{"id":77337,"date":"2023-02-16T13:51:37","date_gmt":"2023-02-16T12:51:37","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=77337"},"modified":"2023-02-16T13:51:37","modified_gmt":"2023-02-16T12:51:37","slug":"cristina-calderon-herban-e-la-lingua-scomparsa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=77337","title":{"rendered":"Cristina Calder\u00f3n Herban e la lingua scomparsa"},"content":{"rendered":"<p><strong>di DOPPIOZERO (Cristiano Denanni)<\/strong><\/p>\n<p>Qual \u00e8 il suono\u00a0di un&#8217;umanit\u00e0 che scompare? Che voce ha quel momento? E che cosa succede a noi, quando un evento del genere accade? Perch\u00e9 questo evento ci riguarda. Anche se non ne sappiamo nulla. E anche se non sappiamo che ci riguarda.<\/p>\n<p>Viviamo nella scontatezza delle cose che ci sono. Viviamo sapendo ma non percependo che tutto \u00e8 temporaneo, noi per primi e poi l&#8217;intorno, che costruiamo, che tocchiamo, da cui ci facciamo abbagliare e consumare.<\/p>\n<p>Se ogni nostro gesto, anche il pi\u00f9 casuale, \u00e8 quasi totalmente inserito in una reciprocit\u00e0 di responsabilit\u00e0 \u2013 e di cause ed effetti \u2013 cos\u00ec ramificati che la nostra mente non \u00e8 in grado di comprendere, n\u00e9 tantomeno sviscerare, allora s\u00ec, quell&#8217;umanit\u00e0 che scompare si porta via qualcosa che \u00e8 anche nostro.<\/p>\n<p>Mi sono fatto queste domande, la prima volta, in un febbraio australe di pochi anni fa, quando ebbi modo d&#8217;incontrare, nella Tierra del Fuego, sulla Isla Navarino in Cile, Cristina Calder\u00f3n Herban. Allora Cristina era l&#8217;ultima donna in vita di una etn\u00eca, gli Yagan, che avevano vissuto per circa seimila anni in quelle terre del sud della Patagonia, e che con lei avrebbero concluso la loro storia, il loro viaggio, la loro possibilit\u00e0 su questa terra.<\/p>\n<p>Cristina era, anche, l&#8217;ultima persona al mondo a parlare una lingua, quella degli Yamana, altro termine con cui si indicava il suo popolo (<em>onaa\u0161\u00e1ka<\/em>\u00a0nel loro idioma, ma nominato anche\u00a0<em>Y\u00e1gankuta<\/em>\u00a0dalla loro comunit\u00e0). Una lingua, secondo alcune fonti, costituita da oltre trentamila vocaboli, dunque molto ricca, capace di particolareggiare, di esprimere idee e concetti costituiti di pi\u00f9 strati, una lingua che si scostava dallo &#8220;standard&#8221; (brutta parola questa, ma di un&#8217;altra lingua) canonico.<\/p>\n<p>Cristina compil\u00f2, con l&#8217;aiuto di Cristina Z\u00e1rraga, un dizionario che contenesse (e ricordasse) quanti pi\u00f9 vocaboli possibile della lingua della sua storia, e del suo popolo (ricordiamo per\u00f2 che un primo dizionario di lingua Yamana era gi\u00e0 stato scritto a met\u00e0 del 1800 da Thomas Bridges, primo missionario e linguista britannico a compiere un viaggio presso le terre estreme della Patagonia). Cristina poi incise anche un CD con la sua voce che pronunciava, e parlava, quella lingua.<\/p>\n<p>Scrisse pi\u00f9 di un libro di memorie, uno di questi compilato a quattro mani con la sorella Ursula, morta pochi anni prima \u2013 ha la copertina rossa e riporta nel titolo queste parole: &#8220;Hai kur mamashu chis&#8221;, che in spagnolo significano &#8220;Quiero contarte un cuento&#8221;, voglio narrarti una storia, ed \u00e8 il racconto della loro famiglia.<\/p>\n<p>Partecip\u00f2 a ricerche antropologiche sulla storia del suo popolo e divenne lei stessa una studiosa della lingua Yamana che, in fin dei conti, fino all&#8217;et\u00e0 di dieci anni circa era l&#8217;unico idioma che conoscesse. Ebbe modo di raccontarne ai bambini nelle scuole e di parlarne, inoltre, in una sequenza di uno dei bellissimi film documentari del regista cileno Patricio Guzm\u00e1n. \u00c8 stata letteralmente una portavoce della sua lingua madre, e, nella lingua, del suo mondo, prima che questi svanissero.