{"id":76395,"date":"2023-01-05T10:30:46","date_gmt":"2023-01-05T09:30:46","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=76395"},"modified":"2023-01-05T08:12:28","modified_gmt":"2023-01-05T07:12:28","slug":"le-reti-di-danilo-dolci-e-lorganizzazione-di-comunita-tra-mediazione-e-agitazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=76395","title":{"rendered":"Le reti di Danilo Dolci e l\u2019organizzazione di comunit\u00e0, tra mediazione e agitazione"},"content":{"rendered":"<p><strong>di GLI ASINI (Marco Grifo)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-large size-large wp-post-image\" src=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/wp-content\/uploads\/Monsoons_bn-37-683x1024.jpg\" alt=\"\" width=\"683\" height=\"1024\" \/><\/p>\n<div class=\"featured_caption\">Foto di Camillo Pasquarelli<\/div>\n<div class=\"clearfix\"><\/div>\n<div class=\"postshare\">\n<div class=\"a2a_kit a2a_kit_size_24 addtoany_list\" data-a2a-url=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/le-reti-di-danilo-dolci-e-lorganizzazione-di-comunita-tra-mediazione-e-agitazione\/\" data-a2a-title=\"Le reti di Danilo Dolci e l\u2019organizzazione di comunit\u00e0, tra mediazione e agitazione\"><\/div>\n<\/div>\n<div class=\"entry_content\">\n<div class=\"the_content\">\n<div class=\"hentry\">\n<p><em>Venticinque anni fa, il 30 dicembre 1997, moriva a Trappeto, in provincia di Palermo, Danilo Dolci. A Trappeto, 45 anni prima, nel 1952, aveva cominciato la sua opera di intervento sociale, educativo, economico, cooperativo, con contadini, pescatori e disoccupati di una delle aree pi\u00f9 povere dell\u2019Italia del dopoguerra. Per ricordarlo, riprendiamo qui alcuni estratti del libro\u00a0<\/em>Le reti di Danilo Dolci. Sviluppo di comunit\u00e0 e nonviolenza in Sicilia Occidentale<em>\u00a0(Editore Franco Angeli, 2021), di Marco Grifo. Questo libro, al cui autore la scorsa estate abbiamo conferito il premio \u201cGli Asini\u201d 2022 (<a href=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/premio-gli-asini-2022\/\">https:\/\/gliasinirivista.org\/premio-gli-asini-2022\/<\/a>), \u00e8 importante non solo perch\u00e9 propone una ricostruzione storica accurata e ricca di documenti della vicenda di Dolci in Sicilia, capace di mostrarne anche le difficolt\u00e0, le contraddizioni, le ambiguit\u00e0, ma anche perch\u00e8 pone giustamente l\u2019attenzione sulle reti che circondarono, sostennero, arricchirono l\u2019opera di Dolci: i valdesi, alcuni gruppi cattolici, gli intellettuali legati al Partito d\u2019Azione, Aldo Capitini, la casa editrice Einaudi, il movimento di Comunit\u00e0 di Olivetti, le scuole che formavano i primi assistenti sociali, alcune sezioni del Pci siciliano. Le reti sono pi\u00f9 importanti dei singoli: \u00e8 questo uno degli insegnamenti di questo testo e di questa vicenda. Va tuttavia ricordato che in quelle reti vi erano anche profonde divergenze di metodo e di approccio al lavoro sociale, educativo e di comunit\u00e0. Il libro ricostruisce quei dibattiti, che ci sembrano ancora oggi utili strumenti di ragionamento. Ringraziamo Marco Grifo per averci consentito di riprendere queste pagine, da cui abbiamo espunto le note a pie\u2019 pagina, per le quali rimandiamo alla lettura del testo originale (Gli Asini).