{"id":80768,"date":"2023-07-27T08:15:06","date_gmt":"2023-07-27T06:15:06","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=80768"},"modified":"2023-07-25T12:17:51","modified_gmt":"2023-07-25T10:17:51","slug":"no-direction-home-il-viaggio-di-frantz-fanon","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=80768","title":{"rendered":"No Direction Home: il viaggio di Frantz Fanon"},"content":{"rendered":"<p><strong>di GLI ASINI (Adam Shatz)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-large size-large wp-post-image\" src=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/wp-content\/uploads\/20.-Palermo-1979.-Quartiere-Kalsa.-La-bambina-con-il-pane_@LetiziaBattaglia-scaled-e1592574249351-1024x633.jpg\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"633\" \/><\/p>\n<div class=\"featured_caption\">Palermo, 1979. Quartiere Kalsa. La bambina con il pane di Letizia Battaglia<\/div>\n<div class=\"clearfix\"><\/div>\n<div class=\"entry_content\">\n<div class=\"the_content\">\n<div class=\"hentry\">\n<p>(traduzione di <strong>Giovanni Esposito)<\/strong><\/p>\n<p>Ero solo un adolescente quando vidi per la prima volta una fotografia di Frantz Fanon, sul retro della copia cartonata di<em>\u00a0Pelle nera, maschere bianche\u00a0<\/em>(<em>Peau noire, masques biancs<\/em>) di mio padre,<em>\u00a0<\/em>un\u2019edizione Grove del 1967. Indossava una giacca di tweed, una camicia bianca appena stirata, e una cravatta a righe, con un accenno di barba\u00a0 e un\u2019espressione intensa, in qualche modo scavata; il suo occhio destro leggermente alzato verso l\u2019obiettivo, il sinistro fisso in uno sguardo cupo. Sembrava lanciare una sfida, o forse l\u2019avvertimento, che se non si fosse prestato attenzione alle sue parole, l\u2019avremmo pagata cara.<\/p>\n<p>\u201cChi \u00e8 quest\u2019uomo?\u201d, ricordo di aver pensato. La sovraccoperta spiegava che era nato nella Martinica nel 1925, aveva studiato psichiatria in Francia, aveva lavorato in un ospedale in Algeria durante la guerra contro l\u2019esercito francese, finendo per prendere parte alla lotta per l\u2019indipendenza dell\u2019Algeria, diventandone il pi\u00f9 eloquente portavoce, prima di morire di leucemia all\u2019et\u00e0 di trentasei anni. Ero affascinato da come Fanon metteva in contatto mondi differenti \u2013 Francia, Indie Occidentali, Africa del nord e sub-sahariana \u2013 e da come riusciva a connettere la psichiatria, una disciplina finalizzata alla cura e alla guarigione, alla rivoluzione, un tentativo di trasformare il mondo attraverso la distruzione creativa.<\/p>\n<p>Non ero meno affascinato da\u00a0<em>dove<\/em>\u00a0avevo trovato\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche\u00a0<\/em>e<em>\u00a0I dannati della terra\u00a0<\/em>(<em>Les damn\u00e9s de la terre<\/em>), spesso descritto come la bibbia della decolonizzazione. Nella piccola libreria di letteratura radicale che mio padre teneva nel nostro scantinato, i libri di Fanon erano schiacciati tra\u00a0<em>The Autobiography of Malcolm X\u00a0<\/em>e<em>\u00a0The Non-Jewish Jew<\/em>\u00a0di Isaac Deutscher<em>:\u00a0<\/em>il primo un memoir, tra i classici del nazionalismo nero, il secondo un saggio sull\u2019internazionalismo socialista. Questa posizione poteva essere dovuta a una casualit\u00e0 alfabetica, ma pi\u00f9 leggevo Fanon, pi\u00f9 mi convincevo del suo appartenere a uno spazio situato tra le tradizioni politiche rappresentate, indicativamente, da Malcom X e Deutscher; le sue parole rispondevano alle loro domande, alle loro tensioni e, non ultime, alle loro contraddizioni interne.<\/p>\n<p>\u201cNon porto con me verit\u00e0 senza tempo\u201d, scrive Fanon nella sua introduzione a\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>. Ma quando ho iniziato a leggerlo, verso la fine degli anni ottanta, al tempo dell\u2019agonia del regime di apartheid in Sud Africa e allo scoppio della prima intifada nella Palestina occupata, le sue osservazioni sull\u2019umiliazione inflitta dalla dominazione coloniale e sulla dinamica psicologica della rivolta anti-colonialista non avevano perso nulla della loro attualit\u00e0. Non sorprende che la sua opera stesse conoscendo uno straordinario revival all\u2019interno dell\u2019accademia, dove veniva riscoperto \u2013 in un certo senso,\u00a0<em>scoperto<\/em>\u00a0per la prima volta \u2013 come uno dei maggiori pensatori della modernit\u00e0 post-coloniale, piuttosto che come un propagandista della rivoluzione violenta, o come il \u201cteorico\u201d della Rivoluzione algerina.<\/p>\n<p>Da allora, il pensiero di Fanon ha fatto significative incursioni oltre i confini dell\u2019accademia. Si possono trovare allusioni a Fanon, ed echi del suo pensiero, negli scritti di Kamel Daoud, Claudia Rankine, Ta-Nehisi Coates, John Edgar Wideman e Jamaica Kincaid; nell\u2019arte di Glenn Ligon, Isaac Julien e John Akomfrah; nel cinema di Ousman Semb\u00e8ne, Raoul Peck e Claire Denis; e anche nella musica jazz e hip-hop. (Il trombettista Jacques Coursil, trombettista e linguista della Martinica, utilizza passaggi tratti da\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>\u00a0nella sua ossessiva composizione\u00a0\u00a0<em>Clameurs<\/em>.) Il suo nome \u00e8 stato\u00a0 evocato anche dai membri del movimento Black lives matter, in parte per la sua aura talismanica, in parte perch\u00e9 gli scritti di Fanon sulla vulnerabilit\u00e0 del corpo dei neri sono applicabili con inquietante efficacia alle uccisioni extra-giuridiche di giovani afroamericani. In seguito alla morte per strangolamento di Eric Garner, l\u2019eco contemporanea destata dalla considerazione di Fanon \u201cci rivoltiamo (\u2026) perch\u00e9 (\u2026) non possiamo pi\u00f9 respirare\u201d non necessita di essere spiegata.<\/p>\n<p>Il potere degli scritti di Fanon risiede non solo nello spirito d\u2019osservazione che li caratterizza o nella loro attualit\u00e0, ma nella loro forza retorica fuori dal comune. Fanon era in qualche modo ambivalente riguardo all\u2019uso del richiamo alle emozioni. In ci\u00f2 era davvero un prodotto del sistema scolastico francese. Il suo maestro e mentore al Lyc\u00e9e Victor Schoelcher di Fort-de-France era lo scrittore Aim\u00e9 C\u00e9saire, che aveva partecipato alla creazione del movimento della negritudine insieme al collega e poeta L\u00e9opold Senghor, che sarebbe diventato il primo presidente del Senegal. Ma Fanon era scettico rispetto alle appassionate rivendicazioni della negritudine riguardo a una coscienza comune a tutti i neri che potesse unificare l\u2019Africa e la sua diaspora, prendendo le distanze in particolar modo dall\u2019affermazione di Senghor, \u201cl\u2019emozione \u00e8 negra tanto quanto la ragione \u00e8 greca\u201d. Lui puntava, piuttosto, a smontare l\u2019edificio del pregiudizio razziale e del colonialismo in un francese erede della razionalit\u00e0 classica. Nonostante il suo feroce disaccordo, Fanon rimase il suo discepolo, e il suo primo libro,\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>, cos\u00ec come\u00a0<em>I dannati della terra,<\/em>\u00a0contengono sezioni di febbrile prosa poetica. Come spieg\u00f2 al filosofo Francis Jeanson, che redasse\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>\u00a0e divenne in seguito un alleato di Fanon nella lotta per la liberazione dell\u2019Algeria, \u201csto provando a raggiungere il lettore su un piano emotivo, il che significa, irrazionale, quasi sensuale\u2026 Per me le parole hanno una carica. Mi sento incapace di fuggire la morsa di una parola, la vertigine di un punto di domanda.\u201d<\/p>\n<p>Leggendo Fanon, si ha l\u2019impressione che la mera scrittura espositiva non possa rendere giustizia all\u2019impulsivo movimento del suo pensiero. Uso la parola \u201cmovimento\u201d di proposito: Fanon non scriveva i suoi testi; li dettava, camminando avanti e indietro, a sua moglie, Josie, o alla sua segretaria, Marie-Jeanne Manuellan (che ha da poco pubblicato un memoriale dell\u2019esperienza). Questo metodo di composizione conferiva ai suoi scritti un\u2019elettrizzante musicalit\u00e0: inquieto, indagatore, e, mentre veniva divorato dalla leucemia, ultraterreno nella sua chiamata per un nuovo ordine planetario, ripulito dal razzismo e dall\u2019oppressione. Il regista britannico e nero John Akomfrah ha impostato il suo ritratto di Stuart Hall sulla musica di Miles Davis. Se dovesse girare un film su Fanon, lo farebbe sicuramente sulle note di Coltrane, il cui celebre quartetto fu fondato l\u2019anno stesso della morte di Fanon, e che mor\u00ec solo sei anni pi\u00f9 tardi. Le frasi di Fanon mi ricordano le famose \u201clenzuola di suono\u201d di Coltrane: cascate di arpeggi, rapide e dense, come all\u2019inseguimento di qualcosa.<\/p>\n<p>Forgiata nel movimento perpetuo, l\u2019opera di Fanon rispecchia la sua vita errabonda. Non era, di professione, uno scrittore. Era un dottore, e pi\u00f9 avanti un portavoce e diplomatico della rivoluzione. Tuttavia niente, possiamo dedurre, per lui aveva pi\u00f9 importanza della scrittura. Perch\u00e9, per qualcuno che aveva lasciato la Martinica a ventun anni, per non tornarci mai pi\u00f9; che era stato espulso dall\u2019Algeria, il suo paese adottivo, a trentuno; e che aveva speso gli ultimi cinque anni della sua vita come un esule rivoluzionario vagando per l\u2019Africa del nord e quella sub-sahariana, la scrittura era l\u2019unica dimora.