{"id":79842,"date":"2023-06-16T09:30:36","date_gmt":"2023-06-16T07:30:36","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=79842"},"modified":"2023-06-13T10:06:08","modified_gmt":"2023-06-13T08:06:08","slug":"liberarsi-del-liberismo-intervista-ad-alain-touraine","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=79842","title":{"rendered":"Liberarsi del liberismo. Intervista ad Alain Touraine"},"content":{"rendered":"<p><strong>di GLI ASINI (Giuliano Battiston)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-large size-large wp-post-image\" src=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/wp-content\/uploads\/IMG_20230415_094154-768x1024.jpg\" alt=\"\" width=\"768\" height=\"1024\" \/><\/p>\n<div class=\"featured_caption\">Foto di Fulvia Antonelli<\/div>\n<div class=\"clearfix\"><\/div>\n<div class=\"entry_content\">\n<div class=\"the_content\">\n<div class=\"hentry\">\n<p><em>Nato in Francia nel 1925, \u00e8 scomparso a 97 anni il sociologo francese Alain Touraine, gi\u00e0 direttore di ricerca alla \u00c9cole des Hautes etudes en sciences sociales di Parigi, decano della sociologia europea, autore di studi fondamentali sui movimenti sociali e su\u00a0<\/em>La societ\u00e0 post industriale<em>, come recita il titolo di un suo celebre libro (Il Mulino, 1970). Lo ricordiamo con una lunga intervista uscita sulla rivista\u00a0<\/em>Lo Straniero<em>\u00a0nel 2010 e inclusa poi nel libro\u00a0<\/em>Per un\u2019altra globalizzazione<em>\u00a0(edizioni dell\u2019Asino, 2010)<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 il comunitarismo il pericolo maggiore da cui guardarci. E il movimento delle donne, attrici di una trasformazione del campo culturale, il modello a cui riferirsi per un diverso futuro. Questa, in sintesi, la diagnosi di Alain Touraine, decano della sociologia europea, direttore di ricerca all\u2019\u00c9cole des Hautes etudes en sciences sociales di Parigi, il quale nella crisi economica vede, oltre alle tremende conseguenze sociali, anche l\u2019occasione per accelerare un cambiamento gi\u00f9 in atto: il passaggio \u2013 come scrive in uno dei suoi ultimi libri tradotto in italiano,\u00a0<em>Il mondo \u00e8 delle donne<\/em>\u00a0(Il Saggiatore) \u2013 da una \u201csociet\u00e0 che deriva il suo dinamismo dall\u2019accumulazione delle risorse nelle mani di pochi e che implica di conseguenza fortissime tensioni interne, a un altro tipo di societ\u00e0, che si sforza di ricucire le lacerazioni\u201d e che vede le donne protagoniste.<\/p>\n<p>Prima di potersi affermare del tutto, la nuova \u201csociet\u00e0 di donne\u201d deve per\u00f2 fare i conti con la \u201csociet\u00e0 degli uomini\u201d, e in particolare con una delle sue espressioni pi\u00f9 nefaste, il modello neoliberista. Un modello che non pu\u00f2 essere sconfitto n\u00e9 con la semplice denuncia delle contraddizioni del sistema capitalistico, \u201cche pu\u00f2 condurre solo a rivolte marginali o al ricorso a un potere autoritario\u201d, n\u00e9 con un rinnovato protagonismo della logica statalista, nazional-burocratica, che \u201costacola gravemente la formazione di nuovi soggetti sociali\u201d. Ma con la volont\u00e0 di aiutare le vittime di quel modello a trasformarsi in soggetti, che affermino la propria libert\u00e0, individuale e insieme collettiva.<\/p>\n<p><em>Professor Touraine, partiamo dall\u2019attualit\u00e0: per molti commentatori la crisi economico-finanziaria dimostra in primo luogo il fallimento del modello neoliberista. In un libro di diversi anni fa,\u00a0<\/em>Come liberarsi del liberismo<em>, lei scriveva: \u201cil trionfo del capitalismo \u00e8 talmente oneroso e insostenibile che dappertutto si cerca di uscire dalla transizione liberista. Ma ci sono rimedi peggiori del male, e altri che sono inefficaci\u201d. E sottolineava la necessit\u00e0 di cercare \u201cla giusta via d\u2019uscita\u201d. Le sembra che la crisi sia una giusta via d\u2019uscita?