{"id":78164,"date":"2023-03-24T09:24:39","date_gmt":"2023-03-24T08:24:39","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=78164"},"modified":"2023-03-23T11:27:36","modified_gmt":"2023-03-23T10:27:36","slug":"il-grande-trauma-gli-effetti-della-guerra-alliraq-sulla-strategia-usa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=78164","title":{"rendered":"Il grande trauma. Gli effetti della guerra all\u2019Iraq sulla strategia Usa"},"content":{"rendered":"<p><strong>di INSIDEOVER (Lorenzo Vita)<\/strong><\/p>\n<p>Venti anni dopo l\u2019inizio dell\u2019invasione dell\u2019Iraq, \u00e8 lecito domandarsi gli effetti di quella guerra sulla diplomazia americana. L\u2019attacco contro il regime di<strong>\u00a0Saddam Hussein<\/strong>\u00a0e la successiva \u201cguerra infinita\u201d nata tra le sabbie dell\u2019Iraq sono scaturiti, almeno nell\u2019intento, come momento cardine di una politica estera Usa ancora incentrata sull\u2019unilateralismo e sul desiderio di incidere sui destini del Medio Oriente consolidando la propria posizione rispetto ai tentennamenti degli alleati europei e con una Russia ancora traumatizzata dalla caduta dell\u2019Unione Sovietica. Tuttavia, quel conflitto che doveva essere la certificazione della grande strategia di Washington in\u00a0<strong>Medio Oriente<\/strong>\u00a0e che univa i vari focolai della \u201cguerra al terrore\u201d si \u00e8 rivelata, dopo pochi anni, una ferita forse mai davvero sanata sia nell\u2019agenda mondiale americana sia nel rapporto tra strateghi e opinione pubblica.<\/p>\n<p>La\u00a0<strong>\u201cguerra infinita\u201d<\/strong>\u00a0irachena, vista oggi a venti anni di distanza dal suo inizio e con le lenti di oggi, appare pi\u00f9 come un innesco per le crisi nate subito dopo che una risoluzione di quello che era considerato un problema strategico per Washington, ovvero Saddam.<\/p>\n<h2>I dubbi prima dell\u2019invasione<\/h2>\n<p>Diversi osservatori e anche report di\u00a0<strong>analisti e intelligence<\/strong>\u00a0degli anni immediatamente successivi all\u2019invasione avevano gi\u00e0 mostrato delle importanti perplessit\u00e0 sull\u2019impostazione del conflitto e soprattutto su quanto esso potesse incidere in modo positivo sulla sicurezza nazionale statunitense. Interessante, a questo proposito,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.dpc.senate.gov\/dpcdoc.cfm?doc_name=fs-110-1-211\">il lungo rapporto realizzato dall\u2019allora Democratic Policy Committee<\/a>, ora Democratic Policy and Communications Committee, con cui i democratici Usa elencavano costi e conseguenze della guerra in Iraq, definita in particolare in chiave anti-repubblicana e come la \u201cguerra di Bush\u201d.<\/p>\n<p>Al netto del chiaro intento di colpire l\u2019amministrazione del presidente che aveva iniziato la\u00a0<strong>\u201cguerra al terrore\u201d<\/strong>, alcuni commenti e dichiarazioni contenute nel dettagliato rapporti dei democratici individuano concetti-chiave che possono essere visti anche in chiave contemporanea.<\/p>\n<p>Molti sottolineavano un impegno militare che affaticava e impoveriva il complesso militare Usa senza un reale obiettivo strategico a lungo termine. Altri, invece, sottolineavano come la guerra a Baghdad potesse essere pi\u00f9 una distrazione dai veri avversari sistemici Usa. Inoltre \u2013 come sottolineato dai\u00a0<strong>National Intelligence Estimates<\/strong>\u00a0del 2006 \u2013 la guerra in Iraq, invece di colpire il terrorismo globale, lo aveva alimentato fornendo ai combattenti della jihad globale un ulteriore pretesto per lottare contro Washington, accusata di avere invaso un Paese musulmano e di averlo occupato manu militari per i propri interessi.