<\/p>\n<p>Era questo il suo modo di lottare con i problemi affrontati lungo un\u2019esistenza ardua e pericolosa. Albert Memmi, uno psicologo e critico del colonialismo, ebreo tunisino \u2013 la cui figura contrastante fa risaltare le peculiarit\u00e0 di quella di Fanon \u2013 descrisse la vita di Fanon come \u201cimpossibile\u201d. Forse lo era. Ma non c\u2019\u00e8 dubbio che Fanon scelse la propria vita, almeno per quanto rientrava nel possibile. In questo senso, la vita di Fanon mostrava una scarsa somiglianza con quella dei suoi amici e contemporanei, patrioti anticolonialisti come Patrice Lumumba in Congo, Felix Moumi\u00e9 in Cameroon e Abane Ramdane in Algeria, i quali cercarono di liberare i loro paesi dalla dominazione straniera. Fanon, al contrario, non ha mai preso in considerazione la possibilit\u00e0 di ritornare a Fort-de-France, e prov\u00f2 delusione, e anche un senso di tradimento, per la campagna di C\u00e9saire, il suo maestro, a favore della trasformazione della Martinica in un dipartimento francese, invece che in un paese indipendente. Non molto prima di morire, Fanon confess\u00f2 a Simone de Beauvoir di temere di diventare un \u201cprofessionista della rivoluzione\u201d e parl\u00f2 in modo commovente del suo desiderio di mettere delle radici. Ma dove? Quello era il problema. Era un uomo senza patria \u2013 fatta esclusione per una patria del futuro, o dell\u2019immaginazione. Per quanto questo possa essere stato doloroso per Fanon, la sua apolidia, la natura migratoria della sua vita, aveva donato ai suoi scritti una rilevanza globale unica, che \u00e8 chiaramente assente dai discorsi di Lumumba e Moumi\u00e9, e che neanche i lavori dei suoi compagni della Martinica, C\u00e9saire, Edouard Glissant e Patrick Chamoiseau, riescono a raggiungere.<\/p>\n<p>La carriera di psichiatra rivoluzionario ha dato ai suoi scritti un fascino irresistibile, ma questa peculiare promiscuit\u00e0 tra vita e lavoro \u00e8 stata anche causa di considerevoli incomprensioni. Guaritore, soldato, martire: molta della letteratura critica su Fanon finisce per essere poco pi\u00f9 di un inno celebrativo. In quanto icona della resistenza del \u201cTerzo mondo\u201d, il pensiero di Fanon \u00e8 stato adottato da gruppi cos\u00ec vari come le Pantere nere, i guerriglieri\u00a0 della Palestina, i rivoluzionari islamici dell\u2019Iran e gli alienati delle\u00a0<em>banlieu<\/em>\u00a0francesi, dove si ha la sensazione che la guerra franco-algerina non sia mai finita, ma che si sia invece spostata nella metropoli. In questo processo di santificazione si sono perse le complessit\u00e0 della vita di Fanon; il carattere incompleto, ambiguo, a volte agonizzante, dei suoi scritti, in particolare il suo rapporto con la tradizione occidentale; e, non ultimo, l\u2019ironia e le contraddizioni che la storia avrebbe conferito alle sue parole. Si \u00e8 persa anche la spinta principale che stava dietro la sua vita e la sua opera: non la lotta contro il dominio francese in Algeria, ma la lotta per ci\u00f2 che lui chiamava \u201cdis-alienazione\u201d, l\u2019emancipazione delle capacit\u00e0 represse delle persone e la realizzazione di un umanesimo degno di questo nome.<\/p>\n<p>Fanon ha qualche responsabilit\u00e0 nell\u2019abuso che si \u00e8 fatto dei suoi scritti. Ha contribuito con molti dei motivi musicali che pi\u00f9 tardi avrebbero costituito la colonna sonora della lotta per la liberazione del Terzo mondo. Lo slogan per il quale \u00e8 pi\u00f9 conosciuto, per\u00f2, non l\u2019ha scritto lui, l\u2019affermazione secondo cui \u201cuccidendo un europeo si prendono due piccioni con una fava, eliminando in una volta oppressore e oppresso: lasciando un uomo morto e l\u2019altro libero\u201d. \u00c8 stato Jean-Paul Sartre, non Fanon, a scrivere questo, nella sua famosa prefazione a\u00a0<em>I dannati della terra<\/em>, un\u2019efficace critica all\u2019eurocentrismo che, purtroppo, non aiut\u00f2 la reputazione di Fanon, con la sua esultanza per l\u2019autoflagellazione e la celebrazione del terrorismo come una sorta di carnevale dionisiaco dell\u2019oppresso.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, per Fanon la violenza non \u00e8 mai stata il rimedio giusto per il Terzo Mondo; era un rito di passaggio per le comunit\u00e0 e gli individui colonizzati, che si erano ammalati mentalmente a causa del progetto di conquista-colonizzazione, esso stesso saturo di violenza e razzismo. Il suo lavoro clinico era la pratica che stava alla base del suo pensiero politico. Considerava il colonialismo un rapporto profondamente anormale; il colonizzatore e il colonizzato erano incatenati tra loro \u2013 e i loro ruoli fabbricati \u2013 da una fatale dialettica. Non ci poteva essere alcuna reciprocit\u00e0 tra i due, solo guerra, fino a quando il secondo non avrebbe ottenuto la libert\u00e0. Ma questa lettura non era una \u201ccelebrazione\u201d della violenza, almeno non pi\u00f9 dell\u2019idea hegeliana del rapporto servo-padrone, che l\u2019aveva ispirata.<\/p>\n<p>L\u2019altra accusa spesso mossa a Fanon \u00e8 quella di essere difensore di ci\u00f2 che, oggi, chiamiamo \u201cpolitiche identitarie\u201d, un nazionalista nero che insisteva sull\u2019irriducibile \u201c<em>fact of blackness<\/em>\u201d [\u201cfatto dell\u2019identit\u00e0 nera\u201d Ndt], la presunta forza vitale dell\u2019autenticit\u00e0 del nero. In realt\u00e0, Fanon vedeva l\u2019essere nero non come un fatto ma come la fantasmagoria di una societ\u00e0 bianca e razzista: \u201c<em>the fact of blackness<\/em>\u201d era una traduzione fuorviante di\u00a0<em>l\u2019experience v\u00e9cue du noir<\/em>, \u201cl\u2019esperienza vissuta del nero\u201d. Fanon considerava la negritudine un \u201cmiraggio dei neri\u201d, una fuga in un passato immaginario e mistico, una ritirata da un futuro che doveva essere ancora inventato. La soluzione all\u2019essere costretto a indossare una maschera bianca, non era, per Fanon, adottare con orgoglio una maschera nera. Come studente era cos\u00ec determinato a uscire dall\u2019ombra di C\u00e9saire, che i suoi primi scritti, dei drammi che dovevano molto a Sartre, evitavano completamente il tema della razza. Anche diventando un avvocato della lotta rivoluzionaria nel Terzo mondo, \u00e8 rimasto profondamente critico nei confronti dei tentativi nostalgici di rivitalizzare la tradizionale culturale africana.<\/p>\n<p>Che Fanon sia stato cos\u00ec largamente incompreso ha una sorta di senso poetico. Poich\u00e9 il non essere riconosciuti, e la violenta alienazione che questo produce, \u00e8 il perno intorno a cui ruota gran parte della sua opera. Il suo primo importante testo psichiatrico, pubblicato nel 1952 su \u201cEsprit\u201d, descriveva la sofferenza psicosomatica sperimentata in Francia dai lavoratori nordafricani. Perplessi dalla loro esperienza di dolore senza lesioni fisiche, i dottori francesi conclusero che questi uomini soffrivano di deficienze cerebrali e culturali. Fanon la vedeva in maniera diversa: \u201cgli hanno infilato a forza la Francia dentro i loro corpi e le loro anime\u201d, per poi sentirsi dire che \u201cabitano nel \u2018nostro\u2019 paese\u201d, un appunto che i loro discendenti nati in Francia si sentono ripetere ancora oggi.<\/p>\n<p>Non che Fanon stesso fosse immune dal razzismo, come ebbe a scoprire non molto tempo dopo essere arrivato a Lione nel 1947. Cresciuto da genitori della classe media di Fort-de-France, aveva combattuto, ed era stato gravemente ferito, nell\u2019esercito della Francia Libera, e aveva ricevuto la\u00a0<em>Croix de guerre<\/em>\u00a0con una stella di bronzo. Aveva indossato la stessa uniforme dei soldati cittadini della Francia continentale, a differenza dei membri senegalesi del suo battaglione, i cosiddetti\u00a0<em>tiralleurs s\u00e9n\u00e9galais<\/em>. Per quanto lo riguardava, lui era un francese delle Indie Occidentali, proveniente da una famiglia rispettabile. I \u201cnegri\u201d erano africani, e lui non era uno di loro. Aveva pure insistito per studiare a Lione \u2013 piuttosto che a Parigi, una delle capitali dell&#8217;\u201dAtlantico nero\u201d \u2013 dato che voleva essere in qualche modo \u201cpi\u00f9 bianco\u201d.<\/p>\n<p>Nella bianca Lione, in ogni caso, un bambino bianco lo vide passare e url\u00f2: \u201cGuarda,\u00a0<em>maman<\/em>, un negro! Ho paura!\u201d L\u2019esperienza di vedersi essere osservato \u2013 di essere\u00a0<em>fissato<\/em>\u00a0dallo sguardo dei bianchi \u2013 gli procur\u00f2 la\u00a0<em>Urszene\u00a0<\/em>[\u201cscena primaria\u201d, un concetto della psicanalisi freudiana Ndt] di\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>. Sebbene abbia trovato la sua compagna in una francese bianca e di sinistra \u2013 Marie-Jos\u00e8phe Dubl\u00e9, conosciuta come Josie \u2013 descrisse la sua vita a Lione come una serie di quelle che, oggi, chiameremmo micro-aggressioni, che andavano da complimenti paternalistici per il suo francese a benintenzionate lodi della sua intelligenza.