{"id":78685,"date":"2023-04-19T08:00:43","date_gmt":"2023-04-19T06:00:43","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=78685"},"modified":"2023-04-17T14:24:58","modified_gmt":"2023-04-17T12:24:58","slug":"come-la-nuova-europa-ha-gettato-la-vecchia-sullorlo-del-precipizio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=78685","title":{"rendered":"Come la &#8220;nuova Europa&#8221; ha gettato la &#8220;vecchia&#8221; sull&#8217;orlo del precipizio"},"content":{"rendered":"<p><strong>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Giacomo Gabellini)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A partire dal 1991, la Germania si rivel\u00f2 capace di cogliere l\u2019occasione presentatasi con il crollo dell\u2019Urss per affinare ulteriormente il proprio livello di specializzazione nella produzione di beni di investimento complessi (automobili, aerei, treni, ecc.) e in tutti i vari aspetti della logistica, nonch\u00e9 per verticalizzare la manifattura e il commercio estero mediante la delocalizzazione delle produzioni dal ridotto valore aggiunto presso i Paesi dell\u2019Europa centro-orientale. Nell\u2019arco di pochi anni, il fenomeno ha consentito a Berlino di riprodurre nel cuore del \u201cvecchio continente\u201d il modello giapponese di specializzazione industriale nei comparti ad alto e\/o altissimo valore aggiunto \u2013 con polacchi, ungheresi, cechi, sloveni, ecc. che hanno vestito i panni di malesi, taiwanesi, indonesiani e coreani \u2013 in grado di aggirare gli effetti negativi prodotti dai salari relativamente elevati e dall\u2019orario di lavoro sempre pi\u00f9 corto degli operai tedeschi.<\/p>\n<p><strong>Anni &#8217;90: la Mitteleuropa a guida tedesca<\/strong><\/p>\n<p>Il risultato \u00e8 stata la trasformazione dell\u2019intera area mitteleuropea, gi\u00e0 protagonista di un rapido processo di integrazione nella Nato, in fornitrice di componenti semilavorati per conto dell\u2019hub industriale tedesco, le cui esportazioni cominciarono a caratterizzarsi da quel momento da un forte contenuto di importazioni. Come ha spiegato Marcello De Cecco nel 2009: \u00abla Germania, negli ultimi due decenni, ha sviluppato una struttura geografica e anche merceologica del commercio estero abbastanza simile a quella che aveva prima del 1914. \u00c8 riuscita a costituire al centro dell\u2019Europa un enorme blocco manifatturiero integrato, includendo via via tutte le aree industriali ad essa vicine in una rete produttiva le cui maglie sono divenute sempre pi\u00f9 strette. La misura della integrazione del sistema produttivo che la Germania ha ricreato al centro dell\u2019Europa dopo la caduta del muro di Berlino \u00e8 data dal rango che nelle statistiche tedesche ricoprono piccoli Paesi della Mitteleuropa come Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria [\u2026] [, ma anche Polonia, Romania, Belgio, Olanda, Austria e Svizzera]. Ciascuno di questi Paesi, nella classifica mondiale per esportazioni e importazioni, occupa posizioni assai inferiori a quelle che ha come partner commerciale della Germania. E quasi tutti, poich\u00e9 o adottano l\u2019euro o hanno monete ad esso agganciate, hanno poco da preoccuparsi dello squilibrio dei loro conti con i tedeschi\u00bb.