{"id":79075,"date":"2023-05-05T10:42:29","date_gmt":"2023-05-05T08:42:29","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=79075"},"modified":"2023-05-04T21:45:24","modified_gmt":"2023-05-04T19:45:24","slug":"la-guerra-delloro-insanguina-il-sudan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=79075","title":{"rendered":"La guerra dell\u2019oro insanguina il Sudan"},"content":{"rendered":"<p>da <strong>ANALISI DIFESA<\/strong> (Mirko Molteni)<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/101553_074320_sudan.jpg\" \/><\/p>\n<p><em>Nelle ultime settimane i fragili equilibri del Sudan sono nuovamente saltati con notevole spargimento di sangue. Un paese gi\u00e0 nei decenni passati martoriato da guerre civili endemiche, come quella in Darfur, nella sua parte occidentale, e quella nella sua porzione meridionale, sfociata nel 2011 nella secessione e indipendenza del Sud Sudan, si ritrova ancora una volta a essere un campo di battaglia, complici influenze esterne. Alla lotta per il potere scoppiata fra l\u2019esercito regolare del generale Abdel Fattah Al-Burhan e le forze speciali RSF del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto \u201cHemetti\u201d, fa da sfondo l\u2019interesse delle potenze straniere per i giacimenti di oro e petrolio del paese, nonch\u00e9 per la sua posizione strategica di crocevia fra il Sahel, il Corno d\u2019Africa e il Mar Rosso, sulla via fra Suez, cio\u00e8 il Mediterraneo, e l\u2019Oceano Indiano. Una crisi che pu\u00f2 fare da detonatore in una regione gi\u00e0 problematica.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Gli scontri armati iniziati il 15 aprile 2023 in Sudan fra i due principali esponenti della giunta militare che dall\u2019autunno 2021 guida il paese non accennano a diminuire nonostante le ripetute tregue proclamate nei giorni scorsi, ma mai osservate completamente. Nel pomeriggio del 29 aprile il Ministero della Sanit\u00e0 sudanese parlava di un bilancio che fino a quel momento registrava 528 morti e 4.599 feriti, probabilmente una stima per difetto date le difficolt\u00e0 di comunicazione, e quindi di aggiornamento dei dati, nel paese africano.<\/p>\n<p>In due settimane gli scontri hanno provocato almeno 334.000 sfollati interni secondo Paul Dillon, portavoce dell\u2019Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), durante un briefing a Ginevra. Pi\u00f9 di 100.000 persone sono fuggite nelle nazioni vicine, tra cui Egitto, Ciad, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana ed Etiopia, ha aggiunto Olga Sarrado, portavoce dell\u2019Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Le Nazioni Unite temono un esodo di massa e stimano che \u201cpi\u00f9 di 800.000 persone\u201d potrebbero fuggire dal Sudan.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-164202 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/download-1.jpg\" alt=\"\" width=\"405\" height=\"227\" \/><\/p>\n<p>Teoricamente, dalle ore 00.00 di venerd\u00ec 28 aprile fino alle 24.00 di domenica 30 aprile, doveva essere in atto un\u2019ulteriore tregua di 72 ore, dopo quella, di identica durata, che era stata annunciata il 25 aprile dal segretario di stato americano Anthony Blinken e dovuta soprattutto alla mediazione di USA e Arabia Saudita.<\/p>\n<p>La prima tregua era stata violata ampiamente, ma anche la seconda \u00e8 stata accettata solo a parole dai due contendenti in lotta per il potere, il generale Abdel Fattah Al Bhuran, che guida il governo e le forze armate regolari, e il generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto \u201cHemetti\u201d, alla testa delle Rapid Support Forces (RSF).<\/p>\n<p>Ancora la mattina del 26 aprile, l\u2019inviato speciale dell\u2019ONU incaricato dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres di mediare, il diplomatico tedesco Volker Perthes, dichiarava che \u201cnon vi sono segnali che indichino che le forze militari che si combattono in Sudan siano disposte a negoziare tra loro\u201d.<\/p>\n<p>Nella notte fra 27 e 28 aprile, tuttavia, i due generali hanno entrambi accettato la tregua che dovrebbe sfociare in colloqui di pace da tenersi a Giuba, capitale del vicino Sud Sudan o pi\u00f9 probabilmente in Arabia Saudita. Ma la sospensione dei combattimenti non c\u2019\u00e8 stata, fra recriminazioni reciproche. Curiosamente, nella serata del 30 aprile, le milizie RSF hanno comunicato di voler \u201cprorogare di altre 72 ore la tregua a partire dalla mezzanotte di stasera\u201d.<\/p>\n<p>Cio\u00e8, teoricamente, nei primi tre giorni di maggio. Poco dopo, anche l\u2019esercito di Al Bhuran (nella foto sotto) ha risposto all\u2019appello, aggiungendo che \u201cl\u2019estensione della tregua \u00e8 stata possibile grazie alla mediazione di Arabia Saudita e Stati Uniti\u201d. Si teme che si tratter\u00e0 in sostanza di un altro \u201cfalso\u201d cessate il fuoco, con cannonate e raffiche che continueranno a risuonare.<\/p>\n<p>Secondo l\u2019agenzia di stampa russa RIA Novosti, che riportava indiscrezioni dal Ministero degli Esteri sudanese, il 29 aprile entrambi le parti avevano \u201cscelto rappresentanti per intavolare i colloqui previsti a Giuba\u201d, ma per l\u2019inizio dei negoziati non esisteva ancora una data precisa \u201ca causa delle difficolt\u00e0 nei collegamenti aerei tra Khartum e Giuba\u201d.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-164203 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Al-Bhrun.jpg\" alt=\"\" width=\"368\" height=\"368\" \/><\/p>\n<p>Intanto, proseguivano i bombardamenti aerei che l\u2019aeronautica, sotto il controllo di Al Bhuran, attua da giorni contro le milizie RSF, al che \u201cHemetti\u201d Dagalo ha dichiarato che \u201cnon inizieremo i colloqui fino alla fine dei bombardamenti\u201d.<\/p>\n<p>I suoi miliziani hanno comunicato quasi nello stesso momento che avrebbero sotto il proprio controllo quasi tutto lo stato regionale di Khartum, che pure non \u00e8 molto esteso rispetto all\u2019immensit\u00e0 del Sudan (1,8 milioni di km quadrati), aggirandosi sui 22.000 chilometri quadrati ma \u00e8 cruciale per la presenza della capitale, in cui si concentra il 10 % della popolazione totale, cio\u00e8 5 milioni sui circa 49-50 milioni stimati.<\/p>\n<p>Il 29 aprile le RSF comunicavano di \u201cassicurare uno stretto controllo sul 90% dello stato regionale di Khartum, poich\u00e9 tutti i punti d\u2019ingresso sono completamente assicurati dalle nostre forze\u201d. Secondo le RSF, inoltre, \u201coggi c\u2019\u00e8 stato un gran numero di defezioni tra i ranghi dell\u2019esercito, tra cui quella di un colonnello del Corpo del Genio\u201d.<\/p>\n<p>Il quadro che si sta delineando in queste ore sembra quello di una lotta serrata con cui entrambe le fazioni cercano di guadagnare terreno per poi andare ai colloqui ma ciascuno sperando di trattare da una posizione di forza rispetto all\u2019altro. In questa \u201cgara\u201d per\u00f2, il Sudan rischia di vedersi aprire anche fronti collaterali che sembravano placati, come il Darfur, dove per anni si sono affrontate le trib\u00f9 nere di agricoltori stanziali e le trib\u00f9 pastorali di ceppo arabo, sostenute dalle milizie irregolari Janjawid, i \u201cdemoni a cavallo\u201d, da cui poi vennero costituite le RSF di Dagalo.<\/p>\n<p>Il 29 aprile lo stesso Dagalo ha dichiarato, intervistato dalla rete britannica BBC che \u201c<em>non vogliamo distruggere il Sudan<\/em>\u201d, spiegando: \u201c<em>Prima deve reggere il cessate il fuoco, poi potremo negoziare. Al Buhran \u00e8 un traditore perch\u00e9 ha portato nel governo i fedeli del deposto ex-presidente Al Bashir. E\u2019 guidato dai capi del Fronte islamico radicale. Sto guardando avanti, a un governo civile per il Sudan\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Ma nel frattempo la situazione di caos, difficilmente discernibile anche perch\u00e9 i collegamenti internet col paese risultano spesso compromessi, sta riportando in ebollizione anche il Darfur, dove stanno ricominciando gli scontri fra arabi e neri, indipendentemente dal confronto fra le due branche delle forze armate governative.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 il 24 aprile il segretario generale dell\u2019ONU Antonio Guterres ammoniva sui rischi di un effetto domino:\u00a0<em>\u201cLa violenza in Sudan deve finire. Il rischio \u00e8 una catastrofica conflagrazione all\u2019interno che potrebbe inghiottire l\u2019intera regione e oltre\u201d.<\/em><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164205\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Possible-Sudan-Coup-e1635159915850.jpeg\" alt=\"\" width=\"862\" height=\"539\" \/><\/p>\n<p>E il 29 aprile l\u2019ex-primo ministro sudanese Abdalla Hamdok, che era stato rovesciato nel 2021 dai due generali oggi su fronti opposti, parlando da Nairobi, in Kenya, ha avvertito il mondo:\u00a0<em>\u201cIl Sudan \u00e8 un paese molto grande, molto diversificato. Penso sar\u00e0 un incubo per il mondo. Questa non \u00e8 una guerra fra un esercito e una piccola ribellione. E\u2019 quasi una guerra fra due interi eserciti, ben addestrati e ben armati. L\u2019insicurezza pu\u00f2 peggiorare pi\u00f9 che nelle guerre civili di Siria e Libia, che gi\u00e0 hanno causato migliaia di morti e milioni di profughi\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Al 29 aprile l\u2019UNHCR, il commissariato ONU per i rifugiati, parlava gi\u00e0 di 50.000 profughi gi\u00e0 usciti dal paese verso le nazioni vicine, che spesso sono gi\u00e0 oberate da una massa di altri fuggiaschi dalle interminabili guerre africane. Per la precisione, oltre 20.000 sudanesi sono scappati in Ciad, che di suo gi\u00e0 ospita ben 500.000 rifugiati e richiedenti asilo provenienti da vari paesi del Sahel, dal Mali al Burkina Faso, gi\u00e0 provati dal terrorismo islamico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Le ricadute della crisi<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Il rischio che un paese povero come il Ciad possa cedere sotto il peso di nuove ondate di profughi, causando sommovimenti di popolazioni in tutta la regione del Sahara non sembra campato in aria. Fra altri paesi di destinazione dei fuggitivi dal Sudan ci sono l\u2019Egitto, con 16.000 ingressi, il Sud Sudan con 13.000, e la Repubblica Centrafricana con 1300, numeri destinati a crescere.