<\/em><\/p>\n<p>Il processo per lo sciopero alla rovescia del 1956 fu uno dei momenti di massima mobilitazione dell\u2019opinione pubblica intorno a Dolci. Fu proprio in quel frangente che alcune delle personalit\u00e0 a lui vicine provarono a coordinare le energie che si erano messe in moto. Nel gi\u00e0 citato incontro del 18 maggio 1956 al Circolo della riforma di Milano, era stata approvata la proposta di Vittorini di costituire un comitato per promuovere un reale progetto di sviluppo. I primi a muoversi in questa direzione furono, dunque, i comitati di Milano e Torino. A Milano, Riccardo Bauer, esponente di fama dell\u2019antifascismo, ex-azionista e presidente della Societ\u00e0 Umanitaria, redasse un progetto volto a stimolare nella popolazione locale una capacit\u00e0 autonoma di lavoro produttivo. Il comitato propose quindi di dare vita, attraverso l\u2019invio a Partinico dell\u2019assistente sociale Pietro Nuccio, a botteghe di lavoro artigianale (falegnameria e fabbro), a un piccolo centro di edilizia e a una scuola di cucito femminile. Anche il comitato di Torino e l\u2019Animi decisero di intervenire, inviando le assistenti sociali Angela Sana e Adriana Barbaglia. Questo primo progetto e soprattutto, di l\u00ec a breve, la nascita dell\u2019Associazione per l\u2019iniziativa sociale, segnarono l\u2019inizio di una nuova fase per il lavoro sociale in corso a Trappeto e Partinico, un momento di ripensamento generale e d\u2019immissione di personale qualificato.<\/p>\n<p>La nuova direzione che stava prendendo il lavoro sociale in Sicilia occidentale era in sintonia con le pi\u00f9 innovative esperienze di comunit\u00e0 e d\u2019intervento socio-educativo che caratterizzavano l\u2019Italia di quegli anni. L\u2019immediato dopoguerra aveva visto nascere una fitta rete di piccoli gruppi, scuole e organizzazioni che, incrociando culture e prospettive molto diverse, riuscirono a creare esperienze di sviluppo sociale e culturale. La dimensione in cui si muovevano queste minoranze era quella comunitaria, poich\u00e9 l\u2019ambito territoriale limitato, come ad esempio un quartiere urbano periferico o un centro cittadino rurale, era considerato lo spazio migliore in cui operare a partire dalle reali esigenze dei suoi abitanti. Il pilastro di questa prospettiva di sviluppo era la ricerca di soluzioni condivise con la popolazione.<\/p>\n<p>[\u2026]Nel gennaio del 1957, i sostenitori della causa di Dolci, in un incontro a Sermoneta, decisero, infatti, la costituzione dell\u2019Associazione per l\u2019iniziativa sociale. Erano presenti i delegati dei comitati in favore di Dolci e diverse personalit\u00e0 dell\u2019associazionismo di matrice laica operante nel settore dell\u2019educazione e dell\u2019intervento sociale. Il progetto discusso in quella sede era il risultato di un\u2019inchiesta compiuta sul territorio siciliano da Rocco Mazzarone, Angela Zucconi e Manlio Rossi-Doria. Questi avevano gi\u00e0 collaborato al progetto per la citt\u00e0 di Matera, che prevedeva lo spostamento della popolazione che viveva nei Sassi nel nuovo quartiere La Martella. Il progetto realizzato dal Cepas, l\u2019Unrra-Casas, la Scuola agraria di Portici e dall\u2019Istituto nazionale di urbanistica di Olivetti si era per\u00f2 rivelato un fallimento, a causa dei contrasti tra i partiti della maggioranza governativa, interessati principalmente ad allargare il proprio consenso politico, e il movimento comunitario, impegnato a favorire la crescita di una coscienza democratica. Nonostante ci\u00f2, Mazzarone, Zucconi e Rossi-Doria cercarono di impostare un progetto di sviluppo nella Sicilia occidentale, provando a ricondurre le energie che si erano concentrate intorno a Dolci nell\u2019ambito della nuova politica a favore delle zone depresse auspicata dal cosiddetto \u201cPiano Vanoni\u201d, nella speranza che le recenti condizioni politiche rendessero pi\u00f9 agevole il loro