<\/p>\n<p>Naturalmente, il ruolo di dominus rivestito dalla Germania in ambito comunitario ha comportato l\u2019allineamento delle politiche europee alle necessit\u00e0 tedesche. Prova ne \u00e8 la decisione del Consiglio d\u2019Europa di ridurre del 35% i finanziamenti destinati ai Paesi mediterranei che erano stati concordati per il periodo 1992-1996 per riorientarli verso l\u2019Europa orientale. Da allora, le sovvenzioni sono cresciute di anno in anno bench\u00e9 i Paesi destinatari degli aiuti non avessero l\u2019obbligo di conformarsi agli stessi, rigidissimi criteri d\u2019austerit\u00e0 a cui erano chiamati ad adeguarsi i membri dell\u2019eurozona, sottoposti ai vincoli della Banca Centrale Europea.<\/p>\n<p><strong>Anni 2000: la pioggia di aiuti europei alla Polonia<\/strong><\/p>\n<p>La Polonia, nazione strategicamente cruciale per la penetrazione economica tedesca verso est e per la sua posizione geografica di \u201cponte\u201d tra Russia ed Europa continentale, \u00e8 stata letteralmente investita da una pioggia di aiuti economici europei (oltre 81 miliardi di euro tra il 2007 e il 2013) grazie ai quali Varsavia ha avuto modo di ammodernare la rete dei trasporti nell\u2019ambito di un poderoso programma di ricostruzione delle fondamentali infrastrutture nazionali che ha inciso poco o nulla in termini di indebitamento (il debito pubblico e di poco superiore al 50% del Pil). Tra il 2008 e il 2016, moltissime imprese multinazionali hanno aperto propri stabilimenti in Polonia favorendo il dimezzamento del tasso di disoccupazione (15,2% del 2004 al 7,7% del 2014) e il rilancio della produttivit\u00e0 interna. Nazioni anch\u2019esse caratterizzate da basso costo del lavoro e da una manodopera di buon livello quali Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno imboccato processi di sviluppo paragonabili a quello polacco, beneficiando a loro volta della delocalizzazione degli impianti produttivi e dell\u2019ampio margine di manovra in ambito di interventi statali sull\u2019economia incoraggiati dalle regole europee.<\/p>\n<p>Nel corso degli anni, l\u2019Europa orientale si \u00e8 gradualmente emancipata dal ruolo di mera subfornitrice dell\u2019industria tedesca, adattandosi a svolgere le fasi produttive pi\u00f9 complesse; un fenomeno che trae origine dalla carenza di manodopera qualificata in Germania, dove \u2013 a differenza dei Paesi mitteleuropei \u2013 le scuole vocazionali hanno cominciato a perdere buona parte della loro attrattiva in favore delle universit\u00e0. Questo, per lo meno, \u00e8 quanto asserito dalla maggioranza del Bundestag per giustificare l\u2019introduzione di un disegno di legge atto a schiudere le porte tedesche a migliaia di lavoratori qualificati provenienti dai Paesi non aderenti all\u2019Unione Europea, nonostante i forti sospetti sollevati in alcuni ambienti progressisti secondo cui l\u2019intera manovra sarebbe frutto di una campagna orchestrata dagli industriali tedeschi interessati a rinfoltire l\u2019esercito di manodopera scarsamente retribuita per mantenere costante la pressione sui salari interni.<\/p>\n<p><strong>Il fenomeno delle &#8220;reverse maquiladoras&#8221; nel cuore dell&#8217;Europa<\/strong><\/p>\n<p>Fatto sta che la presunta scarsit\u00e0 di operai altamente specializzati \u00e8 stata sfruttata come pretesto dalle imprese manifatturiere tedesche per riprodurre nel cuore dell\u2019Europa il fenomeno, fino ad allora confinato al continente nordamericano, delle reverse maquiladoras, coniato in riferimento agli stabilimenti messicani in cui si assemblano prodotti statunitensi dall\u2019elevato valore aggiunto. Non \u00e8 un caso che, tra il 1998 e il 2013, quasi il 60% del valore aggiunto della produzione tedesca sia stato realizzato proprio con manifatture a elevato impiego di manodopera disseminate nella Mitteleuropa, oltre che in Danimarca, Finlandia, Svezia, Austria, Benelux e Italia settentrionale. La Germania si \u00e8 imposta come principale partner commerciale praticamente di tutti questi Paesi; l\u2019interscambio realizzato con Austria, Repubblica Ceca, Lussemburgo, Olanda, Slovacchia, Ungheria e Polonia \u00e8 in genere pi\u00f9 del doppio rispetto a quello che gli Stessi accumulano con il loro secondo partner commerciale.