<\/em><\/p>\n<p>Gi\u00e0 dieci anni fa, quando pubblicai quel libro, era evidente che fosse necessario uscire dal neoliberismo. Si tratta infatti di un modello che ha progressivamente portato alla distruzione degli assetti sociali democratici, e che ha reciso il legame che univa l\u2019economia allo Stato, negando la possibilit\u00e0 di intervenire con decisioni politiche efficaci per garantire condizioni economiche favorevoli ai cittadini. D\u2019altronde, la crisi attuale non \u00e8 certo un fulmine a ciel sereno, ma \u00e8 la caduta, generale e definitiva, di un sistema che ha sempre prodotto \u201cbolle\u201d speculative e crisi continue, perch\u00e9 ha operato in modo totalmente irrazionale, contravvenendo perfino ai principi del capitalismo. E\u2019 da tempo che denuncio l\u2019irragionevolezza di questo modello, che ha dominato l\u2019economia internazionale, soprattutto di stampo americano, e che separa il capitale e gli investimenti dalla realt\u00e0 economico-produttiva. Parlo di contraddizione perch\u00e9 si \u00e8 scommesso sugli utili prima ancora che ci fossero le condizioni per poterci contare, si \u00e8 giocato in anticipo sui risultati degli investimenti, si \u00e8 trasformato il rischio in valore commerciabile, si sono annunciati profitti senza gettare le basi per ottenerli. I prezzi in questo modo sono stati disancorati dalla produzione e legati all\u2019\u201canticipazione\u201d, alla speculazione.\u00a0<em>Come liberarsi dal liberismo<\/em>\u00a0era un libro di critica radicale al neoliberismo, ma il neoliberismo non \u00e8 morto certo a causa delle obiezioni mie o di altri studiosi. E\u2019 morto, piuttosto, perch\u00e9 \u00e8 stato incapace di resistere, politicamente e finanziariamente, ai suoi stessi giochi speculativi. In questo senso, direi che si \u00e8 autodistrutto. Oggi, dunque, ci troviamo in una fase del tutto nuova, che in qualche modo rappresenta una \u201cvia d\u2019uscita\u201d. Il sistema liberista infatti \u00e8 \u2013 quasi completamente \u2013 alle nostre spalle, perch\u00e9 tutti si sono ormai convinti che sia indispensabile un controllo politico e istituzionale sul sistema economico, anche se si discute sui modi di questo controllo, e alcuni possono anche essere dannosi. D\u2019altra parte, un controllo del genere \u00e8 stato utile per iniettare nel sistema quelle risorse che altrimenti non avremmo saputo dove ricavare. I governi questo l\u2019hanno capito. E hanno agito di conseguenza. Cos\u00ec ha fatto Obama. E cos\u00ec hanno fatto altri governi europei.<\/p>\n<p><em>Le risposte dei governi per\u00f2 sono sembrate confuse e tardive: i Paesi europei si sono dimostrati incapaci di elaborare una coraggiosa riposta comune, limitandosi ai salvataggi delle banche, mentre il \u201cpiano-Obama\u201d rimane per molti, compreso l\u2019economista Paul Krugman, insufficiente. Che intende quando dice che i modi del controllo politico-istituzionale sul sistema economico possono essere dannosi?