<\/p>\n<p>Quanto alle conseguenze geopolitiche, la crisi del Sudan priva, almeno per il momento, di un valido alleato il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, che proprio sull\u2019asse fra il Cairo e Khartum ha puntato fra il 2019 e il 2022 per fare fronte comune contro l\u2019Etiopia del premier Abiy Ahmed, la cui ciclopica diga GERD, sul Nilo Azzurro, minaccia l\u2019approvvigionamento d\u2019acqua delle nazioni a valle, appunto Sudan ed Egitto, ponendo un\u2019ulteriore ipoteca sulle loro gi\u00e0 difficili produzioni agricole.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni egiziani e sudanesi avevano anche condotto insieme esercitazioni militari congiunte sul Nilo come mezzo di pressione sugli etiopi, ma ora Addis Abeba tira probabilmente un sospiro di sollievo. Le indiscrezioni degli ultimi giorni indicano che, in sostanza, fra i maggiori paesi arabi vicini al Sudan, l\u2019Egitto sarebbe dalla parte di Al Bhuran, gli Emirati Arabi Uniti invece sarebbero pi\u00f9 propensi a Dagalo (nella foto sotto), mentre l\u2019Arabia Saudita tenderebbe a mediare maggiormente fra i due rivali.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-164204 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/hemeti-sudan-file-photo-afp_0.jpg\" alt=\"\" width=\"338\" height=\"190\" \/><\/p>\n<p>Da dati della Banca Centrale del Sudan riportati dall\u2019ISPI emerge che, a livello di rapporti economici, nel 2022 sono stati gli EAU il maggior partner del Sudan, con un interscambio di oltre 2 miliardi di dollari, sia in import, sia in export. Al secondo posto \u00e8 attestata la Cina, soprattutto con un import di oltre 1600 miliardi di dollari, fra cui armamenti.<\/p>\n<p>Pechino ha sempre contato sul Sudan come una discreta fonte di petrolio, ancora importante nonostante da oltre un decennio il grosso dei pozzi sia rimasto sul territorio del secessionista Sud Sudan. Seguono nell\u2019ordine, con cifre assai minori, Egitto, Arabia Saudita e Russia, mentre fanalini di coda, fra i \u201cgrandi\u201d paesi, sono Turchia e Stati Uniti. In generale, l\u2019atteggiamento di tutte queste potenze \u00e8 stato cauto e non particolarmente incisivo, almeno per il momento, a riprova del fatto che il conflitto sembra essere scoppiato per dinamiche tutte interne al Sudan e costituisca per tutti un problema, pi\u00f9 che una vera opportunit\u00e0.<\/p>\n<p>Peraltro, il 24 aprile il presidente turco Recep Erdogan, sempre in cerca di prestigio diplomatico, aveva tentato di \u201cmettere il cappello\u201d sulla crisi sudanese proponendosi come arbitro esattamente come ha tentato di fare pi\u00f9 volte fra Russia e Ucraina. Ma se almeno nella guerra ucraina, Erdogan era riuscito a favorire nel luglio 2022 l\u2019accordo sulle esportazioni di grano dal Mar Nero, in Sudan non ha avuto successo e l\u2019ipotesi da lui prospettata di negoziati fra Al Bhuran e Dagalo nella sede neutrale di Ankara \u00e8 subito sfumata.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Le preoccupazioni di Mosca<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Chi guarda al Sudan con maggior apprensione \u00e8 forse la Russia, combattuta fra due tendenze. Nell\u2019interesse di Mosca c\u2019\u00e8 il rapido ristabilirsi di una continuit\u00e0 di governo, dato che pochi mesi fa, il 9 febbraio 2023, proprio il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha siglato con Al Bhuran ed \u201cHemetti\u201d l\u2019accordo definitivo, dopo approcci iniziati nel 2020 col precedente governo, circa la costruzione di una base navale militare russa a Porto Sudan, il maggior sbocco del paese sul Mar Rosso.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-164206 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/EDM-Red-Sea-Map.jpg\" alt=\"\" width=\"380\" height=\"590\" \/><\/p>\n<p>Sulla prevista base russa \u00e8 trapelato che avr\u00e0 una guarnigione fissa di 300 soldati e marinai e potr\u00e0 ospitare fino a 4 grandi navi o sottomarini anche a propulsione nucleare. Qualora venisse completata, la base di Porto Sudan assicurerebbe alla flotta russa un importantissimo punto d\u2019appoggio nel Mar Rosso, non costringendo pi\u00f9 le navi di Mosca ad avvalersi come scalo della base cinese di Gibuti.<\/p>\n<p>Di pi\u00f9, la contemporanea presenza di due basi navali russe, una a Tartus, in Siria, e una a Porto Sudan, cio\u00e8 a Nord e a Sud di Suez, costituirebbe una sorta di \u201ctenaglia\u201d sul canale che collega Mediterraneo e Indo-Pacifico. Affinch\u00e9 la base sia realizzata occorre stabilit\u00e0 e da quanto sta accadendo, sembra che il Cremlino stia attuando una doppia strategia.<\/p>\n<p>A livello ufficiale, come testimoniano i numerosi comunicati emessi da funzionari del Ministero degli Esteri di Mosca, si cerca di invitare le parti a una riappacificazione. Ad esempio, il 27 aprile il viceministro Mikhail Bogdanov ha chiamato le\u00a0<em>fazioni \u201ca raggiungere un consenso nazionale e a cooperare\u201d.<\/em>\u00a0Frattanto, nella peggiore delle ipotesi, cio\u00e8 che il conflitto non finisca a breve, pare i russi stiano puntando sul supporto non ufficiale a \u201cHemetti\u201d Dagalo per mezzo della compagnia militare privata (PMC) Wagner, come vedremo pi\u00f9 oltre nell\u2019articolo, che come sempre permette al governo di Mosca di difendere i propri interessi senza esporsi apertamente.<\/p>\n<p>In quel caso i russi punterebbero sulla vittoria di uno dei due, purch\u00e9 al pi\u00f9 presto sia restaurata a Khartum un\u2019unit\u00e0 di comando che non ponga ulteriori intoppi alla costruzione della base sul Mar Rosso. E la scelta per Dagalo sarebbe la pi\u00f9 scontata per i russi, avendo egli le \u201cchiavi\u201d delle miniere d\u2019oro che gi\u00e0 la Wagner sfrutta.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Resa dei conti<\/u><\/strong><\/p>\n<p>La guerra civile che oppone Al Bhuran a Dagalo non \u00e8 una classica contrapposizione fra un governo e ribelli rivoluzionari. La si potrebbe definire pi\u00f9 una \u201cguerra intergovernativa\u201d, nel senso di una resa dei conti interna alla giunta militare. Al Bhuran e Dagalo sono infatti, rispettivamente, presidente e vicepresidente del medesimo Consiglio Transizionale di Sovranit\u00e0, cio\u00e8 la giunta militare al potere dal 2021. Per comprendere i retroscena del Sudan occorre ricordare, in estrema sintesi, la storia degli ultimi decenni.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164207\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/6a8fd7bf-2608-4745-a22b-82be49fa6de1.jpg\" alt=\"\" width=\"847\" height=\"508\" \/><\/p>\n<p>Per ben trent\u2019anni, dal 1989 al 2019 il paese \u00e8 stato sottoposto alla dittatura del presidente Omar Al Bashir, che nella sua condotta di governo si faceva forte dell\u2019appoggio di correnti estremiste islamiche capeggiate da Hassan Al Turabi, dal quale poi Al Bashir prese le distanze.<\/p>\n<p>Il dittatore affront\u00f2 negli anni due lunghe guerre interne nel tentativo di assicurare alla componente arabo-islamica del paese la supremazia sulle minoranze etniche di ceppo nero africano.<\/p>\n<p>In Darfur terrorizz\u00f2 le popolazioni locali di ceppo Fur, Masalit e Zaghawa con le bande di Janjawid, predoni a cavallo poi passati a utilizzare ampiamente veicoli fuoristrada di vario tipo, modificati in veicoli da combattimento leggeri e veloci secondo lo schema delle cosiddette \u201ctecniche\u201d, con mitragliatrici pesanti o lanciarazzi sul pianale. Solo la guerra in Darfur, dal 2003 al 2020, aveva causato almeno 300.000 morti e nel frattempo si combatteva un\u2019altra sanguinosa guerra nelle porzioni meridionali del Sudan, allora unito, dove i neri cristiano-animisti ottennero alfine l\u2019indipendenza nel 2011.<\/p>\n<p>Proprio dagli agguerriti Janjawid ebbero origine le Rapid Support Forces, forze di supporto rapido, fondate nel 2013 ancora sotto il regime di Al Bashir. La dittatura croll\u00f2 nel 2019 a seguito di crescenti manifestazioni popolari dovute alla crisi economica e Al Bashir venne rovesciato da un golpe e imprigionato dai militari. Inizialmente le forze armate diedero spazio a un governo civile guidato dal primo ministro Abdalla Hamdok, ma una vera transizione verso la democrazia non si ebbe mai e il 25 ottobre 2021, con un nuovo colpo di stato si insedi\u00f2 al potere la giunta guidata da Al Bhuran e Dagalo.<\/p>\n<p>A far scoppiare il conflitto fra i due ex-alleati \u00e8 stato principalmente il progetto di Al Bhuran di assorbire le RSF all\u2019interno dell\u2019esercito, di fatto condannando \u201cHemetti\u201d a perdere il suo personale strumento di potere anche politico. Era il 15 aprile 2022 quando le milizie RSF hanno iniziato i combattimenti, attaccando il palazzo presidenziale e l\u2019aeroporto internazionale, sebbene essi stessi accusino l\u2019esercito di avere per primo iniziato gli scontri. Sembra in effetti che nella capitale diversi carri armati fossero stati schierati da Al Bhuran anche nei giorni precedenti al conflitto, in quello che doveva sembrare un monito al rivale, di cui in qualche modo ci si aspettava la ribellione.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164208\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/esercito-sudan.jpeg\" alt=\"\" width=\"858\" height=\"589\" \/><\/p>\n<p>Il che conferma come lo scontro fosse nell\u2019aria e sarebbe potuto scoppiare per iniziativa dell\u2019uno o dell\u2019altro quasi indifferentemente. Intervistato telefonicamente dalla CNN, Al Bhuran ha accusato Dagalo di averlo voluto catturare:\u00a0<em>\u201cLe RSF hanno cercato di catturarmi e di uccidermi. E\u2019 un golpe contro lo stato e verr\u00e0 punito. L\u2019esercito sudanese \u00e8 l\u2019esercito di tutto il Sudan, non appartiene a una persona o a un\u2019organizzazione. Suo compito \u00e8 difendere il paese\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Intanto un portavoce delle RSF ribatteva:\u00a0<em>\u201cAbbiamo cercato di catturare Al Bhuran e portarlo davanti a una corte di giustizia per atti di tradimento contro il popolo sudanese. Stiamo combattendo per tutto il popolo\u201d.