lavoro. La relazione, frutto della loro inchiesta in Sicilia, fu consegnata il 30 settembre 1956. Essa circoscriveva innanzitutto una zona d\u2019intervento omogenea, ovvero quella che si sviluppava intorno a Trappeto e Partinico, delimitata a est da Giardinello e Montelepre e a ovest da Balestrate e da una parte del territorio del comune di Alcamo, comprendendo una superficie di 17.000 ettari e una popolazione di quasi 50.000 abitanti. La relazione descriveva una zona la cui economia si basava fondamentalmente sulla produzione del vino e la cui superficie era coperta dalla coltivazione di vigneti per pi\u00f9 di 8.000 ettari di terreno. Le fasce pi\u00f9 povere della popolazione erano dedite alla pastorizia o al precario bracciantato ed erano le stesse che avevano rapporti diretti o indiretti con il fenomeno del banditismo, che proprio nella zona aveva il suo epicentro. La relazione infine individuava nella concreta prospettiva della realizzazione di una diga sul fiume Jato, che permettesse di incrementare e trasformare l\u2019agricoltura della zona, il modo per poter arginare la drammatica condizione fin qui descritta.<\/p>\n<p>[\u2026]I membri dell\u2019Ais concordavano tutti su alcuni dei principi base dello sviluppo di comunit\u00e0, come ad esempio il superamento di una semplice assistenza, la promozione di strumenti che facilitassero l\u2019autoaiuto, l\u2019implementazione delle capacit\u00e0 tecniche e professionali dei cittadini e soprattutto l\u2019importanza della partecipazione dal basso, che attraverso il dialogo e la discussione rendeva lo sviluppo di comunit\u00e0 uno strumento di democrazia. Per Dolci, per\u00f2, lo sviluppo non poteva fermarsi a un miglioramento delle capacit\u00e0 produttive e della coscienza civica, assumendo invece sfumature religiose e accenti di aspirazioni rivoluzionarie e di trasformazione integrale dell\u2019uomo e dei rapporti umani. Proprio mentre era in corso la costituzione dell\u2019associazione, Aldo Capitini, nel libro\u00a0<em>Rivoluzione Aperta\u00a0<\/em>(1956), descriveva i centri di Dolci come l\u2019esempio migliore in Italia di esperienze che muovevano, appunto, verso la \u00abrivoluzione aperta\u00bb. Capitini elencava alcune caratteristiche dei centri: spontaneit\u00e0 di adesione e libert\u00e0 di separazione in qualsiasi momento; comunione di mezzi e modi di vita; apertura dei servizi a tutti, \u00abdando aiuti di pensiero, parola, cultura, animo, mani, cose, a chi \u00e8 possibile, senza nessuna distinzione\u00bb; eguaglianza di tutti i partecipanti; apertura nei confronti di tutte le idee religiose e politiche, \u00abl\u2019unica cosa che bisogna avere per entrare nel centro \u00e8 la fede che tutti i mali degli uomini sono guaribili, e sentire il dovere di fare il possibile con animo amorevole\u00bb. Erano elementi che Dolci aveva sicuramente ripreso da Capitini, dalla sua esperienza a Nomadelfia e dalla comunit\u00e0 di Agape.<\/p>\n<p>Si deve notare, per\u00f2, come quest\u2019approccio \u201caperto\u201d a tutti, che si basava sulla valorizzazione del contributo volontario di ciascuno, potesse essere problematico per chi in quel momento cercava di impostare un lavoro di comunit\u00e0 per lo sviluppo della zona. Si ponevano, in particolare, una serie di questioni riguardo all\u2019identificazione dei destinatari del lavoro, ai volontari e alla loro formazione. Per spiegare bene la divergenza tra l\u2019impostazione di Dolci e quella di Angela Zucconi possiamo soffermarci sul saggio che quest\u2019ultima aveva scritto nel 1952 per affrontare la questione della leadership locale e del