<\/p>\n<p>La strategia mercantilistica tedesca, all\u2019origine dei colossali avanzi commerciali inanellati dalla Bundesrepublik anno dopo anno, \u00e8 stata costruita proprio sul blocco geoeconomico dai cambi depressi e dalla manodopera a basso costo allestito da Berlino nel cuore dell\u2019Europa. Nonch\u00e9 sulla compressione della domanda interna, sulla strutturale sottovalutazione dell\u2019euro e sulla praticamente illimitata disponibilit\u00e0 di materie prime ed energia a prezzi fortemente contenuti messa a disposizione dalla Russia. I flussi energetici russi, in particolare, hanno garantito una fondamentale spinta propulsiva alle poderosa macchina esportatrice tedesca, ma sono sempre stati guardati con forte irritazione dalle nazioni dell\u2019Europa orientale. A partire dalla Polonia, Paese di stretta osservanza atlantista legato alla Russia da rapporti storicamente difficili e timoroso di ritrovarsi stritolato dall\u2019\u201cabbraccio mortale\u201d russo-tedesco. Per l\u2019esecutivo di Varsavia, il raddoppio del Nord Stream realizzato da Berlino e Mosca con l\u2019obiettivo specifico di rafforzare il collegamento diretto tra fornitore e acquirente aggirando in pianta stabile gli inaffidabili partner dell\u2019Europa orientale (Ucraina in primis, responsabile di sistematici \u201cprelievi\u201d sulle forniture russe destinate all\u2019Europa occidentale), rappresentava un vero e proprio \u201cPatto Molotov-Von Ribbentrop 2.0\u201d.<\/p>\n<p><strong>Gli Stati Uniti entrano in scena contro il \u201cPatto Molotov-Von Ribbentrop 2.0\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 in questo complicato contesto che \u00e8 andato innestandosi l\u2019attivismo degli Stati Uniti; avendo gi\u00e0 conseguito l\u2019arruolamento nella Nato di praticamente tutta i Paesi europei collocati ad est della linea Oder-Nei\u00dfe in spregio agli accordi verbali siglati nel 1990 tra James Baker e Mikhail Gorbac\u00ebv, Washington cominci\u00f2 a dedicarsi all\u2019erosione del legame energetico tra Russia ed Europa. Nello specifico, gli Usa accordarono pieno supporto alla costruzione del gasdotto trans-adriatico in quanto funzionale, al pari del gi\u00e0 esistente oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, all\u2019obiettivo strategico di allentare il vincolo di dipendenza europea dai rifornimenti di idrocarburi russi. D\u2019altro canto, gi\u00e0 sotto Trump ma con accresciuta convinzione in seguito all\u2019insediamento dell\u2019amministrazione Biden, gli Usa moltiplicarono gli sforzi per sabotare la realizzazione del gasdotto Nord Stream-2, intensificando le pressioni diplomatiche sul governo di Angela Merkel e predisponendo una serie di sanzioni contro tutte le imprese coinvolte nella costruzione della conduttura ai sensi del Countering America\u2019s Adversaries Though Sanction Act del 2017 e del Protecting Europe\u2019s Energy Security Act del 2019.