<\/em>\u00a0Fin dalle prime ore, in sostanza, entrambe le parti hanno rivendicato la titolarit\u00e0 del diritto di ognuna ad agire contro l\u2019altra. Dal punto di vista militare, come confermato dal fatto che in due settimane di combattimenti non sembrano esserci stati finora grandi mutamenti nella bilancia strategica, \u00e8 interessante notare come le due parti abbiano una forza quasi pari nel numero di effettivi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Le forze in campo<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Secondo il Military Balance 2023, il complesso delle Sudan Armed Forces, escluse le RSF, consterebbe di circa 104.300 uomini, di cui 1.300 della minuscola Marina, sostanzialmente ininfluente nell\u2019attuale conflitto, e 3.000 dell\u2019Aeronautica. L\u2019Esercito conta quindi poco pi\u00f9 di 100.000 omini, organizzati in 5 compagnie di forze speciali e 19 divisioni (1 corazzata, 1 meccanizzata, 1 del Genio su 9 battaglioni, 1 di fanteria di Marina e 15 di fanteria) oltre a 13 brigate indipendenti di cui 1 esplorante, 1 meccanizzata, 6 di fanteria, 1 aviotrasportata, 1 di supporto logistico e 3 di artiglieria. Gendarmeria e forze paramilitari comprendono altri 40.000 effettivi inclusa una divisione di Guardie di frontiera.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164210\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Fu8ypBnXoAET4Rk.jpg\" alt=\"\" width=\"856\" height=\"642\" \/><\/p>\n<p>Si tratta all\u2019incirca degli stessi effettivi attribuiti attualmente alle RSF, che Dagalo ha fatto crescere in maniera esponenziale. Oggi si \u00e8 concordi nel ritenere contino ormai circa 100.000 uomini, qualcuno azzarda perfino un massimo di 150.000, cio\u00e8 ben pi\u00f9 dell\u2019esercito. Spesso le RSF sono state definite \u201cforze speciali\u201d, ma in realt\u00e0 si configurano pi\u00f9 come una vasta armata parallela di fanteria leggera ad alta mobilit\u00e0, dotata di blindo e veicoli ruotati veloci, tipo \u201ctecniche\u201d. Insomma, un esercito che ha poco da invidiare a quello regolare, se si escludono carri armati e aeroplani.<\/p>\n<p>Certamente il Sudan Army dispone di numerosi carri, ancorch\u00e9 di concezione antiquata, ma ancora validi in una guerra africana.<\/p>\n<p>Sempre il Military Balance assegna alle forze sudanesi un inventario complessivo di 465 carri da battaglia: 305 vecchi T-54 e T-55 ex-sovietici, 20 M-60A3 americani forniti dall\u2019Egitto, con 70 pi\u00f9 moderni T-72AV e diversi tank cinesi inclusi 60 Type 59, 10 Type 85, 70 Type 62, Spicca un certo numero di carri di produzione locale, sfornati dall\u2019industria militare Giad, una sorta di \u201ccitt\u00e0 industriale\u201d situata circa 70 km a Sud di Khartum. Il complesso Giad ha sfornato a partire dal 2000 almeno 24 carri Al Bashir, che sarebbero una copia sudanese del cinese Type-88, e fra 50 e 100 esemplari di Al Zubair-2, versione locale del T-59D pure cinese, mentre con Al Zubair-1 \u00e8 stata designata una versione di T-72 fornito via Iran e con Digna una sorta di T-55 locale.<\/p>\n<p>Una parte dei carri sudanesi \u00e8 assegnata alla 7a Divisione Corazzata, altri sono scaglionati assegnati livello battaglione brigate e alle divisioni di fanteria.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-164248 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/5319293833793619965_121-002.jpg\" alt=\"\" width=\"421\" height=\"364\" \/><\/p>\n<p>Circa 750 i veicoli da combattimento, i mezzi blindati e i veicoli trasporto truppe per lo pi\u00f9 BMP-1\/2, BRDM 1\/2, BTR-3, BTR-50, M-113, OT-62\/64, Walid egiziani e V-150 Commando. L\u2019artiglieria comprende circa 900 pezzi inclusi 56 semoventi da 122mm 2S1 Gvozdika, 50 obici trainati da 122 mm D-30, 20 M101 da 105mm e 12 M114 da 155mm a cui si uniscono oltre 470 lanciarazzi campali cinesi da 107mm Type 63, 188 BM-21 Grad, Sagr e Type 81 da 122 mm oltre a mortai da 120, 81 e 82mm.<\/p>\n<p>Le dotazioni anticarro comprendono missili 9K11 Malyutka (RS-AT-3 Sagger), HJ-8, 9K135 Kornet (RS-AT-14 Spriggan), 40 cannoni senza rinculo da 106mm M40A1, cannoni anticarro da 76mm ZIS-3m da 100mm M-1944 e da 85mm D-44.<\/p>\n<p>La difesa antiaerea si basa su missili spalleggiabili 9K32 Strela-2, almeno 4 sistemi mobili 9K33 Osa (RS-SA-8 Gecko), cinesi FN-6 e un migliaio di cannoni a tiro rapido per lo pi\u00f9 di tipo russo sovietico ZPU-2 da 14.5mm ZPU- 4 da 37mm, Type-63 da 57mm S-60 da 85mm.<\/p>\n<p>Le forze aeree costituiscono un ulteriore punto di forza di Al Bhuran, che ha subito ordinato di sottoporre le RSF a pesanti attacchi aerei, come documentato da vari filmati fin dai primi giorni degli scontri a Khartum. Nell\u2019organico totale di 190 aerei, di tutti i tipi, i velivoli da combattimento erano all\u2019inizio delle ostilit\u00e0 una sessantina inclusi 22 Mig 29SE\/UB, 6 Su-24M\/MR, 14 aerei da attacco Su-25K\/UB e 15 aerei da attacco cinesi A-5 Fantan mantenuti in riserva mentre una ventina di Chengdu J-7, (Mig 21 cinesi) sembrano non essere pi\u00f9 in grado di volare.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164229\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/sudan-air-force-mig-29s.png\" alt=\"\" width=\"862\" height=\"485\" \/><\/p>\n<p>La componente elicotteristica conta sulla carta 40 velivoli da attacco Mi-24\/35, 28 multiruolo Mi-8\/17, 1 Bell 205 e 3 Bo-105. Sono presenti inoltre alcuni droni cinesi armati CH-3 e CH-4, 11 addestratori cinesi K-8W mentre la flotta cargo comprende 1 Il-76, 4 C-130H\u00a0<em>2\u00a0<\/em>Y-8 oltre a 3 An-26, 2 An-32, 2 An-72 e 6 An-74.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Le ostilit\u00e0<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Gli aerei segnalati pi\u00f9 spesso negli attacchi contro le milizie di Dagalo sono stati i MiG-29SE, i Sukhoi Su-25 e i bombardieri di prima linea Sukhoi Su-24M1 e meno spesso gli elicotteri Mil Mi-24. E\u2019 stato utilizzato come ricognitore l\u2019addestratore a getto Karakorum K-8W di fabbricazione cinese.\u00a0<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164211\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/FuT7vMpXgAASMI3.jpg\" alt=\"\" width=\"856\" height=\"485\" \/><\/p>\n<p>Fra il 15 e il 16 aprile i combattimenti sono iniziati anzitutto a Khartum, dove secondo la stampa locale, in particolare il Sudan Tribune: \u201cCi sono esplosioni e scontri vicino al Comando dell\u2019esercito e al palazzo presidenziale. Gli scontri si sono estesi ai quartieri di Hillat Hamad, Khojaly e Arkaweet\u201d. Fin dalle prime 24 ore si sono registrati in Sudan 56 morti e 600 feriti, dei quali 25 morti nella sola capitale Khartum. Il 18 aprile l\u2019esercito di Al Bhuran ha dichiarato \u201cl\u2019espansione delle operazioni belliche\u201d contro le truppe di Dagalo, mentre il bilancio dei morti arrivava gi\u00e0 a 185 e i feriti a 1800. Quel giorno si segnalavano anche aggressioni a diplomatici occidentali.<\/p>\n<p>Veniva attaccato, senza vittime, un convoglio diplomatico USA, al che erano seguite le proteste di Blinken. Inoltre, \u00e8 stato aggredito nella sua residenza l\u2019ambasciatore dell\u2019Unione Europea a Khartum, l\u2019irlandese Aidan O\u2019Hara. Al che, il rappresentante Esteri dell\u2019UE, Josep Borrell ha commentato:\u00a0<em>\u201cQuesto fatto costituisce una grave violazione della Convenzione di Vienna. La sicurezza delle sedi e dello staff diplomatico \u00e8 responsabilit\u00e0 primaria delle autorit\u00e0 sudanesi e un obbligo ai sensi del diritto internazionale<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Le RSF hanno da un lato attaccato nel cuore della capitale, bombardando anche l\u2019aeroporto, dall\u2019altro hanno via via preso il controllo di molte vie di accesso alla citt\u00e0, per prevenire l\u2019arrivo di rinforzi. Nel resto del paese, hanno tentato di conquistare la raffineria di petrolio di Al Jili, venendo per\u00f2 attaccati dall\u2019aviazione, come testimoniano alcuni video.<\/p>\n<p>Non si sono avute notizie chiare di abbattimenti di velivoli, almeno al momento, ed \u00e8 possibile che le milizie di Dagalo puntino pi\u00f9 che altro a eliminare la minaccia dell\u2019aviazione alla radice, ovvero attaccando e occupando le basi aeree, laddove possibile. Come a Meroze, nel nord del Sudan dove la base aerea caduta in mano alla RSF sembra ospitasse anche diversi Mig 29 egiziani (forse alcuni dei quali andati distrutti) rischierati per esercitazioni congiunte con l\u2019Aeronautica Sudanese.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-164244 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/article_643ea10e96eb61_03412898.jpg\" alt=\"\" width=\"439\" height=\"247\" \/><\/p>\n<p>Attorno al 24-25 aprile la situazione a Khartum sembrava equilibrata. Secondo una mappa diffusa dal blog russo Slavyangrad i combattimenti si concentravano nella zona centrale della capitale, specie nella penisola formata dalla Y rovesciata della confluenza tra il Nilo Bianco, che viene dai Grandi Laghi dell\u2019Africa Centrale, e il Nilo Azzurro, che arriva dall\u2019Etiopia.<\/p>\n<p>Le RSF erano padrone di un numero minore di aree, ma pi\u00f9 estese, mentre l\u2019esercito regolare sembrava pi\u00f9 sparpagliato e, anzi, il grosso delle zone di combattimento era ancora conteso, senza un vero padrone. Complice la frequente interruzione delle comunicazioni, non si ha una grande copertura mediatica del conflitto sudanese, ma fra i video visibili in rete si segnala una sequenza di tre diverse situazioni postata il 25 aprile dal sito del quotidiano\u00a0<a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=brhjgL2ugYY\">britannico Daily Mail e visibile su Youtube.