<\/em><\/p>\n<p>Alcuni Paesi hanno fatto molto e altri meno, ma in linea generale gli Stati hanno iniettato nel sistema economico una somma di denaro inaudita. Gli interventi del Tesoro americano e delle diverse Banche centrali riflettono la sempre pi\u00f9 diffusa consapevolezza che solo attraverso l\u2019intervento pubblico si possa evitare la catastrofe. Certo, da qui a sostenere che tale intervento possa risolvere la crisi ce ne passa, ma \u00e8 comunque un elemento centrale per la disfatta dell\u2019ideologia neoliberista. Per quanto riguardo l\u2019Europa, il dato importante \u00e8 che l\u2019Unione europea ha dimostrato da un lato di essere incapace di assumere il ruolo che le compete come attore politico, e dall\u2019altro di disporre di uno strumento di difesa straordinariamente efficace, il sistema di protezione sociale. A dispetto delle timidezze dimostrate, per l\u2019Europa la crisi potrebbe dunque aprire la possibilit\u00e0 concreta di ristabilire una capacit\u00e0 di intervento politico nel settore pubblico e nell\u2019assetto economico. E di sviluppare ulteriormente gli strumenti per controbattere eventuali nuovi attacchi dell\u2019economia neoliberista. Tutto dipender\u00e0, per\u00f2, da come si risolver\u00e0 il conflitto tra i due profili dell\u2019Europa, quello della sicurezza sociale e quella del mercato forte. Quanto ai rimedi peggiori del male, di fronte alla crisi attuale si potrebbe fare anche di peggio, laddove si tornasse al protezionismo nazionale. Se si diffondesse l\u2019idea che la salvezza sta nel protezionismo, la crisi si aggraverebbe in maniera drammatica, e rischieremmo una crisi di portata ancora pi\u00f9 ampia, come quella del 1929, oppure una reazione come quella del 1933, quando la Germania us\u00f2 le teorie keynesiane collocandole in una visione completamente radicalizzata del potere assoluto dello Stato nazionale.<\/p>\n<p><em>Quanto alla sinistra europea, lei da tempo ha smesso di farsi illusioni. Gi\u00e0 diversi anni fa, infatti, scriveva che \u201cnuovi lumi su come costruire una diversa organizzazione sociale ed economica non possono venire n\u00e9 dal lato della vecchia sinistra, n\u00e9 dalla vecchissima estrema sinistra, incapaci di proporre strategie a lungo termine e neanche obiettivi concreti di lotta\u201d. Oggi come giudica le condizioni della sinistra nei Paesi europei occidentali?<\/em><\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 poco da dire, purtroppo. La sinistra radicale, insieme al comunismo, \u00e8 stata eliminata gi\u00e0 30 anni fa. Pi\u00f9 recentemente, invece, \u00e8 stata la stessa societ\u00e0 democratica a naufragare. Non \u00e8 un caso che la socialdemocrazia sia in crisi ovunque in Europa. In Inghilterra \u00e8 stata discreditata dalla terza via di Blair e Giddens, molto pi\u00f9 vicina alla prima via capitalista che alla seconda socialista. Oggi \u00e8 chiaro che a essere drammaticamente in crisi sono tutte le sinistre europee, pi\u00f9 o meno: quella italiana, quella francese, la socialdemocrazia di Zapatero. Non vedo proprio quali siano i Paesi per cui si possa dire che la socialdemocrazia \u00e8 ancora attiva, tantomeno innovatrice. Perfino i modelli scandinavi arrancano: la Finlandia attraversa una situazione economica molto complicata, la Svezia ha diminuito di 10 punti la percentuale di entrate destinate allo Stato, dal 56 per cento al 46. I partiti e i (pochi) governi socialdemocratici non offrono soluzioni, la sinistra comunista \u00e8 sparita, e quella \u201cgauchiste\u201d \u00e8 ancorata a soluzioni antiche, viziate da una visione del tutto irrealistica della vita economica, oltre che da risibili teorie del complotto. Rimangono, come dicevo, i meccanismi della sicurezza sociale. Anche in questo caso, per\u00f2, se \u00e8 vero che continuiamo a godere dell\u2019eredit\u00e0 dei principi di redistribuzione introdotti con la socialdemocrazia \u2013 principi che hanno cambiato le nostre societ\u00e0, e che per 50 anni ci hanno assicurato un periodo di relativo miglioramento generale -, rimane altrettanto vero che si