{"id":76620,"date":"2023-01-13T10:00:38","date_gmt":"2023-01-13T09:00:38","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=76620"},"modified":"2023-01-12T19:27:15","modified_gmt":"2023-01-12T18:27:15","slug":"la-guerra-capitalista-competizione-centralizzazione-nuovo-conflitto-imperialista-mimesis-2022","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=76620","title":{"rendered":"La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista (Mimesis 2022)"},"content":{"rendered":"<p><strong>da ECONOMIA &amp; POLITICA (Roberto Romano)<\/strong><\/p>\n<p>La guerra capitalista di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, arricchita dalla postfazione di Roberto Scazzieri, riprende e attualizza una delle pi\u00f9 importanti tesi di Marx: la tendenza verso la centralizzazione del capitale, \u201cuna tendenza verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani, che disgrega l\u2019ordine liberaldemocratico e alimenta la guerra militare tra nazioni\u201d. Come sottolineano gli autori nella introduzione, all\u2019interno del libro viene spiegato e approfondito \u201cil legame tra centralizzazione capitalistica e assedio alla democrazia\u201d (p. 9). L\u2019intuizione di Marx relativa al processo di centralizzazione dei capitali viene pertanto trattata e approfondita alla luce delle recenti dinamiche economiche internazionali. La forza della legge relativa alla centralizzazione del capitale viene aggiornata e sistematizzata grazie alla network analysis. Gli autori calcolano un nuovo indice di network control che misura la percentuale degli azionisti detentori dei pacchetti di controllo della parte preponderante del capitale azionario quotato nelle borse (p. 99-137). In tal modo \u00e8 possibile pervenire al \u201cvalore intrinseco del capitale controllato seguendo tutti i percorsi diretti e indiretti delle partecipazioni azionarie\u201d (p. 107) .<br \/>\nAttraverso l\u2019impiego di un modello vettoriale autoregressivo bayesiano (che viene ben spiegato in modo molto chiaro nella appendice a cura di Milena Lopreite e Michelangelo Puliga) Brancaccio, Giammetti e Lucarelli possono mettere in relazione la politica monetaria delle Banche Centrali con gli indici di centralizzazione precedentemente ricavati: una politica monetaria restrittiva, cio\u00e8 un aumento dei tassi di interesse, \u201cconduce a una riduzione del net control, ovvero alla riduzione della frazione di azionisti di controllo del capitale\u201d (p. 124). Questo risultato sorprende gli autori (la novit\u00e0 in effetti esiste, se si considera l\u2019analisi econometrica), ma \u00e8 dentro la logica e il funzionamento del sistema capitalistico: se infatti consideriamo i recenti aumenti dei tassi di interesse della BCE \u2013 senza entrare nel merito della utilit\u00e0 o meno dell\u2019operazione \u2013 \u00e8 del tutto evidente che sono poche le societ\u00e0 che possono generare dei profitti sufficienti per compensare l\u2019aumento dei tassi. Pensando all\u2019Europa, l\u2019aumento dei tassi determiner\u00e0 non tanto la morte di alcune imprese, piuttosto una riorganizzazione verticale delle stesse dal basso verso l\u2019alto o, in altri termini, dalla periferia al centro .<br \/>\nL\u2019analisi di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli relativa alla centralizzazione\/concentrazione dei capitali \u00e8 puntuale e per molti versi condivisibile, tuttavia, dal mio punto di vista, \u00e8 necessario sottolineare la superiorit\u00e0 di un\u2019analisi storica che non ricorra per forza alle tecniche econometriche per presentarsi come scientifica. Esistono per esempio alcune variabili che non possono essere trattate all\u2019interno dei modelli econometrici che gli autori utilizzano per sostenere le loro tesi: la centralizzazione dei capitali e financo della propriet\u00e0 sono condizionate dalla dimensione di scala necessaria per realizzare beni e servizi su cui incide anche la dimensione geopolitica. Non c\u2019\u00e8 solo la concentrazione dei capitali finanziari che danno luogo a relazioni conflittuali fra debitori e creditori, poich\u00e9 la fine dell\u2019era del dollaro