<\/a><\/p>\n<p>All\u2019inizio del filmato, ripreso a quanto pare dalle milizie RSF, si assiste alla distruzione di un carro armato governativo, che parrebbe un T-59 o una copia locale Al Zubair. Non \u00e8 chiaro come il carro abbia preso fuoco, ma lo si vede indietreggiare fino a cozzare contro un altro veicolo. La scena si sposta poi in un aeroporto occupato dalle milizie, che si aggirano fra alcuni elicotteri Mil Mi-24 distrutti al suolo.<\/p>\n<p>Infine, un distaccamento motorizzato delle milizie di Dagalo pare attestato lungo un\u2019ampia strada alla periferia della capitale, sfoggiando vari mezzi a ruote, come autoblindo BTR e anche jeep \u201cTecniche\u201d armate di mitragliatrici pesanti sul pianale.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164224 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/FvDldXWWYAA5lmK-scaled.jpg\" alt=\"\" width=\"2560\" height=\"1397\" \/><\/p>\n<p>Mentre le forze regolari venivano giudicate meglio attestate a Khartum e nelle grandi citt\u00e0, le milizie RSF venivano date pi\u00f9 forti soprattutto nelle regioni meno urbanizzate del paese, forti della loro mobilit\u00e0 e adattabilit\u00e0 alle condizioni semidesertiche. Le milizie di Dagalo vantano inoltre una esperienza superiore di combattimento avendo combattuto nel 2015 in Yemen contro gli Houthi a sostegno del governo di Sana\u2019a alleato di Arabia Saudita ed Emirati, e nel 2019 in Libia dalla parte del generale Khalifa Haftar, anche lui appoggiato dalla PMC russa Wagner che a loro volta sostengono Dagalo.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-164225 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/FvHffytXgAQwLXM.jpg\" alt=\"\" width=\"291\" height=\"291\" \/><\/p>\n<p>Il 2 maggio le Forze di Supporto Rapid (a sinistra il loro logo) hanno reclamato il controllo della quasi totalit\u00e0 delle tre aree principali di Khartoum, negando la possibilit\u00e0 di ingerenze straniere nelle questioni interne al Paese. Il generale Mohamed Hamdan \u201cHemeti\u201d Dagalo ha detto al quotidiano panarabo di propriet\u00e0 saudita \u201cAl Sharq al Awsat\u201d che le RSF stanno lavorando in stretta collaborazione con i cittadini sudanesi per ripristinare l\u2019erogazione regolare di acqua ed energia elettrica e per riavviare i servizi essenziali.<\/p>\n<p>A proposito dell\u2019accordo per la tregua umanitaria, Hemeti ha spiegato che l\u2019obiettivo \u00e8 \u201calleviare le sofferenze del popolo\u201d, ringraziando l\u2019Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti per il loro impegno per porre fine agli scontri.<\/p>\n<p>Il generale ha smentito le informazioni sulle violenze compiute dagli uomini delle RSF ai danni di civili e diplomatici, che ha definito parte della propaganda della controparte, ossia le Forze armate, \u201cper screditare le nostre forze agli occhi dell\u2019opinione pubblica locale e internazionale\u201d. Le RSF hanno denunciato la mattina del 2 maggio \u201draid aerei sulle zone residenziali di Khartoum\u201d rivendicando di aver abbattuto un Mig.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>L\u2019ombra della PMC Wagner<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Fin dai primi giorni del conflitto in Occidente s\u2019\u00e8 fatta strada l\u2019ipotesi che la compagnia militare privata russa Wagner, guidata da Evgenj Prigozhin e considerata longa manus del Cremlino per estendere l\u2019influenza russa, fosse implicata con rifornimenti di armi e munizioni al fianco di \u201cHemetti\u201d Dagalo e delle sue milizie RSF. Si pensi che miliziani Wagner, in numero stimato fra 300 e 500, sono presenti nel paese, ufficialmente come \u201cistruttori\u201d dei militari locali, a partire dal 2017, seguendo una tendenza comune alla regione circostante.<\/p>\n<p>Tuttora sarebbero presenti in Libia 1.200 russi di Prigozhin, in Repubblica Centrafricana quasi 1.900 e in Mali almeno 1.000. Il 21 aprile la CNN, il gruppo investigativo All Eyes on Wagner, la societ\u00e0 privata di foto satellitari Maxar e la societ\u00e0 di analisi olandese Gerjon hanno divulgato immagini e informazioni, anche provenienti da fonti diplomatiche anonime, che sembrano dimostrare il sostegno logistico della Wagner ai miliziani di Dagalo.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164216 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/army-vagner-855x524-1.jpg\" alt=\"\" width=\"855\" height=\"524\" \/><\/p>\n<p>Le foto satellitari della Maxar mostrano la probabile attivit\u00e0 aerea di almeno un velivolo Ilyushin Il-76 russo, senza insegne, attribuito alla compagnia Wagner, che avrebbe rifornito i ribelli sorvolando il Sudan Nord occidentale dopo una complicata spola fra Libia e Siria nei giorni immediatamente precedenti e in quelli immediatamente successivi all\u2019erompere dei combattimenti.<\/p>\n<p>Il 13 aprile l\u2019Il-76, che, ricordiamo, ha una capacit\u00e0 di carico fra 40 e 60 tonnellate, a seconda della versione, \u00e8 stato ripreso alla base libica di Al Khadim, nella Cirenaica dominata dal feldmaresciallo Khalifa Haftar. Dopo il decollo si \u00e8 diretto a Nordest, atterrando alla base russa di Hmeimm, presso Latakia, in Siria.<\/p>\n<p>L\u2019indomani \u00e8 ripartito dalla Siria ed \u00e8 stato segnalato di ritorno ad Al Khadim. Il 15 aprile l\u2019aereo cargo si \u00e8 spostato da Al Khadim per portarsi su un\u2019altra base libica, Al Jufra, in pieno Sahara, dove ha parcheggiato in un\u2019area riservata. Il 18 aprile l\u2019Ilyushin \u00e8 decollato di nuovo da Jufra, volando fino alla Siria. Atterrato a Latakia \u00e8 poi ripartito per la Libia facendo tappa ad Al Khadim e infine rientrando a Jufra. Questo viavai \u00e8 stato associato a voci di fonti sudanesi secondo cui l\u2019aereo russo, durante i suoi voli Libia-Siria, si sarebbe portato sopra l\u2019angolo nordoccidentale del territorio del Sudan, paracadutando fino al 18-19 aprile armamenti e munizioni per le milizie RSF.<\/p>\n<p>La ricostruzione potrebbe essere convincente se si considera che nella zona di Sudan potenzialmente sorvolata dal cargo della Wagner, si trova una base delle milizie RSF, la cosiddetta \u201cguarnigione Chevrolet\u201d (Chevrolet Garrison), che secondo l\u2019agenzia stampa russa TASS sarebbe stata attaccata e occupata dalle forze regolari dell\u2019esercito di Bhuran solo il 20 aprile. Il che potrebbe spiegare l\u2019interruzione dei voli dell\u2019Ilyushin, non pi\u00f9 rilevati nei giorni successivi. Tuttavia, come valido canale logistico utilizzabile dalla Wagner per rifornire di armi le RSF, resta perlomeno il confine terrestre con la Repubblica Centrafricana, esteso pur sempre per 174 chilometri e difficilmente sorvegliabile per intero.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164221\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/pdy8UUCF.jpg\" alt=\"\" width=\"850\" height=\"496\" \/><\/p>\n<p>Proprio dal Centrafrica, secondo indiscrezioni pubblicate il 28 aprile da Africa Intelligence e attribuite ai servizi segreti americani e francesi, la Wagner starebbe proseguendo in questi giorni a trasportare in Sudan armi leggere, da fanteria, ma anche missili antiaerei, probabilmente sistemi spalleggiabili tipo Igla, o similari.<\/p>\n<p>Ulteriore conferma del supporto della Wagner alle milizie di Dagalo, o \u201cHemetti\u201d, sarebbe venuta il 24 aprile da indiscrezioni di alti funzionari americani riportate dal New York Times. Prigozhin starebbe offrendo sottobanco alle RSF armi, fra cui missili antiaerei, che proverrebbero da arsenali che i contractors russi hanno costituito nella Repubblica Centrafricana. Secondo il NYT, Prigozhin avrebbe dapprima cercato di fare da mediatore tra i due generali sudanesi, ma sempre pendendo dalla parte di Dagalo, con cui condividerebbe l\u2019affare delle miniere d\u2019oro gestite dalla RSF.<\/p>\n<p>Il giornale americano cita come fonti \u201cufficiali americani che parlano sotto anonimato poich\u00e9 non sono autorizzati a parlare pubblicamente\u201d. E scrive: \u201cLa compagnia Wagner, che in precedenza aveva inviato in Sudan veicoli corazzati e istruttori in cambio di lucrose concessioni per miniere d\u2019oro, ha offerto armi potenti, tra cui missili superficie-aria, ai paramilitari del generale Hamdan Dagalo.<\/p>\n<p>Stando agli ufficiali almeno fino a venerd\u00ec 21 aprile, il generale non aveva ancora deciso se accettare le armi, che verrebbero dai depositi della Wagner nella Repubblica Centrafricana\u201d. Ricostruendo i retroscena, il New York Times prosegue: \u201cFin dal 2019 la Wagner ha espanso le sue attivit\u00e0 in Sudan, con scavi minerari per l\u2019oro, prospezioni alla ricerca di uranio e fornendo mercenari per la regione ribelle del Darfur. Dopo che i due generali conquistarono il potere nel 2021, la Wagner ha intensificato i suoi rapporti d\u2019affari col generale Dagalo, che visit\u00f2 Mosca nei primi giorni dell\u2019invasione russa in Ucraina e ha ricevuto equipaggiamento militare dal gruppo mercenario\u201d.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164222 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/200077900923_35272-002.jpg\" alt=\"\" width=\"1280\" height=\"720\" \/><\/p>\n<p>Resta il dubbio se effettivamente i \u201cwagneriani\u201d stiano combattendo sul campo in questi giorni al fianco delle RSF. In data 28 aprile si sono incrociate due notizie di segno opposto al riguardo. Prigozhin, come era intuibile, ha negato decisamente \u201cla presenza di miliziani della compagnia in Sudan da pi\u00f9 di due anni\u201d.<\/p>\n<p>Ma da Londra, la testata i-News, sulla base di indiscrezioni rilasciatele dai servizi segreti britannici, i quali \u201cstanno monitorando l\u2019attivit\u00e0 della Wagner in Sudan nel quadro delle evacuazioni di cittadini britannici\u201d, ha riportato che \u201cmercenari della Wagner sono stati visti pattugliare il porto strategico di Porto Sudan, sul Mar Rosso\u201d.<\/p>\n<p>Inoltre i contractors russi sarebbero stato segnalati \u201cimpegnati in combattimento 800 chilometri a nord della capitale Khartum\u201d. Come ha riportato l\u2019interessante rapporto di i-News, che vale la pena citare estesamente: \u201cContractors di sicurezza che lavorano sul terreno per evacuare cittadini dalle zone di conflitto hanno detto che truppe della Wagner stanno pattugliando Porto Sudan a piedi e anche con imbarcazioni, monitorando gli sforzi internazionali per evacuare gli stranieri.