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che pat\u00ec Fanon durante il suo incontro con il bambino in quel \u201cbianco giorno d\u2019inverno\u201d fu, secondo le parole di Louis Althusser nel suo classico saggio sull\u2019ideologia, l\u2019esperienza di essere \u201cchiamato\u201d o \u201cinterpellato\u201d. Che questa\u00a0<em>Urszene<\/em>\u00a0abbia luogo all\u2019aperto \u00e8 cruciale per la sua efficacia. Come scrive Althusser: \u201cci\u00f2 che (\u2026) sembra avere luogo al di fuori dell\u2019ideologia (per essere precisi, in strada), in realt\u00e0 ha luogo nell\u2019ideologia. Ci\u00f2 che ha davvero luogo all\u2019interno dell\u2019ideologia sembra perci\u00f2 avere luogo al di fuori di essa\u201d.<\/p>\n<p>Fanon non era un seguace di Althusser, ancora meno un anti-umanista filosofico, ma in\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>\u00a0tent\u00f2 di fare qualcosa che Althusser avrebbe potuto apprezzare, cio\u00e8 dimostrare come l\u2019ideologia interpellava i francesi delle Indie Occidentali in quanto soggetti \u201crazzializzati\u201d.\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>\u00a0non \u00e8 un memoriale, ma \u00e8 ovviamente un prodotto del periodo di Fanon a Lione, la sua prima esperienza come membro di una \u201cminoranza\u201d nera. \u00c8 interessante che due capitoli esplorino come l\u2019ideologia razziale disfiguri le relazioni interrazziali, un tema che sarebbe stato di acuto interesse personale per Fanon.<\/p>\n<p>Il problema dell&#8217;\u201damore\u201d in una societ\u00e0 razzista sta al centro di\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>, quasi quanto nell\u2019opera di James Baldwin, il quale nel 1956 ascolt\u00f2 Fanon parlare a una conferenza di scrittori neri organizzata a Parigi da \u201cPr\u00e9sence Africaine\u201d. Baldwin, che salp\u00f2 per Parigi un anno dopo l\u2019arrivo di Fanon a Lione, non menzion\u00f2 Fanon nel suo resoconto\u00a0 della conferenza, ma l\u2019avrebbe evocato nel suo libro del 1972\u00a0<em>No name in the street<\/em>. Il titolo di\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>\u00a0sarebbe potuto essere\u00a0<em>Notes of a native son<\/em>\u00a0(nella traduzione italiana,\u00a0<em>Mio padre doveva essere bellissimo<\/em>), essendo Fanon, come Baldwin, impegnato in un corpo a corpo con gli ostacoli alla cittadinanza nera in una societ\u00e0 dominata dai bianchi. Nel libro, la sua principale divergenza non \u00e8 con la dominazione e lo sfruttamento coloniali,\u00a0 con i limiti razziali del repubblicanesimo francese: \u00e8 la protesta piena di speranza di un cittadino francese per l\u2019inclusione, non un ripudio rancoroso della\u00a0<em>m\u00e9tropole<\/em>. Fanon sembra sicuro della sua abilit\u00e0 di ottenere \u201cniente di meno della liberazione dell\u2019uomo di colore\u201d non solo dalla supremazia bianca, ma dalla sua concezione restrittiva di negritudine: \u201cIl Negro non \u00e8. Non pi\u00f9 dell\u2019uomo bianco\u201d. Il linguaggio di Fanon qui dovrebbe risultare familiare a chiunque abbia letto il saggio di Sartre del 1946\u00a0<em>Riflessioni sulla questione ebraica<\/em>, dove sostiene che l\u2019idea dell&#8217;\u201dEbreo\u201d come l&#8217;\u201dAltro\u201d \u00e8 stata un\u2019invenzione degli antisemiti. Per Fanon, una persona di origini africane diventava nera, diventava un \u201cn\u00e8gre\u201d, solo attraverso lo sguardo dei bianchi. Il cosiddetto problema dei neri non era nient\u2019altro che un fantasma della questione ebraica.<\/p>\n<p>Ma a Fanon non bastava liberarsi della razza in quanto concetto analitico, e dimostrare che si tratta di una mera fabbricazione, come, per esempio, la classe. Questa posizione ha avuto i suoi difensori liberal, incluso il filosofo della politica Mark Lilla, il quale, in un editoriale molto citato ospitato sulle pagine del \u201cNew York Times\u201d (successivamente esteso nel libro\u00a0<em>The once and future liberal<\/em>, in italiano\u00a0<em>L\u2019identit\u00e0 non \u00e8 di sinistra. Oltre l\u2019antipolitica<\/em>), sminuiva quello che lui chiamava il \u201cdiscorso sulla diversit\u00e0\u201d come un \u201cdramma dell\u2019identit\u00e0\u201d che \u201cesaurisce il discorso politico\u201d e divide un\u2019entit\u00e0 organizzata politicamente che potrebbe invece essere unita intorno a cose presumibilmente reali come \u201cla classe, la guerra, l\u2019economia e il bene comune\u201d.<\/p>\n<p>Dal punto di vista di Fanon, la razza \u00e8 sempre una rifrazione di idee, paure e ansie riguardanti \u201cla classe, la guerra, l\u2019economia e il bene comune\u201d. \u00c8 una finzione, ma cos\u00ec pervasiva e potente da produrre profondi effetti sul mondo reale. Pu\u00f2 sembrare \u201cuna cosa triviale, ovvia\u201d, come Marx scrisse della merce, ma in realt\u00e0 \u201c\u00e8 una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici.\u201d Come la merce, la razza \u00e8 il fantasma nella macchina di una societ\u00e0 che appare disincantata, mai completamente esorcizzato, a tributo non solo di persistenti iniquit\u00e0 ma anche del persistente potere dello sguardo, dell\u2019irragionevolezza e del rancore. E le ferite pi\u00f9 gravi che infligge, per Fanon, sono di natura psicologica: violazioni della dignit\u00e0, soprattutto \u201cla vergogna e il disprezzo di s\u00e9\u201d che innesta nelle sue vittime. Persino un nero relativamente privilegiato e \u201cassimilato\u201d come lui era \u201cdannato\u201d: \u201cQuando le persone mi apprezzano, mi dicono che lo fanno a dispetto del mio colore. Quando non gli piaccio, mi fanno notare che non \u00e8 a causa del mio colore. In entrambi i casi, sono intrappolato in un ciclo infernale\u201d. Ma come poteva lui uscire da questo ciclo infernale e \u2013 come scrive Ta-Nehisi Coates in\u00a0<em>Tra me e il mondo<\/em>\u00a0(<em>Between the world and me<\/em>) \u2013 \u201cvivere libero in questo corpo nero?<\/p>\n<p>Nel tentativo di liberarsi dallo sguardo dei bianchi, Fanon fu attratto per un breve periodo dal romanticismo razziale di Senghor, tentato, disse, di \u201cimmergersi nell\u2019irrazionale\u201d, come i poeti della negritudine lo avevano esortato a fare. Quando lesse la lunga introduzione di Sartre a\u00a0<em>Orfeo Nero\u00a0<\/em>(<em>Orph\u00e9e noir<\/em>), un\u2019antologia del 1948 di poeti della Negritudine, rimase colpito dal suo paternalismo: Sartre difendeva la coscienza comune dei neri come un \u201crazzismo antirazzista\u201d \u2013 quello che Gayatri Spivak avrebbe chiamato \u201cessenzialismo strategico\u201d \u2013 ma lo riduceva a un \u201cmomento debole di un movimento dialettico\u201d diretto verso una societ\u00e0 libera dall\u2019oppressione di razza e di classe. Tuttavia, verso la fine della stesura di\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>, Fanon fin\u00ec per concordare con Sartre. L&#8217;\u201dunica soluzione\u201d, dichiar\u00f2, \u00e8 \u201celevarsi al di sopra di questo dramma assurdo che gli altri hanno messo in scena intorno a me\u201d e \u201ctendere all\u2019universale\u201d, piuttosto che cercare rifugio in cima a una \u201ctorre materializzatasi dal passato\u201d. Se qualcuno sta facendo quel salto, aggiunge, non sono i poeti della Negritudine, ma i ribelli vietnamiti dell\u2019Indocina, che stanno prendendo nelle proprie mani il loro destino.<\/p>\n<p>L\u2019insoddisfazione di Fanon verso il moderatismo politico del movimento della Negritudine, e verso il suo maestro C\u00e9saire, che era diventato un senatore nel dipartimento francese della Martinica e un oppositore dell\u2019indipendenza, pu\u00f2 essere d\u2019aiuto nello spiegare uno dei grandi misteri della sua vita: la sua decisione di non tornare a Fort-de-France al termine del periodo trascorso all\u2019ospedale psichiatrico di Saint-Alban-sur-Limagnole nel Massiccio Centrale. Fran\u00e7ois Toscquelles, il maestro di Fanon a Saint-Alban, era un dottore e un combattente della resistenza, avendo guidato i servizi psichiatrici dell\u2019Esercito repubblicano spagnolo prima di attraversare i Pirenei nel 1939. Era stato un pioniere della psicoterapia istituzionale e sociale, che prov\u00f2 a trasformare la struttura psichiatrica in un microcosmo riconoscibile del mondo esterno. L\u2019idea alla base della\u00a0<em>social therapy<\/em>\u00a0era che l\u2019alienazione dei pazienti fosse sociale oltre che clinica, e che il processo di cura necessitasse della creazione di una struttura che potesse alleviare il loro isolamento coinvolgendoli in attivit\u00e0 di gruppo.<\/p>\n<p>Nel 1953, dopo pi\u00f9 di un anno speso al Saint-Alban, Fanon inizi\u00f2 a lavorare al Blida-Joinville, un ospedale psichiatrico a quaranta chilometri a sud di Algeri. Sotto alla sua responsabilit\u00e0 stavano cento ottantasette pazienti: cento sessantacinque donne e ventidue musulmani. Alcuni di loro li trov\u00f2 legati al letto, altri ad alberi nel parco. Vivevano in ambienti segregati, le donne in un padiglione e gli uomini in un altro. Il precedente direttore dell\u2019ospedale, Antoine Porot, il fondatore della cosiddetta Scuola di etnopsichiatria coloniale di Algeri, giustificava questa segregazione sulla base delle \u201cdivergenti concezioni morali e sociali\u201d. Molti dei colleghi di Fanon condividevano l\u2019idea di Porot secondo cui gli algerini erano essenzialmente diversi dagli europei, affetti da uno sviluppo cerebrale primitivo che li rendeva pigri e infantili, ma anche impulsivi, violenti e inaffidabili. Da ateo delle Indie Occidentali, che non era n\u00e9 un \u201cautoctono\u201d musulmano n\u00e9 un europeo bianco, Fanon a Blida si sentiva ugualmente distante dal personale cos\u00ec come dai pazienti. Non parlando n\u00e9 arabo n\u00e9 berbero, con i suoi pazienti musulmani si affidava a degli interpreti. In Algeria i suoi pi\u00f9 grandi amici erano europei militanti di sinistra, molti dei quali ebrei.