0<em>positiva<\/em>\u00a0del popolo, sotto il profilo ideologico oppure storico-sociale oppure etico.\u00a0<em>Perch\u00e9 ci sia populismo, \u00e8 necessario insomma che il popolo sia rappresentato come un modello<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Diviso in due, la prima parte di\u00a0<em>Scrittori e popolo\u00a0<\/em>tracciava un quadro storico a maglie fittissime di quella nozione capitale, dall\u2019Unit\u00e0 alla Resistenza, dalle riflessioni di Gioberti e Oriani ai\u00a0<em>Quaderni\u00a0<\/em>di Gramsci, cogliendone la vischiosit\u00e0 e l\u2019ambiguit\u00e0 per esempio tra i \u201cfascisti di sinistra\u201d (Vittorini per primo) quasi fosse, il populismo, una incombenza ipotecaria fatalmente ricevuta anche fra i convertiti, nel secondo dopoguerra, al neorealismo e\/o al comunismo (e, qui sia detto per inciso, che proprio tale quadro \u00e8 in realt\u00e0 la sinopia dell\u2019altro grande contributo di Asor Rosa, cio\u00e8 il quarto volume, tomo secondo della\u00a0<em>Storia d\u2019Italia<\/em>\u00a0einaudiana, intitolato\u00a0<em>La cultura<\/em>\u00a0che taluni allora presero, nel \u201975, per una palinodia); la seconda parte di\u00a0<em>Scrittori e popolo<\/em>\u00a0contiene invece quelle che l\u2019autore definiva \u201cesercitazioni\u201d, analisi\u00a0<em>in vitro\u00a0<\/em>della produzione di Cassola e Pasolini, severissime e tuttavia utili non tanto a un giudizio di valore complessivo, meno che mai a una loro eversione in blocco, quanto alla messa a fuoco di una serie di contraddizioni o di aporie (l\u2019intimismo di Cassola, l\u2019estetismo di Pasolini) da misurare col metro della produzione grande-borghese, Pirandello, Svevo, Montale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Cinquant\u2019anni e per\u00f2 sembrano molti di pi\u00f9: questo giova al valore del libro (pochi testi della nostra critica, dopo tutto, appaiono meno datati e perci\u00f2 ancora discutibili, vale a dire saldi nell\u2019impianto e sicuri nelle soluzioni interpretative) ma questo dice d\u2019altra parte che il quadro \u00e8 mutato irreversibilmente, come adesso attesta la ristampa arricchita da una sua necessaria appendice,\u00a0<em>Scrittori e popolo\u00a0<\/em><em>1965-Scrittori e massa 2015<\/em>\u00a0(Einaudi, \u201cPiccola biblioteca\u201d, pp. 430, \u20ac 32.00). Asor Rosa nel suo pi\u00f9 recente contributo muove dalla consapevolezza che \u00e8 venuta meno, e nei modi di una disintegrazione, l\u2019esistenza stessa di un \u201cpopolo\u201d e con essa delle \u201c\u00e9lites\u201d che ne interpretavano e insieme convogliavano le dinamiche sociali e politiche, per dar luogo qui e ora a una massa assoggettata e reclusa negli spazi di quella che pure definisce una \u201cdemocrazia passiva\u201d. Ci\u00f2 ai suoi occhi comporta una serie di conseguenze capitali, grosso modo a partire dal passaggio di millennio: il tramonto della modernit\u00e0 quale spazio del conflitto (di idee, posizioni, organizzazioni); la rottura del rapporto con una tradizione secolare di testi, valori, orientamenti; l\u2019obsolescenza della critica e della sua funzione primordiale che \u00e8 quella di mirare sempre ad una alterit\u00e0 nella stessa percezione degli oggetti sottoposti al suo vaglio; infine la presenza ubiquitaria di un\u2019industria culturale che ha saputo trasformare il mercato e i suoi cicli di produzione e consumo in un vero e proprio stato di natura.