<\/p>\n<div id=\"gallery_389463\" class=\"inline-gallery-container\">\n<div id=\"lg-container-1\" class=\"lg-container lg-inline lg-show lg-show-in\" role=\"dialog\">\n<div id=\"lg-backdrop-1\" class=\"lg-backdrop in\"><\/div>\n<div id=\"lg-outer-1\" class=\"lg-outer lg-use-css3 lg-css3 lg-slide lg-grab lg-show-after-load lg-use-transition-for-zoom lg-animate-thumb lg-has-thumb lg-start-zoom lg-components-open lg-visible\" data-lg-slide-type=\"image\">\n<div id=\"lg-content-1\" class=\"lg\">\n<div id=\"lg-inner-1\" class=\"lg-inner\">\n<div id=\"lg-item-1-0\" class=\"lg-item lg-loaded lg-next-slide lg-prev-slide lg-current lg-complete lg-complete_ lg-zoomable\">\u00a0<img decoding=\"async\" class=\"lg-object lg-image\" src=\"https:\/\/it.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/ilgiornale2_20230321174150126_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_122866.jpg\" data-index=\"0\" \/><\/p>\n<div class=\"lg-sub-html\">\n<div class=\"lightGallery-captions\">\n<h4><\/h4>\n<p>27\/07\/2003 Ex soldati dell\u2019esercito regolare iracheno (in totale pi\u00f9 di 50mila) aspettano in fila per ricevere tra i 50 e i 150 dollari a testa. Per ricevere il pagamento, gli ex soldati devono firmare un documento in cui denunciano il partito Baath. Chi veniva arrestato dalla polizia perdeva automaticamente il diritto allo stipendio. Dietro la fila si intravede lo scheletro di quella che doveva essere una delle pi\u00f9 grandi moschee del mondo, chiamata col nome del suo fondatore: la Moschea Saddam Hussein.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<h2>L\u2019effetto indesiderato della guerra<\/h2>\n<p>Questa valutazione, che risale a pochissimi anni dopo la\u00a0<strong>decisione di attaccare\u00a0<\/strong>il regime di Saddam, appare ancora pi\u00f9 rilevante se si pensa che i documenti racchiusi nei Nie sono di fatto la produzione di quella stessa intelligence che, pochi anni prima, aveva avallato l\u2019ipotesi di una produzione di armi di istruzione di massa in Iraq tale da giustificare l\u2019attacco. Segno quindi che la comunit\u00e0 di intelligence di Washington aveva gi\u00e0 corretto il tiro delle proprie valutazioni approfondendo, appena tre anni dopo, le conseguenze del conflitto nell\u2019ottica di un rischio di caos regionale e di esplosione del terrorismo islamico.<\/p>\n<p>A questo proposito,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.dni.gov\/files\/documents\/Newsroom\/Press%20Releases\/2006%20Press%20Releases\/Declassified_NIE_Key_Judgments.pdf\">nella sintesi pubblica<\/a>\u00a0delle valutazioni delle agenzie Usa si legge: \u201cRiteniamo che il jihad iracheno stia plasmando una nuova generazione di leader e manovalanza\u00a0<strong>terroristi<\/strong>; il successo jihadista percepito l\u00ec ispirerebbe pi\u00f9 combattenti a continuare la lotta in altri luoghi\u201d. Inoltre, continua il testo, \u201cil conflitto iracheno \u00e8 diventato la \u2019cause celebre\u2019 per i jihadisti, alimentando un profondo risentimento per il coinvolgimento degli Stati Uniti nel mondo musulmano e coltivando sostenitori del\u00a0<strong>movimento jihadista globale<\/strong>\u201c.