tratta di un modello anch\u2019esso affaticato, che risente dei profondi cambiamenti sociali intervenuti in questi anni, dall\u2019allungamento della vita all\u2019abbassamento della natalit\u00e0 infantile. In questi anni siamo stati incapaci di combinare questa eredit\u00e0 con le novit\u00e0 introdotte dalla precarizzazione della manodopera nel settore industriale, nel secondario e nel terziario. Ora ci ritroviamo in una situazione in cui, per dirla molto semplicemente, non esiste pi\u00f9 la base, politica, sociale, culturale, della democrazia. Della socialdemocrazia, abbiamo perduto sia l\u2019elemento sociale che quello democratico, corroso dalla corruzione dei gruppi di influenza particolaristici ed egoistici. Non siamo in un regime autoritario, certo, ma non siamo neanche pi\u00f9 in un regime democratico.<\/p>\n<p><em>In\u00a0<\/em>Come liberarsi del liberismo<em>\u00a0sosteneva che l\u2019uscita dal neoliberismo non si sarebbe potuta realizzare \u201cche in avanti, verso la ricostruzione della nostra capacit\u00e0 di azione politica, che passa anzitutto attraverso la formazione di nuovi movimenti sociali\u201d. Basterebbe anche uno sguardo distratto e superficiale, per\u00f2, per accorgersi che in Europa mancano di protagonismo non solo le \u201csinistre parlamentari\u201d, ma anche i movimenti sociali, che sembrano in risacca dopo l\u2019affermazione dei primi anni Duemila. Ci sono soltanto sollevazioni marginali, meramente contestatrici o \u201cdifensive\u201d, incapaci per\u00f2 di individuare nuovi orizzonti complessivi e di costruire strategie politiche concrete\u2026<\/em><\/p>\n<p>Quando scrissi quel libro, nel 1999, si credeva che i vecchi movimenti avrebbero portato \u201csulle spalle\u201d e accompagnato quelli nuovi. Non \u00e8 andata cos\u00ec. Oggi d\u2019altra parte i movimenti sociali non possono impegnarsi sul terreno esclusivamente economico, ma devono privilegiare la dimensione culturale, perch\u00e9 \u00e8 su questo piano che avvengono i cambiamenti pi\u00f9 importanti, non pi\u00f9 su quello politico o sociale. In questo senso si possono individuare due grandi attori: quello ecologista, che si oppone al neoliberismo accusandolo di distruggere la terra e di compromettere la nostra stessa sopravvivenza futura, e quello femminile. La lotta delle donne ha un\u2019importanza molto maggiore e pi\u00f9 globale di quanto si creda, perch\u00e9 combatte il capitalismo contestandone il punto centrale, il processo che ne garantisce il dinamismo e da cui deriva la sua brutalit\u00e0: quel movimento che concentra tutte le risorse nelle mani di una \u00e8lite e che declassa, dichiarandole inferiori, le categorie che non ne fanno parte. Politicamente parlando le forze che possono opporsi a questo processo di \u201cdissociazione\u201d non sono quelle tradizionali della sinistra o quelle sindacali, su questo siamo d\u2019accordo. Sono piuttosto i movimenti \u201cculturali\u201d, che si appellano alla coscienza degli individui e che promuovono la volont\u00e0 di essere i soggetti della propria esistenza, a livello personale e collettivo. E\u2019 proprio questo l\u2019elemento di straordinaria novit\u00e0 nel quadro attuale: i movimenti culturali sono in grado di \u201corientare\u201d l\u2019economia, e non esiste soluzione economica che non debba passare \u201cattraverso\u201d questi movimenti e le istanze che rappresentano. Le loro battaglie sono l\u2019unica maniera per evitare che la caduta del sistema attuale si riveli catastrofica, e allo stesso tempo gettano i semi per costruire un nuovo modello, che non subordini pi\u00f9 la cultura e la societ\u00e0 all\u2019accumulazione capitalistica, che si \u00e8 rivelata auto-distruttrice. Le donne sono gli agenti principali di questa trasformazione.