<\/p>\n<p>Per instillare un senso di comunit\u00e0 fra il personale \u2013 e forse per uscire dalla propria solitudine \u2013 Fanon cre\u00f2 un bollettino settimanale. In uno straordinario articolo pubblicato nell\u2019aprile del 1954, contest\u00f2 l\u2019isolamento spaziale del manicomio moderno, anticipando l\u2019opera di Foucault del 1961\u00a0<em>Storia della follia nell\u2019et\u00e0 classica<\/em>\u00a0(<em>Folie et d\u00e9raison. Histoire de la folie \u00e0 l\u2019\u00e2ge classique<\/em>):<\/p>\n<p>Le generazioni future si chiederanno con interesse quale motivo ci spinse a costruire ospedali psichiatrici lontano dai centri urbani. Diversi pazienti mi hanno chiesto: Dottore, sentiremo le campane di pasqua? (\u2026) Quale che sia la nostra religione, la vita quotidiana \u00e8 impostata sul ritmo di una serie di suoni e le campane della chiesa rappresentano un importante elemento di quella sinfonia (\u2026) la Pasqua arriva, e il suono delle campane morir\u00e0 senza poter rinascere, non essendo mai arrivato all\u2019ospedale psichiatrico di Blida. L\u2019ospedale psichiatrico di Blida continuer\u00e0 a esistere in silenzio. Un silenzio privo di campane.<\/p>\n<p>Restaurare l\u2019ordine sinfonico della vita quotidiana era l\u2019obiettivo della psicoterapia sociale, e Fanon lo persegu\u00ec con la sua solita attenzione, introducendo diverse attivit\u00e0 come l\u2019intreccio dei rami di vimine, un teatro, giochi con la palla. Fu un grande successo con le donne europee, ma un fallimento totale con gli uomini musulmani. I dottori europei pi\u00f9 vecchi gli dissero solo che \u201cdopo aver passato quindici anni nell\u2019ospedale come noi, allora capirai\u201d. Ma Fanon si rifiutava di capire. Sospettava che il fallimento fosse dovuto ai suoi \u201cmetodi importati\u201d, e che avrebbe ottenuto risultati differenti se fosse riuscito a fornire ai pazienti musulmani forme di socialit\u00e0 che somigliassero alla loro vita all\u2019esterno della struttura. Lavorando con un gruppo di infermiere algerine, allest\u00ec un\u00a0<em>caf\u00e9 maure<\/em>, una tradizionale sala da t\u00e8 dove si beve caff\u00e8 e si gioca a carte, e pi\u00f9 avanti un \u201csalone orientale\u201d, come lo chiamava lui, per il piccolo gruppo di musulmane presenti nell\u2019ospedale. Musicisti e cantastorie arabi venivano a esibirsi, e le festivit\u00e0 musulmane erano celebrate per la prima volta nella storia dell\u2019ospedale. Una volta che le sue pratiche culturali furono riconosciute, la comunit\u00e0 musulmana di Blida riemerse dal suo torpore.<\/p>\n<p>La curiosit\u00e0 di Fanon per l\u2019Algeria lo condusse molto al di fuori delle mura dell\u2019ospedale. Immerso nel\u00a0<em>bled<\/em>\u00a0della Cabilia, terra madre dei berberi algerini, assistette a cerimonie notturne in cui isterici venivano curati attraverso \u201ccrisi catartiche\u201d e apprese di donne che usavano la magia bianca per rendere impotenti i mariti adulteri. Scopr\u00ec un\u2019attitudine pi\u00f9 compassionevole verso la malattia mentale: gli algerini attribuivano la causa della follia a spiriti soprannaturali, non alla persona che ne soffriva. Nei suoi scritti su queste pratiche, Fanon non us\u00f2 mai la parola\u00a0<em>superstizione<\/em>. Anche se insisteva sulla specificit\u00e0 della cultura nord-africana, fu molto attento a evitare l\u2019essenzialismo della Scuola di Algeri. Ambiva a perforare la superficie congelata, apparentemente naturale, della realt\u00e0, per far emergere il fermento nascosto sotto di essa.<\/p>\n<p>Quel fermento esplose il primo novembre 1954, quando il Fronte di liberazione nazionale (FLN) realizz\u00f2 i suoi primi attacchi, scatenando una guerra di indipendenza che sarebbe durata quasi otto anni. L\u2019Fln era una piccola organizzazione nata da una scissione avvenuta all\u2019interno del\u00a0<em>Mouvement pour le triomphe des libert\u00e9s d\u00e9mocratiques<\/em>\u00a0(<em>Movimento per il trionfo delle libert\u00e0 democratiche<\/em>), un\u2019organizzazione messa al bando, guidata\u00a0 dal padre fondatore del moderno nazionalismo algerino, Messali Hadj. Ottenere l\u2019appoggio della maggioranza musulmana, e convincerla di avere una possibilit\u00e0 di vittoria contro uno degli eserciti pi\u00f9 potenti del globo, richiedeva non pochi sforzi e atti di intimidazione.\u00a0 Ma il lavoro di convincimento fu attuato in parte dalla massiccia repressione francese: interi villaggi rasi al suolo, il trasferimento coatto di pi\u00f9 di due milioni di persone in campi di \u201craggruppamento\u201d, la generalizzazione della tortura, migliaia di esecuzioni sommarie e sparizioni; almeno trecento mila algerini morirono durante la guerra. Convincere Fanon, invece, non necessit\u00f2 di un grande sforzo. Quando i ribelli si misero in contatto con lui all\u2019inizio del 1955, aveva gi\u00e0 deciso da che parte stare; secondo il suo biografo David Macey, il suo primo pensiero fu quello di unirsi a loro nella\u00a0<em>maquis<\/em>.<\/p>\n<p>Fanon corse molti rischi per aiutare i ribelli, aprendo le porte dell\u2019ospedale per ospitare gli incontri del Fln, curando i combattenti nella clinica diurna e impedendo alla polizia di entrare nella struttura con le armi . Allo stesso tempo, prestava cure ai militari francesi coinvolti nella tortura dei sospetti ribelli. Non pass\u00f2 i loro nomi al Fln, in quanto vittime anch\u2019essi di un sistema coloniale, di cui erano tenuti a eseguire il lavoro sporco. Alla fine, per\u00f2, Fanon si rese conto di essere incapace di realizzare un cambiamento effettivo a Blida: i musulmani dell\u2019Algeria erano stati soggetti a quella che lui chiamava \u201cun\u2019assoluta depersonalizzazione\u201d e rimanendo nella sua posizione avrebbe perpetuato una falsa normalit\u00e0. Nel dicembre 1956 si licenzi\u00f2 con una lettera di protesta al Ministro Residente Robert Lacoste; un mese pi\u00f9 tardi fu espulso dall\u2019Algeria. Prima di andarsene ebbe un breve incontro con Abane Ramdane, un leader del Fln proveniente dalla Cabilia, che contribu\u00ec in modo decisivo a plasmare la sua visione della lotta per l\u2019indipendenza. Ramdane, a volte descritto come il Robespierre della rivoluzione algerina, era un fratello spirituale di Fanon: un oppositore radicale a qualsiasi tipo di negoziazione prima del riconoscimento da parte francese dell\u2019indipendenza, nonch\u00e9 un genuino sostenitore della modernizzazione e portatore di valori progressisti e repubblicani.<\/p>\n<p>Dopo una sosta a Parigi \u2013 la sua ultima visita in Francia \u2013 Fanon si stabil\u00ec a Tunisi, dove avevano base i dirigenti esterni del Fln. Divideva il proprio tempo tra la clinica di Manouba, dove riprese a praticare la psichiatria sotto il nome di \u201cDr. Fares\u201d, e gli uffici di \u201cEl Moudjahid\u201d, il giornale del Fln in lingua francese, a cui collaborava come editor. In quanto portavoce del Fln a Tunisi, si ritagli\u00f2 una figura affascinante ed enigmatica. Vivendo in un paese arabo indipendente sensibile alla lotta per l\u2019indipendenza algerina, Fanon non dovette pi\u00f9 nascondere i suoi legami politici. Tuttavia, paradossalmente, impar\u00f2 a muoversi con maggiore cautela che a Blida. Nonostante tutti i suoi richiami all\u2019unit\u00e0, il Fln traboccava di tensioni tra diverse fazioni, e la mancanza di una collocazione precisa, sommata all\u2019assenza di una posizione ufficiale all\u2019interno della leadership, rendeva Fanon vulnerabile. Il suo alleato pi\u00f9 potente all\u2019interno del movimento era Ramdane, capo degli \u201caffari interni\u201d, ma Fanon si trovava adesso dall\u2019altra parte del confine, a lavorare per le forze \u201cesterne\u201d del Fln, che vedevano Ramdane come una minaccia ai loro interessi.<\/p>\n<p>I contributi di Fanon a \u201cEl Moudjahid\u201d non erano sempre apprezzati dai suoi colleghi del Fln, in special modo la sua coraggiosa denuncia delle \u201cbelle anime\u201d della sinistra francese, che denunciavano la pratica della tortura ma si rifiutavano di supportare il Fln a causa dei suoi attacchi ai civili. Alla guida del Fln a Tunisi c\u2019erano pragmatici nazionalisti, il cui obiettivo era quello di intensificare le divisioni in Francia sulla questione algerina, non di condannare la Francia come nazione. A differenza di Fanon non avevano bisogno di dimostrare di essere algerini. Non si pu\u00f2 dubitare della sincerit\u00e0 degli scritti di Fanon per \u201cEl Moudjahid\u201d: aveva la tendenza a gravitare intorno alle posizioni pi\u00f9 militanti, e aveva una vecchia questione da risolvere con l\u2019intellighenzia francese. Ma il suo fervore esprimeva anche il desiderio di essere accettato come un compagno algerino. Secondo lo storico Mohammed Harbi, un ufficiale del Fln politicamente schierato a sinistra, che si incontr\u00f2 (e si scontr\u00f2) con lui a Tunisi, Fanon \u201caveva un forte bisogno di appartenenza\u201d.