{"id":81419,"date":"2023-09-14T09:55:32","date_gmt":"2023-09-14T07:55:32","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=81419"},"modified":"2023-09-12T10:00:29","modified_gmt":"2023-09-12T08:00:29","slug":"il-lavoro-culturale-8-dialogo-con-guia-soncini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=81419","title":{"rendered":"IL LAVORO CULTURALE\/8: DIALOGO CON GUIA SONCINI"},"content":{"rendered":"<div><strong>di LE PAROLE E LE COSE (Maria Teresa Carbone)<\/strong><\/div>\n<div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<\/div>\n<div><\/div>\n<div class=\"post-thumbnail\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-full size-full wp-post-image\" src=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/soncini.jpg\" alt=\"\" width=\"1449\" height=\"500\" data-attachment-id=\"47542\" data-permalink=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?attachment_id=47542\" data-orig-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/soncini.jpg\" data-orig-size=\"1449,500\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"soncini\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/soncini-300x104.jpg\" data-large-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/soncini-1024x353.jpg\" \/><\/div>\n<div class=\"content-wrap\">\n<div class=\"entry-content\">\n<div class=\"pmb-print-this-page wp-block-button\"><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[<em>Per la sua inchiesta sul giornalismo culturale contemporaneo Maria Teresa Carbone oggi ha intervistato Guia Soncini. Queste sono le conversazioni precedenti:\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=45648\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Gianluigi Simonetti<\/em><\/a><em>,\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=45928\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Ilaria Feole<\/em><\/a><em>,\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=46234\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Francesca Borrelli<\/em><\/a><em>,\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=46422\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Andrea Cortellessa<\/em><\/a><em>,\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=46673\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Paolo Di Stefano<\/em><\/a><em>,\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=46987\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Giorgio Zanchini<\/em><\/a>,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=47269\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Valentina Berengo<\/em><\/a>].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>1)\u00a0<strong>Nella sua rubrica \u201c<\/strong><a href=\"https:\/\/www.linkiesta.it\/author\/guia-soncini\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>L\u2019avvelenata\u201d<\/strong><\/a><strong>\u00a0su\u00a0<\/strong><a href=\"https:\/\/www.linkiesta.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Linkiesta<\/strong><\/a><strong>\u00a0qualche giorno fa\u00a0<\/strong><a href=\"https:\/\/www.linkiesta.it\/2023\/08\/michela-murgia-libri-tre-ciotole\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>lei ha scritto<\/strong><\/a>\u00a0<strong>che \u201ci libri non contano niente\u201d, che \u201cnon li legge nessuno\u201d. Ma se \u00e8 cos\u00ec, perch\u00e9 scriverne, perch\u00e9 scriverli? [Credo sappia che la nota biografica nel suo ultimo libro (<a href=\"https:\/\/www.marsilioeditori.it\/libri\/scheda-libro\/2971880\/questi-sono-i-50\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Questi sono i 50. La fine dell\u2019et\u00e0 adulta<\/em><\/a>, Marsilio 2023) suona cos\u00ec: \u201cGUIA SONCINI ha scritto un romanzo, un paio di film, ma soprattutto migliaia di articoli e alcuni libri di critica culturale (<em>Elementi di capitalismo amoroso<\/em>,\u00a0<em>I mariti delle altre<\/em>,\u00a0<em>Come salvarsi il girovita<\/em>,\u00a0<em>La repubblica dei cuochi<\/em>,\u00a0<em>L\u2019era della suscettibilit\u00e0<\/em>,\u00a0<em>L\u2019economia del s\u00e9<\/em>) col vasto programma di capire come siamo diventati quel che siamo, e la scellerata ambizione di sistematizzare il presente\u201d].<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La prima cosa che devo fare, dunque, \u00e8 giustificarmi della mitomania della nota biografica. E, per farlo, mi tocca raddoppiare in mitomania. Negli anni Ottanta Alberto Arbasino doveva essere particolarmente irrequieto, perch\u00e9 da un libro all\u2019altro cambiava nota biografica. Un paio di libri (miei) fa, ho notato quella che c\u2019\u00e8 sulla quarta di copertina di\u00a0<em>Matin\u00e9e<\/em>\u00a0(Garzanti 1983). Faceva cos\u00ec: \u00abA proposito dell\u2019Italia contemporanea (cio\u00e8 fin-di-secolo, di \u201cquesto\u201d secolo), tenta di svolgere in diverse forme un\u2019opera di testimonianza, documentazione, commento, ad uso dei coetanei e magari dei nipoti\u00bb. Con lo stesso piglio con cui le professoresse democratiche quarant\u2019anni fa ritagliavano la pagina di rotocalco col vestito da sposa di Diana Spencer e la portavano dalla sartina per farselo fare uguale, io me ne sono scritta una ricalcata.