{"id":80872,"date":"2023-08-01T10:36:33","date_gmt":"2023-08-01T08:36:33","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=80872"},"modified":"2023-08-01T10:36:33","modified_gmt":"2023-08-01T08:36:33","slug":"fuori-dalla-palude-contro-la-propaganda-di-guerra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=80872","title":{"rendered":"Fuori dalla palude, contro la propaganda di guerra"},"content":{"rendered":"<p><strong>DA LA FIONDA (di Giulio Di Donato)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-80875 size-medium\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/lafionda-palude-300x206.jpeg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"206\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/lafionda-palude-300x206.jpeg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/lafionda-palude-1024x703.jpeg 1024w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/lafionda-palude-768x527.jpeg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/lafionda-palude-1536x1055.jpeg 1536w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/lafionda-palude.jpeg 1880w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quando si parla di compressione del dibattito pubblico e di marginalizzazione del\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2022\/06\/24\/il-diritto-al-dissenso-in-tempo-di-emergenza\/\">dissenso<\/a>\u00a0bisogna avere cura di distinguere il piano dei talk show dal piano di chi gestisce e diffonde le notizie primarie, quelle che costituiscono la premessa necessaria e inaggirabile delle interpretazioni ritenute pubblicamente accettabili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se nel chiacchiericcio organizzato dai grandi canali televisivi una qualche parvenza di dialettica aperta fra le idee c\u2019\u00e8, sul fronte informazione, con riferimento soprattutto alla politica estera, non sono invece ammessi cedimenti (eppure non \u00e8 stato sempre cos\u00ec, basti pensare al Tg3 degli anni \u201890, ovvero alla Rai di Ennio Remondino, Angelo Guglielmi, Sandro Curzi, Fulvio Grimaldi, Ilaria Alpi, Michele Santoro, Carlo Freccero ecc.). La stessa pretesa di compattezza e uniformit\u00e0 viene fatta valere nei confronti del ceto politico di maggiore peso e rilievo, che va costantemente mobilitato contro il nemico russo\/cinese: non \u00e8 il tempo dei disertori, dei complici e dei disfattisti \u2013 ci spiegano le nuove vestali fanatiche della propaganda di guerra occidentale -, etichette che vengono utilizzate per squalificare moralisticamente chi assume posizioni anche molto (troppo) caute e prudenti come quelle espresse in tema di invio delle armi dal M5s di Giuseppe Conte.\u00a0Per quanto riguarda i singoli cittadini e i gruppi politici minori, questi sono liberi di manifestare ed esprimere il loro dissenso nei confronti delle politiche di guerra occidentale nelle forme che ritengono pi\u00f9 opportune, tanto rimarranno opinioni, giudizi e pratiche destinate, come al solito, ad incidere ben poco sulla dimensione collettiva. Tutto oggi si pu\u00f2 dire e fare in basso, ma nulla veramente conta e incide. E questo alimenta quel senso di inutilit\u00e0 e impotenza posto alla base della spirale di sfiducia e scetticismo verso i canali tradizionali (usurati) di partecipazione politica (dalle elezioni ai referendum) con cui oggi tragicamente ci confrontiamo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si obietter\u00e0: eppure i dibattiti radiotelevisivi sono soliti ospitare anche voci politiche critiche, come quella (coraggiosa e isolata) di Alessandro Di Battista, dunque parlare di militarizzazione del discorso pubblico \u00e8 eccessivo. Questo \u00e8 vero, ma solo in parte: tali figure infatti trovano spazio finch\u00e9 non diventano o ritornano protagoniste sul fronte dell\u2019iniziativa politica, finch\u00e9 cio\u00e8 non acquistano quella forza politica necessaria per modificare gli equilibri esistenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Comunque, cosa succederebbe, se, nonostante tutto, forze e personalit\u00e0 critiche o ostili al vincolo esterno euro-atlantista si trovassero a occupare i posti di comando? In che modo esse dovrebbero adoperarsi nell\u2019ottica di guadagnare margini concreti di autonomia e di \u201cvitalit\u00e0\u201d per il nostro Paese senza incorrere nelle reazioni che abbiamo imparato nel tempo a conoscere, dalle tragiche vicende di Enrico Mattei e Aldo Moro fino al pi\u00f9 recente veto presidenziale di Sergio Mattarella su Paolo Savona?