<\/p>\n<p>Fanon sostenne la linea del Fln anche quando aveva ragioni molto buone per dubitare della sua correttezza, come nel caso del Massacro di Melouza. Nel piccolo villaggio fuori Melouza, il Fln uccise centinaia di simpatizzanti di un gruppo nazionalista rivale, tentando poi di attribuirne la colpa ai francesi. Nella sua prima dichiarazione pubblica a Tunisi, rilasciata in una conferenza stampa nel maggio 1957, Fanon denunci\u00f2 le \u201cdetestabili macchinazioni sul caso Melouza\u201d, insistendo che fosse responsabilit\u00e0 dell\u2019esercito francese.<\/p>\n<p>Esercit\u00f2 una simile prudenza quando, un anno pi\u00f9 tardi, \u201cEl Moudjahid\u201d annunci\u00f2 che il suo amico Abane Ramdane era morto \u201csul campo di battaglia\u201d. In realt\u00e0, Ramdane era morto da cinque mesi ormai, e non sul campo di battaglia. I suoi vecchi compagni l\u2019avevano attratto in una villa in Marocco dove era stato poi strangolato. I vertici esterni desideravano da tempo di prendere il controllo della rivoluzione e Ramdane, il principale rappresentante della lotta interna, costituiva un ostacolo a un simile piano. Ora il vero potere si trovava nelle mani degli elementi esterni del Fln e del cosiddetto esercito delle frontiere. Fanon, che era abbastanza vicino ai servizi segreti per sapere la verit\u00e0 sull\u2019omicidio del suo amico, non disse nulla. Scosso dalla morte di Ramdane, si riconcili\u00f2 con l\u2019esercito delle frontiere, per il bene della causa rivoluzionaria \u2013 la leadership militare, stazionata in Tunisia e in Marocco, costituiva sempre pi\u00f9 la forza dominante del movimento \u2013 e per la propria incolumit\u00e0: Secondo Harbi, il suo nome era sulla lista degli individui da giustiziare in caso di una minaccia interna al Fronte nei confronti della leadership.<\/p>\n<p>Non era molto pi\u00f9 al sicuro sul posto di lavoro, alla clinica di Manouba, dove inizi\u00f2 a introdurre la\u00a0<em>social therapy\u00a0<\/em>che aveva messo in pratica a Blida. Il direttore della clinica, Dr. Ben Soltan, lo chiamava \u201cil negro\u201d e lo accusava di essere una spia sionista e di maltrattare i pazienti arabi su ordine di Israele. La prova di ci\u00f2 era la sua denuncia dell\u2019antisemitismo, contenuta in\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>, e la sua stretta amicizia con due dottori ebrei-tunisini. Dr. Fares riusc\u00ec a mantenere il proprio posto a Manouba, ma trasfer\u00ec le sue energie sull\u2019ospedale Charles-Nicolle, dove cre\u00f2 la prima clinica psichiatrica diurna dell\u2019Africa.<\/p>\n<p>Si trovava pi\u00f9 che mai a proprio agio quando scriveva \u2013 o, ancora di pi\u00f9, quando dettava. Il suo primo libro sulla lotta algerina,\u00a0<em>L\u2019an V de la r\u00e9volution alg\u00e9rienne<\/em>\u00a0(<em>L\u2019anno V della rivoluzione algerina<\/em>), fu composto in tre settimane nella primavera del 1959. \u00c8 un resoconto appassionato di un risveglio nazionale, cos\u00ec come un documento delle speranze utopiche che aveva destato nell\u2019autore, il quale, dopo tre anni passati a Blida, era arrivato a considerarsi un algerino. Non penso sia un\u2019esagerazione dire che Fanon si fosse innamorato del popolo algerino. Come scrive John Edgar Wideman nel romanzo\u00a0<em>Fanon<\/em>, \u201cFanon non era tipo da farsi indietro, farsi da parte ad analizzare e a dare istruzioni agli altri, ma uno che si identificava con gli altri, si immergeva nella fastidiosa e misteriosa alterit\u00e0 degli altri, mettendo a rischio la propria vita e la propria mente, innamorandosi perdutamente \u2013 sia che l\u2019amore possa essere ricompensato, o riscattato, sia che questo non accada.\u201d<\/p>\n<p><em>L\u2019anno V<\/em>\u00a0\u00e8 la lettera d\u2019amore di Fanon per la rivoluzione d\u2019Algeria, e in molti passaggi appare come l\u2019espressione della visione \u2013 o della fantasie \u2013 di Ramdane sull\u2019Algeria post-indipendenza. Nel libro, la rivoluzione algerina non \u00e8 vista semplicemente come una sollevazione anti-colonialista, ma come una rivoluzione sociale contro l\u2019oppressione di classe, il tradizionalismo religioso e il patriarcato. Nonostante tutti i richiami all\u2019Islam, Fanon sosteneva che il nazionalismo algerino fosse un nazionalismo della volont\u00e0, piuttosto che etnico o religioso, aperto a chiunque desiderasse prendere parte alla lotta, inclusi i democratici europei che rinunciavano allo status coloniale e la minoranza ebraica del paese.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, la visione di Ramdane stava rapidamente perdendo terreno, anche perch\u00e9 l\u2019esercito francese aveva annientato la leadership interna nella Battaglia di Algeri. Dopo l\u2019indipendenza, le donne della resistenza avrebbero vissuto sulla loro pelle una dolorosa regressione e i\u00a0<em>pied noirs<\/em>\u00a0sarebbero fuggiti in massa verso la Francia, insieme agli ebrei d\u2019Algeria. Coloro che immaginavano un\u2019Algeria multietnica erano sempre stati una minoranza, \u00a0e il loro numero diminuiva al perpetuarsi di ogni atrocit\u00e0 dei\u00a0<em>pied-noir<\/em>\u00a0o dell\u2019esercito. L\u2019unica richiesta su cui erano tutti d\u2019accordo all\u2019interno del Fln \u2013 oltre all\u2019indipendenza stessa \u2013 era quella di ristabilire l\u2019identit\u00e0 araba e islamica dell\u2019Algeria. Fanon aveva ragione nel credere che il tentativo della Francia di \u201cemancipare\u201d le donne musulmane spingendole a rimuovere il velo, aveva soltanto reso il velo pi\u00f9 popolare; quello che non gli riusciva \u2013 o si rifiutava \u2013 di vedere, era la propensione di influenti settori del movimento nazionalista a rafforzare il conservatorismo religioso. Sappiamo da una lettera che Fanon scrisse a un giovane ammiratore iraniano di Parigi \u2013 il rivoluzionario islamista Ali Shariati -, che Fanon vedeva la svolta islamica come un miraggio, un \u201critirarsi dentro di s\u00e9\u201d travestito da liberazione \u201cdall\u2019alienazione e dalla de-personalizzazione\u201d. Ma si trattenne dall\u2019esprimere queste idee in pubblico, mentre la sinistra interna\u00a0 al Fln era furiosa per il fatto che la devota borghesia algerina \u201cavesse trovato in Fanon\u201d, nelle parole di Mohammed Harbi, \u201cqualcuno che rappresentasse il comportamento di questa come progressista\u201d. Fanon, \u201cl\u2019algerino\u201d, vedeva quello che lui voleva vedere \u2013 o quello che Ramdane voleva che lui vedesse. Nonostante ci\u00f2, colse in modo brillante l\u2019impatto psicologico della rivolta su un popolo oppresso, la trasformazione dei suoi componenti in soggetti storici. Di fatto, la rivoluzione stava portando a compimento il processo che lui aveva cercato di realizzare all\u2019interno delle mura dell\u2019ospedale di Blida: \u201cl\u2019immobilit\u00e0 carica di tensione della societ\u00e0 dominata,\u201d scrisse, aveva lasciato il posto a \u201ccoscienza, movimento, impulso creativo,\u201d liberando i colonizzati da quella \u201cfamiliare sfumatura di rassegnazione che gli specialisti dei paesi sottosviluppati descrivevano con il titolo di\u00a0<em>fatalismo<\/em>\u201c. La rivoluzione, si scopr\u00ec, era la cura per la \u201csindrome nord-africana\u201d.<\/p>\n<p>All\u2019uscita de\u00a0<em>L\u2019anno V<\/em>, Fanon era stato sostituito nella sua carica di portavoce del Fln a Tunisi. A rimpiazzarlo era stato il Ministro per l\u2019informazione del Governo provvisorio della Repubblica algerina (Gpra) di recente formazione, M\u2019hammed Yazid, un diplomatico affabile che vantava stretti legami con la sinistra francese, che una volta Fanon aveva rimproverato con disprezzo. Fanon divenne allora un ambasciatore itinerante e nel marzo 1960 fu nominato rappresentante permanente del Fln ad Accra. Il Regno Unito di Libia gli forn\u00ec un passaporto\u00a0<em>vrai-faux<\/em>\u00a0che lo identificava come Omar Ibrahim Fanon e prese a svolgere la nuova occupazione con particolare zelo.<\/p>\n<p>La liberazione dell\u2019Algeria, scrisse su \u201cEl Moudjahid\u201d, sarebbe stata una \u201cvittoria africana\u201d, un \u201cpasso verso la realizzazione di un\u2019umanit\u00e0 libera e felice\u201d. Fanon vedeva la guerra per la decolonizzazione dell\u2019Algeria come un modello per tutta l\u2019Africa ed espresse la propria posizione- in contrasto con quella pi\u00f9 conciliatoria di chi lo aveva invitato, il capo di stato ghanese Kwame Nkrumah \u2013 alla prima Conferenza panafricana dei popoli, tenutasi ad Accra nel 1958, dove guid\u00f2 una delegazione del Fln e fece un discorso elettrizzante in cui difendeva la lotta armata come l\u2019unica strada efficace per la liberazione nazionale. Pochi dei leader africani erano pronti ad appoggiare questa linea. La maggior parte erano nazionalisti culturali come il presidente del Senegal, L\u00e9opold Senghor, che sosteneva l\u2019unit\u00e0 africana, accettando allo stesso tempo l\u2019interferenza francese nel campo della difesa e della politica economica \u2013 e schierandosi alle Nazioni Unite insieme alla Francia contro l\u2019indipendenza dell\u2019Algeria. Fanon era esasperato dal dover argomentare i meriti della causa algerina a degli africani, e fu sul punto di commuoversi durante un discorso.