ruolo degli assistenti sociali. Nel saggio si poteva leggere:<\/p>\n<p>Il leader che si presentasse al \u201cvicinato\u201d come il suonatore di Hamelin (e la tentazione \u00e8 fortissima) si accorge ben presto che il Centro sociale diventa fatalmente un punto di attrazione per ogni variet\u00e0 di dilettanti, di falliti, di squalificati e di addomesticati. \u201cGli altri\u201d possono interessarsi a queste iniziative, solo quando chi le sollecita, tiene presente il contesto, quel \u201cmondo migliore\u201d non meglio identificato, per costruire il quale, comunque, non si possono adoperare soltanto gli avanzi. Un centro sociale aperto soltanto a individui dalle \u201cmunizioni bagnate\u201d, un centro sociale dal quale restassero escluse \u201cle anime ad alta tensione\u201d, politica o religiosa, finirebbe per essere un ennesimo istituto di ricovero, anzich\u00e9 un modesto tentativo di rendere vera la democrazia.<\/p>\n<p>Come si intuisce, anche semplicemente dalle scelte linguistiche, il ruolo che Dolci e Zucconi attribuivano al centro sociale non poteva essere pi\u00f9 distante. Da una parte vi era l\u2019apertura, lo sforzo di valorizzare chiunque, anche i pi\u00f9 deboli ed emarginati, dall\u2019altro vi era una visione meno conciliante e pi\u00f9 severa, che puntava all\u2019individuazione delle persone pi\u00f9 capaci a cui affidare la leadership del processo di sviluppo. Lo stesso problema ma da un\u2019angolazione pi\u00f9 intima era presente in una lettera che Gigliola Venturi scriveva a Dolci nel 1956:<\/p>\n<p>Una critica molto severa a te per aver trasportato Borgo da Trappeto a Partinico. Giustamente tu giudichi Trappeto una retroguardia, Partinico la trincea dove pi\u00f9 dura e fervida \u00e8 la battaglia. Sii conseguente allora: bambini piccoli, grandicelli e ragazzi (specialmente se indisciplinati e disordinati come i vostri) sono degli \u201cimpedimenta\u201d, e vanno lasciati nella retroguardia. Mi dici che occorreva, che i ragazzi si sentivano dei privilegiati, che bisognava toglier loro di testa quest\u2019idea. \u00c8 vero, il problema esiste, ma non l\u2019hai risolto, anzi l\u2019hai reso pi\u00f9 difficile. A Partinico i vostri ragazzi si fanno servire dalla mamma o dalle donne del vicinato. Neanche il letto si rifanno, si siedono a tavola e aspettano che Vincenzina, stanca, li serva. Non lavorano, non studiano, non si lavano, si pisciano addosso per pigrizia di andare al gabinetto (parlo specialmente dei pi\u00f9 grandi), di notte rubacchiano i soldi dalle tasche dei grandi e poi reciprocamente tra di loro. Insomma, scusa la durezza, c\u2019\u00e8 talvolta un\u2019atmosfera di pezzenti che si fanno servire da pi\u00f9 pezzenti ancora.<\/p>\n<p>Le critiche di Venturi sembravano ricalcare le paure che Zucconi aveva espresso nel saggio del 1952, mettendo in risalto le contraddizioni presenti in un centro sociale che voleva perseguire una politica di\u00a0<em>empowerment<\/em>, ma finiva per risultare esclusivamente assistenziale.<\/p>\n<p>Queste contraddizioni erano ben presenti nella gi\u00e0 citata inchiesta di Zucconi, Rossi-Doria e Mazzarone del 1956. Nella parte conclusiva del resoconto, gli autori avevano infatti evidenziato alcune criticit\u00e0 del lavoro di Dolci. Innanzitutto, avevano messo in risalto come nella sola estate di quell\u2019anno, tra il campo di lavoro e le inchieste, fossero transitati per Partinico e Trappeto pi\u00f9 di cento giovani, considerando questa eccessiva affluenza un fatto negativo per il rapporto con la popolazione locale. Non soltanto poteva comportare incomprensioni e momenti di