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Anche in\u00a0<em>Scrittori e massa\u00a0<\/em>non interessa allo studioso individuare ritratti monografici e stilare specifici giudizi di valore ma la messa a fuoco di un comune orizzonte, di costanti tematiche dentro un campionario che associa narratori e poeti nati fra gli anni cinquanta e ottanta del secolo scorso. Quello che colpisce, con evidenza statistica, \u00e8 non soltanto la loro produttivit\u00e0 (sollecitata dai ritmi ormai convulsi della editoria) e la diffusa originalit\u00e0 delle fisionomie testuali (indotta magari dal ri-uso delle fonti tradizionali o dalla contaminazione perpetua con i mezzi di comunicazione di massa), quanto uno stato di isolamento, o peggio, di \u201catomismo individualistico\u201d che li obbliga a produrre in una specie di\u00a0<em>trance<\/em>\u00a0e nello spazio-tempo di un eterno presente. Il che vuol dire che si chiede loro di produrre delle storie, delle \u201cbelle\u201d storie, ma non di riflettere, di prendere la parola, e di continuo, ma non di prendere una posizione circa il vivere in societ\u00e0, in\u00a0<em>questa<\/em>\u00a0societ\u00e0, o sui destini generali come era d\u2019uso viceversa fra gli ultimi grandi maestri (Pasolini, Fortini, Calvino) per cui dirsi scrittori e intellettuali era sinonimo. Asor Rosa non rinvia gli scrittori di oggi alla pratica dell\u2019<em>engagement<\/em>\u00a0ma piuttosto individua il tab\u00f9 pi\u00f9 diffuso, per cui la pratica dello\u00a0<em>storytelling<\/em>\u00a0\u00e8 appunto la compensazione del silenzio tombale riguardo ai meccanismi sociali, al pensiero unico che governa le coscienze, ai grandi poteri che propongono la globalizzazione e i suoi istituti economico-finanziari come il solo e il migliore dei mondi possibili. (Esemplare in tal senso \u00e8 l\u2019analisi di\u00a0<em>Gomorra<\/em>\u00a0e del caso Saviano nella intersezione, come nella ambiguit\u00e0, di testimonianza e\u00a0<em>fiction<\/em>). E\u2019 probabile Asor Rosa qui trascuri alcuni segnali in controtendenza, quali il ritorno della letteratura di\u00a0<em>reportage<\/em>\u00a0e di\u00a0<em>docufiction,\u00a0<\/em>nonch\u00e9 il redivivo dibattito intorno alla nozione di \u201crealismo\u201d, ma \u00e8 comunque comprensibile il fatto che colga nella parola dei pi\u00f9 atomizzati e isolati rispetto al contesto, i poeti e le donne specialmente, tra opacit\u00e0 sociale e vivida sussultante esperienza del corpo, quei nessi di fertile contraddizione e quelle verit\u00e0 che ai narratori per lo pi\u00f9 sono inibite o deliberatamente impedite. Cos\u00ec si conclude\u00a0<em>Scrittori e massa<\/em>: \u201cIn letteratura, come in qualsiasi altra operazione storica umana, non c\u2019\u00e8 disvelamento della verit\u00e0 senza conflitto. Solo l\u2019\u2019opposizione\u2019 [\u2026] consente il disvelamento delle apparenze e l\u2019emergere dei tratti pi\u00f9 nuovi del reale \u2013 e del pensiero. [\u2026] Se non c\u2019\u00e8 conflitto, non c\u2019\u00e8 pensiero nuovo; e se non c\u2019\u00e8 pensiero nuovo non c\u2019\u00e8 nuova rappresentazione \u2013 il mondo resta una veste esteriore che ricopre a stento, sempre, le vecchie apparenze \u201d.\u00a0<em>Scrittori e popolo\u00a0<\/em>era nato da un\u2019identica persuasione ma oggi \u00e8 un grido che risuona, abbastanza disperato, nella nostra pace domestica.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=45755\">https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=45755<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Massimo Raffaeli) [E\u2019 scomparso il 21 dicembre Alberto Asor Rosa. 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