<\/p>\n<p>Fanon credeva che l\u2019Africa necessitasse di militanti inflessibili come il suo amico Ramdane. Rimase molto colpito da S\u00e9kou Tour\u00e9, lo spietato dittatore della Guinea, e una volta confess\u00f2 di avere \u201corrore della debolezza\u201d; Tour\u00e9 non sembrava averne alcuna. Gli alleati pi\u00f9 vicini a Fanon alla conferenza di Accra erano Patrice Lumumba, che sarebbe divenuto presto il Primo ministro del Congo belga indipendente, e F\u00e9lix Moumi\u00e9, un rivoluzionario del Camerun. Nel settembre 1960, il governo di Lumumba fu rovesciato in un colpo di stato messo in atto con la collaborazione del Belgio, un preludio al suo assassinio. Due mesi dopo Moumi\u00e9 fu vittima di un avvelenamento a Ginevra. \u201cAggressivo, violento, pieno di rabbia, innamorato del proprio paese, odiava i codardi\u201d, scrisse Fanon del suo amico, \u201crigoroso, duro, incorruttibile.\u201d<\/p>\n<p>Nel novembre 1960, appena dopo la morte di Moumi\u00e9, Fanon intraprese un\u2019ardita missione di ricognizione. Lo scopo era aprire un fronte nel sud dell\u2019Algeria al confine con il Mali, cos\u00ec che armi e munizioni sarebbero state trasportate da Bamako attraverso il Sahara. Lo accompagnava un commando di otto uomini guidato dal Maggiore Chawki dell\u2019Esercito di liberazione nazionale d\u2019Algeria. Volarono da Accra a Monrovia, dove sarebbero dovuti salire su un aereo per Conakry. Una volta atterrati per\u00f2 gli fu comunicato che il volo per Conakry era pieno e che avrebbero dovuto attendere il volo Air France del giorno seguente. Sospettarono si trattasse di una trappola dei servizi segreti francesi e decisero di guidare \u2013 percorrendo duemila chilometri \u2013 fino al Mali; pi\u00f9 avanti appresero che l\u2019aereo fu dirottato sulla Costa d\u2019Avorio e perquisito dall\u2019esercito francese. Il viaggio per il Mali li condusse attraverso la foresta tropicale, la savana e il deserto. Fanon ne fu incantato; nelle sue annotazioni la sua voce suona come quella di un invasato. \u201cTenendo un orecchio attaccato alla rossa terra si riesce a sentire distintamente il suono di catene arrugginite, di gemiti di sofferenza\u201d, scrisse. La minaccia pi\u00f9 seria al futuro dell\u2019Africa, disse, non era il colonialismo, che stava morendo di una morte inevitabile, ma i \u201cgrandi appetiti\u201d delle \u00e9lite post-coloniali, e la loro \u201cassenza di ideologia\u201d. La sua missione, Fanon riteneva, era quella di \u201cspronare la popolazione del Sahara, infiltrare gli altipiani dell\u2019Algeria (\u2026) domare il deserto, respingerlo, assemblare l\u2019Africa, creare il continente\u201d. A differenza dell\u2019Algeria, l\u2019Africa non poteva creare s\u00e9 stessa; aveva bisogno dell\u2019aiuto di uomini dotati di visione ed energia. Invocava un\u2019avanguardia rivoluzionaria, ma la sua retorica di conquista non era cos\u00ec distante da quella del colonialismo.<\/p>\n<p>La missione di ricognizione non port\u00f2 a niente: il sud del Sahara non era mai stata un territorio di combattimento importante per il Fln, e la fiducia reciproca scarseggiava tra gli algerini e le trib\u00f9 del deserto. Leggendo il resoconto di Fanon, sembra che le sue allucinazioni africane fossero scaturite da una crescente disperazione. La disperazione non era solamente politica, ma anche fisica. In Mali aveva perso peso e, tornato a Tunisi a dicembre, gli fu diagnosticata la leucemia. Claude Lanzmann, che lo incontr\u00f2 poco dopo il suo ritorno a Tunisi, lo ricorda come \u201cgi\u00e0 pervaso dalla morte, la quale donava a ogni sua parola il potere della profezia e quello delle ultime parole di un uomo che si sta spegnendo\u201d. Fanon preg\u00f2 il Fln di rimandarlo in Algeria. Voleva morire sul campo di battaglia e sentiva la mancanza dei combattenti dell\u2019interno, che descrisse a Lanzmann come \u201ccontadini-guerrieri-filosofi\u201d.<\/p>\n<p>La sua richiesta fu rifiutata, ma riusc\u00ec comunque a rendersi utile ai soldati in Tunisia. Tenne delle conferenze sulla\u00a0<em>Critica della ragione dialettica<\/em>, nelle quali dedic\u00f2 particolare attenzione all\u2019analisi fatta da Sartre della \u201cfraternit\u00e0-terrore\u201d, il senso di fratellanza che nasce da un\u2019esperienza condivisa di minaccia esterna. Aveva sperimentato questo ti po di fraternit\u00e0 a Blida e con il maggiore Chawki nel deserto, e la riconobbe tra i soldati dell\u2019Esercito di liberazione nazionale. Molti provenivano dagli ambienti rurali, a questo tipo di persone inflessibili sentiva di poter affidare il mantenimento dell\u2019integrit\u00e0 della rivoluzione attraverso il terzo mondo. Era a questi soldati che era indirizzato\u00a0<em>I dannati della terra<\/em>, dettato in tutta fretta mentre le sue condizioni di salute peggioravano.<\/p>\n<p>Ne\u00a0<em>I dannati della terra<\/em>, Fanon caratterizz\u00f2 la decolonizzazione come un processo intrinsecamente violento, uno scontro a somma zero tra colonizzatore e indigeno. Albert Memmi espresse una posizione simile nel suo\u00a0<em>Portrait du colonis\u00e9\u00a0<\/em>(<em>Ritratto del colonizzato<\/em>), pubblicato nel 1957 con una prefazione di Sartre. Ma Fanon drammatizz\u00f2 la propria lotta con una forza senza precedenti, come una battaglia epica e inesorabile, che si sarebbe conclusa non solo con la distruzione della realt\u00e0 coloniale dominata dall\u2019Occidente, ma con la distruzione della cultura e dei valori che la sostenevano. Il futuro della storia mondiale veniva scritto con il sangue delle persone senza storia, \u201ci neri, gli arabi, gli indiani e gli asiatici\u201d che hanno reso l\u2019Europa prospera con \u201cil loro sudore e i loro corpi\u201d. Le prime fasi della decolonizzazione sarebbero state cruente e molto sgradevoli, nel momento in cui i colonizzati adottano \u201cil manicheismo primitivo dei colonizzatori \u2013 i neri contro i bianchi, gli arabi contro gli infedeli\u201d. Ma alla fine, profetizz\u00f2, avrebbero \u201crealizzato (\u2026) che alcuni neri possono essere pi\u00f9 bianchi dei bianchi stessi, e che la prospettiva di una bandiera nazionale o l\u2019indipendenza non porta automaticamente all\u2019abbandono da parte di certi segmenti della popolazione dei loro privilegi e interessi\u201d. La guerra di liberazione nazionale, disse, deve trascendere \u201cil razzismo, l\u2019odio, il risentimento\u201d e \u201cil legittimo desiderio di vendetta\u201d, ed evolversi in una rivoluzione sociale.<\/p>\n<p>Le tesi contenute ne\u00a0<em>I dannati della terra<\/em>, in special modo le romantiche dichiarazioni sulla \u201cspontaneit\u00e0 rivoluzionaria\u201d dei contadini, erano profondamente influenzate dal rapporto di Fanon con l\u2019Esercito di liberazione nazionale. L\u2019ideale di un\u2019utopia rurale era, come evidenzia Harbi, un \u201ccredo dell\u2019esercito\u201d, che si presentava come il difensore dei contadini dell\u2019Algeria, e Fanon si era convinto che, a differenza del proletariato, i contadini erano incorruttibili perch\u00e9 non avevano niente da perdere. C\u2019era qualcosa di vero nella visione che Fanon aveva dei contadini algerini: anche se le persone che si erano unite alla\u00a0<em>maquis<\/em>\u00a0non erano coltivatori, molti di loro erano gente di campagna che avevano mantenuto le loro tradizioni politiche e culturali, e che avevano da sempre considerato i francesi degli invasori che alla fine sarebbero stati costretti ad andarsene. Ma la raffigurazione, promossa da Fanon, dei contadini come una popolazione non contaminata dalla cultura francese, avrebbe contribuito a supportare un progetto che l\u2019aveva sempre terrorizzato, il nostalgico \u201critorno a s\u00e9\u201d. Houari Boumediene, il capo delle forze esterne in Tunisia e in seguito il presidente dell\u2019Algeria, pu\u00f2 aver licenziato Fanon come \u201cun uomo modesto che (\u2026) non sapeva niente dei contadini d\u2019Algeria\u201d, ma si rendeva conto dell\u2019utilit\u00e0 della posizione dello scrittore. Come le sue argomentazioni sul velo, la celebrazione che Fanon fece della saggezza contadina procur\u00f2 all\u2019esercito \u2013 nelle parole di Harbi \u2013 una \u201crazionalizzazione del conservatorismo algerino\u201d, e una carta populista da giocare nella lotta di potere contro i diplomatici \u2013 di mondo e appartenenti della classe media \u2013 del Gpra e i marxisti all\u2019interno del Fln.<\/p>\n<p>Lo stesso si pu\u00f2 dire riguardo all\u2019affermazione di Fanon sulla violenza come unico mezzo per ottenere la vittoria. Verso la fine degli anni cinquanta, il Fln cap\u00ec che non avrebbe mai sconfitto l\u2019esercito francese, e che il conflitto si sarebbe risolto in una negoziazione. L\u2019opinione internazionale divenne un campo di battaglia di primaria importanza, e i suoi combattenti principali erano i rappresentanti del Gpra: come argoment\u00f2 lo storico Matthew Connelly, la guerra era tanto una sfida militare quanto una \u201crivoluzione diplomatica\u201d. Ma il mito eroico della lotta armata, che Fanon fece molto per abbellire, permise ai vertici dell\u2019Esercito di liberazione nazionale di presentarsi, al posto del Gpra, come i veri vincitori del conflitto, e di imporsi come i giusti governanti per il paese.