{"id":78068,"date":"2023-03-22T09:00:41","date_gmt":"2023-03-22T08:00:41","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=78068"},"modified":"2023-03-20T14:01:15","modified_gmt":"2023-03-20T13:01:15","slug":"iraq-i-numeri-di-20-anni-di-massacri-a-guida-usa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=78068","title":{"rendered":"Iraq, i numeri di 20 anni di massacri a guida Usa"},"content":{"rendered":"<p><strong>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Francesco Maringi\u00f2)<\/strong><\/p>\n<div class=\"entry-header\">\n<div class=\"row\"><\/div>\n<\/div>\n<div class=\"post-media post-featured-image\"><\/div>\n<p class=\"text-bg\">Dopo venti anni, bisogna prendere atto del fatto che la guerra in Iraq non \u00e8 ancora finita. Figlia dell\u2019unipolarismo, le cui storture giungono fino a noi e condizionano il mondo contemporaneo, quella fase \u00e8 stata messa in crisi dal protagonismo del cos\u00ec detto sud globale e, soprattutto, dall\u2019ascesa pacifica cinese. La cui iniziativa diplomatica \u00e8 l\u2019alleato fondamentale di chi, ancora oggi, si batte contro le guerre<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"entry-content\">\n<p>A vent\u2019anni dell\u2019invasione dell\u2019Iraq da parte di una coalizione a guida Usa, formalmente terminata il 18 dicembre 2011, bisogna drammaticamente prendere atto del fatto che, in realt\u00e0, tale conflitto non sia ancora finito.<\/p>\n<p>Nel 2014, infatti, le truppe statunitensi sono ritornate nel Paese (ed hanno occupato porzioni anche del territorio siriano) con l\u2019obbiettivo dichiarato di fronteggiare l\u2019ascesa dell\u2019Isis, il cui leviatano \u00e8 stato proprio la guerra all\u2019Iraq. A tutt\u2019oggi si stima che circa 2.500 soldati americani stazionino in Iraq e l\u2019Amministrazione Biden questo mese ha messo a bilancio 400 milioni di dollari per continuare l\u2019operazione militare. Proprio la commistione tra la guerra irachena e la crisi siriana ha spinto il prestigioso Watson Institute di Rhode Island a redigere un bilancio dei costi umani ed economici congiuntamente della guerra americana in Iraq e Siria nel ventennio 2003-2023.<\/p>\n<p>Ed i costi sono ingenti: si calcola che la perdita di vite umane si aggiri tra i 550 ed i 580 mila nei due paesi, a cui vanno aggiunte le vittime per cause indirette come lo sfollamento, lo scarso accesso all\u2019acqua potabile ed all\u2019assistenza sanitaria e le malattie prevenibili. In termini di costi economici il Watson Institute parla di 2,89 trilioni di dollari, dato che include sia i costi finora sostenuti che l\u2019assistenza ai veterani fino al 2050. Non parliamo poi della distruzione dei paesi e delle ferite inflitte per generazioni alla popolazione. Sempre il rapporto parla di 7 milioni di rifugiati ed 8 milioni di sfollati. A tutto questo si aggiunge un costo anche in termini ambientali: le operazioni militari statunitensi nella guerra all\u2019Iraq hanno generato circa 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, secondo uno studio condotto dalla professoressa Neta Crawford, docente di relazioni internazionali all\u2019Universit\u00e0 di Oxford e autrice del nuovo libro The Pentagon, Climate Change, and War: Charting the Rise and Fall of U.S. Military Emissions.<\/p>\n<p>Ma a vent\u2019anni dall\u2019avvio di quella aggressione, le ragioni di chi si opponeva \u2013 anche nei paesi occidentali \u2013 alla guerra, restano tutte sul tappeto. \u00c8 stato fin troppo semplice decostruire la narrativa bellica incentrata sulla minaccia imminente dell\u2019Iraq di Saddam e della presenza di armi di sterminio di massa, come del resto evidenziato dal Rapporto Chilcot britannico (che analizza le responsabilit\u00e0 d Blair) e dalle dichiarazioni dello stesso Wolfowitz, teorico della dottrina della \u201cguerra preventiva\u201d.