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La risposta onesta a \u00abperch\u00e9 scrivere libri\u00bb temo sia: perch\u00e9 \u00e8 facile. Una canzone richiede doti sovrannaturali, un film un investimento economico notevole; un libro possono scriverlo pi\u00f9 o meno tutti, e in Italia lo pubblicano veramente a chiunque. E poi c\u2019\u00e8 sempre quel tarlo di \u00abche ne sai che non \u00e8 la volta del grande successo\u00bb: \u00e8 una discussione che faccio spesso con altri autori non da grandi numeri, che ti dicono che n\u00e9 Tizio n\u00e9 Caio sapevano che il loro bestseller sarebbe diventato tale; ma secondo me Tizio e Caio mentono per non farci morire d\u2019invidia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>2) Ipotizziamo che fosse una provocazione: del resto, non si capirebbe senn\u00f2 come mai lei scriva spesso di libri (incluse citazioni pi\u00f9 che appropriate di autori come Bourdieu o Heidegger, che non sono diventati famosi su Instagram). E allora, quando scrive libri e di libri, quali lettori immagina? Quando li incontra alle presentazioni o ai festival, le capita di avere sorprese? E a proposito di festival e presentazioni, cosa ne pensa, dal suo osservatorio di critica culturale? Come mai si moltiplicano, se le persone non leggono? A cosa servono? A chi?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per \u00abprovocazione\u00bb chiamo l\u2019avvocato. Bourdieu su Instagram sarebbe stato perfetto, qualcuno dovrebbe aprire una pagina in cui posta quel che posterebbe Bourdieu, o esiste gi\u00e0? Possibile che nessuno ci abbia pensato? Ci sar\u00e0 di sicuro un tesista del Dams che fa i meme\u00a0<em>\u00e0 la<\/em>\u00a0Bourdieu, figuriamoci. I lettori non li immagino, come non immagino gli elfi dei boschi: i lettori non esistono. Nessuno legge pi\u00f9 niente, non solo i libri. Un\u2019amica mi raccontava che ha passato agosto, al mare, a definire i suoi figli \u00ablanzichenecchi\u00bb. Non uno dei suoi interlocutori dava mostra di cogliere la citazione. Noi avevamo passato settimane a baloccarci con Alain Elkann in lino stazzonato e i lanzichenecchi in treno, a convincerci che quello fosse il massimo momento di gloria che le pagine culturali avessero conosciuto in questo secolo, l\u2019articolo che tutti avevano letto, la polemica che tutti avevano intercettato, e poi ti sposti dal tuo bozzolo e nessuno sa di cosa tu stia parlando. Ed era in Maremma, l\u2019amica: se Elkann che si ossigenava a Benevento non era arrivato in Maremma, figuriamoci sulle spiagge del paese reale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Riguardo ai festival. Il pubblico ci va come va a tutti gli eventi \u2013 credo di aver gi\u00e0 detto che \u00abeventi\u00bb \u00e8 la parola contro cui ci saremmo dovuti concentrare, invece di farci distrarre da \u00abresilienza\u00bb \u2013 per la ragione per cui va ovunque: per creare contenuti. Questo \u00e8 il secolo in cui tutto \u00e8 \u201ccontenuto\u201d: se in un posto posso farmi una foto, un video, un qualcosa, allora vale lo sforzo. L\u2019altro giorno ho visto una tizia che diceva \u00absono una creatrice di contenuti\u00bb, come una volta avrebbe detto d\u2019essere una commercialista o una commessa. Solo che la commercialista e la commessa fanno delle cose, di lavoro; la creatrice di contenuti, di lavoro, accende la telecamera del telefono prima di fare delle cose. L\u2019anno scorso ero a un festival estivo, oltretutto a presentare un libro in cui parlavo proprio di questo tipo di esibizionismo, quindi l\u2019episodio \u00e8 cos\u00ec didascalico che se lo metti in una sceneggiatura il pubblico sbuffa. Arrivano due signore col libro da farsi firmare, lo dedico, poi una dice \u00abNo dai, lo sai che lei non ama i selfie\u00bb, l\u2019altra mugugna, e io, sentendomi vieppi\u00f9 magnanima, dico: ma certo, facciamoci questa foto. Ci facciamo la foto, se ne vanno, io firmo qualche altro libro, quando finisco \u00e8 rimasto un libro sul tavolo, lo apro, e c\u2019era la dedica per quelle due, che l\u2019avevano lasciato l\u00ec. Ecco, era questa la risposta che avrei dovuto darle a \u00abperch\u00e9 scrivere libri\u00bb: perch\u00e9 ti chiedano le foto come se fossi una concorrente di reality. Le due signore avevano speso il prezzo di copertina, mi pare diciotto euro, per farsi la foto. Considerato quanti se ne tiene l\u2019editore, forse mi conviene metter su un servizio di foto a pagamento, disintermediare l\u2019incasso da autoscatti eliminando la scusa del libro, che oltretutto in casa prende polvere. Poi c\u2019\u00e8 la parte autori: perch\u00e9 gli autori