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/27-185153_tbyq_cristina_calderonx1x.jpeg\" alt=\"n\" width=\"800\" height=\"420\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"653c0253-f14f-4806-a196-33948ad26f3d\" \/><\/p>\n<p>Cristina viveva l\u00ec, in una casetta bianca sulle rive del Canal Beagle, incarnando, con la complicit\u00e0 di quegli stessi luoghi, un molteplice particolarissimo primato, l&#8217;essere l&#8217;ultimo individuo di un intero popolo, l&#8217;ultimo che sa parlare una lingua che morir\u00e0 assieme a lei, all&#8217;interno di un villaggio \u2013 Villa Ukika \u2013 che \u00e8 l&#8217;ultimo centro abitato australe (un chilometro a est di Puerto Williams) prima del tratto di mare alla confluenza tra Atlantico e Pacifico (a detta degli esperti il pi\u00f9 bizzoso del pianeta), che a sua volta anticipa l&#8217;Antartide. Un insieme, esotico ma reale, e prezioso, di ultime cose di un mondo che vive perdendo la pelle, lasciando tracce, e soltanto a volte curando, ma in quei casi con caparbiet\u00e0, possibili memorie di s\u00e9.<\/p>\n<p>Cristina se n&#8217;\u00e8 andata il 16 febbraio del 2022, all&#8217;et\u00e0 di 93 anni.<\/p>\n<p>Quale vincolo vi \u00e8 tra madrelingua e madre terra?<\/p>\n<p>La lingua, la nostra,\u00a0<em>\u00e8<\/em>\u00a0la nostra terra. E questa terra ci ricorda che il pi\u00f9 di ci\u00f2 che siamo \u00e8 costituito da ci\u00f2 che non sappiamo.<\/p>\n<p>Eppure anche lingue a noi straniere possono migrare conoscenza alla nostra terra\/lingua. Magari aiutandoci a riposizionarla. A collocarla.<\/p>\n<p>Se centinaia di idiomi differenti dicono \u201cbicchiere\u201d, pu\u00f2 modificarsi anche il concetto che abbiamo di quell&#8217;oggetto? E quante parole d&#8217;altrui idiomi, alle nostre orecchie significano pi\u00f9 chiaramente\u00a0<em>quella cosa l\u00e0<\/em>?<\/p>\n<p>Siamo una possibilit\u00e0 del mondo \u2013 ed un modo di stare in esso \u2013 perch\u00e9 abbiamo avuto la possibilit\u00e0 \u2013 una fra le tante \u2013 del nostro linguaggio. Se avessimo posseduto, o conosciuto, parole diverse, avremmo vissuto vite diverse, in una realt\u00e0 differente. La lingua \u00e8 l&#8217;orizzonte del nostro tempo. Abitiamo la nostra lingua nella misura in cui la mattina, alla finestra, riconosciamo quel che vediamo. A un altro idioma, corrisponde un altro panorama. In un ipotetico mondo recente, ci ricorda Gabriel Garc\u00eda M\u00e0rquez, le cose ancora senza nome bisogna indicarle col dito. Ma un mondo indicato col dito, \u00e8 necessariamente un altro. E un oggetto indicato soltanto col dito, in qualche modo deve nascere ancora.<\/p>\n<p>Quanta intenzione abbiamo messo nel generare il linguaggio? Ma anche, all&#8217;inverso: quanto la geografia ci ha condizionati nel coniare un linguaggio? Parole con suoni aperti, o gutturali, e poi tronche, accenti, gesti, sintassi, sono risultanti del territorio, come lo siamo noi stessi. E in quale misura ne siamo (stati) artefici intenzionali?<\/p>\n<p>Mi rendo conto, sto compilando un testo con una cospicua quantit\u00e0 di domande, e rileggendo appare chiaro che non corrispondono ad altrettante risposte. Ma una lingua non \u00e8 soprattutto il nostro sistema migliore \u2013 o semplicemente pi\u00f9 immediato \u2013 di porci domande sulla forma e i modi di girarci intorno del mondo e, nel mondo, delle complicazioni \u2013 e le implicazioni \u2013 del tempo? Esisterebbe\u00a0<em>il tempo<\/em>\u00a0se non vi fosse la lingua a significarlo? Esisterebbe la relazione che ciascuno di noi intesse con esso? Esisterebbero le societ\u00e0 per azioni, le franchigie sulle coperture assicurative, le cause legali, i matrimoni, le linee del fronte, le nazioni, i confini, le democrazie, fino ad arrivare alla labile, e inconcludente, diatriba tra le idee di bene e di male, senza la parola, e il relativo linguaggio? \u00c8 evidente, persino banale: no. Quanto di noi non sarebbe, ovvero quanto non saremmo, quanto di noi non avrebbe vita, senza lingua? E a seguire: come vivremmo con altre parole?<\/p>\n<p>Lo so, lo vedo, ancora domande. Forse perch\u00e9 esse sono la porta d&#8217;ingresso della lingua al discorso su se stessa.