<\/p>\n<p>E quindi ecco che emerge in tutta la sua evidenza il cuore del problema: il ruolo del Dollaro come moneta di scambio. Nel novembre 2000 Saddam annunci\u00f2 che le esportazioni del petrolio iracheno sarebbero state regolate in Euro e stava spingendo all\u2019interno dell\u2019OPEC per abbandonare l\u2019utilizzo del dollaro come moneta di scambio per il mercato petrolifero. La guerra serviva ad impedire questa transizione, ed infatti il primo decreto emesso dal governo dell\u2019Iraq eletto sotto occupazione militare americana fu di tornare al Dollaro per il commercio del petrolio. La guerra inoltre, come ci ricorda il generale cinese Qiao Liang, ha fatto alzare il prezzo globale del petrolio, \u00ab<em>questa impennata di prezzi aveva fatto salire la domanda globale di dollari, e che quindi gli americani erano riusciti a crearla attraverso la guerra. Prima della situazione in Iraq, un barile di petrolio costava 38 dollari, dopo il conflitto quasi 150. Ci\u00f2 significava che una guerra aveva aumentato la domanda di dollari di pi\u00f9 del triplo<\/em>\u00bb. Inoltre dal 2003 le entrate delle compagnie petrolifere irachene finiscono forzosamente su un conto aperto a nome della Banca Centrale dell\u2019Iraq presso la Federal Reserve americana, per cui da allora l\u2019Iraq non ha riacquisito la sua sovranit\u00e0 monetaria e finanziaria. \u00c8 l\u2019apoteosi delle conquiste americane nella fase di guerra dell\u2019era unipolare, una fase che lascia ancora profonde ferite sia nei popoli assoggettati che nel cuore delle stesse societ\u00e0 occidentali, come dimostrano l\u2019impiego e l\u2019abuso dell\u2019esecutivo unitario durante l\u2019era Bush jr, le operazioni di sorveglianza e compromissione di massa e le drammatiche vicende venute alla luce con i fatti di Abu Ghraib e Collateral Murder.<\/p>\n<p>Questi venti anni sono stati quindi una lunga serie di errori ed orrori, ma sarebbe sbagliato ridurre tutto solo a questo aspetto. Sono anche stati anni di resistenza. Innanzi tutto da parte dei popoli che hanno resistito all\u2019occupazione militare straniera e l\u2019invasione del proprio paese prima e la precipitazione settaria poi, che ha contribuito al collasso della societ\u00e0 irachena. Ma c\u2019\u00e8 stata una forte resistenza anche nei paesi occidentali, impegnati nella coalizione bellica contro l\u2019Iraq: il 15 febbraio 2003 si svolse in tutto il mondo in quasi mille citt\u00e0 una manifestazione mondiale per dire \u201cNo alla guerra, senza se e senza ma\u201d. Oltre 100 milioni di persone sfilarono per le strade di tutto il mondo, scrivendo una pagina storica del pacifismo mondiale al punto che Patrick Tyler, editorialista del New York Times, afferm\u00f2 che \u00ab<em>le enormi manifestazioni contro la guerra in tutto il mondo ci ricordano che potrebbero esserci ancora due superpotenze sul pianeta: gli Stati Uniti e l\u2019opinione pubblica mondiale<\/em>\u00bb.<\/p>\n<p>Questa visione, anche alla luce degli eventi di questi due decenni, \u00e8 certamente semplicistica. Ma oggi, in modo pi\u00f9 evidente di quanto non fosse gi\u00e0 intuibile nel 2003, quell\u2019opinione pubblica mondiale ha nella lotta contro le guerre un alleato importante. Le forme di resistenza nel nord e sud del mondo e l\u2019ascesa di paesi del cos\u00ec detto sud globale, guidati dalla Repubblica Popolare Cinese assurta a seconda economia del mondo senza seguire la strada dell\u2019Occidente n\u00e9 causare le guerre da esso provocate, hanno cambiato profondamente gli equilibri internazionali, chiudendo la bellicosa parabola del mondo unipolare.<\/p>\n<p>Ora la sfida si sposta nella costruzione di un vero multilateralismo, come ripetuto molto spesso dalla dirigenza cinese, dove l\u2019aggettivo sta a testimoniare non tanto la presenza nel mondo di mutati equilibri, quanto la necessit\u00e0 di superare regole ed imposizioni figlie della fase unipolare e godere di una governance centrata sulle Nazioni Unite ed il diritto internazionale. Per garantire ci\u00f2 c\u2019\u00e8 bisogno di sicurezza, sviluppo e riconoscimento delle diverse civilt\u00e0 mondiali. I tre pilastri delle iniziative globali che, non casualmente, Pechino sta avanzando al mondo, dando forma ai tratti di un nuovo umanesimo, che sorregge l\u2019attivit\u00e0 diplomatica di questi giorni. E non sono in pochi, anche qui da noi, ad augurarsi che tale dinamismo sortir\u00e0 un effetto positivo sui conflitti in corso.<\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:<\/strong>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-iraq_i_numeri_di_20_anni_di_massacri_a_guida_usa\/8_49096\/\">https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-iraq_i_numeri_di_20_anni_di_massacri_a_guida_usa\/8_49096\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Francesco Maringi\u00f2) Dopo venti anni, bisogna prendere atto del fatto che la guerra in Iraq non \u00e8 ancora finita. 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