vanno ai festival? Perch\u00e9 hanno un ego cos\u00ec piccino da avere bisogno del nome in cartellone per sentirsi vivi? Io, le poche volte che ci vado, lo faccio per soldi, come tutto. I festival non servono a niente, se non sei, che ne so, Stefania Auci, Gramellini, gente che firma duecento o trecento copie a margine dell\u2019incontro. Per noialtri mortali, i festival si dividono tra quelli in cui firmi cinque copie, e quelli ai quali l\u2019editore s\u2019\u00e8 proprio dimenticato di mandare il libro. Immagino sapr\u00e0 che, del tema preferito dagli scrittori, ovvero le lamentele riguardo all\u2019editore, il sottogenere pi\u00f9 amato \u00e8 \u00abconfrontiamo le nostre storie di presentazioni infernali alle quali l\u2019editore non mi ha fatto trovare le copie\u00bb. E qui ci sarebbe da aprire l\u2019ennesima incidentale, riguardo all\u2019industria culturale italiana che non \u00e8 un\u2019industria, in cui guai a parlare di numeri: tenerci a vendere appare come una specie di delitto contro il buon gusto. Ma non voglio divagare prima d\u2019aver terminato la risposta sui festival. I festival non servono agli editori, ai quali evidentemente non importa pi\u00f9 di tanto di vendere i libri, almeno i miei e quelli di chi con me scambia aneddotica sulle mancate copie. I festival non servono agli autori, che si sbattono ad attraversare il paese e buttano due giorni per farsi intervistare da qualcuno che nella maggior parte dei casi non ha letto il libro che vendi quella sera n\u00e9 alcunch\u00e9 di tuo e ti cita frasi che ha trovato su citazionisbarazzinepuntoit \u2013 e neanche puoi insultarlo, perch\u00e9, non essendo l\u2019industria culturale un\u2019industria, al presentatore pareva inelegante chiedere un cachet, e quindi \u00e8 l\u00ec per un bicchiere di plastica pieno a met\u00e0 di prosecco sgassato. I festival servono solo ai festival, che per organizzarsi ricevono finanziamenti pubblici, soldi dagli sponsor, e fondi che non vedo proprio perch\u00e9 non debbano in parte versare a me che vengo a sentirmi chieder conto delle mie citazioni pi\u00f9 sbarazzine e a dormire in un tre stelle con asciugamani d\u2019acrilico. Arbasino non l\u2019avrebbe mai fatto, per inciso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>3) Immagino che questa risposta non le attirer\u00e0 le simpatie degli organizzatori di festival, dopo che i tre quarti degli editori italiani hanno protestato quando lei ha scritto che nessuno legge pi\u00f9 libri. Ma per chi ha scelto come titolo della sua rubrica \u201cL\u2019avvelenata\u201d, non dovrebbe essere un problema. Oppure qualche volta il ruolo le sta stretto? (Eventualmente pu\u00f2 dire quando e come?).\u00a0 E visto che io ho impiegato la parola \u201cproblema\u201d, un tempo abusatissima, ha notato che ora non la dice pi\u00f9 quasi nessuno e tutti parlano di \u201csfida\u201d?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tutti dicono \u00absfidante\u00bb invece di \u00abimpegnativo\u00bb, pi\u00f9 che altro, e io me lo vedo quel mattino in cui qualche disgraziato in qualche redazione doveva copiare male un articolo americano, e arrivato a \u00ab<em>challenging<\/em>\u00bb ha detto non voglio sembrare un pubblicitario milanese che parla mezzo in inglese, come si dir\u00e0 in italiano, ha iniziato a scrivere la parola su Google, e il suggerimento automatico a met\u00e0 parola era \u00absfida\u00bb,\u00a0<em>challenge<\/em>, e lui ha detto ma certo, sfida, sfidante, perch\u00e9 appartiene a un secolo che non sa n\u00e9 l\u2019inglese n\u00e9 l\u2019italiano e i cui abitanti, se gli dici che non c\u2019\u00e8 bisogno di dire \u00ab<em>slur<\/em>\u00bb, esiste \u00abinsulto\u00bb, ti rispondono \u00abla lingua cambia\u00bb, che \u00e8 il \u00abmogli e buoi\u00bb di gente la cui evoluzione rispetto alle nonne in provincia \u00e8 che legge le pensatrici di Instagram invece che il calendario di Frate Indovino.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u201cL\u2019avvelenata\u201d \u00e8 l\u2019unica mia rubrica della quale non abbia pensato io il titolo. No, non \u00e8 vero, c\u2019\u00e8 stata anche \u201cLa deficiente\u201d, il cui titolo era di Franca Ciampi. \u201cL\u2019avvelenata\u201d me l\u2019ha proposto Christian Rocca, che tra l\u2019altro credo non abbia mai sentito una canzone di Guccini, e io ho detto subito di s\u00ec perch\u00e9 non \u00e8 previsto dal mio codice etico che dica di no a una citazione di Guccini. \u00c8 una canzone \u2013 un\u2019invettiva \u2013 del 1976 che sembra scritta domani: non credo esista sintesi pi\u00f9 perfettissima di noialtri stronzi schiavi dei telefoni con la telecamera di \u00abnemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento\u00bb. Per\u00f2 mi par di capire che, nel secolo in cui oltre all\u2019italiano non si va fortissimo neanche in cultura generale, la citazione vada smarrita: l\u2019altro giorno