<\/p>\n<p>Il nodo dell\u2019incapacit\u00e0 di risolvere il\u00a0<a href=\"https:\/\/it.insideover.com\/guerra\/iraq-santuario-del-jihad-e-utopia-dello-stato-islamico.html\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">problema della jihad globale<\/a>\u00a0e di averlo anzi riattivato proprio con la guerra si \u00e8 poi confermato anche negli anni dello\u00a0<strong>Stato islamico<\/strong>, che anzi \u00e8 nato proprio nel brodo di coltura iracheno. Gli errori dell\u2019invasione e della gestione del conflitto si sono poi materializzati con la nascita di veri e propri santuari del terrorismo aiutati anche dall\u2019inadeguatezza del sistema iracheno sopravvissuto all\u2019invasione.<\/p>\n<h2>Un nuovo modo di percepire gli Usa<\/h2>\n<p>Questi gravi deficit della guerra contro Saddam hanno avuto ulteriori effetti sul piano regionale, tra cui bisogna ricordare soprattutto il modo in cui \u00e8 cambiata \u2013 in maniera forse definitiva \u2013 la percezione degli Stati Uniti. Dopo l\u2019attacco all\u2019Iraq, Washington, vista in maniera ancora positiva da buona parte dei\u00a0<strong>Paesi dell\u2019area<\/strong>\u00a0nonostante l\u2019alleanza con Israele e le differenze culturali sentite dalle opinioni pubbliche, ha subito un sensibile crollo della fiducia dei propri partner.<\/p>\n<p>I Paesi del Medio Oriente, dell\u2019Asia centrale e in generale tutti gli Stati a maggioranza musulmana hanno iniziato a considerare gli Stati Uniti come un nemico, come potenza non pi\u00f9 interessata a gestire la regione ma a imporre la propria agenda. Questo ha avuto un contraccolpo importante anche sui rapporti tra Usa e i maggiori alleati dell\u2019area, in particolare la\u00a0<strong>Turchia\u00a0<\/strong>\u2013 che come partner Nato concesse lo spazio aereo ma non il proprio suolo per l\u2019invasione \u2013 e l\u2019<strong>Arabia Saudita<\/strong>, che non partecip\u00f2 alla coalizione dei volenterosi al pari di quasi tutti gli Stati mediorientali. Inoltre, come poi in effetti si \u00e8 confermato nel corso degli anni, l\u2019invasione dell\u2019Iraq \u00e8 diventato un precedente fondamentale anche (paradossalmente) nell\u2019agenda dell\u2019acerrimo nemico di Baghdad, l\u2019Iran, che dopo la guerra preventiva contro il regime iracheno, ha rafforzato il proprio desiderio di raggiungere le capacit\u00e0 di arricchimento dell\u2019uranio.<\/p>\n<p>Oltre a questo,\u00a0<strong>l\u2019instabilit\u00e0 prodotta in Medio Oriente<\/strong>\u00a0ha continuato a propagare i propri effetti a tutti i Paesi dell\u2019area, con la conseguenza che Washington si \u00e8 trasformata in un elemento critico e non pi\u00f9 affidabile. Infine, l\u2019incapacit\u00e0 di certificare il motivo ufficiale dell\u2019invasione, cio\u00e8 il presunto arsenale sporco di Baghdad, ha ulteriormente rafforzato i sentimenti antiamericani, al punto che, come dimostrato anche dopo la guerra in Ucraina, le famigerate<strong>\u00a0\u201cfialette\u201d di Colin Powell\u00a0<\/strong>sono diventate l\u2019argomentazione pi\u00f9 classica per criticare le iniziative diplomatiche e militari americane nel mondo. In questo modo, quindi, la guerra in Iraq, ma soprattutto il caos provocato successivamente, hanno rafforzato le potenze che si sono mostrate come alternative proprio a quel sistema perorato da Washington, e cio\u00e8 Russia e Cina. Rimosso nel tempo il grande nodo del regime di Saddam Hussein, negli occhi dell\u2019opinione pubblica e delle leadership mediorientali (ma non solo) \u00e8 rimasto il vuoto di potere lasciato in Iraq e l\u2019instabilit\u00e0 per i venti anni successivi, con l\u2019avvento di Daesh e l\u2019inserimento dell\u2019Iran a certificare il fallimenti dei propositi Usa.