{"id":81907,"date":"2023-10-13T08:15:55","date_gmt":"2023-10-13T06:15:55","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=81907"},"modified":"2023-10-13T08:49:00","modified_gmt":"2023-10-13T06:49:00","slug":"la-memoria-ha-bisogno-di-bravi-saldatori-una-conversazione-con-antonio-g-bortoluzzi-a-sessantanni-dalla-tragedia-del-vajont","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=81907","title":{"rendered":"La memoria ha bisogno di bravi saldatori. Una conversazione con G. Bortoluzzi a sessant&#8217;anni dalla tragedia del Vajont"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LE PAROLE E LE COSE (Paolo Costa)<\/strong><\/p>\n<div class=\"post-thumbnail\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-full size-full wp-post-image\" src=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Vajont-1.jpg\" alt=\"\" width=\"1450\" height=\"500\" data-attachment-id=\"47838\" data-permalink=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?attachment_id=47838\" data-orig-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Vajont-1.jpg\" data-orig-size=\"1450,500\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"Vajont\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Vajont-1-300x103.jpg\" data-large-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/Vajont-1-1024x353.jpg\" \/><\/div>\n<div class=\"content-wrap\">\n<div class=\"entry-content\">\n<div class=\"pmb-print-this-page wp-block-button\"><\/div>\n<p>Antonio G. Bortoluzzi, autore di\u00a0<a href=\"https:\/\/www.marsilioeditori.it\/libri\/scheda-libro\/2970050\/come-si-fanno-le-cose\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Come si fanno le cose<\/em>\u00a0<\/a>(Marsilio\/Feltrinelli 2019-2023), ha appena dato alle stampe un libro coraggioso. Si intitola\u00a0<a href=\"https:\/\/www.marsilioeditori.it\/libri\/scheda-libro\/2971956\/il-saldatore-del-vajont\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Il saldatore del Vajont<\/em>\u00a0<\/a>(Marsilio, 2023) e prosegue il lavoro della memoria, pubblica e privata, che, a giudicare dai suoi primi lavori raccolti ora in\u00a0<a href=\"https:\/\/bibliotecadellimmagine.it\/prodotto\/montagna-madre\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Montagna madre<\/em>\u00a0<\/a>(Biblioteca dell\u2019Immagine, 2022), sembra essere il vero movente che ha spinto un operaio specializzato come Bortoluzzi a dedicare per anni tutto il suo tempo libero a un\u2019attivit\u00e0 apparentemente lontana dal suo mestiere come la scrittura.<\/p>\n<p>La tragedia del Vajont \u2013 quasi duemila morti per avidit\u00e0, codardia, tracotanza e una serie di errori, inadempienze, meschinit\u00e0, che mettono ancora oggi i brividi \u2013 \u00e8 un episodio cruciale ed emblematico della nostra storia nazionale e, pi\u00f9 in particolare, della variante italiana del processo di modernizzazione. Quando Marco Paolini l\u2019ha rispolverato trent\u2019anni fa mettendolo al centro di un esperimento classico di teatro civico, io stesso, che, per ragioni biografiche (la mia famiglia \u00e8 originaria di quei luoghi), credevo di sapere tutto quello che occorreva sapere su quell\u2019evento, sono stato colto di sorpresa dalla potenza emotiva del suo racconto, che nel 1997 \u00e8 diventato anche un programma televisivo visto da pi\u00f9 di tre milioni di persone.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Pochi anni pi\u00f9 tardi una tragedia dalle proporzioni umane simili \u2013 l\u2019attentato alle Torri gemelle \u2013 \u00e8 diventato un totem della coscienza umana globale e ha provocato una reazione politica a catena che ha sconquassato il mondo per decenni. La tragedia del Vajont, invece, \u00e8 rimasta nel tempo una tragedia locale, a cui si \u00e8 faticato a dare un significato e un valore universale. Perch\u00e9?