presuppone un problema politico fondamentale irriducibile alle dinamiche finanziarie. Mi riferisco alla ricerca di un equilibrio superiore rispetto alla nuova geografia economica. Con questo termine \u2013 che riprendo in particolare dal quadro concettuale ricavabile dai lavori di Paolo Leon \u2013 intendo un assetto dell\u2019economia mondiale caratterizzato dall\u2019impiego di tecniche in grado di sfruttare al meglio le conoscenze tecnologiche disponibili, ci\u00f2 che comporta una riorganizzazione delle catene del valore su scala globale. Questa riorganizzazione delle catene del valore si risolve per l\u2019appunto in una nuova geografia economica. Quando nei miei scritti parlo di Storia con la s maiuscola, intendo proprio riferirmi a questa complessa dinamica che non \u00e8 riducibile a una mera analisi quantitativa.<br \/>\nAnche gli autori riflettono sulla Storia economica recente e sul nuovo assetto finanziario internazionale (p. 19-95). Un passaggio di fondamentale importanza nella comprensione del fenomeno lo troviamo quando Brancaccio, Giammetti e Lucarelli discutono la tesi di Rudolf Hilferding per chiarire i nuovi assetti istituzionali del capitale: \u201ci settori del capitale industriale, commerciale e bancario, un tempo divisi, vengono posti sotto la direzione comune dell\u2019alta finanza\u201d, secondo un processo che \u201cha come base il superamento della libera concorrenza\u201d (p. 39), oppure quando citano The Economist (2018): \u201cLe pi\u00f9 grandi aziende del mondo non solo stanno diventando pi\u00f9 grandi in termini assoluti, ma stanno anche trasformando un numero enorme di aziende pi\u00f9 piccole in mere appendici\u201d (p. 27).<br \/>\nQual \u00e8 l\u2019esito politico di queste tendenze? Riferirsi genericamente alla categoria di imperialismo appare molto problematico, e gli autori ne sono consapevoli (si veda in particolare l\u2019appendice a cura di Emiliano Brancaccio e Carmen Vita). In cosa consiste il nuovo conflitto imperialista che nel libro emerge come esito della centralizzazione dei capitali? Un testo che andrebbe ripreso, costruendo una comparazione con la situazione contemporanea \u2013 testo che gli autori citano, ma che a mio avviso non discutono in modo adeguato \u2013 \u00e8 Moneta e Impero. Economia e finanzia internazionale dal 1890 al 1914 di Marcello De Cecco: ripercorrendo la storia del sistema aureo e della sua crisi De Cecco dimostra infatti che non furono tanto i meccanismi spontanei di mercato a garantire l\u2019aggiustamento degli squilibri, quanto i rapporti gerarchici fra nazioni che si creavano negli scenari politici internazionali . \u00c8 mia convinzione che solo una ricostruzione storica delle relazioni internazionali che si sviluppano attorno alla evoluzione dei sistemi economici possa condurre ad una reale comprensione della nuova geografia economica, dunque anche a una spiegazione delle tensioni belliche che la caratterizzano. Il rischio che si corre trascurando un approccio come quello di De Cecco \u00e8 che l\u2019analisi politica venga eccessivamente ridimensionata. La mia impressione \u00e8 che la politica economica (normativa) nel testo di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli resti soffocata da una sorta di ineluttabilit\u00e0 del movimento del capitale.<br \/>\nCosa comporta sul piano storico, o meglio sul piano della evoluzione istituzionale, che i capitali maggiori battono i minori , per dirla con lo Schumpeter studioso di Marx? Nel Capitale Marx cercava le leggi di movimento della societ\u00e0 moderna, ma non la fine della Storia. La Storia e la societ\u00e0 in Marx non sono regolate una volta per sempre, sono invece il riflesso dello sviluppo tecnico e organizzativo della societ\u00e0 . L\u2019aumento di capitale pu\u00f2 e deve essere la conseguenza di un nuovo mercato, cio\u00e8 di una nuova struttura istituzionale costruita per lo sfruttamento di nuove opportunit\u00e0 economiche. In questa prospettiva un capitalismo senza crisi \u00e8 inconcepibile. Dobbiamo pur considerare che l\u2019economia capitalistica \u201c\u00e8 costantemente rivoluzionata dall\u2019interno da nuove