<\/p>\n<p>L\u2019imponente campagna montata da Washington contro la conduttura scontava l\u2019approvazione dei Paesi dell\u2019Europa orientale, la cui domanda di \u201csicurezza energetica\u201d trov\u00f2 parziale soddisfazione con l\u2019intervento \u201cprovvidenziale\u201d dell\u2019amministrazione Trump, che nel giugno del 2017 invi\u00f2 la prima fornitura di Gnl verso l\u2019impianto di rigassificazione polacco di Swinoujscie \u2013 costruito ad hoc \u2013 e predisposto ulteriori consegne sia a questo che ad altri terminali. A partire da quello che sorge presso l\u2019isola croata di Krk, cofinanziato dall\u2019Unione Europea a dispetto dei costi vertiginosi (circa 600 milioni di euro), del colossale impatto ambientale e dell\u2019anti-economicit\u00e0 del Gnl statunitense rispetto al gas russo perch\u00e9 funzionale alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento e, soprattutto, perfettamente confacente al progetto Usa mirato a ridisegnare il sistema di distribuzione energetica europea. L\u2019impianto di Krk \u00e8 stato infatti concepito per essere collegato a quello Swinoujscie attraverso un apposito corridoio nord-sud ancorato al Northern Gateway, un gasdotto baltico progettato per garantire l\u2019afflusso di metano norvegese estratto del Mare del Nord e trasformare la Polonia in un importante distributore di gas naturale alternativo a quello russo per tutta l\u2019Europa centrale, grazie anche alla serie di inter-connettori realizzati verso Lituania, Slovacchia e Ucraina. Il che spiega le manifestazioni di giubilo inscenate urbi et orbi dal parlamentare europeo ed ex ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski \u2013 oltre che dall\u2019immancabile Victoria Nuland \u2013 in relazione alla messa fuori uso dei gasdotti Nord Stream-1 e Nord Stream-2, successivamente attribuito da Seymour Hersh a un\u2019operazione di sabotaggio congiunta tra Stati Uniti e Norvegia.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/scontent.fcia8-2.fna.fbcdn.net\/v\/t1.15752-9\/340016807_617696220221739_5261384003358790620_n.jpg?_nc_cat=106&amp;ccb=1-7&amp;_nc_sid=ae9488&amp;_nc_ohc=z-5yaBot1pAAX-TXT1z&amp;_nc_ht=scontent.fcia8-2.fna&amp;oh=03_AdT53bAdxePHRyoFTjPhAG3TYN_8lD96EdTwrJ1VEgxBlw&amp;oe=646384C9\" alt=\"\" width=\"670\" height=\"511\" \/><\/p>\n<p><strong>Il &#8220;Trimarium&#8221;, la presenza militare Usa e il disaccoppiamento dalla Russia<\/strong><\/p>\n<p>Il notevole attivismo registrato in Europa centro-orientale \u00e8 maturato nell\u2019ambito del Trimarium, una versione del vecchio Intermarium aggiornata al XXI Secolo e declinata secondo un canone spiccatamente geoeconomico, implicante l\u2019unificazione del \u201cgrande spazio\u201d ricompreso tra il Baltico, il Mar Nero e l\u2019Adriatico attraverso un programma di ammodernamento infrastrutturale (ferrovie, autostrade, condutture energetiche e canali) che favorisca le interconnessioni tra i Paesi aderenti, vale a dire Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Austria, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria. Legandosi tra loro attraverso il Trimarium, gli Stati partecipanti al progetto hanno impresso una forte accelerata al processo di \u201cdisaccoppiamento\u201d dalla Russia nei settori non solo economico, ma anche strategico. Lo si evince dall\u2019incremento astronomico degli stanziamenti alla difesa registrati tra il 2010 e il 2019 in tutti i Paesi europei che sorgono lungo questa nuova \u201ccortina di ferro\u201d: +232% in Lituania, +178% in Lettonia, +165% in Bulgaria, +154% in Romania e +51% in Polonia. Anche l\u2019Ucraina, che non appartiene all\u2019Alleanza Atlantica n\u00e9 al Trimarium, ha aumentato le spese militari del 132%. Lo scopo del Trimarium risultava quindi chiaro fin dall\u2019inizio: si trattava di \u00abcolpire la Russia facendo calare il suo export di gas in Europa (obiettivo