<\/p>\n<p>Per quanto Fanon intendesse il suo libro come manifesto per la rivoluzione che veniva,\u00a0<em>I dannati della terra<\/em>\u00a0appare forse pi\u00f9 profetico come analisi delle trappole della decolonizzazione. Mentre Fanon difendeva la violenza anti-colonialista in quanto risposta necessaria alla violenza \u201cesibizionista\u201d del sistema coloniale, prevedeva anche che \u201cper molti anni a venire avremmo dovuto medicare le innumerevoli e a volte indelebili ferite inflitte al nostro popolo dall\u2019assalto colonialista\u201d. Sapeva inoltre che la \u201cfraternit\u00e0-terrore\u201d teorizzata da Sartre sarebbe potuta rivolgersi verso l\u2019interno, con conseguenze letali. L\u2019idea che la solidariet\u00e0 sotto le armi avrebbe portato alla rivoluzione sociale era, tuttavia, discutibile. Come evidenzia Hannah Arendt in un\u2019acuta critica dell\u2019opera di Fanon, il senso di cameratismo che nasce in guerra \u201cpu\u00f2 essere attualizzato soltanto in condizioni di pericolo di vita immediato\u201d, e tende ad esaurirsi in tempo di pace, come effettivamente fece dopo l\u2019indipendenza.\u00a0 Il potere dato dalla rivolta violenta era fugace; la sofferenza e il trauma causati dalle guerre di liberazione nazionale avrebbero avuto un\u2019influenza duratura. Fanon stesso aveva visto come la violenza anti-colonialista non era guidata solamente da un nobile desiderio di giustizia, ma da pulsioni pi\u00f9 oscure, incluso il sogno di \u201cdiventare il persecutore\u201d. Aveva predetto che i leader degli stati africani post-coloniali si sarebbero trincerati dietro ai richiami all&#8217;\u201dultranazionalismo, lo sciovinismo e il razzismo\u201d: aveva previsto i Mobutu e i Mugabe del futuro, i \u201cgrandi uomini\u201d che si sarebbero coperti di ornamenti e vestiti secondo lo stile africano, che avrebbero promosso una forma folclorica di cultura nera e sfruttato cinicamente la retorica anticolonialista, comprese \u2013 amara ironia \u2013 le stesse parole di Fanon.<\/p>\n<p>Uno dei primi lettori del manoscritto di Fanon fu il suo eroe, Sartre. Fanon lo contatt\u00f2 per la prima volta nella primavera del 1961 attraverso il suo editore, Fran\u00e7ois Maspero, per chiedergli di scrivere una prefazione: \u201cDigli che ogni volta che mi siedo alla scrivania, penso a lui\u201d. L\u2019ammirazione era reciproca: per Sartre, Fanon era pi\u00f9 di un discepolo intellettuale; era l\u2019uomo d\u2019azione che Sartre non si era mai perdonato di non essere stato durante l\u2019occupazione nazista. Verso la fine del luglio 1961, si incontrarono per la prima volta a Roma, insieme a de Beauvoir e Lanzmann. La loro prima conversazione si protrasse dal pranzo fino alle due del mattino, quando de Beauvoir dichiar\u00f2 che Sartre aveva bisogno di riposarsi, provocando l\u2019irritazione di Fanon. Nei giorni seguenti, Fanon parl\u00f2 in continuazione, in quella che Lanzmann chiam\u00f2 una \u201ctrance profetica\u201d. Sollecit\u00f2 Sartre a rinunciare alla scrittura fino a quando l\u2019Algeria sarebbe stata liberata. \u201cAbbiamo dei diritti da reclamare su di te\u201d, disse. \u201cCome puoi continuare a vivere normalmente, a scrivere?\u201d Prov\u00f2 disprezzo per la pittoresca trattoria dove lo portarono a mangiare. I piaceri del vecchio mondo non significavano niente per lui.<\/p>\n<p>Fanon si era da poco sottoposto a un trattamento nell\u2019Unione Sovietica, dove gli era stato prescritto il Myleran, e stava attraversando un breve periodo di remissione. Ma nel racconto che de Beauvoir fece del loro incontro a Roma, appare profondamente inquieto, insicuro e assediato dal rimorso e da presentimenti apocalittici. I giorni successivi all\u2019indipendenza sarebbero stati \u201cterribili\u201d, presag\u00ec, stimando che decine di migliaia di persone sarebbero morte in lotte di potere. La resa dei conti tra i ribelli algerini sembrava fargli orrore quasi quanto la repressione francese. Si incolpava per non essere riuscito a prevenire la morte di Ramdane e di Lumumba, a de Beauvoir sembr\u00f2 \u201cturbato per non essere attivo nella sua terra d\u2019origine, e ancora di pi\u00f9 per non essere nativo dell\u2019Algeria\u201d. Quando de Beauvoir strinse la sua mano febbricitante, ebbe la sensazione di \u201ctoccare la passione che la consumava\u201d.<\/p>\n<p>Una settimana dopo che Sartre aveva terminato la sua prefazione a\u00a0<em>I dannati della terra<\/em>, Fanon fu ammesso in un ospedale di Bethesda, Maryland \u2013 la sua unica visita negli Stati Uniti, che defin\u00ec \u201cuna nazione di linciatori\u201d. Era sconvolto, disse a un amico, non per la consapevolezza di stare morendo, ma che stesse morendo di leucemia a Washington, quando sarebbe \u201cpotuto morire in battaglia contro il nemico tre mesi prima\u201d. Mor\u00ec il 6 dicembre 1961, lo stesso giorno le copie del suo libro appena apparso nelle librerie di Parigi venivano confiscate dalla Polizia. A New York, i diplomatici algerini lo regalavano per natale. De Beauvoir lo vide sulla copertina di \u201cJeune Afrique\u201d \u201cgiovane e sereno come mai l\u2019avevo visto, e molto bello. La sua morte ebbe un grande peso perch\u00e9 l\u2019aveva caricata di tutta l\u2019intensit\u00e0 della propria vita\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019Algeria ottenne l\u2019indipendenza nel luglio 1962. Sarebbe presto diventata uno dei membri pi\u00f9 influenti all\u2019interno del Movimento dei paesi non allineati e avrebbe ospitato le Forze armate della Repubblica democratica del Congo, l\u2019Organizzazione per la liberazione della Palestina, le Pantere nere e altri movimenti di liberazione nazionale, molti dei quali profondamente influenzati da Fanon. Ma con il passare degli anni, l\u2019Algeria indipendente \u2013 rigida, devota, socialmente conservativa \u2013 somigliava sempre meno al paese che Fanon aveva sperato potesse diventare. Anche se fosse sopravvissuto, non sappiamo se si sarebbe sentito a casa in un posto simile, pi\u00f9 di quanto Che Guevara si sentiva a casa nell\u2019Havana post-rivoluzionaria. Al di l\u00e0 di tutto quello che aveva detto a de Beauvoir riguardo al suo desiderio di mettere delle radici, Fanon aveva uno spirito troppo nomade per restare a lungo nello stesso posto.<\/p>\n<p>L\u2019unico luogo che avrebbe potuto chiamare casa, oltre alle pagine dei libri, era un futuro emancipato, un messianesimo secolare che condivideva con Walter Benjamin. Era preoccupato che i paesi che avevano conquistato da poco l\u2019indipendenza sarebbero caduti nella stessa trappola dei paesi sviluppati dell\u2019Occidente: il feticismo dei ritmi di produzione e il saccheggio dell\u2019ambiente e delle sue risorse, lamentati da Adorno e Horkheimer nella\u00a0<em>Dialettica dell\u2019illuminismo<\/em>. Fanon non era ebreo, ma aveva un\u2019affinit\u00e0 elettiva con gli \u201cebrei non ebrei\u201d, molti dei quali marxisti, che tra gli anni trenta e quaranta plasmarono in profondit\u00e0 il pensiero critico europeo.<\/p>\n<p>Negli scritti di Fanon, tra i crimini del nazismo e quelli dell\u2019imperialismo c\u2019\u00e8 un legame indissolubile: considerava algerini e africani, come gli ebrei, vittime dell\u2019ipocrisia europea. Questo collegamento, espresso anche da C\u00e9saire nel suo\u00a0<em>Discorso sul colonialismo<\/em>, si attenua con l\u2019emergere di Israele nel ruolo di, nelle parole di Deutscher, Prussia del Medio Oriente, come avversario delle lotte per la liberazione nel terzo mondo. Come scrive Enzo Traverso in\u00a0<em>La fin de la modernit\u00e9 juive: Histoire d\u2019un conservateur\u00a0<\/em>(Editions La D\u00e9couverte 2013), \u201cl\u2019esaurirsi del ciclo ebraico del pensiero critico\u201d si ebbe con la conquista israeliana della Cisgiordania nel 1967 in seguito alla Guerra dei sei giorni, quando gli intellettuali ebrei passarono dall\u2019essere i pi\u00f9 grandi critici interni dell\u2019Occidente all\u2019essere alcuni dei suoi pi\u00f9 strenui difensori. Da allora, le tradizioni del pensiero critico ebraico e del post-colonialismo hanno proseguito per strade separate, con eccezioni degne di nota come quella di Edward Said, un critico letterario palestinese immerso negli scritti di Eric Auerbach e Adorno, e il suo amico Tony Judt, uno storico ebreo nato a Londra che divenne un efficace sostenitore della soluzione di uno stato e due nazioni Israele-Palestina. Fanon, a posteriori, pu\u00f2 essere visto come uno degli ultimi fili che connettevano queste tradizioni, e colpisce che Arendt l\u2019abbia difeso contro le interpretazioni caricaturali dei suoi scritti sulla violenza, senza attaccare neanche una volta la sua critica all\u2019imperialismo occidentale. Avrebbe potuto farlo solo prendendosi il rischio di contraddire il suo saggio su\u00a0<em>Le Origini del totalitarismo.