tensione, ma l\u2019organizzazione dei giovani volontari sottraeva notevoli energie a Dolci. Suggerivano anche di scegliere se portare avanti \u00abun\u2019azione tutta rivolta al miglioramento materiale e spirituale della gente di Trappeto e di Partinico\u00bb oppure \u00abun\u2019opera di assistenza ai giovani che risultano per la grande maggioranza dei disadattati\u00bb. Le loro critiche inoltre non risparmiarono l\u2019atteggiamento di molti volontari che erano portati a \u00abidentificarsi\u00bb con \u00abla gente in mezzo alla quale lavorano\u00bb. Dolci aveva sempre considerato essenziale una sorta di comunione con le persone locali e ci\u00f2 \u00e8 testimoniato dalla sua scelta di vita e dalla sua decisione di sposare una vedova del luogo. Ben diversa era la posizione degli autori del resoconto, che si spaventarono soprattutto per le condizioni in cui trovarono, durante la loro visita, Goffredo Fofi a Cortile Cascino. Questo episodio \u00e8 ricordato dallo stesso Fofi in un suo lavoro del 1994, in cui ha scritto:<\/p>\n<p>Dopo pochi mesi di vita nel Cortile ero sporco e piagato come un ragazzo del posto; e Rocco Mazzarone, che venne in visita assieme ad Angela Zucconi e Manlio Rossi-Doria si spavent\u00f2 della mia denutrizione, e ne fece, mi ha detto anni dopo, tutta una questione con Danilo. Mi hanno anche detto che questi amati maggiori [le persone del luogo] mi chiamavano tra loro \u201cSan Giovannino\u201d [\u2026]. Avevo capito quale pericolo di inefficienza comporti farsi troppo assorbire, diventare troppo come le persone che dovresti assistere o aiutare a cambiare, abolire ogni distanza, farsi totalmente simile. Eppure, quella del Cortile, \u00e8 stata l\u2019esperienza pi\u00f9 viva, pi\u00f9 bella che io abbia vissuto, l\u2019esperienza di un assoluto negarsi in una collettivit\u00e0, di un\u2019osmosi assiepata, calda, quasi feroce60.<\/p>\n<p>Danilo Dolci, si era ormai allontanato dall\u2019impostazione religiosa iniziale e non era affatto contrario a una impostazione tecnica del lavoro. La sua formazione di architetto e i contatti con gli esperti di sviluppo sociale dell\u2019Ais lo avevano portato a considerare positivamente l\u2019apporto che i tecnici po- tevano dare al suo esperimento in Sicilia. La questione era semmai trovare una sintesi che non comportasse l\u2019eccessivo snaturamento della sua esperienza. Questa preoccupazione \u00e8 testimoniata dalle ripetute lettere a Capitini dell\u2019ottobre 1956, mese in cui si stava lavorando alla costruzione dell\u2019Ais. In queste lettere Dolci pregava l\u2019amico di essere presente alle riunioni preparatorie perch\u00e9 senza la sua partecipazione \u00able cose potrebbero non impostarsi perfettamente\u00bb. In particolare, in una lettera del 21 ottobre, Dolci scriveva:<\/p>\n<p>inutile specificarti come sia importante, indispensabile diremmo, che tu con tutti i tuoi consigli (e progetti e dubbi e critiche), partecipi a questa riunione attesa da mesi. \u00c8 il momento decisivo: la forma, la buona organizzazione e l\u2019efficienza del piano, ormai dipenderanno soprattutto dall\u2019intesa, tanto profonda quanto franca e cordiale, tra tutti noi.<\/p>\n<p>Dolci sembrava auspicare che Capitini, con la sua esperienza e saggezza, svolgesse un ruolo da garante nella sintesi tra le diverse anime dell\u2019Ais e che salvaguardasse in particolare quell\u2019impostazione di \u201capertura\u201d che stava tanto a cuore a entrambi.