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Prima di rispondere bisognerebbe paragonare il nuovo contesto a quello passato, sottolineando i suoi elementi di novit\u00e0 e di maggiore difficolt\u00e0 e incertezza: non solo per la mancanza di una classe dirigente di qualit\u00e0, dotata di senso dell\u2019autonomia della politica e capace di ragionare politicamente e realisticamente in termini di interesse nazionale, ma anche per un quadro geopolitico in movimento caratterizzato da un clima di mobilitazione totale dagli esiti ancora poco prevedibili e da richieste di fedelt\u00e0 assoluta. Basti pensare, quale conseguenza principale di questi mesi di conflitto fra Nato e Russia in Ucraina, al completo allineamento dell\u2019Italia e con essa dell\u2019intera Ue nell\u2019orbita degli interessi e delle esigenze militari ed economiche degli Stati Uniti, con tanto di ridimensionamento se non proprio di annullamento delle relazioni commerciali fra i Paesi europei e la Russia, e di ridefinizione a tutto svantaggio dell\u2019Europa di quelle con la Cina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sullo sfondo la transizione ben poco lineare dalla globalizzazione neoliberale trainata dell\u2019unilateralismo americano a quella che viene definita da diversi analisti \u201cglobalizzazione fra amici\u201d, dove lo spazio delle relazioni risulterebbe limitato ad un ambito ristretto di aree affini, distinte e sempre meno interconnesse fra loro. Parliamo di grandi blocchi con alcune differenze al loro interno: senz\u2019altro i BRICS non conoscono la struttura rigidamente gerarchica e piramidale del blocco Nato dominato in maniera schiacciante dagli interessi degli Usa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel frattempo per i nostri \u201camici\u201d a stelle strisce la sfida con la Cina si va articolando su pi\u00f9 livelli: agitando lo spettro del conflitto militare alimentando le spinte indipendentiste di Taiwan, indebolendo i rapporti fra la Cina e i Paesi europei, logorando la Russia nel pantano del conflitto in Ucraina, disarticolando i BRICS, ingaggiando infine sul piano ideologico una lotta condotta del nome dei nuovi scenari dal volto \u201cumano, democratico e sostenibile\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Naturalmente c\u2019\u00e8 grande cautela nel fare questo, anche per via delle grandi divisioni (a cui guardare con attenzione) che attraversano il sistema di potere statunitense, e il guanto di sfida non viene mai lanciato in maniera troppo aperta e definitiva. Del resto ci sono settori del grande capitale occidentale che guardano con preoccupazione alla rottura del rapporti economici con la Cina. Non \u00e8 detto, per quanto riguarda l\u2019economia Usa, che il richiamo all\u2019ordine dell\u2019Europa basti a compensare tale eventuale perdita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Forse proprio la necessit\u00e0 di salvaguardare un livello minimo di interdipendenza globale pu\u00f2 aiutare il nostro Paese nell\u2019ottica di rilanciare una politica estera maggiormente autonoma e assertiva, sulla scia delle migliori esperienze del nostro passato. Ieri il bipolarismo competitivo con l\u2019Unione sovietica, oggi il bipolarismo conflittuale con la Cina, freddo a livello di rapporti geopolitici, ma ancora caldo a livello di relazioni commerciali: un equilibrio di questo tipo, per quanto precario, pu\u00f2 favorire ripensamenti di strategia (se non in Italia, speriamo in un sussulto di orgoglio all\u2019interno di Francia o Germania) e una presa meno forte degli Usa sul continente europeo. Anche questa ipotesi di scenario non farebbe per\u00f2 venir meno la necessit\u00e0 per una forza politica che intenda concretamente affermarsi sulla base di un diverso orientamento geopolitico di assicurarsi il sostegno e la protezione indiretta e mai troppo esplicita di una sponda estera (i Paesi del BRICS?). Non per passare da un giuramento di fedelt\u00e0 ad un altro o per motivi strettamente ideologici legati ad un pregiudizio antiamericano: vanno infatti privilegiate