<\/p>\n<p>\u2018Sono decisamente a Porto Sudan, le loro navi sono l\u00ec, le loro barche sono l\u00ec\u2019, ha detto una delle fonti della sicurezza. \u2018Stanno marciando tutt\u2019intorno e c\u2019\u00e8 grande preoccupazione\u2019. Un secondo contractor ha detto: \u2018Al momento sono sul terreno a Porto Sudan. I russi stanno utilizzando le loro pattuglie laggi\u00f9 perch\u00e9 vogliono che il porto diventi una base navale militare\u201d.<\/p>\n<p>Si pensa che il Ministero della Difesa della Gran Bretagna stia tracciando l\u2019attivit\u00e0 della Wagner in Sudan e le attivit\u00e0 nel porto\u201d. La testata i-News ricorda inoltre che la Difesa britannica sta preparando l\u2019invio di due navi da guerra per imbarcare cittadini britannici, mentre anche il Foreign Office ha un nucleo operativo nella citt\u00e0 marittima.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164230\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/4963276306636713003_120-002.jpg\" alt=\"\" width=\"855\" height=\"563\" \/><\/p>\n<p>E prosegue: \u201cUna fonte d\u2019intelligence inglese ha detto che Porto Sudan \u00e8 un grande crocevia per il denaro della Wagner e ha confermato che sue truppe sono state viste in loco\u201d. Aggiungendo scarni dettagli sugli \u201cavvistamenti\u201d dei \u201cwagneriani\u201d, narra: \u201cIl primo avvistamento, il 19 aprile, \u00e8 stato documentato da una fonte di sicurezza monitorante Porto Sudan.<\/p>\n<p>Hanno raccontato di aver visto un certo numero di piccole barche che contenevano truppe russe bianche che conducevano una pattuglia attorno a una nave da guerra dell\u2019Arabia Saudita. La nave era usata per la prima evacuazione di civili lontano dal conflitto. La loro presenza \u00e8 stata confermata da due ulteriori fonti che li hanno visto al porto al pi\u00f9 tardi mercoled\u00ec (26 aprile, n.d.r.). Il secondo avvistamento di truppe Wagner \u00e8 stato luned\u00ec di questa settimana (24 aprile, n.d.r.) nella citt\u00e0 di Omdurman, che sta sulla riva opposta del Nilo rispetto a Khartum e a 16 ore di automobile da Porto Sudan.<\/p>\n<p>Due fonti di sicurezza hanno parlato di una milizia di bianchi coinvolta in uno scontro a fuoco durante la notte. Entrambe le fonti sospettano il coinvolgimento della Wagner e una di esse ha detto: \u2018Non pu\u00f2 essere che la Wagner, non ci sono altri bianchi con armi automatiche in quella zona\u2019. I due avvistamenti sono i primi coinvolgimenti registrati della Wagner dall\u2019inizio dei combattimenti\u201d.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 non si pu\u00f2 per\u00f2 escludere che tale presenza a Porto Sudan, qualora trovi conferme da fonti neutrali rispetto alla sfida in atto tra Russia e Occidente, sia legata pi\u00f9 all\u2019evacuazione via mare di cittadini russi e di altre nazionalit\u00e0 che alla futura realizzazione di una base navale.<\/p>\n<p>Il 2 maggio l\u2019ambasciata russa a Karthoum e il ministero della Difesa di Mosca hanno reso noto di aver aiutato l\u2019evacuazione di oltre 70 cittadini stranieri, tra cui anche pi\u00f9 di 10 ucraini. Lo ha affermato l\u2019ambasciatore russo a Khartoum Andrei Chernovol parlando a Ria Novosti. \u201cLe cifre definitive per i cittadini stranieri evacuati sono in fase di definizione\u201d, ha aggiunto Chernovol. In precedenza Mosca aveva annunciato di aver dato il via all\u2019evacuazione di oltre 200 persone dal Sudan.<\/p>\n<p>Un numero analogo di stranieri sono stati evacuati via mare nelle ultime ore in Arabia Saudita. I media ufficiali sauditi hanno riferito dell\u2019arrivo a Gedda di 41 concittadini e 171 persone di altri Paesi, inclusi britannici e americani. Secondo la Saudi Gazette dall\u2019inizio della crisi in Sudan sono pi\u00f9 di 5.400 le persone evacuate da Poirt Sudan a Gedda.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>L\u2019oro della Nubia<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Rammenta inoltre i-News che lo stivale della Wagner in Sudan \u00e8 piantato principalmente, oltre che per preparare il terreno a una base navale russa sulla costa del Mar Rosso, per garantire i proventi delle ingenti risorse aurifere, la cui disponibilit\u00e0 \u00e8 intrecciata, almeno in una certa misura, con la capacit\u00e0 di sostenere economicamente lo sforzo bellico in Ucraina,<\/p>\n<p>\u201cSi presume che non avessero previsto che la guerra in Ucraina sarebbe durata cos\u00ec a lungo, quindi hanno bisogno del pieno accesso all\u2019estrazione dell\u2019oro in Sudan come fonte di finanziamento del loro continuo coinvolgimento nella guerra in Ucraina\u201d. Ci\u00f2 sarebbe per\u00f2 solo la declinazione attuale di una tendenza gi\u00e0 in atto da anni.<\/p>\n<p>E\u2019 addirittura dal 2017, da quando governava ancora il dittatore Omar Al Bashir, che i russi guardano all\u2019oro sudanese. Da allora, dopo che lo stesso Al Bashir ebbe incontrato a Mosca il presidente Vladimir Putin, vennero date concessioni minerarie alla compagnia M-Invest di San Pietroburgo, di propriet\u00e0 di Prigozhin (nella foto qui sotto).<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164223\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/230109145111-01-prigozhin-wagner-ukraine.jpg\" alt=\"\" width=\"854\" height=\"569\" \/><\/p>\n<p>Poich\u00e8, dopo la caduta di Al Bashir, una grandissima parte delle miniere d\u2019oro \u00e8 passata sotto il controllo della societ\u00e0 Al Gunade, di propriet\u00e0 di Dagalo e anche di suo fratello Abdul Rahim Dagalo, nonch\u00e9 di due figli di quest\u2019ultimo, i russi hanno sempre pi\u00f9 stretto rapporti con \u201cHemetti\u201d. Come sostiene Washington, la M-Invest agirebbe in Sudan tramite una sua societ\u00e0 locale, la Meroe Gold. Ironia dei nomi, la societ\u00e0 \u00e8 stata battezzata col nome dall\u2019antica citt\u00e0 di Meroe, nel settentrione del Sudan, sede attorno al 600 avanti Cristo di una civilt\u00e0 notevolmente influenzata dall\u2019Egitto dei faraoni, con tanto di piramidi, e ricca proprio grazie alle vene aurifere della zona, gi\u00e0 note agli antichi.<\/p>\n<p>Del resto, ai tempi degli egizi quella regione veniva chiamata non a caso Nubia, da \u201cnub\u201d, cio\u00e8 \u201coro\u201d nella lingua dei faraoni, come a dire che le terre a Sud della prima cateratta del Nilo erano per antonomasia \u201cil Paese dell\u2019Oro\u201d.<\/p>\n<p>La cordata M-Invest\/Meroe Gold, fra l\u2019altro, beneficia di accordi speciali per il trasporto tramite il cosiddetto 223\u00b0 Distaccamento Aereo, o 223\u00b0 Lyotnij Otrjad, una sorta di compagnia aerea statale russa finanziata direttamente dal bilancio federale e composta da una flotta di 33 grossi aerei da trasporto, fra cui spiccano 4 quadrigetti Ilyushin Il-76MD.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 nel 2020 l\u2019allora segretario al Tesoro USA, Steve Mnuchin dichiarava:\u00a0<em>\u201cEvgenj Prigozhin e la sua rete stanno sfruttando le risorse naturali del Sudan per guadagno personale e per diffondere un\u2019influenza maligna in tutto il mondo\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Poi, fra giugno e luglio 2022, a guerra russo-ucraina gi\u00e0 iniziata, molti media americani, su tutti il New York Times e la CNN, pubblicarono inchieste che ricostruivano il modo in cui i russi, contrabbandando fuori dal Sudan l\u2019oro estratto dalla Wagner tramite le sue societ\u00e0, eludevano le sanzioni e in pi\u00f9 aumentavano notevolmente l\u2019entit\u00e0 delle loro riserve di lingotti. Secondo CNN e Dossier Center, Prigozhin avrebbe affidato l\u2019organizzazione sul terreno della Meroe Gold a un suo luogotenente, Alexander Kuznetsov.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164231\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/5021831391079410382_120-002.jpg\" alt=\"\" width=\"853\" height=\"479\" \/><\/p>\n<p>La Meroe Gold per sfuggire alle sanzioni ha a sua volta sfruttato come paravento la societ\u00e0 sudanese Al Solag. Scatole cinesi a parte, l\u2019attivit\u00e0 mineraria della Wagner si sviluppa nella parte settentrionale del paese, nella regione della citt\u00e0 di Atbara, pi\u00f9 di 300 chilometri a Nord di Khartum, dove il Nilo ha originato grandi depositi auriferi.<\/p>\n<p>Qui, ad Al Ibaidiya, ci sono le miniere e, a circa 16 chilometri di distanza, gli impianti di trattamento del minerale, ufficialmente di propriet\u00e0 della Al Solag, in realt\u00e0 della Meroe Gold. Reporter del Times e della CNN che si sono avvicinati ai cancelli dell\u2019impianto aurifero hanno riferito, confermandolo con foto, che sui capannoni, perlomeno in quel momento, sventolava su un pennone una vecchia bandiera dell\u2019Unione Sovietica. Raccogliendo voci fra i dipendenti, hanno poi riportato che l\u2019impianto avrebbe come personale fisso \u201c30 russi e 70 sudanesi\u201d, coi primi evidentemente nei ruoli dirigenziali.<\/p>\n<p>Da l\u00ec, l\u2019oro prende diverse vie. Parte verrebbe caricata sugli Ilyushin della Wagner che decollano dalla pista di Khartum, ma anche da quella di Porto Sudan, diretti, come prima tappa, a Latakia (Siria), sulla pista di Hmeimm (nella foto sotto)\u00a0 dal 2015 base russa. Parte verrebbe esportata via terra, su camion che passano la frontiera con la Repubblica Centraficana, altro \u201cfeudo\u201d di Prigozhin.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164236\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/DHvz2MqXoAA6toz.jpg\" alt=\"\" width=\"851\" height=\"568\" \/><\/p>\n<p>Non \u00e8 chiaro quanto oro estraggano i russi in Sudan, ma consideriamo che proprio pochi giorni prima dello scoppio delle ostilit\u00e0 fra i due generali, il 5 aprile 2023, il direttore della compagnia statale mineraria sudanese, Mubarak Abdel Rahman Ardol, ha dichiarato che \u201cnel 2022 sono state prodotte 41,8 tonnellate d\u2019oro\u201d.