realizzabile solo se l\u2019export di gas Usa, pi\u00f9 caro di quello russo, sar\u00e0 incentivato con forti sovvenzioni statali); legare ancor pi\u00f9 agli Usa l\u2019Europa centrale e orientale non solo militarmente ma economicamente, in concorrenza con la Germania e altre potenze europee; creare all\u2019interno dell\u2019Europa una macroregione (quella dei \u201ctre mari\u201d) a sovranit\u00e0 limitata, direttamente sotto influenza Usa, che spezzerebbe di fatto l\u2019Unione Europea e si allargherebbe all\u2019Ucraina e oltre\u00bb.<\/p>\n<p>Nell\u2019ottica statunitense, il Trimarium si configura quindi come uno strumento particolarmente congeniale alla strategia del \u201cdoppio contenimento\u201d (russo e tedesco) perch\u00e9 sancisce la ripartizione di gran parte dello spazio geopolitico che si estende tra Mosca e Berlino in zone di influenza da assegnare a ciascun Paese membro su cui scaricare parte assai ragguardevole dei costi necessari alla costruzione delle infrastrutture previste dal progetto. Tra cui spicca l\u2019importante linea ferroviaria idonea al trasporto militare che collega il porto baltico di Danzica a quello eusino di Costanza a una distanza di sicurezza dalle avanzate strumentazioni di guerra elettronica russe installate a Kaliningrad e (potenzialmente) in Transnistria. Il tracciato ferroviario \u00e8 difeso alle sue estremit\u00e0 dalle installazioni Nato di Redzikowo e Deveselu, dove stazionano le basi missilistiche a doppio uso Aegis, e nel suo segmento centrale dalle basi aeree di ?ask e C\u00e2mpia Turzii, dotate di caccia F-35A Lighting e droni Mq-9 Reaper. Il governo di Varsavia ha addirittura manifestato a Washington la propria disponibilit\u00e0 a stanziare due miliardi di dollari per la costruzione di una struttura presso la cittadina di Orzysz, situata a ridosso di Kaliningrad in cui ospitare una divisione corazzata Usa, che il presidente Andrzej Duda propose addirittura di battezzare Fort Trump.<\/p>\n<p>L\u2019idea \u00e8 quella di insediare in pianta stabile la presenza militare statunitense oltre l\u2019ex \u201ccortina di ferro\u201d per la prima volta dal crollo dell\u2019Unione Sovietica, attraverso la trasformazione della Polonia in una sorta di \u00abportaerei inaffondabile degli Stati Uniti\u00bb \u2013 per usare un\u2019espressione pronunciata a suo tempo da un membro di alto profilo del governo di Jaroslaw Kaczyski \u2013 dotata di armi nucleari. L\u2019idea, gi\u00e0 ventilata nel 2019, \u00e8 tornata prepotentemente in auge in seguito all\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina, che ha visto la Polonia collocarsi su posizioni addirittura pi\u00f9 oltranziste rispetto a quelle anglo-statunitensi. Lo si evince dalle esternazioni del primo ministro Mateusz Morawiecki, che nel corso di una intervista rilasciata lo scorso febbraio al \u00abCorriere della Sera\u00bb ha dichiarato testualmente che \u00absconfiggere la Russia \u00e8 una ragion di Stato sia polacca che europea\u00bb, e che \u00abcon i terroristi non si tratta. E la Russia \u00e8 diventata oggi uno Stato terrorista\u00bb.<\/p>\n<p>Nei giorni successivi, ha scritto su Twitter che \u00abl\u2019Impero del Male \u00e8 rinato ad est. I barbari russi non minacciano soltanto l\u2019Ucraina. Minacciano l\u2019intera Europa e tutto il mondo libero. Non si tratta di un semplice incidente, di una coincidenza, dell\u2019impulso di un maniaco. Putin ha costruito il suo Impero del Male per 23 anni, in preparazione di questo conflitto. La \u201cnuova Europa\u201d lo capisce. \u00c8 ora che lo comprenda anche la \u201cvecchia Europa\u201d\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/scontent.fcia8-1.fna.fbcdn.net\/v\/t1.15752-9\/339394476_2127063330824660_6502219663206181022_n.jpg?