ho letto un tizio che commentava quel solito articolo sui libri non letti dicendo che un\u2019avvelenata dovrebbe essere indebolita dal veleno, ma io non gli sembravo tale. Quindi, per non scansare la sua domanda, no, non mi va stretto il nome della rubrica, nella quale scrivo le stesse cose che scriverei se si chiamasse \u201cL\u2019amabile\u201d: mi va stretto un secolo in cui bisogna mettere le didascalie a tutto perch\u00e9 nessuno ha voglia di sbattersi a capire neanche i pi\u00f9 semplici riferimenti. Le farei vedere i commenti \u00absmettila di tirartela con queste cose che conosci solo tu\u00bb che mi arrivano quando cito prodotti di nicchia come\u00a0<em>Il sorpasso<\/em>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>4)\u00a0<strong>In\u00a0<a href=\"https:\/\/www.linkiesta.it\/2023\/08\/michela-murgia-libri-tre-ciotole\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">quello stesso articolo<\/a>\u00a0lei si \u00e8 chiesta se \u201cesiste oggi, nel realismo cuoricinista, la possibilit\u00e0 \u2026 di essere un intellettuale ritenuto rilevante senza essere scomponibile in comodi bocconcini predigeriti, senza fornire slogan da maglietta, senza esprimersi in forma riducibile a una card di Instagram\u201d. \u00c8 una domanda retorica a cui si pu\u00f2 rispondere solo di no? In questo caso, si tratta di una situazione solamente italiana? Se no, pu\u00f2 citare qualche nome?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019articolo pi\u00f9 famoso della storia del giornalismo americano \u00e8 un\u2019intervista senza intervistato. \u00c8 il 1965. Gay Talese \u2013 uno di quelli che hanno inventato il\u00a0<em>new journalism<\/em>, assieme ad altri minori come Joan Didion e Tom Wolfe \u2013 \u00e8 passato dal \u201cNew York Times\u201d a \u201cEsquire\u201d, dove gli lasceranno scrivere articoli molto pi\u00f9 lunghi ma il direttore di quello che \u00e8 pur sempre un mensile patinato vuole che ogni tanto intervisti una celebrit\u00e0 da mettere in copertina. E quindi lo manda a Los Angeles a intervistare Frank Sinatra. Il quale per\u00f2 \u00e8 malmostoso, in tv gli hanno appena chiesto dei suoi rapporti con la mafia, rimanda, traccheggia. Talese passa settimane a osservare Sinatra da lontano, a un semaforo, in un locale in cui forse \u00e8 di malumore perch\u00e9 Mia Farrow l\u2019ha bidonato, in uno studio televisivo. Settimane a parlare con compagne di scuola della figlia, facchini d\u2019albergo, guardie del corpo, controfigure. Cinque mesi dopo, esce il pi\u00f9 formidabile ritratto di personaggio famoso \u2013 ma forse \u201creportage\u201d sarebbe una definizione pi\u00f9 adatta \u2013 scritto fino ad allora e da allora in poi:\u00a0<em>Frank Sinatra ha il raffreddore<\/em>. Ora lei penser\u00e0 che le abbia raccontato questa storia per dire che oggi nessun giornale ti d\u00e0 tre mesi di budget per star dietro a una celebrit\u00e0 renitente, e sarebbe in effetti una buona ragione per usarlo come esempio di come tutto sia andato in vacca. Oppure che la citi per dire che oggi nessun giornale pubblicherebbe un pezzo su Tizio Famoso senza virgolettati di Tizio Famoso \u00abquella volta che mia madre non mi ha preso in braccio\u00bb rilanciabili dai siti tutti. E anche questa \u00e8 in effetti una chiave valida. Ma il mio punto \u00e8 che un paio di mesi fa il \u201cNew York Times\u201d ha mandato una tizia in Inghilterra sulle tracce di Tom Cruise. Nessuno sa dove viva Tom Cruise, nessuno sa quasi niente della vita di Tom Cruise. Ma si dice abbia casa in Inghilterra, e quindi hanno mandato una loro giornalista brillante a fare il\u00a0<em>Frank Sinatra Has A Cold<\/em>\u00a0che questo secolo pu\u00f2 permettersi. Un lungo racconto della ricerca vana di Tom Cruise. Per quel che vale la percezione social, \u00e8 stato un pezzo di successo: me lo vedevo spuntare da qualunque account americano. Era un articolo di ipnotica mediocrit\u00e0. Che \u2013 mi sento mia nonna a dirlo ma pazienza \u2013 temo sia l\u2019unico tipo di prodotto culturale che pu\u00f2 avere successo oggi: una cosa di cui il lettore possa dire \u00abanch\u2019io l\u2019avrei scritto cos\u00ec\u00bb. Una cosa che non complessi l\u2019odontotecnico o l\u2019elettrauto che sono convinti \u2013 poich\u00e9 hanno un telefono con dentro i social e le app di messaggistica e quindi scrivono ogni giorno: mai, prima d\u2019ora, gente il cui mestiere non \u00e8 scrivere ha scritto cos\u00ec tanto \u2013 di essere non pubblico ma coprotagonisti, non fruitori ma colleghi. Quando parliamo dell\u2019uso-Cesira, dell\u2019abbassamento del livello di cui parlava Gadda, tendiamo a non ricordarci che lui ne parlava ottant\u2019anni fa. Quando non esisteva neppure l\u2019istruzione obbligatoria. Quando ho scritto quell\u2019articolo sui libri che non legge pi\u00f9 nessuno, uno scrittore mi ha mandato un messaggio che conteneva una grande verit\u00e0: \u00abI dati dicono che non abbiamo mai letto tanto, e guarda come siamo messi\u00bb. Leggiamo cose ipersemplificate (ipercesirate?) e non le capiamo comunque, e quindi chi scrive cesirizza sempre pi\u00f9, per il terrore di perdere la nostra labilissima attenzione. Quando Baricco spiegava in tv com\u2019era costruita una frase di venti righe di Proust, la me ventenne l\u2019ascoltava incantata; oggi, le figlie ventenni del ceto medio riflessivo alla prima descrizione lanciano il libro dalla finestra (e pure noi, ch\u00e9 l\u2019attenzione frammentata da notifiche continue mica \u00e8 esclusiva dei ventenni). Nel racconto della tapina del \u201cNew York Times\u201d non c\u2019era nulla di quel che c\u2019era in Talese, non c\u2019era scrittura, non c\u2019era ci\u00f2 che se lei ora mi chiede di spiegarle cosa sia io non le so rispondere, ma se lo vedo lo riconosco. Non c\u2019era stile, perch\u00e9 lo stile \u00e8 una fatica da scrivere e da leggere, e \u2013 mi ripeto \u2013 nessuno ha voglia di far fatica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>5) Nella sua rubrica lei si definisce spesso \u201cnovecentesca\u201d. Come si distingue un (autore, giornalista culturale, intellettuale) \u201cnovecentesco\u201d da chi ha avuto la fortuna o la disgrazia di nascere dopo? \u00c8 l\u2019adesione ai social a fare la differenza o c\u2019\u00e8 altro?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00c8 il saper cambiare il nastro alla macchina da scrivere; il trovare imbecilli quelli che ti mandano un messaggio con scritto \u00abscrivi\u00bb quando li chiami e non rispondono, perch\u00e9 intere generazioni hanno il terrore d\u2019avere una conversazione telefonica e pensano che vorrai passare i prossimi quaranta minuti a spiegare per iscritto una cosa che si risolverebbe in una telefonata di due minuti; il riuscire a capire il tono di una cosa scritta senza bisogno di disegnini sorridenti; il non dire \u00abEh ma non ero nato\u00bb se qualcuno ti nomina il muro di Berlino, le carrozze a cavalli, il cabaret, Bellini e Cocciolone, la tourn\u00e9e di\u00a0<em>Banana Republic<\/em>, i corsetti, la rivoluzione francese, Vermicino, il fax, la Dc. Per\u00f2 forse ho torto. Sono convinta da anni che chi ha venti o trent\u2019anni adesso soffra di presentismo, della convinzione d\u2019aver inventato il mondo, come a noi \u2013 a me che ne ho cinquanta, a chi \u00e8 persino pi\u00f9 vegliardo di me \u2013 non era mai successo. Ma quando parlano quelle tre o quattro persone che mi sembra capiscano l\u2019umanit\u00e0 meglio di me cerco di stare a sentire, e di recente Zadie Smith ha detto al \u201cGuardian\u201d una cosa che mi ha spiazzato. Ha preso la principale caratteristica che io attribuisco ai giovani di questo secolo \u2013 la convinzione che tutto succeda a loro per primi, che il mondo cominci con loro, che non esistesse la storia prima di loro: una specie di Fukuyama al contrario \u2013 e l\u2019ha addebitata a noi. A me, a lei, a quelli che sono nati tra la fine degli anni Sessanta e la met\u00e0 dei Settanta. \u00abAbbiamo lavorato e nessuno aveva mai lavorato prima. Abbiamo fatto figli e nessuno aveva mai fatto figli prima. E adesso abbiamo la menopausa e oh se ve ne accorgerete\u00bb. Ho letto questo paragrafo in cui Zadie Smith indica, come segno del nostro essere una generazione convinta che tutto quel che le accade stia accadendo per la prima volta, il fatto che escono sempre pi\u00f9 libri sulla menopausa, e giuro sul dio della dissonanza cognitiva che ho pensato: ma quali libri sulla menopausa, io non ne ho visto neanche uno. Poi mi sono resa conto di averne praticamente scritto uno, e quindi niente, \u00e8 sempre quella storia che quel che pensi degli altri non dice niente degli altri ma dice tutto di te.<\/p>\n<p><strong>6) Personalmente credo sia possibile pensare e dire cose davvero nuove, ma che questo succeda molto pi\u00f9 di rado di quanto pensiamo \u2013 una o due volte in un secolo, quando va bene. Oggi per\u00f2 si tende a procedere per generazioni, anzi per decenni o poco pi\u00f9 \u2013 la Generazione X, i Millennial, la Generazione Z (questi poverini che si ritrovano alla fine dell\u2019alfabeto, e quindi chiamarli lanzichenecchi \u00e8 pi\u00f9 gentile, gli si d\u00e0 se non altro un futuro), ognuna con caratteristiche precise che la distanziano dalle precedenti e dalle successive. Non si corre il rischio di semplificare troppo e (appunto) di dimenticare il passato anche vicinissimo?