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni del regime di Al Bashir, la produzione sudanese si aggirava su oltre 70 tonnellate e in effetti si stima che l\u2019oro che manca all\u2019appello dei conteggi ufficiali, appunto perch\u00e9 estratto ed esportato sotto traccia, si attesti almeno sulle 30 tonnellate annue. Che la pubblicazione delle cifre ufficiali che evidenziano un enorme ammanco d\u2019oro abbia preceduto di una decina di giorni lo scoppio del conflitto potrebbe non essere casuale, tenuto conto che ad approfondire il solco tra Bhuran e Dagalo pu\u00f2 aver contribuito non solo la disputa sull\u2019assorbimento delle RSF nelle forze regolari, ma anche una questione di eventuali mutazioni nelle \u201cfette della torta\u201d da spartire nel lucroso affare dell\u2019oro.<\/p>\n<p>Nell\u2019affare aurifero \u00e8 bene ricordare che hanno un notevole ruolo anche gli Emirati Arabi Uniti, poich\u00e9 \u201cHemetti\u201d, stando a un\u2019inchiesta di Africa Report, gestiva gi\u00e0 dal 2021 un traffico d\u2019oro con Dubai da circa 16 miliardi di dollari l\u2019anno. Anzi, la citt\u00e0 emiratina sarebbe il centro nevralgico del riciclaggio dell\u2019oro sudanese sul mercato globale. Inoltre, l\u20198 febbraio 2022 \u201cHemetti\u201d era stato ricevuto con tutti gli onori dal principe di Abu Dhabi Sheikh Mohamed bin Zayed, per parlare di \u201caccrescimento dei rapporti fra EAU e Sudan\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>\u00a0<\/u><\/strong><strong><u>Allarme biologico<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Nel proseguire dei combattimenti, il 26 aprile l\u2019Organizzazione Mondiale della Sanit\u00e0 ha lanciato una sorta di \u201callarme biologico\u201d, dopo che il Laboratorio Nazionale di Sanit\u00e0 Pubblica, situato nel centro di Khartum a Ovest dell\u2019aeroporto internazionale e a Sud del quartier generale dell\u2019esercito, \u00e8 stato occupato da gruppi armati ancora non identificati.<\/p>\n<p>Non si sa se siano stati militi RSF o soldati di fanteria regolare, sta di fatto che il personale del laboratorio \u00e8 stato scacciato e che nell\u2019edificio sono conservati numerosi campioni di germi patogeni. Stando al rappresentante dell\u2019OMS in Sudan, Nima Saeed Abid<em>: \u201cIl laboratorio \u00e8 occupato da una delle parti in lotta. Hanno cacciato tutti i tecnici. La situazione \u00e8 estremamente pericolosa a causa della presenza dii campioni di morbillo, colera e poliomielite\u201d.<\/em><\/p>\n<p>L\u2019OMS \u00e8 preoccupato poich\u00e9 le continue interruzioni di energia elettrica possono compromettere i sistemi di sicurezza del centro scientifico e anche compromettere la conservazione dei campioni. Tuttavia, da un lato \u00e8 estremamente improbabile che uno dei due eserciti pensi, ammesso che ne abbia le capacit\u00e0, di utilizzare aggressivi biologici a scopo militare o anche di terrorismo nei confronti dell\u2019avversario.<\/p>\n<p>Dall\u2019altro, come ha commentato per la BBC la professoressa Filipa Lentzos, docente in Scienza e Sicurezza Internazionale al King\u2019s College di Londra:\u00a0<em>\u201cSi pu\u00f2 creare una situazione di rischio, ma si tratta di un normale laboratorio sanitario, non di una struttura di contenimento ad alto livello. Gli agenti biochimici presenti in laboratorio sono tutte malattie che sono endemiche nella zona, quindi non potrebbero essere classificate come ad alto rischio\u201d.\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Sempre il 26 aprile, le RSF conquistavano, testimoniandolo con dei video, la raffineria di petrolio di Garri, a 70 km a Nord di Khartum. Lo stesso giorno \u00e8 stato annunciato che l\u2019ex-dittatore Omar Al Bashir, detenuto fino all\u2019inizio della guerra nella prigione di Kober, era stato trasferito per impedire che potesse essere catturato dalle milizie RSF ed utilizzato politicamente. E\u2019 stato Shieck al-Nazir, avvocato di Al Bashir, a spiegare: \u201c<em>Il deposto presidente sudanese Omar Al-Bashir si trova al sicuro in mano all\u2019Esercito in un luogo che non pu\u00f2 essere divulgato per timore che possa essere attaccato dalle Forze di Supporto Rapido\u201d.\u00a0<\/em>Secondo al Nazir:\u00a0<em>\u201cIl carcere di Kober non \u00e8 pi\u00f9 sicuro alla luce dei continui scontri nella capitale e nei suoi sobborghi\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Gi\u00e0 da Kober era stato portato in un ospedale militare ai primi scontri, scampando a un primo attacco delle milizie contro il carcere, il che aveva consentito per\u00f2 ai miliziani di liberare altri esponenti del passato regime fra cui l\u2019ex-ministro Ali Haroun.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Riesplode il Darfur<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Fra il 26 e il 27 aprile all\u2019ombra dello scontro intestino alle forze armate, iniziavano violenze e uccisioni interetniche fra arabi e neri in Darfur, dopo episodi in cui parti della popolazione si sono armate abusivamente per autodifesa, paventando il ritorno a una drammatica guerra etnica. Ed \u00e8 questo un potenziale passaggio, dalla lotta per il potere politico al ricadere nell\u2019odio etnico, che muterebbe in peggio la situazione sudanese, condizionando pesantemente tutti i paesi vicini con ondate ancora maggiori di profughi, quando non con una spirale di azioni, reazioni e vendette.<\/p>\n<p>Dopo che una stazione di polizia di Geneina, capitale del Darfur dell\u2019Ovest \u00e8 stata assalita e saccheggiata di armi e munizioni da una folla inferocita, sono scoppiati nella zona vari scontri, specialmente fra arabi e neri del ceppo tribale Masalit. Vari testimoni hanno parlato di assalti e saccheggi diffusi perpetrati da \u201cmiliziani che indossavano uniformi delle RSF\u201d, il che non fa che riproporre l\u2019incubo dei Janjawid, di cui i miliziani di Dagalo non sono che gli epigoni.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164232\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/161701-sd.png\" alt=\"\" width=\"838\" height=\"944\" \/><\/p>\n<p>Attorno a Geneina veniva segnalata una forte presenza delle RSF, che appoggerebbero le violenze sui neri. E il 28 aprile l\u2019ONU lamentava, come riportato da Al Jazeera: \u201cA Geneina i combattenti hanno tirato fuori mitragliatrici, mitragliatrici pesanti e sistemi antiaerei, nonch\u00e9 razzi sparati contro le case. Sono state distribuite armi ai civili. Le violenze sono aumentate dopo la partenza degli stranieri, stando al sindacato dei medici, che parla di una strage che ha provocato decine di morti e feriti.<\/p>\n<p>Gli ospedali sono al collasso, mancano medicine e medici, alcuni sono partiti perch\u00e9 facevano parte delle ong presenti sul territorio\u201d. Secondo Al Jazeera i morti nel solo Darfur sono stati 74 soltanto fra 26 e 28 aprile. Il Darfur confina col Ciad e si teme che l\u2019esplosione di violenza porti alla temuta ondata di profughi che investirebbe il vicino paese portandolo al collasso.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-164246 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/5321545633607304355_121-002.jpg\" alt=\"\" width=\"354\" height=\"486\" \/><\/p>\n<p>Secondo il Sudan Tribune, i protagonisti degli scontri sarebbero non i due eserciti contrapposti, bens\u00ec i civili Masalit e arabi, che avrebbe gi\u00e0 causato finora la morte di 90 persone e la fuga di migliaia di persone in Ciad.<\/p>\n<p>Un testimone locale, Mohamed Hasaballah, citato dal giornale, ha affermato:\u00a0<em>\u201cTrib\u00f9 arabe armate hanno attaccato la citt\u00e0, sparando in modo indiscriminato e dando alle fiamme i campi per gli sfollati. Quello che sta accadendo a Geneina \u00e8 un genocidio e una pulizia etnica in assenza dell\u2019esercito, della polizia e delle agenzie internazionali\u201d.<\/em><\/p>\n<p>La sede locale del ministero della Salute \u00e8 stata distrutta, saccheggiata e incendiata e perfino un ospedale \u00e8 stato attaccato e vi sono stati uccisi alcuni medici e infermieri. Il quadro \u00e8 inquietante e il pericolo maggiore \u00e8 che la carenza di autorit\u00e0 legale dovuta alla guerra fra Al Bhuran e Dagalo trasformi il Darfur, come altre parti del paese, per esempio il Kordofan, pure riottoso all\u2019autorit\u00e0 centrale, in \u201cterre di nessuno\u201d dove esplodano vendette dovute ai vecchi rancori sedimentati.<\/p>\n<p>Perci\u00f2 \u00e8 quantomai necessario che i due generali si decidano infine a trattare, direttamente o tramite delegazioni diplomatiche. Al 30 aprile, tuttavia, gli scontri seguitavano ad alta intensit\u00e0. Reparti dell\u2019esercito erano segnalati in avanzata \u201cda ogni direzione verso la capitale Khartum\u201d, che nel frattempo veniva bombardata nelle sue aree occupate dall\u2019RSF.<\/p>\n<p>Il quadro fra 30 aprile e 1\u00b0 maggio sembra prospettare uno stallo militare con le forze di \u201cHemetti\u201d Dagalo che non avrebbero perso il loro slancio mantenendo posizioni chiave nel centro della citt\u00e0 e impegnando le guarnigioni urbane dell\u2019esercito, ma nel contempo bloccando le periferie, almeno parzialmente per cercare di impedire l\u2019afflusso di rinforzi dell\u2019esercito regolare.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>L\u2019operazione di evacuazione italiana<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Lo scoppio del conflitto ha posto in primo piano il problema della presenza di migliaia di cittadini stranieri nel paese africano e della loro evacuazione. I soli cittadini degli Stati Uniti sarebbero ben 16.000, dei quali per\u00f2 la maggior parte \u00e8 costituita da statunitensi di origine sudanese muniti di doppio passaporto. I cittadini della Gran Bretagna sarebbero circa 4.000, mentre quelli di paesi membri dell\u2019Unione Europea sono stati stimati in circa 1.500, fra i quali 200 italiani.