<\/p>\n<p>Viene spontaneo chiedersi se non sia proprio l\u2019esigenza di rispondere a questo interrogativo che ha spinto uno scrittore delle Terre alte a tornare narrativamente sul luogo del delitto e riprendere il filo di una narrazione interrotta. Da dove riparte il racconto orchestrato nel\u00a0<em>Saldatore del Vajont<\/em>? Ricomincia da una visita guidata sotto, sopra, accanto alla famigerata diga (che, vale sempre la pena ricordarlo, fu la causa indiretta e non diretta del disastro) e da un\u2019emozione diversa dall\u2019indignazione. Anzi, opposta, direi. Visitando il colossale manufatto con gli occhi di uno che sa come si fanno le cose, il protagonista del romanzo descrive infatti con ammirazione il gigantesco sforzo tecnico che ne ha permesso la costruzione. \u00c8 proprio l\u2019ambivalenza tra tracotanza e sano orgoglio di specie che nel libro funge da pompa della memoria pubblica e privata che, rievocando episodi trascurabili e monumentali, nobili e meno nobili, cerca di ricavare quel poco di senso che si pu\u00f2 trarre dalle misere esistenze umane.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questo sforzo di discernimento, per\u00f2, \u00e8 sempre sul punto di naufragare minacciato com\u2019\u00e8 dall\u2019oscurit\u00e0 impenetrabile della sofferenza causata la sera del 9 ottobre del 1963 dall\u2019onda provocata dall\u2019annunciatissima frana del monte Toc. Qui, il nodo filosofico, per evocare una celebre definizione del progresso di Andrea Zanzotto, \u00e8 un nodo scorsoio, che se lo tiri troppo rischia di soffocarti. Come si fa, insomma, a tenere insieme storia personale, le forze storiche impersonali che dettano il ritmo alle nostre vite e lo sfondo buio in cui, se inghiottita, ogni cosa perde colore, sapore e pu\u00f2 suscitare in noi una disperazione da cui l\u2019unica via di fuga sensata sembra essere, su fronti opposti, il cinismo o lo stoicismo?<\/p>\n<p>Una delle risposte possibili \u00e8 proprio raccontare nella maniera giusta. Se gli eventi che capitano agli esseri umani sono per loro natura narrabili, questo vuol dire che attorno a chi racconta deve pur esistere un numero significativo di persone in grado di rispondere nel modo giusto alla loro narrabilit\u00e0. A tale scopo, il racconto deve per\u00f2 suonare autentico alle orecchie di uomini e donne che, entrando in risonanza con questa narrabilit\u00e0, possono agire come raggi di luce iridescente anche nei tempi bui.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La memoria, si sa, come l\u2019acqua, scorre, scava, tracima, trova le sue vie di fuga, spesso imprevedibili. Governarla non \u00e8 semplice. Nel caso del\u00a0<em>Saldatore del Vajont<\/em>, in effetti, l\u2019obiettivo di imbrigliare la memoria per trasformarla in una memoria riparativa \u00e8 reso ancora pi\u00f9 improbo dalla necessit\u00e0 di mantenere la tensione morale a un livello tanto alto quanto \u00e8 richiesto dal dovere umanistico della memoria di fronte a tragedie di dimensioni inimmaginabili. \u00c8 questo che fa del\u00a0<em>Saldatore del Vajont<\/em>\u00a0un libro ammirevole, tanto pi\u00f9 perch\u00e9 l\u2019esercizio sinfonico di memoria pubblica e privata viene prodigato con riserbo dai margini geografici della comunit\u00e0 che ha pagato un prezzo cos\u00ec alto alle patologie del progresso moderno.<\/p>\n<p>La prima domanda che mi \u00e8 venuto spontaneo rivolgere all\u2019autore concerne perci\u00f2 proprio il dovere della memoria in questo caso specifico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Lo scopo del tuo romanzo, se non sbaglio, non \u00e8 tanto ribadire la verit\u00e0 storica sul \u00abVajont\u00bb, che \u00e8 ormai scolpita nella pietra, ma ragionare sul significato sociale, esistenziale, persino antropologico di tale verit\u00e0. Riflettendo sullo \u00abscorrere\u00bb del tempo e sugli argini con cui gli umani cercano di incanalare questo fiume impetuoso, infestato dalle\u00a0<\/em>angu\u00e0ne<em>, le streghe dell\u2019acqua, il protagonista del romanzo registra con fatalismo che \u00abi ricordi di una persona sono come un libro senza numeri di pagina, n\u00e9 capitoli; non c\u2019\u00e8 un indice, non c\u2019\u00e8 un inizio e non c\u2019\u00e8 una fine\u00bb (p. 72). Non esiste, dunque, un\u2019alternativa alla lenta e anonima opera di erosione e riconfigurazione del tempo? Come si pu\u00f2 convivere sensatamente, secondo te, con una memoria ingombrante e dolorosa come quella con cui prova a fare i conti il saldatore?