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Pi\u00f9 che il passato, questa menata delle generazioni mi pare farci dimenticare che la lingua \u00e8 fatta per capirsi, se non \u00e8 condivisa non serve a niente. \u00c8 l\u2019ennesimo portato dell\u2019americanizzazione dell\u2019occidente, come un po\u2019 tutto da \u00abmaschio bianco cis\u00bb a \u00ababilismo\u00bb. \u00abMillennial\u00bb \u00e8 come \u00absfidante\u00bb, con l\u2019aggravante che, poich\u00e9 come gi\u00e0 detto gli automatismi sono la cifra stilistica dei nostri sciatti tempi, i giornali continuano a parlare dei millennial come fossero i bambini che erano la prima volta che li hanno nominati in un articolo, e quelli nel frattempo han passato i quaranta. Non molti anni fa mi hanno chiesto un articolo su non mi ricordo quale abitudine dei millennial, e dalla richiesta era chiaro che li pensavano adolescenti. Ho fatto presente che ormai erano genitori, e il caporedattore ha mugugnato e poi ha comunque titolato l\u2019articolo con la parola \u00abmillennial\u00bb, che un po\u2019 ormai \u00e8 un logo, un po\u2019 temo che gli italiani, essendo il concetto di generazione un\u2019importazione oscura, si siano fatti l\u2019idea che \u00abmillennial\u00bb non voglia dire \u00abnato tra l\u201980 e la fine del secolo\u00bb, ma \u00abgiovinastro\u00bb. Le cronache sull\u2019arrivo dei Beatles indicati come \u00abgiovani capelloni\u00bb erano molto pi\u00f9 precise. Non riesco a capire perch\u00e9, oltre che per americanizzazione albertosordica, non indichiamo i gruppi per et\u00e0: i ventenni, i quarantenni. Anche perch\u00e9 un millennial dell\u201980 ormai \u00e8 padre di famiglia, uno del \u201995 ha ancora tutto o quasi tutto da sbagliare: cos\u2019hanno in comune tra loro?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>7) Torniamo al giornalismo culturale:\u00a0<\/strong><a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=46422\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Andrea Cortellessa in una precedente intervista di questo ciclo<\/strong><\/a><strong>\u00a0ha detto<\/strong><strong>\u00a0che \u00e8 un\u2019idea superata, e chi resiste secondo canoni appunto novecenteschi si trova nella posizione (da lui amata) dell\u2019ultimo giapponese. Lei si definirebbe una giornalista culturale? Un\u2019ultima giapponese? O pensa ci siano ancora spazi, in questo campo, per non morire di vergogna o di fame?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Io a definirmi ho sempre problemi, di solito saccheggio Edmondo Berselli che diceva \u00abio sono uno che scrive\u00bb. Secondo me \u2013 e secondo il mio commercialista \u2013 di fame si pu\u00f2 non morire, ma ho capito da un dettaglio che \u00e8 una scelta che facciamo in pochi. Il dettaglio \u00e8 che ormai, se accade che qualcuno con cui non lavoro abitualmente voglia commissionarmi qualcosa, la premessa \u00e8 sempre \u00abso che sei molto cara\u00bb. Poich\u00e9 non sono molto cara \u2013 come tutti, guadagno un terzo di vent\u2019anni fa; ma, certo, \u00e8 plausibile che il mio terzo sia pi\u00f9 cospicuo cos\u00ec come lo fu il mio intero \u2013 capisco dal maniavantismo che la mia avidit\u00e0 \u00e8 leggendaria. Del che sono piuttosto fiera, intanto perch\u00e9 mi piacciono i soldi, e poi perch\u00e9 questa piccola leggenda screma molto le richieste. Conosco gente pi\u00f9 nota di me, pi\u00f9 appetibile di me, pi\u00f9 talentuosa di me che passa il tempo a smistare richieste assurde che in nome della cultura \u2013 quell\u2019industria che nessuno qui tratta come un\u2019industria \u2013 sono di volontariato o gi\u00f9 di l\u00ec. Resto sempre attonita quando vedo qualcuno scrivere per riviste culturali che pagano poco o, pi\u00f9 spesso, niente. Quando chiedo perch\u00e9, mi danno risposte tipo: eh, ma era la rivista dove scriveva Moravia, come si fa a dir di no? A volte sospetto che vadano persino ai festival gratis, e vorrei salvarli da loro stessi. Ma forse non \u00e8 quello che voleva sapere, mi chiedeva della cultura e io mi sono messa a parlar di soldi: poi per forza fioriscono le leggende.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>8) Ha anticipato la mia domanda: un argomento ricorrente nei suoi articoli\u00a0<\/strong><strong>(<\/strong><a href=\"https:\/\/lucysullacultura.com\/se-siete-cosi-ricchi-perche-sembrate-dei-poveracci\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>anche su\u00a0<\/strong><strong><em>Lucy<\/em><\/strong><strong>, tra l\u2019altro<\/strong><\/a><strong>)<\/strong><strong>\u00a0\u00e8 il denaro, e come lo vediamo maneggiato nelle serie tv, nei social e nella \u201cvita vera\u201d, dai ricchi, dai poveri, dai non-molto-ricchi, dai quasi-poveri, insomma dalle classi sociali di cui sembra ci si sia scordata l\u2019esistenza. Come mai, secondo lei, di soldi e di classi si parla cos\u00ec poco?\u00a0 E soprattutto nel lavoro culturale, la cui miseria \u00e8 coperta dal silenzio di chi avrebbe buone ragioni per protestare?