<\/p>\n<p>L\u2019esercito sudanese ha dato il via libera all\u2019evacuazione di stranieri il 21 aprile, comunicando che \u201cverranno sgomberati cittadini e personale diplomatico di USA, Francia, Gran Bretagna, Cina e altri paesi nell\u2019arco delle prossime ore\u201d. Chiaramente, il proseguire dei combattimenti, in particolare attorno all\u2019aeroporto internazionale di Khartum, ha fatto poi dilatare i tempi delle partenze, nonch\u00e9 dell\u2019organizzazione di ponti aerei da parte di forze armate straniere, lungo un arco di vari giorni ed \u00e8 interessante notare come per queste operazioni le potenze straniere si siano appoggiate preferibilmente sulle loro basi di Gibuti, territorio nevralgico relativamente vicino al Sudan, il cui controllo si conferma una volta di pi\u00f9 irrinunciabile per qualsiasi eventuale impegno militare o umanitario nell\u2019area tra Africa e Arabia.<\/p>\n<p>Come gi\u00e0 ricordato in altri nostri articoli, a Gibuti si concentrano, in un\u2019area limitata, basi aeronavali di svariati paesi spesso in concorrenza fra loro, segnatamente Francia (ex potenza coloniale a Gibuti), USA, Italia, Cina, Giappone e Arabia Saudita.<\/p>\n<p>Il governo di Roma ha iniziato subito a interessarsi dell\u2019eventuale rimpatrio degli italiani e, stando a un comunicato ufficiale diffuso dal Ministero degli Esteri di Roma: \u201cSin dalle prime notizie degli scontri, il 15 aprile, la Farnesina aveva attivato uno stretto coordinamento con la Presidenza del Consiglio, il Ministero della Difesa e le Agenzie di sicurezza per monitorare le situazione e valutare le opzioni a tutela dei cittadini italiani, che sono stati contattati individualmente dall\u2019Unit\u00e0 di Crisi per verificare le loro condizioni\u201d.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-164201 alignleft\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/download-360x245.jpg\" alt=\"\" width=\"356\" height=\"242\" \/><\/p>\n<p>L\u2019organizzazione del ponte aereo per evacuare gli italiani \u00e8 avvenuta sotto la direzione del Comando Operativo di Vertice Interforze che dipende dallo Stato Maggiore Difesa, Le operazioni fattivamente sono state poi comandate dal\u00a0<a href=\"https:\/\/www.difesa.it\/SMD_\/COI\/ITAJFHQ\/Pagine\/Comandante.aspx\">generale incursore Giuseppe Faraglia<\/a>\u00a0(nella foto a lato )alla testa del Joint Force Headquarter (ITA -JFHQ).<\/p>\n<p>Il 22 aprile il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani si \u00e8 recato alla base aerea di San Giusto, presso Pisa, storica sede della 46a Aerobrigata dell\u2019Aeronautica Militare, per seguire da vicino la concretizzazione del piano. In quell\u2019occasione Tajani aveva dichiarato: \u201c<em>Sto andando alla 46a Brigata Aerea di Pisa a ringraziarli per il lavoro che svolgono e la dedizione che mettono in tante missioni internazionali e umanitarie. I velivoli che gi\u00e0 sono presenti a Gibuti possono essere utili nelle prossime ore per mettere al sicuro gli italiani che attualmente si trovano in Sudan\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Gi\u00e0 allora il ministro aveva anticipato che gli italiani sarebbero stati evacuati indicativamente da Khartum verso Gibuti, per poi compiere un ultimo volo verso l\u2019Italia. Intanto, nella medesima giornata del 22, erano gi\u00e0 stati messi al sicuro 19 italiani che erano in crociera nel Mar Rosso, presso Porto Sudan. Per Tajani:\u00a0<em>\u201cLi abbiamo assistiti fin dall\u2019inizio degli scontri, ora sono sbarcati ad Hurghada. Grazie al lavoro delle nostre Ambasciate a Khartoum e al Cairo e dell\u2019Unit\u00e0 di Crisi della Farnesina\u201d.<\/em><\/p>\n<p>L\u2019operazione di salvataggio italiana s\u2019\u00e8 svolta domenica 23 aprile, quando, fin dall\u2019alba, i nostri concittadini sono stati avvisati capillarmente dall\u2019Unit\u00e0 di Crisi della Farnesina e invitati a raccogliersi dinanzi alla residenza dell\u2019Ambasciatore d\u2019Italia, Michele Tommasi, a Khartum.<\/p>\n<p>Oltre un centinaio di connazionali hanno risposto all\u2019appello. Presso la residenza dell\u2019ambasciatore \u00e8 stato organizzato un convoglio di autoveicoli che si \u00e8 diretto alla volta dell\u2019aeroporto militare di Wadi Seyydna, situato a 22 chilometri a Nord di Khartum, ovviando al fatto che il grande scalo della capitale fosse bersagliato dai contendenti.<\/p>\n<p>Sorgendo a solo 1,5 chilometri a ovest del Nilo, la base di Wadi Seyydna, \u00e8 tutt\u2019altro che uno scalo secondario, vantando una pista in asfalto lunga quasi 3 chilometri. Mentre il convoglio viaggiava verso l\u2019aeroporto, attorno alle 13.55 iniziavano a decollare dalla base italiana \u201cAmedeo Guillet\u201d di Gibuti due quadriturbina da trasporto Lockheed C-130J Hercules (nella foto sotto) con un Airbus A-400M Atlas spagnolo.<\/p>\n<p>A bordo dei nostri aerei, come dichiarato dal ministro della Difesa Guido Crosetto, c\u2019era\u00a0<em>\u201cpersonale delle forze speciali dell\u2019Esercito italiano e dei Carabinieri, la sicurezza degli aeroporti \u00e8 assicurata dai fucilieri dell\u2019aria dell\u2019Aeronautica Militare\u201d.<\/em><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164237\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/c13020120r.jpg\" alt=\"\" width=\"848\" height=\"563\" \/><\/p>\n<p>Nell\u2019arco di alcune ore, i velivoli hanno prelevato dalla pista sudanese 105 italiani e 31 stranieri fra portoghesi, australiani, greci, britannici e svedesi. E\u2019 poi seguito un ulteriore gruppo di 41 italiani. Ultimi a lasciare Wadi Seyydna, l\u2019ambasciatore e i nostri militari di copertura. Gli italiani sono poi rientrati da Gibuti a Roma-Ciampino a bordo di Boeing 767 dell\u2019Aeronautica Militare.<\/p>\n<p>Conclusa felicemente l\u2019esfiltrazione, il generale Giuseppe Faraglia organizzatore tattico, ha testimoniato ai microfoni della RAI:\u00a0<em>\u201cNoi, nel nostro costume italiano, non siamo andati da prepotenti senza tener conto del fatto che comunque il Sudan \u00e8 un paese sovrano. Quindi procedure di tipo \u2018clearence\u2019 sono state rispettate, questo ha sicuramente ritardato un po\u2019 l\u2019operazione rispetto a quelli che avrebbero potuto essere i tempi di una normale operazione dal punto di vista tipicamente militare e quindi ci siamo dovuti adattare alle diverse difficolt\u00e0 incontrate, anche ambientali\u201d.<\/em>\u00a0Faraglia ha poi concluso<em>: \u201cNon sapevamo esattamente come ci avrebbero accolti le varie parti in lotta, n\u00e8 quale tipo di base andavamo a sfruttare fino in fondo. Quindi siamo andati al buio, forti delle nostre capacit\u00e0\u201d.<\/em><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164214\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Fu_l1TRWIAU_iri.jpg\" alt=\"\" width=\"855\" height=\"575\" \/><\/p>\n<p>Importante \u00e8 stato il lavoro diplomatico del Ministero degli Esteri italiano, che ha assicurato l\u2019incolumit\u00e0 dei nostri connazionali in fuga. Il ministro Tajani ha precisato il 26 aprile che \u201ci colloqui che ho avuto con i due leader hanno permesso di tenere fuori da qualsiasi attacco i convogli italiani\u201d. Facendo il punto della situazione ha chiosato:\u00a0<em>\u201cSiamo riusciti a far rientrare in Italia tutti i nostri concittadini che lo chiedevano, rimane ancora qualche missionario e qualche volontario delle ong, ma su loro richiesta sono rimasti in Sudan\u201d.<\/em><\/p>\n<p>In effetti \u00e8 stato importante dialogare con tutte le parti del conflitto, comprese le RSF di Dagalo, le quali infatti hanno postato su Twitter una sorta di loro \u201ccappello\u201d sull\u2019evacuazione della seconda tranche di italiani, anche per cercare di acquisire credito diplomatico all\u2019estero:<\/p>\n<p>\u201cLe Forze di Supporto Rapido hanno evacuato con successo 41 cittadini italiani e personale dell\u2019ambasciata da Khartoum questa sera. La missione \u00e8 stata eseguita con la massima professionalit\u00e0 ed efficienza, garantendo sicurezza e protezione. La rapida azione di RSF \u00e8 una testimonianza del nostro impegno a proteggere i cittadini in tempi di crisi\u201d.<\/p>\n<p>Tajani ha detto che l\u2019ambasciata italiana a Khartum resta per il momento chiusa, ma l\u2019ambasciatore Tommasi rimane a disposizione presso la sede dell\u2019ambasciata d\u2019Italia in Etiopia, ad Addis Abeba, da dove \u00e8 pronto a rientrare in Sudan appena le condizioni lo consentano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Corsa contro il tempo<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Come l\u2019Italia, anche molti altri paesi, in tempi e modalit\u00e0 variabili, hanno proceduto al salvataggio dei rispettivi compatrioti. Gli Stati Uniti si sono mossi inizialmente con cautela, per poi concretizzare a colpo sicuro, anche in tal caso sfruttando la centralit\u00e0 di Gibuti come punto di appoggio. Il 21 aprile il portavoce della Casa Bianca John Kirby dichiarava: \u201c<em>Ci stiamo preparando ad evacuare l\u2019ambasciata in Sudan se necessario, ma non siamo ancora arrivati a quel punto\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Passavano suppergi\u00f9 24 ore e gi\u00e0 il 22 aprile il presidente statunitense Joe Biden dava l\u2019ordine di agire per trarre il salvo il personale diplomatico dell\u2019ambasciata USA di Khartum. L\u2019US Africa Command, o Africom, il comando delle forze armate statunitensi competente per l\u2019Africa, ma con quartier generale a Stoccarda, in Germania, sotto la direzione del generale Douglas Sims dell\u2019US Army, direttore delle operazioni del Joint Staff, lo Stato Maggiore supremo interforze, ha organizzato insieme al Dipartimento di Stato un ponte aereo a tappe con tre elicotteri da trasporto pesante Boeing MH-47 Chinook (nella foto sotto), che recavano bordo circa 100 elementi dei Marines e delle forze speciali Navy Seals e Army Special Forces come copertura. I velivoli ad ala rotante sono decollati dalla base americana Camp Lemonnier di Gibuti e si sono portati in Etiopia, previo accordo col governo di Addis Abeba.