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Provando a tirarla fuori quella memoria, portandola alla luce del sole, agli occhi degli altri. Gi\u00e0 nell\u2019introduzione al volume antologico\u00a0<em>Montagna madre:<\/em>\u00a0<em>trilogia del Novecento<\/em>, basandomi su un\u2019etimologia conosciuta, avevo insistito sul fatto che \u00abricordare \u00e8 portare vicino al cuore\u00bb. Personalmente interpreto questo nesso tra memoria e vita interiore cos\u00ec: qualcosa che \u00e8 gi\u00e0 stato rivive nel presente attraverso il cuore e la mente di chi ricorda. Quando un evento passato arriva alla persona singola, o a tante persone, si riaccende, lavora nell\u2019animo, nelle idee. Inoltre, non appena il ricordo di una persona \u00e8 reso indelebile dalle forme della scrittura (alfabetica, visiva, sonora), ecco che abbiamo una costruzione che deve rispettare anche le norme del discorso letterario, della composizione artistica, e non \u00e8 pi\u00f9 solo flusso, visione, apparire e scomparire (soprattutto del dolore), ma un tirar su, un far vedere, una costruzione. Forse un riparo all\u2019impetuoso scorrere del tempo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Mentre scrivevi il libro avevi un\u2019idea chiara di come la tua rimemorazione potesse entrare in sinergia con il ricordo dei testimoni diretti dell\u2019evento oppure lo hai vissuto piuttosto con incertezza, come una specie di perlustrazione? Esiste una distanza \u00abgiusta\u00bb anche per la memoria oltre che per il giudizio storico di fronte a eventi cos\u00ec tragici?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dopo la visita guidata all\u2019impianto del Vajont (centrale di Soverzene, gallerie, condotte, diga) non avevo intenzione di scrivere un romanzo, avevo solo una domanda: come pu\u00f2 essere stato che tutta quella perizia, quel saper fare le cose, quei lavori eseguiti a regola d\u2019arte, abbiano in qualche modo concorso al disastro? Perch\u00e9 mentre si perseguiva un bene, l\u2019energia idroelettrica, dentro un\u2019idea di progresso (e la domanda \u00e8 tanto pi\u00f9 rilevante oggi che il tema delle energie rinnovabili \u00e8 diventata una questione di vita o di morte per l\u2019intero pianeta), \u00e8 accaduto l\u2019irreparabile e le persone non sono state allontanate dal pericolo?<\/p>\n<p>Nei giorni successivi alla visita guidata ho avuto modo di raccontare a Chiara Valerio (responsabile della narrativa italiana di Marsilio) questa visita, cos\u00ec, come si racconta un fatto importante della nostra vita a un amico, a un\u2019amica, forse perch\u00e9 quell\u2019esperienza sta ancora ribollendo dentro di noi e non riusciamo a sistemarla da qualche parte. E lei mi ha detto: scrivila questa storia, con questo punto di vista la puoi scrivere solo tu. Fino a quel momento non ci avevo pensato, e ho avuto subito timore di farlo: a che titolo avrei potuto scrivere? Non sono ingegnere, n\u00e9 geologo, avvocato, giornalista. Soprattutto non sono un superstite. Per\u00f2 nei giorni successivi l\u2019idea ha cominciato a scavare dentro di me e mi sono tornate in mente tante piccole storie, che avevo sentito in casa, nei paesi e soprattutto dai colleghi e dalle colleghe di lavoro della zona industriale di Longarone, dove lavoro da tanti anni. L\u00e0 dove ora sorgono le fabbriche, la mattina del 10 ottobre 1963 c\u2019era solo desolazione, fango, morte. E il saldatore, che \u00e8 a una \u00abdistanza\u00bb non scelta, avverte una \u00abvicinanza\u00bb mentre osserva, sfiora, respira, considera ci\u00f2 che vede nell\u2019impianto idroelettrico e nei luoghi circostanti: il bosco vecchio del Monte Toc, la Pianta Santa (la sequoia gigante che ha resistito all\u2019onda), il Cimitero monumentale delle vittime.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Ti ho sentito spesso dire, in occasioni pubbliche e private che un rapporto autentico, non spurio, con l\u2019ambiente montano deve necessariamente passare attraverso il lavoro, il fare le cose, la fatica. Ma c\u2019\u00e8 qualcosa che distingue in maniera inequivocabile il modo in cui sono state fatte le cose costruendo la spettacolare diga sulla gola del torrente Vajont e la proverbiale operosit\u00e0 dei montanari, oppure l\u2019ambivalenza \u00e8, per cos\u00ec dire, connaturata al rapporto asimmetrico tra Natura e specie umana che si pu\u00f2 quasi toccare con mano nelle Terre alte?