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Scrivevo per il dorso culturale di un grande quotidiano. Avevo una rubrica, e ogni tanto facevo un pezzo lungo. Cambi\u00f2 il responsabile delle pagine, e mi chiese molti pi\u00f9 pezzi lunghi, interviste, anche cose lavorate: io sono veloce e una rubrica difficilmente m\u2019impegna pi\u00f9 di venti minuti, ma un\u2019intervista porta via tempo. Passano uno o due mesi, e mi arriva il primo border\u00f2 della nuova gestione. La novit\u00e0 era che tutto, pezzi e rubriche, era pagato la stessa minuscola cifra: una cifra che costituiva una riduzione del sessanta per cento per la rubrica e dell\u2019ottanta per cento per i pezzi. Scrissi una veemente mail al responsabile, che mi rispose sbrigativamente che poi ne avremmo parlato ma era molto impegnato. Quella settimana ovviamente non mandai la rubrica. Fin qui non \u00e8 una storia particolarmente significativa \u2013 chiunque lavori coi giornali italiani sa che le riduzioni dei compensi sono cominciate vent\u2019anni fa, ormai dovremmo essere ai numeri negativi: la differenza \u00e8 che di solito ti avvisano \u2013 ma lo diventa quando il responsabile mi scrive furibondo dicendomi che non ha mai visto un comportamento cos\u00ec poco professionale. Ho cercato per un paio di scambi di mail di spiegargli che la professionalit\u00e0 era una strada a doppia percorrenza: io consegnavo puntuale, lui mi pagava quanto concordato. Poi ho capito che era una lingua che non capiva. Un po\u2019 ci teneva tantissimo al ruolo di quello che mi lascia lui, non essendosi accorto che lo avevo gi\u00e0 lasciato io. Un po\u2019 era sinceramente convinto che scrivere per le-pagine-culturali-del-grande-quotidiano fosse un onore per il quale avrei forse dovuto pagare io. Il che magari aveva un senso nel Novecento, ma nel secolo in cui nessuno coglie \u00ablanzichenecchi\u00bb siamo sicuri che sia ancora un privilegio permettere alla zia al paese di dire \u00abmia nipote scrive su un quotidiano nazionale\u00bb?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>9) Per chiudere le rivolgo una domanda gi\u00e0 fatta in altre interviste: ritiene sia possibile usare i social come spazio di giornalismo (o intervento o informazione, scelga lei la parola) culturale, e non solo di \u201crealismo cuoricinista\u201d?\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A questo punto dovrei dire di no, che il libro pu\u00f2 solo diventare \u201ccontenuto\u201d di video su TikTok in cui gente che piange lo sfoglia, e altra gente \u2013 spero non pi\u00f9 che tredicenne \u2013 corre per quello a comprarlo. E che non si pu\u00f2 fare critica culturale in un secolo in cui chiunque intervisti un regista, un musicista, uno scrittore, vuole innanzitutto una foto con l\u2019intervistato da condividere sui propri social come un oste di Trastevere; e chi recensisce qualunque cosa si spertica in lodi per farsi condividere sulle pagine social del recensito che avr\u00e0 pi\u00f9 follower di lui e pu\u00f2 donargli un quarto d\u2019ora di cuoricinabilit\u00e0. Ma voglio invece parlare di Giulia Valentina, che le pagine culturali dovrebbero assumere come consulente invece di fare rubriche ridicole sulle booktoker. Scommetto che non sa chi \u00e8.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Giulia Valentina \u00e8 una poco pi\u00f9 che trentenne che fa quel lavoro che dicevamo prima: accende la telecamera del telefono prima di spalmarsi la crema solare, e la crema solare la paga; prima di bere la Coca Cola, e la Coca Cola la paga; prima di entrare nell\u2019albergo di lusso \u2013 insomma, ha capito il senso. Si chiamavano influencer, prima che c\u2019inventassimo quel PhD social che \u00e8 content creator. Influencer in questo caso \u00e8 particolarmente sensato perch\u00e9, per ragioni misteriose come lo sono sempre le ragioni che attengono al carisma o anche solo alla simpatia, il milione di follower di Giulia Valentina di lei si fida. Chi \u00e8 abbastanza vecchio da ricordarsi di cos\u2019erano una volta certe firme su certi giornali si ricorder\u00e0 di quell\u2019ottobre del 1996 in cui, sulla prima pagina di Repubblica, Alessandro Baricco scrisse \u2013 cito a memoria \u2013 \u00abCacciate queste ventimila lire e andate a comprare Isabella Santacroce\u00bb. E noi andammo a comprarlo, perch\u00e9 funzionava cos\u00ec: ci fidavamo. Baricco sapeva tutto \u2013 o almeno cos\u00ec pareva alla me ventenne \u2013 e Giulia Valentina ha voragini di lacune \u2013 o almeno cos\u00ec pare alla me cinquantenne \u2013 e proprio per questo parla al suo tempo: il tempo di Tom Cruise, non di Frank Sinatra. Fatto sta che Giulia Valentina spiega\u00a0<em>Gli sdraiati<\/em>, anni dopo l\u2019uscita, e Feltrinelli deve precipitarsi a ristamparlo perch\u00e9 la mattina dopo Amazon gliene ordina cinquemila copie. E\u00a0<em>Gli sdraiati<\/em>\u00a0\u00e8 il classico libro che io tendo a pensare chiunque abbia letto; o, se non l\u2019ha letto, non abbia letto per scelta: mica ci sar\u00e0 qualcuno che non \u00e8 stato raggiunto dall\u2019informazione che esiste\u00a0<em>Gli sdraiati<\/em>, il libro pi\u00f9 raccontato in Italia da non so quanti anni in qua. E invece. E