intraprese, cio\u00e8 dall\u2019immissione, nel quadro esistente della struttura industriale, di nuove merci, o di nuovi modi di produzione, o di nuove opportunit\u00e0 di commercio\u201d. Questa costante rivoluzione della struttura industriale non \u00e8 di fatto considerata ne La guerra capitalista. Tuttavia, la mia tesi \u00e8 che da essa dipendano principalmente gli scontri sul piano giuridico che precedono il protezionismo e il friend shoring, l\u2019anticamera delle tensioni belliche, su cui Brancaccio, Giammetti e Lucarelli si concentrano. L\u2019insieme di moduli e di tecniche giuridiche utilizzate da chi dispone delle risorse e della capacit\u00e0 di trasformarle \u00e8 almeno tanto importante quanto gli squilibri finanziari fra debitori e creditori che per gli autori sembrano rappresentare la principale causa della guerra: \u201cUna risorsa, una volta codificata legalmente, pu\u00f2 generare ricchezza per chi la detiene. La codifica giuridica del capitale \u00e8 un processo ingegnoso senza il quale il mondo non sarebbe mai arrivato ai livelli di ricchezza attuali, eppure il processo in s\u00e9 \u00e8 stato in genere celato\u201d .<br \/>\nQuanto ricordato, in fondo, pu\u00f2 spiegare le principali conseguenze della centralizzazione del capitale in sempre meno mani. Come scrivono gli autori: \u201ci creditori liquidano e assorbono i debitori, a colpi di esportazioni di capitale, acquisizioni e fusioni\u201d (p. 9). Il fatto per\u00f2 che \u201cuna centralizzazione imperialista del capitale [sia] destinata a riscrivere nel sangue il quadro dei rapporti di forza, tra nazioni e tra le classi\u201d (p. 10) appare una conclusione troppo perentoria. Come sottolinea anche Paul Sweezy le cos\u00ec dette leggi di Marx non sono propriamente predizioni del futuro. Anche Joseph A. Schumpeter (1955) restituisce un Marx analista della Storia, che possiamo condensare in due preposizioni: \u201cle forme e le condizioni di produzione sono le determinanti fondamentali delle strutture sociali, che, a loro volta, alimentano comportamenti, modi di azione, civilt\u00e0\u201d. L\u2019evoluzione istituzionale fa ogni tanto capolino all\u2019interno del libro; non \u00e8 un caso che gli autori siano costretti a misurarsi con Norberto Bobbio (p. 95) allorquando accus\u00f2 la sinistra, specialmente quella marxista, di non avere una teoria dello Stato: tutta la riflessione dei comunisti, a suo parere, concerneva soltanto la questione della presa del potere statuale, non anche quella del modo in cui codesto potere, una volta \u201cpreso\u201d, avrebbe dovuto essere esercitato. Tuttavia, Brancaccio, Giammetti e Lucarelli sembrano ricondurre questi aspetti del problema alla \u201clegge\u201d della centralizzazione dei capitali.<br \/>\nQual \u00e8 il nesso fra la centralizzazione dei capitali e la guerra? La terza parte del libro, che raccoglie interventi del solo Emiliano Brancaccio cerca di rispondere principalmente a questa domanda: \u201cLa tendenza verso la centralizzazione, insomma, potrebbe dar vita a un vero conflitto, una guerra capitalista tale da retroagire sullo stesso meccanismo di movimento, che potrebbe quindi divenire pi\u00f9 tortuoso e incerto\u201d (p. 143). \u00c8 difficile non essere catturati dalle tesi enunciate in questa parte del testo, ma ancora una volta la pi\u00f9 grande contesa internazionale e la necessaria rigenerazione delle istituzioni del capitale internazionale restano sacrificate all\u2019interno di un discorso che riduce a spazi angusti l\u2019analisi politica. In particolare, vorrei invitare gli autori a considerare che sebbene Russia e Ucraina \u201ccombattano\u201d una guerra fatta per procura in cui i contrasti da risolvere rinviano a quelli esistenti fra gli Stati Uniti e l\u2019area Euro-asiatica, dobbiamo pur considerare le specificit\u00e0 cinesi. La Cina ha un interesse che non \u00e8 in nessun modo riconducibile a questo conflitto. Essa ha una domanda potenziale enorme davanti a s\u00e9, mentre Stati Uniti ed Europa hanno una domanda declinante che gli Stati Uniti vogliono tutta per s\u00e9. Forse la BCE pu\u00f2 favorire una ulteriore centralizzazione del capitale in Europa attraverso l\u2019incremento dei tassi di interesse, ma il capitale su cui l\u2019Europa pu\u00f2 fare affidamento, sebbene diversamente concentrato, \u00e8 troppo piccolo e subalterno agli Stati Uniti. La Cina sembra giocare un\u2019altra partita. Una partita molto pi\u00f9 grande che non riguarda solamente il problema della domanda declinante che stanno invece affrontando Unione Europea e Stati Uniti.