_nc_cat=111&amp;ccb=1-7&amp;_nc_sid=ae9488&amp;_nc_ohc=fO--nMcYt8cAX-UI9ES&amp;_nc_ht=scontent.fcia8-1.fna&amp;oh=03_AdTJGrtENq7fSCfArkX0lr3JqneC8E8V1qrfJwRKoGN1_g&amp;oe=6463A6EF\" alt=\"\" width=\"670\" height=\"512\" \/><\/p>\n<p>Concetti sostanzialmente analoghi erano stati espressi durante una pressoch\u00e9 concomitante visita alla Casa Bianca, in occasione della quale Morawiecki aveva proclamato la Polonia \u00ableader della \u201cnuova Europa\u201d\u00bb in virt\u00f9 del \u00abfallimento della \u201cvecchia Europa\u201d\u00bb a trazione franco-tedesca. Una dicotomia che rievoca la distinzione proposta per la prima volta agli albori del 2003 dal segretario alla Difesa Usa Donald Rumsfeld, che additava il supporto al piano di invasione dell\u2019Iraq accordato senza remore dalla \u201cnuova Europa\u201d appena inglobata nella Nato come esempio positivo da contrapporre all\u2019atteggiamento da voltagabbana adottato in proposito dalla \u201cvecchia Europa\u201d \u2013 in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Francia si era addirittura spinta ad avvalersi, di concerto con Cina e Russia, del diritto di veto per bocciare proposta di aggressione dell\u2019Iraq presentata dagli Usa.<\/p>\n<p>Allo stesso modo, l\u2019uscita di Morawiecki si configura come un palese riferimento sia ai tentennamenti manifestati dal cancelliere Scholz nel momento in cui si trattava di autorizzare la cessione all\u2019Ucraina dei Leopard-2, sia al recente viaggio di Macron in Cina, che ha visto il presidente francese sottoscrivere una dichiarazione congiunta con Xi Jinping in cui \u2013 tra le altre cose \u2013 si affermava l\u2019adesione della Francia alla politica di \u201cuna sola Cina\u201d. Per quanto co-dettata da logiche di bottega (spendere dinnanzi all\u2019elettorato francese un argomento utile a placare la contestazione interna), la presa di posizione di Macron evidenzia la crescente insofferenza che una quota sempre pi\u00f9 consistente di opinione pubblica europea avverte rispetto all\u2019appiattimento del \u201cvecchio continente\u201d sulle posizioni statunitensi. Di cui la \u201cnuova Europa\u201d a guida polacca intende ergersi a portavoce, anche a costo di sospingere l\u2019intero continente sull\u2019orlo del baratro. E nonostante debba il proprio sviluppo economico all\u2019integrazione nel blocco manifatturiero tedesco, cuore pulsante della \u201cvecchia Europa\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:<\/strong>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-come_la_nuova_europa_ha_gettato_la_vecchia_sullorlo_del_precipizio\/5871_49367\/\">https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-come_la_nuova_europa_ha_gettato_la_vecchia_sullorlo_del_precipizio\/5871_49367\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Giacomo Gabellini) &nbsp; A partire dal 1991, la Germania si rivel\u00f2 capace di cogliere l\u2019occasione presentatasi con il crollo dell\u2019Urss per affinare ulteriormente il proprio livello di specializzazione nella produzione di beni di investimento complessi (automobili, aerei, treni, ecc.) e in tutti i vari aspetti della logistica, nonch\u00e9 per verticalizzare la manifattura e il commercio estero mediante la delocalizzazione delle produzioni dal ridotto valore aggiunto presso i Paesi dell\u2019Europa centro-orientale. 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