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164238\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/230423-F-EI268-1704.jpg\" alt=\"\" width=\"862\" height=\"574\" \/><\/p>\n<p>Nel campo-trampolino etiope gli MH-47 si sono riforniti di carburante e hanno in seguito compiuto la tratta finale del volo, della durata di 3 ore, fino a Khartum. L\u00ec, sotto la protezione dei militari USA, si sono rapidamente imbarcati sugli elicotteri poco meno di 100 persone, per la maggior parte, circa 70, funzionari diplomatici dell\u2019ambasciata, compresi la piccola guarnigione delle sentinelle del Marine Corps Embassy Security Group, quella sorta di brigata scelta dell\u2019US Marine Corps che si occupa della vigilanza armata nelle sedi diplomatiche americane in tutto il mondo. Fra gli evacuati c\u2019erano anche alcuni diplomatici di altri paesi.<\/p>\n<p>Il generale Sims, nel riferire del successo dell\u2019operazione, ha specificato: \u201c<em>L\u2019evacuazione \u00e8 stata condotta in un solo movimento via ala rotante.<\/em><\/p>\n<p><em>E\u2019 stata un\u2019azione rapida e liscia, con i membri del nostro servizio che hanno trascorso meno di un\u2019ora a terra a Khartum. Mentre parliamo, sono tutti salvi e al sicuro\u201d<\/em>. L\u2019ambasciata americana in Sudan \u00e8 stata cos\u00ec in sostanza chiusa e vi rimangono solo addetti del personale locale per cercare di custodire, per quanto possibile, l\u2019edificio.<\/p>\n<p>Il sottosegretario alla Difesa USA per le operazioni di guerra a bassa intensit\u00e0, Christopher Maier, ha accennato al grosso dei cittadini USA ancora presenti nel paese, prospettando per loro la fuga via terra: \u201cNei prossimi giorni continueremo a lavorare col Dipartimento di Stato per aiutare i cittadini americani che vogliano lasciare il Sudan.<\/p>\n<p>Una di queste vie \u00e8 potenzialmente il rendere pi\u00f9 agibili le direttrici via terra che escono dal paese. Quindi, il Dipartimento della Difesa sta al momento considerando azioni che possano includere l\u2019uso di capacit\u00e0 di intelligence, sorveglianza e ricognizione per essere in grado di osservare le strade e rilevare le minacce\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019idea di fornire in tempo reale, tutto il supporto informativo di cui sono capaci gli Stati Uniti, grazie a satelliti, aerei da ricognizione e droni, per consentire alle migliaia di americani, o americano-sudanesi, di andarsene dal paese via terra con propri veicoli sembra a prima vista indice di un approccio \u201cmorbido\u201d, ma, pur sul vago, \u00e8 intuibile che le forze speciali del Pentagono siano comunque pronte a intervenire sul terreno in eventuali situazioni critiche, anche in assistenza al personale dell\u2019ONU.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164240\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/230423-N-QS035-011.jpg\" alt=\"\" width=\"852\" height=\"568\" \/><\/p>\n<p>Il 24 aprile nuovi dettagli sono stati aggiunti dal portavoce della Difesa USA, generale dell\u2019Air Force Pat Ryder:\u00a0<em>\u201cI nostri sforzi includono fornire intelligence per osservare le potenziali vie terrestri di uscita dal Sudan, nonch\u00e9 posizionare assetti navali al largo della costa del Sudan, qualora dovessero essere necessari\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Nel comunicato del Dipartimento della Difesa che conteneva le note di Ryder, \u00e8 anche confermato che \u201cdroni hanno supportato con intelligence in tempo reale gli sforzi d\u2019evacuazione guidati dalle Nazioni Unite partiti da Khartum in direzione di Porto Sudan\u201d. Quanto allo schieramento di navi nel Mar Rosso, il Pentagono ha diramato che un cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke, il Truxtun da 9200 tonnellate, si trova gi\u00e0 nelle acque antistanti Porto Sudan, e che verr\u00e0 presto raggiunto dalla nave-base appoggio Puller, unit\u00e0 logistica da ben 80.000 tonnellate con ampio ponte di volo e notevoli capacit\u00e0 di carico.<\/p>\n<p>Gli americani, del resto, hanno gi\u00e0 registrato la morte di due loro cittadini il 23 e 26 aprile. Un primo convoglio via terra di autobus con a bordo 300 americani \u00e8 partito la sera di venerd\u00ec 28 da Khartum per raggiungere la costa del Mar Rosso, a 850 km di distanza e stando al New York Times \u201c\u00e8 protetto da droni armati che pattugliano l\u2019area\u201d.<\/p>\n<p>Frattanto, dalla Gran Bretagna il Foreign Office ha annunciato la mattina del 26 aprile che erano stati tratti in salvo almeno 200 suoi cittadini con \u201ctre voli militari della RAF\u201d che hanno fatto scalo a Cipro, ma si tratta solo di una piccola parte dei britannici col\u00e0 presenti. Stando alla ministra degli Interni Suella Braverman \u201c\u00e8 in corso una vasta operazione in cui sono impegnati oltre mille militari dell\u2019aviazione e dell\u2019esercito\u201d. Pi\u00f9 tardi, entro la sera del 26, un altro centinaio di inglesi risultavano esfiltrati, portando il totale provvisorio a 301. Come per gli altri stranieri, la maggior difficolt\u00e0 \u00e8 arrivare fino a Khartoum dal resto del paese.<\/p>\n<p>Perci\u00f2 Londra ha annunciato che continueranno i voli: \u201cAbbiamo intenzione di continuare i voli di evacuazione. E\u2019 una situazione in rapido movimento ed \u00e8 qualcosa che va tenuto sotto stretto monitoraggio, tenendo presente che c\u2019\u00e8 un cessate il fuoco dal tempo limitato\u201d. Infine, la sera del 29 aprile, il Foreign Office ha dichiarato che, \u201ccon l\u2019ultimo volo da Wadi Saedna, sono stati salvati 1888 persone in un totale di 21 voli a partire da marted\u00ec 25 aprile\u201d.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164242 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/129551170_fleet-20230421-xr0003-1164.jpg.webp\" alt=\"\" width=\"976\" height=\"549\" \/><\/p>\n<p>La Nigeria, che ha in Sudan 5.000 cittadini, ha iniziato nel pomeriggio del 26 l\u2019evacuazione di una prima tranche di 3500 persone, che si svolger\u00e0 per\u00f2 non per via aerea, ma via terra, tramite 40 autobus noleggiati allo scopo dal governo nigeriano. I primi a lasciare il paese sono soprattutto studenti, che a bordo degli autobus sono stati trasportati fino alla frontiera con l\u2019Egitto e alla citt\u00e0 di Assuan, sul Nilo. Quanto alla Cina, il 27 aprile il governo di Pechino ha annunciato il dispiegamento di un numero non specificato di navi, presumibilmente provenienti dalla base cinese di Gibuti, al largo del Sudan per supportare l\u2019evacuazione degli almeno 1.500 cinesi ancora presenti nel paese.<\/p>\n<p>Sabato 29 la Cina ha annunciato che la nave rifornimento Weishanhu della Marina Popolare Cinese ha evacuato da Porto Sudan a Gedda, sulla costa saudita, \u201cun totale di 493 civili, di cui 272 cinesi, 215 pachistani e 6 brasiliani\u201d. Nella notte fra 26 e 27 aprile hanno lasciato il paese anche i funzionari stranieri delle Nazioni Unite e del World Food Program, poi, la mattina del 27, l\u2019OIM, l\u2019Organizzazione Internazionale per le Migrazioni delle Nazioni Unite ha quantificato in \u201c3500 persone di 35 nazionalit\u00e0\u201d gli stranieri rifugiatisi fino a quel momento in Etiopia dopo aver raggiunto via terra da Khartum il valico di frontiera con la citt\u00e0 etiope di Metema.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-164243 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/129551173_fleet-20230421-xu0007-017.jpg.webp\" alt=\"\" width=\"976\" height=\"549\" \/><\/p>\n<p>Per l\u2019OIM, sarebbero turchi ben il 40% di questi profughi ed etiopi il 14%, a scalare tutte le altre nazionalit\u00e0. Altri turchi sono stati evacuati da aerei C-130 dell\u2019Aeronautica di Ankara, specie dal campo di Wadi Seidna, ma il 28 aprile uno dei velivoli turchi \u00e8 stato colpito, senza danni gravi, dal fuoco di armi leggere, riuscendo comunque a svolgere la sua missione. Nel pomeriggio del 27, il Ministero degli Esteri egiziano ha diramato un\u2019allerta sull\u2019avvicinamento alla frontiera di 16.000 profughi, di cui 14.000 sudanesi.<\/p>\n<p>La situazione umanitaria si fa sempre pi\u00f9 disperata e il 30 aprile \u00e8 atterrato a Porto Sudan, proveniente da Amman, in Giordania, il primo aereo della Croce Rossa Internazionale con a bordo 8 tonnellate di attrezzature mediche, oltre a personale sanitario. La sera del 30 aprile, inoltre, il segretario dell\u2019ONU Guterres ha deciso di \u201cinviare immediatamente in Sudan il coordinatore per le emergenze e gli aiuti umanitari, Martin Griffiths, in risposta alla situazione senza precedenti\u201d creatasi col procedere degli scontri. Il portavoce ONU Stephane Dujarric ha aggiunto: \u201c<em>La portata e la velocit\u00e0 degli eventi in Sudan sono senza precedenti, siamo estremamente preoccupati e invitiamo tutte le parti a proteggere i civili e a permettere loro di fuggire dai combattimenti\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Mentre viene chiuso questo articolo giunge notizia che i due leader sudanesi rivali hanno concordato una tregua dal 4 maggio all\u201911 maggio. Lo ha annunciato il ministero degli Affari esteri del Sud Sudan. \u201cSue Eccellenza il\u00a0 generale Abdel Fatah Al Burhan, presidente del Sovrano Consiglio e comandante in capo delle Forze Armate Sudanesi (Saf) e il generale\u00a0 Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF), hanno concordato in linea di principio per una tregua di sette giorni, dal 4 all\u201911 maggio\u201d, ha reso noto il ministero sui social media.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Foto: Sudan Tribune, RSF, Forze Armate Sudanesi, Difesa.it,. Telergram, Ministero Difesa Russo,\u00a0 PMC Wagner, RIA-FAN, CSS, Internazionale, UK MoD e US DoD<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/2023\/05\/la-guerra-delloro-in-sudan\/\">https:\/\/www.analisidifesa.it\/2023\/05\/la-guerra-delloro-in-sudan\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da ANALISI DIFESA (Mirko Molteni) Nelle ultime settimane i fragili equilibri del Sudan sono nuovamente saltati con notevole spargimento di sangue. Un paese gi\u00e0 nei decenni passati martoriato da guerre civili endemiche, come quella in Darfur, nella sua parte occidentale, e quella nella sua porzione meridionale, sfociata nel 2011 nella secessione e indipendenza del Sud Sudan, si ritrova ancora una volta a essere un campo di battaglia, complici influenze esterne. 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