<\/p>\n<p><em>Ne\u00a0<\/em>Il mondo \u00e8 delle donne<em>\u00a0afferma, appunto, che quello delle donne sarebbe un movimento di ricostruzione culturale che \u201ccompone\u201d i conflitti e le polarizzazioni frutto della modernizzazione europea, e che lo strumento principale di questa ricomposizione sarebbe la sessualit\u00e0, ed arriva a dire che \u201cnella societ\u00e0 postindustriale la sessualit\u00e0 ha la stessa importanza che aveva il lavoro della societ\u00e0 industriale\u201d. Cosa intende?<\/em><\/p>\n<p>Il libro \u00e8 il risultato delle ricerche compiute con diversi gruppi di donne: per queste donne la costruzione di s\u00e9 \u00e8 anzitutto costruzione di una soggettivit\u00e0 femminile, mentre l\u2019identit\u00e0 principale \u00e8 quella di \u201cdonna\u201d. Per la maggioranza, inoltre, il tema della sessualit\u00e0 \u00e8 essenziale. Non si tratta per\u00f2 n\u00e9 di una questione di sesso, n\u00e9 di \u201cgenere\u201d (una nozione, quest\u2019ultima, che rimanda alla dicotomia uomo-donna), ma della sessualit\u00e0 come strumento per costruire la propria personalit\u00e0 a partire da principi di reintegrazione di tutti gli elementi della vita. Le donne sono portatrici di un pensiero antidualistico, che vuole ricomporre nella personalit\u00e0 le opposizioni binarie a cui siamo abituati (corpo e spirito, uomo e donna, ragione e sentimento), e che insiste sulla necessit\u00e0 che questa ricomposizione avvenga anche nella societ\u00e0, reintegrando tutte le categorie confinate in una situazione di \u201cinferiorit\u00e0\u201d. Sono proprio le donne a svolgere un ruolo fondamentale nell\u2019invenzione di questo nuovo modello culturale perch\u00e9 sono la categoria che \u00e8 stata pi\u00f9 fortemente dominata e marginalizzata. Per troppo tempo sono state private della possibilit\u00e0 di avere e affermare una soggettivit\u00e0: \u00e8 stato impedito loro di dire \u201cio\u201d, di parlare in termini direttamente personali. Ma se la societ\u00e0 maschile ci ha condotto nel baratro in cui siamo, \u00e8 tempo che si affermi il diritto alla soggettivit\u00e0 delle donne. E con esso una nuova societ\u00e0.<\/p>\n<p><em>La ricerca sulle donne conferma una delle tesi che porta avanti da tempo, quella del passaggio di paradigma, dall\u2019economico-sociale al culturale, da \u201cMarx a Freud\u201d per dirla fin troppo schematicamente, quella tesi secondo cui oggi i conflitti culturali sarebbero centrali quanto lo erano quelli economici nelle societ\u00e0 industriali, come scrive ne\u00a0<\/em>La globalizzazione e la fine del sociale<em>. Lei stesso ha per\u00f2 riconosciuto che la \u201cfine del sociale\u201d rischia di condurre al comunitarismo, \u201cal prevalere delle appartenenze sulle libert\u00e0 e dei retaggi sulle scelte\u201d. Ci vuole parlare di questo passaggio di paradigma, e di come evitare il rischio del comunitarismo?<\/em><\/p>\n<p>Per lungo tempo, e ancora con la formazione delle monarchie assolute europee, dal sedicesimo e fino al diciottesimo secolo, gli avvenimenti principali avvenivano a livello politico. Con la societ\u00e0 industriale, il piano principale \u00e8 diventato quello dell\u2019organizzazione della produzione materiale. Con l\u2019avvento della globalizzazione, invece, non possiamo pi\u00f9 batterci a livello economico, politico, religioso, bens\u00ec culturale. In altri termini, se i movimenti organizzati dei decenni scorsi hanno combattuto contro il fordismo e il taylorismo, e se il movimento operaio \u00e8 riuscito a ottenere qualche successo significativo