<\/p>\n<p>Che suono emette, dunque, una umanit\u00e0 che scompare, portandosi appresso, come un segreto, un linguaggio di trentamila parole? \u00c8 scritto in almeno due dizionari, ora, l&#8217;idioma degli Yaghan, \u00e8 vero. Ma nessuno lo parla. Non pi\u00f9. E che lingua \u00e8 una lingua non parlata? Esiste? Probabilmente nella misura in cui esiste una sinfonia scritta su di uno spartito chiuso in un cassetto. Eppure il mondo l&#8217;ha modificato, detto, plasmato, per seimila anni.<\/p>\n<p>Ricordo che alcuni anni fa persino il Guinness dei primati si occup\u00f2 della lingua Yamana \u2013 un certo termine era stato dichiarato il pi\u00f9 sintetico ma anche di pi\u00f9 difficile traduzione al mondo. Si tratta di\u00a0<em>Mamihlapinatapai<\/em>. Si tradurrebbe cos\u00ec: &#8220;<em>guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l&#8217;altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo&#8221;.\u00a0<\/em>Quanto ci potremmo riconoscere, noi stessi? Io, con schietta onest\u00e0, posso dire d&#8217;aver \u201cpraticato\u201d \u2013 o assecondato \u2013 il\u00a0<em>Mamihlapinatapai<\/em>\u00a0decine di volte in vita mia. Ma la questione, ora, \u00e8 un&#8217;altra. Al di l\u00e0 della sua tortuosa pronunciabilit\u00e0, \u00e8 infatti evidente che un termine riferito a una costruzione concettuale tanto articolata non faccia parte del nostro ventaglio semantico. Non \u00e8 la nostra terra, quell&#8217;idioma. Ecco tornare la corrispondenza tra madrelingua e madre terra.<\/p>\n<p>Il suono, o il grido che emette un popolo che muore porta in s\u00e9 molteplici significati per l&#8217;intera nostra storia, per la storia del nostro genere, per la vita nello spazio e nel tempo a noi dedicati, o di cui ci siamo appropriati, su questa terra. Ma il suono di una lingua che muore, forse pi\u00f9 significativamente ancora, viene a dirci che \u00e8 andata persa una parte di quella stessa terra, che ci apparteneva. Anche se non ci fossimo spinti mai fino l\u00e0. Come una parte della nostra casa, chiusa, murata, per sempre. Un possibile modo di dire, e di abitare il mondo. Un modo possibile di dirci, di abitarci, e di capirci, e di raccontarci.<\/p>\n<p>La nostra lingua \u00e8 una testimonianza. Ed \u00e8 condanna e assoluzione. \u00c8 favola, arcano, svisceramento. In essa ci evolviamo, o involviamo. Cambiamo. Diveniamo. Attraverso di essa, a partire dalla rivoluzione cognitiva di settantamila anni fa abbiamo cominciato a plasmare il mondo, ovvero a narrarcelo in funzione delle nostre parole, del tipo di linguaggio che, nella geografia e via via nel tempo, abbiamo coniato. Prima ancora della rivoluzione agricola, scientifica e industriale, il nostro segno sul mondo lo abbiamo posto con la parola. Dopo il fuoco e prima degli strumenti e delle macchine, dell&#8217;amore, dell&#8217;odio, dei primi viaggi e del resto della storia, e delle storie.<\/p>\n<p>Aveva lineamenti incisi, percorsi in tratti verticali dal tempo e dal freddo, Cristina Calder\u00f2n, ma uno sguardo mite e stupito ancora. Primigenio. Quasi un testamento. Forse lei non si \u00e8 portata appresso questi interrogativi, perch\u00e9 li ha incarnati, ed \u00e8 bastato esserne vita.<\/p>\n<p>M&#8217;immagino che il suono di un&#8217;umanit\u00e0 che scompare assomigli a quello di uno strumento che viene meno nell&#8217;insieme di una grande orchestra. Come un grido sordo. Un&#8217;assenza che si fa presente. \u00c8 solo un&#8217;ipotesi, una possibile fra migliaia. Perch\u00e9 anche il racconto di un popolo e di una lingua si fa con le parole.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/styles\/r_articolo_desktop_w838\/public\/1024px-Cristina_Caldero%CC%81n_8639878993_cropped.jpeg?itok=cfkGoBER\" \/><\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/cristina-calderon-herban-e-la-lingua-scomparsa\">https:\/\/www.doppiozero.com\/cristina-calderon-herban-e-la-lingua-scomparsa<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di DOPPIOZERO (Cristiano Denanni) Qual \u00e8 il suono\u00a0di un&#8217;umanit\u00e0 che scompare? Che voce ha quel momento? E che cosa succede a noi, quando un evento del genere accade? Perch\u00e9 questo evento ci riguarda. Anche se non ne sappiamo nulla. E anche se non sappiamo che ci riguarda. Viviamo nella scontatezza delle cose che ci sono. 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