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Come dici, credo che un buon modo per ritornare alla montagna, sia lavorarla. Accanto all\u2019ammirazione per la Natura, alla difesa di questi nostri luoghi, per cos\u00ec dire \u00abfino all\u2019ultimo prato\u00bb, ovunque vi siano ancora porzioni di verde coltivato e verde selvatico, ci deve essere un \u00abnuovo fare\u00bb. Io mi immagino un futuro con i vecchi abitanti dei paesi alti resistere al lavoro sulle terre ripide e nuovi montanari e montanare che salgono in quota per aver cura dei poderi abbandonati, dei prati, dei boschi, delle case, delle stalle. E in questo fare li immagino, se non proprio felici, in sintonia con i propri giorni, acquietati dalla fatica fisica e dalla sensazione ancestrale che si prova quando la propria terra \u00e8 un tutt\u2019uno col proprio corpo. Non molti credono a questa specie di visione ottimistica (perch\u00e9 i paesi si spopolano, nascono pochi figli, i servizi essenziali abbandonano la montagna), ma siccome nessuno mi aveva avvisato, quarant\u2019anni fa, che ci sarebbe stata, per esempio, la grande riscoperta della bicicletta come mezzo di svago o che avremmo aperto palestre dove si paga per faticare (la fatica come piacere!), direi che possiamo tranquillamente supporre che, in un giorno non molto lontano, ci saranno persone e famiglie che avranno l\u2019idea e la voglia di organizzare la propria vita con delle porzioni di tempo dedicato al coltivare da s\u00e9, al farsi le cose. Quass\u00f9 gli spazi non mancano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La diga del Vajont, gli impianti industriali, ci\u00f2 che \u00e8 stato costruito nel Novecento, anche in montagna, ha una storia pi\u00f9 recente e dirompente rispetto al lavoro contadino, agricolo, artigianale che \u00e8 giunto a noi attraverso una stratificazione millenaria. Questo secolo industriale ha scardinato tecniche, usi, relazioni, visioni del mondo e altrettanto accade con i recenti balzi tecnologici (energia termonucleare, informatica, intelligenza artificiale), balzi che ci lasciano dentro un\u2019opulenza di beni materiali e di opportunit\u00e0 ma spaesati, isolati, spaventati. Un modo per non essere spaesati \u00e8 appunto tornare o andare al \u00abpaese\u00bb. Contro l\u2019isolamento e contro la moda del solitarismo (che \u00e8 un\u2019ostentazione dello stare per i fatti propri) \u00e8 importante rinforzare o costruire le comunit\u00e0: contro la paura \u00e8 necessario conoscerci.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>A un certo punto del racconto \u00e8 lo stesso protagonista a dire che la saldatura ricorda la guarigione di una frattura. Secondo te, insistere sulla metaforicit\u00e0 della figura del saldatore per spiegare come funziona la memoria a sessant\u2019anni di distanza da un evento che non \u00e8 ancora storia, ma non \u00e8 pi\u00f9 nemmeno cronaca, significa sovrainterpretare il testo oppure no? Mi spiego meglio: \u00e8 in questo senso che va interpretata l\u2019idea che \u00abla memoria non \u00e8 mai fatta una volta per tutte: \u00e8 come un lavoro, una specie di fragile costruzione che cammina sulle parole e sull\u2019esempio delle persone\u00bb (p. 97)?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il saldatore, il protagonista che nel romanzo non ha un nome proprio, ha fatto proprio quel mestiere nella vita: il saldatore di putrelle d\u2019acciaio, di silos, di carpenterie metalliche. Ma, come suggerisci, \u00e8 importante fare spazio alla metafora. Da sempre, per provare a capire, per mostrare (anche a noi stessi) abbiamo attinto alla Natura, e continuiamo a farlo. Il saldatore introduce nella sua rimemorazione una cosa che ha visto fare, che sa fare: l\u2019elettro-saldatura, una fusione controllata che unisce due lembi, due parti attraverso il lavoro, e sente che ci pu\u00f2 essere un insegnamento in questo: non ci\u00f2 che deve accadere, ma ci\u00f2 che vogliamo provare a far accadere. Magari raccontando.