su questo piano in particolare dal 1922-23, oggi \u00e8 sul piano delle finalit\u00e0 ultime, non dell\u2019organizzazione della produzione industriale, che dobbiamo disputare le nostre battaglie. In altri termini, si tratta di mettere in movimento ci\u00f2 che di globale c\u2019\u00e8 nei destini personali, nella vita individuale. Quanto al comunitarismo, credo che oggi sia il problema centrale, come lo sono stati il leninismo e lo stalinismo nell\u2019epoca delle lotte operaie nelle societ\u00e0 industriali. Nel momento in cui le lotte e le contraddizioni si situano sul terreno culturale, si manifesta infatti la volont\u00e0 di difendere un \u201cmonopolio\u201d culturale, una volont\u00e0 che si fa pi\u00f9 forte laddove si coniuga con elementi religiosi, visto che la religione \u00e8 per definizione monopolista. Sono tendenze ben visibili e presenti perfino in alcuni gruppi ecologisti che propongono un ritorno a una condizione \u201coriginaria\u201d, che ripristini condizioni precedenti all\u2019industrializzazione. In linea generale, la perdita della supremazia economica occidentale e la contestuale crescita delle migrazioni internazionali compromettono sempre pi\u00f9 marcatamente il modello occidentale, e le idee di progresso e sviluppo che portava con s\u00e9. Oggi sono i vinti che \u201cvanno a occupare Roma\u201d. Ma le strade per arrivarci sono diverse. L\u2019unico investimento positivo che le societ\u00e0 occidentali possono fare passa dunque per un\u2019apertura sincera e completa alla relazione con l\u2019\u201caltro\u201d. Dobbiamo abbandonare il modello di sviluppo occidentale, l\u2019idea che sia un modello in s\u00e9 completo e autosufficiente, ed elaborare invece un\u2019immagine pluralista delle culture, mantenendo fermi due punti fondamentali: il principio razionale e quello dei diritti umani. Non si tratta di difendere un certo sistema politico, il parlamentarismo per esempio, ma di riconoscere la centralit\u00e0 dell\u2019universalismo del soggetto. Per farlo, noi europei dobbiamo aprirci pi\u00f9 consapevolmente al resto del mondo, e viceversa. Altrimenti il richiamo all\u2019universalismo rischia di portarci, ancora una volta, al modello dell\u2019<em>ancien r\u00e9gime<\/em>, o se vogliamo al modello westfaliano della guerra permanente. Una guerra permanente che la globalizzazione ha senz\u2019altro favorito.<\/p>\n<p><em>A proposito di globalizzazione: una delle idee ricorrenti nella letteratura accademica e giornalistica \u00e8 che gli Stati-nazione siano semplici spettatori dei processi della globalizzazione economica, alla cui direzione non avrebbero partecipato in alcun modo, e che tali processi avrebbero ormai compromesso l\u2019efficacia delle iniziative di Stati e movimenti sociali. Lei ha scritto invece che dovremmo smetterla di \u201cripetere il catechismo del pensiero unico, la cui idea centrale, condivisa tanti dagli avversari quanto dai sostenitori, \u00e8 che la globalizzazione dell\u2019economia rende impotenti gli Stati nazionali e i movimenti sociali\u201d. In che senso \u201cla globalizzazione dell\u2019economia non elimina la nostra capacit\u00e0 d\u2019azione politica\u201d?