certe alleanze piuttosto che altre perch\u00e9 si ritiene che esse siano pi\u00f9 utili e congeniali al rafforzamento di una visione strategica del nostro interesse nazionale-popolare, da declinare in termini progressivi sul piano interno e orientati al multipolarismo sul piano esterno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo perch\u00e9 la geopolitica condiziona molto i processi interni, anche se non del tutto. Certo, si potrebbe anche pensare di agire prescindendo da essa. Ma a quel punto l\u2019unica strada per un cambiamento vero rimarrebbe l\u2019irruzione di un elemento di rottura forte e inatteso, come pu\u00f2 essere ad esempio la comparsa di una forma di peronismo neosocialista alla Hugo Ch\u00e1vez che tenga insieme patriottismo, legami popolari e questione sociale. Ma una tale forzatura rivoluzionaria degli assetti consolidati \u00e8 al momento impensabile, senza considerare il rischio che una svolta tribunizia di quel tipo, alla luce dei rapporti di forza interni ed esterni al nostro Paese e stante la situazione di ritirata e smobilitazione attuale, pi\u00f9 che connotati progressivi, finisca per assumere un carattere regressivo all\u2019insegna di una rivoluzione passiva dai tratti ancora pi\u00f9 autoritari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Rimane comunque il grande rammarico per un\u2019Europa (qui intesa come nucleo dei Paesi fondatori) completamente dimentica e indifferente a se stessa: come grande spazio regionale, seppure meno centrale che in passato, poteva e doveva svolgere una funzione, anche minima, di equilibrio in un mondo nel quale sono emerse forze decise a opporsi all\u2019unilateralismo degli Stati Uniti, promuovendo un assetto pluralistico delle relazioni internazionali e una\u00a0\u201c<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2020\/06\/08\/la-pandemia-e-il-tramonto-della-globalizzazione-neo-liberale\/\">nuova sintesi<\/a>\u201d tra individuo e comunit\u00e0 oltre il neo-liberalismo, capace di riportare gli spiriti animali\u00a0del tecno-capitalismo finanziario globale sotto la direzione del potere politico, in modo inevitabilmente diverso ma non meno efficace di quanto sia riuscito alla Cina in Oriente. Il tutto rilanciando ci\u00f2 che di meglio l\u2019Europa ha prodotto nella sua storia recente (l\u2019esperienza del Welfare State con i suoi meccanismi di crescita e inclusione sociale, ad esempio). Ma gli esiti non potevano che essere quelli che conosciamo: l\u2019Ue \u00e8 stata congegnata in modo tale proprio perch\u00e9 le fosse impossibile sviluppare una soggettivit\u00e0 politica autonoma oltre che per deprimere il protagonismo e la vitalit\u00e0 dei singoli Paesi membri. Aggiungici poi il problema di una classe di governo priva di spessore politico, storico e spirituale, figlia di una lunga stagione segnata dalla spoliticizzazione e dalla neutralizzazione tecnocratica, e il quadro appena disegnato si tinge di colori ancora pi\u00f9 cupi e sconfortanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il continente europeo, sempre pi\u00f9 periferico e ripiegato su se stesso, ha insomma cercato negli ultimi anni un comodo riparo dalle logiche del politico, coltivando l\u2019illusione della fine della Storia e del primato assoluto dell\u2019economico. Ma la Storia \u00e8 tornata, all\u2019improvviso e senza bussare alle sue porte, prima con la pandemia ora con la guerra in Ucraina. Del tanto auspicato ritorno del politico non vi \u00e8 invece ancora alcuna traccia, salvo un rumore elementare di fondo privo di ricadute positive sulla realt\u00e0.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2023\/07\/26\/fuori-dalla-palude-della-propaganda-di-guerra\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2023\/07\/26\/fuori-dalla-palude-della-propaganda-di-guerra\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DA LA FIONDA (di Giulio Di Donato) Quando si parla di compressione del dibattito pubblico e di marginalizzazione del\u00a0dissenso\u00a0bisogna avere cura di distinguere il piano dei talk show dal piano di chi gestisce e diffonde le notizie primarie, quelle che costituiscono la premessa necessaria e inaggirabile delle interpretazioni ritenute pubblicamente accettabili. 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