<\/p>\n<p>Nella crisi del primo comitato esecutivo furono determinanti i dissidi circa il comportamento da tenere nei confronti delle autorit\u00e0 pubbliche. Rossi-Doria, Zucconi e Balbo consideravano il metodo di pressione nonviolento come un ostacolo al lavoro sul territorio. Manifestazioni eclatanti, come i digiuni organizzati da Dolci nel 1956-57, creavano tensioni con le autorit\u00e0 locali e nazionali, contravvenendo ad uno dei presupposti per una serena azione sul territorio. I tre ritenevano che una funzione di ausilio tecnico-amministrativo allo sviluppo socio-economico che il paese stava vivendo fosse il miglior modo per sostenere un\u2019azione altamente positiva nel processo di trasforma- zione del meridione. Dall\u2019altro lato Dolci in un saggio dal titolo\u00a0<em>Ci\u00f2 che ho imparato\u00a0<\/em>(1967) avrebbe dichiarato che non era sufficiente prendere coscienza di un problema per risolverlo. Quando il problema \u00e8 risolvibile in piccola scala, al gruppo non resta che mettersi di buona lena e risolverlo. Ma nel caso di soluzioni che vanno oltre le competenze del piccolo gruppo, per esempio la costruzione di una diga o l\u2019ottenimento del pieno impiego, era necessario fare attraverso gli strumenti della nonviolenza, della non-collaborazione, e \u00aboperando pubblicamente in tutte le diverse forme che possono venir suggerite dalle circostanze, dalla propria coscienza e dalla necessit\u00e0\u00bb. Per Dolci, dunque, la valorizzazione avviene non soltanto attraverso la formazione tecnica ma anche attraverso la mobilitazione sociale, che mira sia alla conquista di opere fondamentali per il territorio, sia alla formazione di una societ\u00e0 giusta ed eguale. Volendo sintetizzare, sembrerebbero riproposte le differenze evidenziate dalla letteratura sociologica tra un approccio di sviluppo di comunit\u00e0, seguito da Zucconi, Rossi-Doria e Balbo, e uno di organizzazione di comunit\u00e0, seguito da Dolci. Con la conseguenza che nel primo caso all\u2019operatore di comunit\u00e0 viene riservato il ruolo di mediatore, nel secondo caso quello di agitatore\/attivista. Per Dolci i due approcci, in realt\u00e0, erano complementari e andavano entrambi nella direzione da lui auspicata, ovvero quella di una trasformazione delle condizioni materiali, morali e relazionali del territorio in questione. Questo tentativo di sintesi, invece, era considerato problematico e fonte d\u2019instabilit\u00e0 da molti membri dell\u2019associazione.<\/p>\n<p>Per spiegare la definitiva crisi dell\u2019Ais dobbiamo aggiungere alla riflessione un ultimo elemento, ovvero il ruolo e il peso che la leadership di Dolci esercitava sul lavoro sociale cos\u00ec come era stato impostato. A differenza di altri lavori di comunit\u00e0 coevi e successivi, il lavoro in Sicilia, nonostante il contributo di volontari, intellettuali ed esperti, nasceva dall\u2019azione individuale di Dolci. Il tentativo peculiare di trovare una sintesi tra lavoro di comunit\u00e0 e metodo nonviolento rendeva l\u2019esperimento di grande fascino e interesse per diversi ambienti nazionali e internazionali ma, al tempo stesso, finiva per legare ancora pi\u00f9 strettamente l\u2019esperimento siciliano alla sua leadership carismatica. [\u2026]<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/le-reti-di-danilo-dolci-e-lorganizzazione-di-comunita-tra-mediazione-e-agitazione\/\">https:\/\/gliasinirivista.org\/le-reti-di-danilo-dolci-e-lorganizzazione-di-comunita-tra-mediazione-e-agitazione\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GLI ASINI (Marco Grifo) Foto di Camillo Pasquarelli Venticinque anni fa, il 30 dicembre 1997, moriva a Trappeto, in provincia di Palermo, Danilo Dolci. 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