<\/p>\n<h2>La spaccatura con l\u2019Europa<\/h2>\n<p>Se questi sono gli effetti regionali, la percezione degli Stati Uniti va poi anche osservata nell\u2019ottica internazionale. Se infatti la guerra in Ucraina ha di nuovo blindato l\u2019Occidente sotto l\u2019ala americana specialmente a causa dei\u00a0<strong>tentennamenti europei<\/strong>\u00a0nei confronti della Russia, va ricordato che prima del 2022 gli Usa venivano ancora identificati da buona parte degli establishment e delle opinioni pubbliche del Vecchio Continente come una superpotenza confusionaria.<\/p>\n<p>L\u2019immagine pi\u00f9 vicina era quella del disastroso ritiro da Kabul e dell\u2019<strong>abbandono dell\u2019Afghanistan<\/strong>\u00a0in mano ai talebani. Ma prima di questa, il caos mediorientale nato dal conflitto iracheno e certificato dalla guerra in Siria (e in parte dello Yemen) aveva indebolito l\u2019immagine Usa a vantaggio di altre superpotenze. Se si mettono insieme i dubbi di molti Paesi Ue sulla guerra (a partire da Francia e Germania) con le critiche rivolte successivamente per la gestione del Paese e gli effetti sulla regione e sull\u2019Europa, si comprende come gli Usa abbiano vissuto circa 15 anni di crescente divario con l\u2019altra sponda dell\u2019Atlantico. Uno iato che si \u00e8 ampliato con la ritirata dall\u2019Afghanistan e che si \u00e8 richiuso solo con il pieno sostegno di Washington alla resistenza di Kiev.<\/p>\n<p>In tutto questo, le gravi critiche interne nei confronti della guerra in Iraq, diventata con Donald Trump il pi\u00f9 classico esempio di \u201cguerra infinita\u201d, hanno modificato sensibilmente anche le capacit\u00e0 di azione Usa in campo mediorientale. Il fallimento del conflitto iracheno, ritenuto da molti l\u2019emblema dell\u2019impossibilit\u00e0 di \u201cesportare democrazia\u201d ma anche della rivincita dell\u2019isolazionismo, \u00e8 cos\u00ec diventato un trauma al punto da innescare non solo un ripensamento della strategia Usa nell\u2019area, ma anche il pericolo di come vengano percepite le iniziative di\u00a0<strong>Casa Bianca e Pentagono\u00a0<\/strong>nella regione. Tramontata l\u2019epopea della guerra al terrorismo di matrice islamica, il Medio Oriente \u00e8 tornato a essere per l\u2019opinione pubblica Usa uno scenario lontanissimo e sconosciuto, che in larga parte doveva quindi interessare poco anche alla classe dirigente.<\/p>\n<p>Trump ha vinto le elezioni proprio facendo leva sulla risoluzione rapida e il pi\u00f9 possibile definitiva delle guerre scatenate dalle precedenti amministrazioni. E l\u2019investimento di miliardi di dollari nel conflitto ha provocato una forma di grande ritrosia da parte di molti elettori sulle spese militari e sugli interventi all\u2019estero. Per un Paese che ha in s\u00e9 non solo l\u2019anima dell\u2019isolazionismo, ma anche della\u00a0<strong>democrazia rappresentativa<\/strong>, \u00e8 chiaro che qualsiasi leader debba fare i conti anche con questo\u00a0<em>modus pensandi<\/em>\u00a0dell\u2019elettorato, specie della classe media. E ci\u00f2 implica non solo un disinteresse verso i destini dell\u2019Iraq, quantomeno a parole, ma anche una sorta di imbarazzo dei capi di Stato Usa nell\u2019interfacciarsi con i partner mediorientali rispetto alle enormi sfide che la regione offre agli strateghi atlantici.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/it.insideover.com\/guerra\/effetti-guerra-iraq-strategia-usa.html\">https:\/\/it.insideover.com\/guerra\/effetti-guerra-iraq-strategia-usa.html<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di INSIDEOVER (Lorenzo Vita) Venti anni dopo l\u2019inizio dell\u2019invasione dell\u2019Iraq, \u00e8 lecito domandarsi gli effetti di quella guerra sulla diplomazia americana. 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