invece c\u2019\u00e8 un pubblico che ne apprende l\u2019esistenza da Giulia Valentina, e si fida, e lo compra. E lei evidentemente conosce il suo pubblico, sa cosa suggerirgli, non lo delude (pagherei per sapere come decida quali libri consigliare: somiglia cos\u00ec tanto ai suoi follower da essere sufficiente il criterio \u00abquel che piace a me\u00bb, o ogni tanto inciampa in un \u00abquesto non lo capirebbero\u00bb? Potrebbe mai permettersi un gesto punk come fu per Baricco suggerire la Santacroce ai lettori di \u201cRepubblica\u201d?). Qualche mese fa ha parlato di\u00a0<em>Felici i felici<\/em>, che io considero il pi\u00f9 bel romanzo di questo secolo. La guardavo mentre lo spiegava, aveva anche gli appunti, me ne stavo l\u00ec sussiegosa a osservare il modo elementare in cui lo stava riducendo in concetti semplici e instagrammabili. E, con la stessa aria da mucca che guarda il treno, sono stata poi per settimane a fissare la pagina Amazon su cui era esaurito dopo che erano corsi ad acquistarlo. Come si chiama, la cosa che fa Giulia Valentina tra la pubblicit\u00e0 d\u2019uno champagne e quella d\u2019un bikini? Divulgazione? Piazzismo culturale? Forse semplificazione. Forse l\u2019ultima possibilit\u00e0 di far avere a un\u2019autrice sofisticata come Yasmina Reza la rilevanza che merita \u00e8 farla ridurre in bocconcini instagrammabili da chi lo fa con un certo stile. E poi, consideriamo il mezzo: Giulia Valentina \u00e8 Manganelli, in un contesto e in un secolo in cui l\u2019alternativa \u00e8 la foto della copertina lilla di fianco al cappuccino<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>10) Aggiungo allora una domanda in coda. Lei prima ha evocato Baricco che parlava di Proust alla TV, in un ruolo non molto diverso da quello di Giulia Valentina che parla di Yasmina Reza. Lasciamo stare il passaggio da Proust a Reza, che con tutti i suoi meriti non ha ancora scritto la\u00a0<em>Recherche<\/em>. Quello che le chiedo e che in fondo sta alla base di questo ciclo di interviste, \u00e8: di semplificazione in semplificazione stiamo andando \u2013 o tornando \u2013 verso una societ\u00e0 in cui la stragrande maggioranza sar\u00e0 incolta o se preferisce neocolta, e i \u201cveri colti\u201d saranno pochissimi, perlopi\u00f9 al servizio del potere oppure chini nelle loro camerette a studiare e (forse) a preparare la rivoluzione?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mi pare che tutti i danni importanti nella storia del mondo li abbian fatti i colti, non gli istruiti che si percepiscono colti (che sono divenuti maggioranza nel secolo di Google). Ogni giorno mi passa davanti qualche frase di qualche intellettuale che il pubblico mi spaccia per picco di saggezza e insegnamento di vita, e con una frequenza che chi le cita non mi pare notare queste illuminazioni esistenziali vengono da gente \u2013 Hemingway o Pavese o Foster Wallace \u2013 che mi pare abbia concretamente dimostrato di non essere capacissima di stare al mondo. Per\u00f2 forse il vero punto sta in quello sprezzante paragone con cui liquida Reza, e giuro che non lo noto solo perch\u00e9 ho l\u2019impeto della piccola fan che per scrivere\u00a0<em>Felici i felici<\/em>\u00a0darebbe un organo sano, avendocelo. \u00c8 il tema attorno al quale gira il libro di Francesco Piccolo su Fellini e Visconti, e di cui mi pare parlasse l\u2019articolo che Nicola Lagioia ha dedicato a Michela Murgia: siamo sicuri che, incontrando Proust oggi, non ci parrebbe un perfetto coglione solo perch\u00e9 ha il difetto d\u2019esserci contemporaneo? Se io nascessi oggi, sono proprio sicura che tra quarant\u2019anni non mi troverei a considerare gli anni Venti di questo secolo un\u2019et\u00e0 dell\u2019oro in cui la gente s\u00ec era colta, s\u00ec sapeva fare conversazione, s\u00ec aveva ancora tutte le priorit\u00e0 al loro posto?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[Immagine: Particolare della copertina di\u00a0<em>Questi sono i 50<\/em>\u00a0di Guia Soncini (Marsilio, 2023)].<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=47540\">https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=47540<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Maria Teresa Carbone) &nbsp; &nbsp; [Per la sua inchiesta sul giornalismo culturale contemporaneo Maria Teresa Carbone oggi ha intervistato Guia Soncini. Queste sono le conversazioni precedenti:\u00a0Gianluigi Simonetti,\u00a0Ilaria Feole,\u00a0Francesca Borrelli,\u00a0Andrea Cortellessa,\u00a0Paolo Di Stefano,\u00a0Giorgio Zanchini,\u00a0Valentina Berengo]. &nbsp; 1)\u00a0Nella sua rubrica \u201cL\u2019avvelenata\u201d\u00a0su\u00a0Linkiesta\u00a0qualche giorno fa\u00a0lei ha scritto\u00a0che \u201ci libri non contano niente\u201d, che \u201cnon li legge nessuno\u201d. Ma se \u00e8 cos\u00ec, perch\u00e9 scriverne, perch\u00e9 scriverli? 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