<\/em><\/p>\n<p>In primo luogo non bisogna dimenticare che la globalizzazione \u00e8 stata costruita dagli Stati nazionali; a innescare il meccanismo della globalizzazione non sono stati singoli e potenti leader politici, ma le istituzioni dello Stato nazionale, che hanno favorito una crescente interdipendenza. Da questo punto di vista, l\u2019idea, a un certo punto condivisa da molti, che ci saremmo ritrovati in una societ\u00e0 mondiale, si \u00e8 rivelata del tutto erronea. Gli Stati nazionali, infatti, non sono scomparsi, ma hanno senz\u2019altro subito una trasformazione, da cui deriva la loro marginalit\u00e0 nella gestione dell\u2019ambito economico. L\u2019aspetto principale della globalizzazione non \u00e8 l\u2019internazionalizzazione degli scambi, ma l\u2019impossibilit\u00e0 di controllare il sistema economico globale, che elude ogni controllo. Seguendo la tradizione liberale o marxista, eravamo abituati a pensare che tra l\u2019economia e la societ\u00e0 ci fosse un legame, mentre la globalizzazione ci ha insegnato che l\u2019economia non ha pi\u00f9 alcun legame n\u00e9 con l\u2019ambito sociale n\u00e9 con quello politico. D\u2019altra parte, anche il mondo sociale \u00e8 stato distrutto. E\u2019 vero, come sostenevo allora, che la globalizzazione dell\u2019economia non compromette la nostra capacit\u00e0 di azione politica, ma quest\u2019azione non pu\u00f2 pi\u00f9 essere elaborata e definita socialmente, perch\u00e9 il sociale \u00e8 diventato un acquitrino, una valle sperduta in mezzo alle montagne, priva di realt\u00e0 propria. La realt\u00e0 ormai \u00e8 quella economica, che nuove le persone, concentra i profitti, aumenta le disuguaglianze sociali. Di fronte a questa realt\u00e0, dobbiamo trovare forme di resistenza che abbiano la stessa forza della globalizzazione, che provengano dal basso, non dalla difesa dei gruppi o degli interessi particolari, che rivendichino garanzie e diritti, che trasformino le vittime in soggetti. Occorre formulare ci\u00f2 che definisco come un \u201cappello al Soggetto\u201d, che \u00e8 innanzitutto un\u2019affermazione del diritto di ognuno alla libert\u00e0 e alla responsabilit\u00e0; la rivendicazione della libert\u00e0 personale (non personalistica) come argine al determinismo; una difesa della vita, che significa avere diritti, garanzie, possibilit\u00e0 di iniziative personale, capacit\u00e0 d\u2019azione; un richiamo all\u2019universalismo dei diritti e del soggetto che scongiura il comunitarismo.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/liberarsi-del-liberismo-intervista-ad-alain-touraine\/\">https:\/\/gliasinirivista.org\/liberarsi-del-liberismo-intervista-ad-alain-touraine\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GLI ASINI (Giuliano Battiston) Foto di Fulvia Antonelli Nato in Francia nel 1925, \u00e8 scomparso a 97 anni il sociologo francese Alain Touraine, gi\u00e0 direttore di ricerca alla \u00c9cole des Hautes etudes en sciences sociales di Parigi, decano della sociologia europea, autore di studi fondamentali sui movimenti sociali e su\u00a0La societ\u00e0 post industriale, come recita il titolo di un suo celebre libro (Il Mulino, 1970). Lo ricordiamo con una lunga intervista uscita sulla rivista\u00a0Lo&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":109,"featured_media":72676,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/io-imparo-da-solo-sulla-rivista-gli-asini-445.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-kLM","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/79842"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/109"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=79842"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/79842\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":79992,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/79842\/revisions\/79992"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/72676"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=79842"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=79842"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=79842"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}