<br \/>\nLa postfazione di Roberto Scazzieri, che riconosce l\u2019importanza del lavoro condotto da Brancaccio, Giammetti e Lucarelli, ha il pregio di completare e chiarire un quadro concettuale che nel libro appare troppo spesso sottointeso: \u201cQuesta ricerca propone un\u2019economia politica delle relazioni internazionali secondo una prospettiva che unisce all\u2019analisi delle interdipendenze materiali la considerazione del contesto istituzionale di un\u2019economia di mercato globalizzata, e di relazioni fra Stati che in parte riflettono asimmetrie e tensioni generate nella sfera stessa dei rapporti economici internazionali [\u2026] I tentativi di affermare e sostenere posizioni egemoniche attraverso la centralizzazione, cos\u00ec come il contrasto a questi processi, sono, secondo gli autori, un elemento fondamentale per spiegare i conflitti fra Stati-economia che partecipano al sistema globale delle interdipendenze fra mercati\u201d (p. 230 e p. 232).<br \/>\nIn ragione delle considerazioni avanzate da Scazzieri possiamo porre la seguente domanda: esiste un quadro di riferimento tecnico e politico per riconfigurare gli equilibri che gli autori reputano in qualche misura immutabili?<br \/>\nLe considerazioni di Scazzieri aiutano a sviluppare un discorso urgente che La guerra capitalista ha il merito di introdurre: \u201ci conflitti generati all\u2019interno di un\u2019economia di scambio possono essere considerati come espressione di contrasti per il controllo di scarsit\u00e0 effettive o potenziali (\u2026) Ci si pu\u00f2 chiedere se i processi di controllo della scarsit\u00e0 attraverso centralizzazione e conflitti possano essere modificati da dinamiche tecnologiche e istituzionali capaci di intervenire sull\u2019antagonismo-coesistenza fra scarsit\u00e0 e producibilit\u00e0 attraverso il contenimento delle scarsit\u00e0 artificiali\u201d. (p. 234)<br \/>\nLe considerazioni sollevate conducono a delle questioni che mi pare importante analizzare: le asimmetrie sottese all\u2019analisi del libro \u2013 e che appaiono in superficie come relazioni fra paesi debitori e paesi creditori \u2013 sono relative alla conoscenza? All\u2019alta tecnologia? Alle economie di scala?<br \/>\nNon \u00e8 il caso di aprire in questa sede una riflessione puntuale sulle domande appena formulate (alle quali andrebbe aggiunta anche una domanda sulla rilevanza della demografia come fattore di polarizzazione dello sviluppo) , ma tutte concorrono a considerare quelle asimmetrie nel mercato che solo l\u2019azione pubblica potrebbe correggere. Ma l\u2019azione pubblica, soprattutto di fronte allo spettro di una guerra mondiale, deve essere collocata a un livello geopolitico adeguato. In gioco c\u2019\u00e8 la nuova geografia economica, o meglio, la Storia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.economiaepolitica.it\/in-punta-di-teoria\/la-guerra-capitalista-competizione-centralizzazione-nuovo-conflitto-imperialista-mimesis-2022\/\">https:\/\/www.economiaepolitica.it\/in-punta-di-teoria\/la-guerra-capitalista-competizione-centralizzazione-nuovo-conflitto-imperialista-mimesis-2022\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da ECONOMIA &amp; POLITICA (Roberto Romano) La guerra capitalista di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, arricchita dalla postfazione di Roberto Scazzieri, riprende e attualizza una delle pi\u00f9 importanti tesi di Marx: la tendenza verso la centralizzazione del capitale, \u201cuna tendenza verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani, che disgrega l\u2019ordine liberaldemocratico e alimenta la guerra militare tra nazioni\u201d. 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