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Leggendo le storie raccolte in\u00a0<\/em>Montagna madre<em>, l\u2019impressione generale che si ricava \u00e8 che, nell\u2019universo che hai scelto di raccontare, i destini individuali contino infinitamente meno rispetto alle circostanze esterne che costringevano, e ancora oggi costringono, la povera gente a una lotta estenuante per la mera sussistenza. Questo, se non sbaglio, suscita, da un lato, fatalismo, dall\u2019altro, una collera sorda contro l\u2019ingiustizia patita da persone che avrebbero meritato di pi\u00f9. Il risarcimento che i tuoi libri offrono a queste persone, che la corrente della Storia ha trascinato via come le imbarcazioni di canna con cui comincia il racconto del saldatore, mi sembra che sia una forma di pieno riconoscimento. \u00c8 forse questa la lezione che possiamo trarre da ci\u00f2 che \u00e8 successo sessant\u2019anni fa e che va al di l\u00e0 del monito a non commettere pi\u00f9 gli stessi errori? Ha senso dire che il debito che ancora abbiamo con le vittime del Vajont verr\u00e0 onorato soltanto quando avremo la certezza che il senso della loro tragedia \u00e8 stato riconosciuto fino in fondo? \u00c8 qui, insomma, che va cercato quel punto di \u00abeternit\u00e0 immobile che preme sulle spalle, e si adagia sul cuore\u00bb evocato nella frase finale del libro?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Il Saldatore del Vajont<\/em>\u00a0non ci sarebbe se non ci fossero stati prima\u00a0<em>Montagna madre<\/em>\u00a0o\u00a0<em>Come si fanno le cose<\/em>, senza cio\u00e8 il tentativo di dare voce a chi non ha voce (eppure ne avrebbe di cose da dire). L\u2019idea che mi sono fatto, giungendo alle ultime pagine di questa storia, iniziata con una certa inquietudine, \u00e8 che abbia via via seguito il proprio corso con \u00abnaturalezza\u00bb come l\u2019acqua di un torrente: c\u2019\u00e8 una forza, un andare verso, e poi sassi, anse, sponde, e alla fine l\u2019incontro con un\u2019acqua pi\u00f9 grande, la fusione nel lago o nel fiume. E accade che il Saldatore, l\u2019io narrante, che all\u2019inizio \u00e8 concentrato sui propri piccoli drammi (arriver\u00e0 la meritata pensione? Avr\u00e0 abbastanza salute per goderne?), sente il peso del calcestruzzo che si posa \u00absulle spalle e sul cuore\u00bb e quel peso lo costringe a terra, quella terra che custodisce i resti delle vittime innocenti del Vajont. L\u2019eternit\u00e0 immobile di quel dolore che preme (e insieme solleva dai piccoli affanni del quotidiano), lo porta a sentirsi parte di qualcosa: solo tante mani, tante menti, tante energie possono sorreggere quel peso.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=47836\">https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=47836<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Paolo Costa) Antonio G. Bortoluzzi, autore di\u00a0Come si fanno le cose\u00a0(Marsilio\/Feltrinelli 2019-2023), ha appena dato alle stampe un libro coraggioso. Si intitola\u00a0Il saldatore del Vajont\u00a0(Marsilio, 2023) e prosegue il lavoro della memoria, pubblica e privata, che, a giudicare dai suoi primi lavori raccolti ora in\u00a0Montagna madre\u00a0(Biblioteca dell\u2019Immagine, 2022), sembra essere il vero movente che ha spinto un operaio specializzato come Bortoluzzi a dedicare per anni tutto il suo tempo&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":109,"featured_media":51153,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2019\/05\/Le-parole-e-le-cose.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-lj5","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/81907"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/109"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=81907"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/81907\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":81954,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/81907\/revisions\/81954"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/51153"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=81907"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=81907"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=81907"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}