<\/em><\/p>\n<p>Non sorprende che una delle pi\u00f9 interessanti critiche di Fanon, talvolta affettuosa talvolta molto severa, sia stata scritta da un ebreo teorico dell\u2019anticolonialismo che si convert\u00ec al sionismo. Albert Memmi aveva molto in comune con Fanon. Era un uomo che stava \u201cnel mezzo\u201d, mai veramente a casa propria, in quanto ebreo della Tunisia, istruitosi a Parigi, che si trovava a met\u00e0 tra il colonizzatore e il colonizzato. Scrisse romanzi e saggi, venerava Sartre e pratic\u00f2 neuropsichiatria infantile a Tunisi quando Fanon vi stazionava per conto del Fln, ma non si incontrarono mai. In un affascinante saggio,\u00a0<em>La vita impossibile di Frantz Fanon<\/em>\u00a0(<em>The Impossible Life of Frantz Fanon<\/em>), pubblicato nel 1971, Memmi qualific\u00f2 la vita di Fanon come una ricerca interrotta di un senso di appartenenza. Il \u201cgerme della tragedia di Fanon\u201d, sostiene Memmi, fu la sua alienazione rispetto alla Martinica, la sua patria. Una volta che l\u2019uomo dominato riconosce che non sar\u00e0 mai accettato dalla societ\u00e0 dominante, \u201cgeneralmente fa ritorno a s\u00e9, al suo popolo, al suo passato, a volte (\u2026) con eccessivo vigore, trasfigurando questo popolo e questo passato al punto da creare una contro-mitologia\u201d. Questo fu ci\u00f2 che C\u00e9saire aveva fatto, suggerisce, tornando a casa dalle\u00a0<em>grandes \u00e9coles<\/em>\u00a0di Parigi, inventando il movimento della Negritudine, e diventando il rappresentante del suo popolo alla\u00a0<em>Assembl\u00e9e Nationale<\/em>. Fanon, tuttavia,\u00a0 non era riuscito a ritornare; invece, dopo aver realizzato che non sarebbe mai stato interamente francese, trasfer\u00ec la sua forte identificazione dal paese che l\u2019aveva rifiutato sull\u2019Algeria, che lottava contro la Francia per ottenere l\u2019indipendenza. Una volta che l\u2019Algeria musulmana si dimostr\u00f2 troppo \u201cparticolaristica\u201d, fu inglobata in qualcosa di pi\u00f9 ampio: il continente africano, il terzo mondo, e infine, il sogno di \u201cun uomo senza precedenti, in un mondo totalmente ricostruito.\u201d<\/p>\n<p>In realt\u00e0, Fanon non ha mai disconosciuto le sue radici martinicane, o il suo amore per gli scritti di C\u00e9saire, dai quali trasse ispirazione per le immagini della rivolta degli schiavi contenute ne\u00a0<em>I dannati della terra<\/em>. Ci\u00f2 nonostante, Memmi colse un aspetto che gli ammiratori di Fanon all\u2019interno dei movimenti antirazzisti di oggi tendono a ignorare: la sua ambivalenza riguardo alle proprie radici, la sua implacabile messa in in discussione del \u201critorno a s\u00e9\u201d. Per Memmi, un ebreo nordamericano privo di illusioni sul nazionalismo arabo, l\u2019identit\u00e0 era diventata destino. E nel suo saggio su Fanon, esprime una visione per cui la primordiale identificazione etnica \u2013 e la contrazione dell\u2019empatia che spesso comporta \u2013 rientra nel naturale ordine delle cose, mentre Fanon rappresenta un\u2019anomalia, se non un fallimento, per essersi sottratto a essa.<\/p>\n<p>La speranza di Fanon era che tale identificazione potesse essere sostituita da una nuova cultura post-nazionale, un umanesimo del terzo mondo che il filosofo Achille Mbembe ha descritto come \u201cla festa dell\u2019immaginazione generata dalla lotta\u201d. Non sarebbe accaduto. In gran parte del terzo mondo, il sogno della liberazione dall\u2019Europa era stato rimpiazzato dal sogno dell\u2019emigrazione verso l\u2019Europa, dove oggi i profughi e i loro figli lottano per un rifugio piuttosto che per l\u2019indipendenza. L\u2019universalismo, nel frattempo, si \u00e8 ridotto a una moneta priva di valore: nonostante tutte le parole spese sul trasnazionalismo, gli unici due progetti post-nazionali offerti sono la realt\u00e0 appiattita della globalizzazione e la tabula rasa islamista del Califfato: Davos e Dabiq.<\/p>\n<p>Mentre scrivevo questo saggio, ho ricevuto un\u2019e-mail da un amico, un intellettuale africano che vive a Monaco. \u201cVivere in Europa oggi,\u201d mi ha scritto, \u201csignifica svegliarsi ogni giorno al suono della grancassa della nuda ostilit\u00e0 razziale, mentre i politici e i loro sostenitori ci raggruppano tutti insieme, povere anime nere, come i dannati e gli avanzi della terra, parassiti che non meritano protezione legale o nemmeno empatia. Dovunque ti giri sei un negativo, costantemente soggetto a de-umanizzazione e de-personalizzazione. Non ne posso pi\u00f9 del richiamo a un\u2019umanit\u00e0 comune. Non esiste niente del genere.\u201d<\/p>\n<p>Fanon, il padre fondatore del terzomondismo, condivideva la cupa visione dell\u2019Europa del mio amico, tuttavia insisteva che se il mondo avesse voluto avere un futuro, questo risiedeva nella battaglia per un\u2019umanit\u00e0 comune. Per la maggior parte delle persone, la vita che lui aveva scelto avrebbe costituito una prova ardua da superare, forse impossibile: in condizioni di oppressione ed esclusione, i legami nazionali, di fede, familiari e di clan, forniscono sostegno e nutrimento, e non ci si pu\u00f2 aspettare che svaniscano in seguito a rivoluzionari atti di volont\u00e0, come aveva imparato Fanon nella sua esperienza da psichiatra in Algeria. In\u00a0<em>No name in the street<\/em>, James Baldwin scrive che in tutti i suoi anni passati a Parigi, non aveva \u201cmai sofferto la mancanza di qualcosa di americano,\u201d e tuttavia, aggiunge, \u201cmi mancavano le domeniche mattina ad Harlem e il pollo fritto e i biscotti, mi mancava la musica, lo stile (\u2026) mi mancava il modo in cui la faccia scura si chiude, il modo in cui gli occhi scuri guardano, e il modo in cui, quando una faccia scura si apre, una luce sembra spargersi ovunque.\u201d Quando Baldwin fece ritorno ad Harlem nel 1957, mentre Fanon si era appena trasferito a Tunisi, speriment\u00f2 la peculiare sensazione di essere straniero a casa propria.<\/p>\n<p>Fanon, che non torn\u00f2 mai a casa, prov\u00f2 a fare l\u2019opposto: diventare un nativo in esilio, in un paese del futuro. Il futuro emancipato per il quale Fanon sacrific\u00f2 la propria vita giace in rovina. Le divisioni razziali, le diseguaglianze economiche e le guerre dell\u2019era coloniale non sono state eliminate ma piuttosto riconfigurate. Nel mondo post-coloniale il divario tra nord e sud del mondo non si \u00e8 ristretto e la realt\u00e0 non \u00e8 modellata in misura minore dalla violenza spettacolare, dall\u2019esibizionismo imperialista della \u201cmadre di tutte le bombe\u201d di recente sganciata in Afghanistan alla tattica\u00a0<em>shock and awe\u00a0<\/em>(\u201ccolpisci e terrorizza\u201d Ndt) messa in atto con le decapitazioni e lapidazioni portate avanti dallo Stato Islamico.<\/p>\n<p>Le linee di confine che dividono l\u2019Occidente dal resto del mondo, e dalle sue diversit\u00e0 interne, sono state ridisegnate da quando \u00e8 morto Fanon, ma non sono scomparse: semmai, si sono moltiplicate. In Francia \u00e8 tornato il dis-velamento coatto delle donne musulmane ed \u00e8 capitato che in spiaggia bagnanti in burkini venissero inseguite e cacciate dalla polizia e derise da chi assisteva alla scena. Negli Stati Uniti, le uccisioni da parte della polizia di afroamericani disarmati hanno alimentato un nuovo e sinistro genere di\u00a0<em>reality<\/em>. Il presidente si \u00e8 circondato di suprematisti bianchi, imposto un divieto d\u2019ingresso ai cittadini di diversi paesi \u2013 una buona parte dei quali a maggioranza musulmana \u2013 e dichiarato la sua intenzione di estendere ulteriormente la barriera al confine degli Stati Uniti con il Messico, questo per tenere fuori i \u201c<em>bad hombres<\/em>\u201c. L\u2019era dei \u201cfatti alternativi\u201d e dell\u2019iper-nazionalismo ha costituito un terreno di coltura per le paure \u201crazzializzate\u201d che Fanon descrisse\u00a0 brillantemente in\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>. Le\u00a0<em>enclave<\/em>\u00a0recintate, le videocamere di sorveglianza e le prigioni dell\u2019Occidente liberale hanno creato delle citt\u00e0 compartimentalizzate quasi quanto l\u2019Algeri di Fanon. Quando il fratello imprigionato di John Edgar Wideman gli chiese perch\u00e9 stesse scrivendo un libro su Fanon, Wideman rispose, \u201cFanon, perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 via d\u2019uscita da questo maledetto casino (\u2026) E Fanon la trov\u00f2\u201d. Non sono sicuro che effettivamente ci riusc\u00ec, ma non perch\u00e9 non ci prov\u00f2 abbastanza, e in ogni caso l\u2019importanza del suo esempio va ricercato pi\u00f9 nelle sue domande che nelle sue risposte \u2013 domande che era spinto a porre come da una necessit\u00e0 fisica. Come possono le democrazie occidentali superare la loro storia di dominazione razionale, cos\u00ec da permettere ai cittadini di tutte le etnie di sperimentare la libert\u00e0 goduta dai bianchi? Come possono le societ\u00e0 post-coloniali evitare la riproduzione degli schemi oppressivi della legge coloniale? Quale pu\u00f2 essere la forma, l\u2019identit\u00e0, di una societ\u00e0 genuinamente libera, di una cultura emancipata? Come scrisse in\u00a0<em>Pelle nera, maschere bianche<\/em>, \u201cCorpo mio, fa di me un uomo che sempre si interroga e dubita!\u201d. Il disordine del nostro mondo post-coloniale \u00e8 diverso da quello che conobbe Fanon, ma non meno scoraggiante, e per trovare una via d\u2019uscita avremo bisogno di nuove forme di lotta, e altrettanta immaginazione.<\/p>\n<p><em>Pubblicato sulla rivista \u201cRaritan\u201d nel 2018<\/em><\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/no-direction-home-il-viaggio-di-frantz-fanon\/\">https:\/\/gliasinirivista.org\/no-direction-home-il-viaggio-di-frantz-fanon\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GLI ASINI (Adam Shatz) Palermo, 1979. Quartiere Kalsa. La bambina con il pane di Letizia Battaglia (traduzione di Giovanni Esposito) Ero solo un adolescente quando vidi per la prima volta una fotografia di Frantz Fanon, sul retro della copia cartonata di\u00a0Pelle nera, maschere bianche\u00a0(Peau noire, masques biancs) di mio padre,\u00a0un\u2019edizione Grove del 1967. 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