{"id":82139,"date":"2023-10-26T11:30:04","date_gmt":"2023-10-26T09:30:04","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=82139"},"modified":"2023-10-24T11:10:53","modified_gmt":"2023-10-24T09:10:53","slug":"lolocausto-e-la-nakba-una-nuova-grammatica-di-trauma-e-storia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=82139","title":{"rendered":"L\u2019Olocausto e la Nakba. Una nuova grammatica di trauma e storia"},"content":{"rendered":"<p><strong>di GLI ASINI (Aurora Caredda)<\/strong><\/p>\n<h2><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-large size-large wp-post-image\" src=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/wp-content\/uploads\/24_goya_T-1-1024x918.jpg\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"918\" \/><\/h2>\n<div class=\"clearfix\"><\/div>\n<div class=\"postshare\">\n<div class=\"a2a_kit a2a_kit_size_24 addtoany_list\" data-a2a-url=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/lolocausto-e-la-nakba-una-nuovagrammatica-di-trauma-e-storia\/\" data-a2a-title=\"L\u2019Olocausto e la Nakba. Una nuovagrammatica di trauma e storia\"><\/div>\n<\/div>\n<div class=\"entry_content\">\n<div class=\"the_content\">\n<div class=\"hentry\">\n<p>Ripubblichiamo un articolo uscito su Gli asini nel numero Agosto-Settembre 102-103\/2022 in cui \u00e8 presente un focus dal titolo ISRAELE E PALESTINA: TRA SHOAH E NAKBA<\/p>\n<p>L\u2019Olocausto e la Nakba sono due tragedie storiche incommensurabili. Tuttavia, nel libro<em>\u00a0The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History<\/em>\u00a0(C.U.P. 2021), un gruppo di studiosi di varie discipline ce ne rivela intersezioni inedite, aprendo una prospettiva di raffronto e dando voce a quello che viene definito un contro pubblico di memoria (Nadim Khoury,\u00a0<em>Holocaust\/Nakba and the Counter Public of Memory<\/em>) necessario per facilitare l\u2019analisi critica e la presa di coscienza dei problemi storici delle due societ\u00e0, che pesano, irrisolti, ancora sul presente.<\/p>\n<p>Bashir Bashir (Open University di Israele) e Amos Goldberg (Jewish University), curatori del libro, nel saggio introduttivo sostengono, infatti, che le riflessioni sulla memoria in societ\u00e0 divise possono trasformare le rispettive narrative nazionali e sostenere l\u2019idea di una\u00a0<em>transitional justice<\/em>, alla base di un processo di riconciliazione politica.<\/p>\n<p>Finora, come si \u00e8 detto, sia l\u2019Olocausto che la Nakba sono stati visti come fatti storici distanti e separati, Il solo fatto di accostarli era ed \u00e8 considerato \u201canatema\u201d. Per dirla con Said (in\u00a0<em>The End of Peace Process<\/em>, 1997), \u201cchi vorrebbe equiparare moralmente lo sterminio di massa con lo spossessamento di massa?\u201d. Si tratta di avvenimenti non comparabili per natura e scala, i due studiosi tengono a ribadirlo, e tuttavia essi sono in qualche modo connessi, racchiudono una memoria traumatica dolorosa per i due popoli. Costituiscono \u201cfoundational pasts\u201d, secondo la definizione dello storico Alon Confino.<br \/>\nL\u2019Olocausto \u00e8 una componente centrale dell\u2019identit\u00e0 ebraica, in Israele e nel mondo. Cos\u00ec la Nakba per i Palestinesi, riferibile non soltanto alla pulizia etnica della Palestina che comport\u00f2 l\u2019espulsione di circa 750.000 persone, la distruzione di centinaia di villaggi e di interi quartieri urbani insieme con il tessuto sociale e politico, economico e culturale, un vero e proprio \u201cmemoricidio\u201d e il blocco irreparabile dello sviluppo nella Palestina odierna, ma anche alle pratiche coloniali che continuano tutt\u2019ora con l\u2019occupazione, l\u2019acquisizione illegale delle terre, l\u2019evacuazione dei villaggi beduini, gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, lo sgombero delle case a Gerusalemme e l\u2019assedio di Gaza, una prigione a cielo aperto e una nuova forma di ghetto.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 da aggiungere che i palestinesi non hanno nessuna responsabilit\u00e0 per l\u2019Olocausto che avvenne in Europa. Il Sionismo e lo Stato di Israele, al contrario, sono responsabili della devastazione che avvenne nel \u201948. L\u2019analisi e comprensione dei fatti storici messi in evidenza dai saggi del libro (diciassette contributi divisi in quattro sezioni) sono introdotti da due concetti chiave: perturbamento empatico (<em>empathic unsettlement<\/em>), preso in prestito dallo psicoanalista Dominic LaCapra e \u201cbinazionalismo egualitario\u201d, un concetto che rimanda, per entrambi i popoli, ai rispettivi diritti all\u2019autodeterminazione nell\u2019intera terra di Israele Palestina.<\/p>\n<p>L\u2019approccio che LaCapra ha elaborato (in\u00a0<em>Writing History, Writing Trauma<\/em>, 2000) sottolinea il valore della dimensione affettiva nella comprensione storica, che prende varie forme nel rapporto con l\u2019Altro, riconosciuto e rispettato come altro da s\u00e9. Si dovrebbe intendere la comprensione storica come un processo di elaborazione nel senso pi\u00f9 ampio, anche del lutto, che comporti la critica e la revisione della storia. Il \u201cperturbamento empatico\u201d costituirebbe una sorta di esperienza virtuale attraverso la quale ci si mette nella posizione dell\u2019altro, senza prenderne il posto e riconoscendo la differenza di quella posizione.<\/p>\n<p><strong>Le due narrazioni in competizione<br \/>\n<\/strong>Il tratto comune ad entrambe le narrazioni storiche \u00e8 la negazione della catastrofe e della sofferenza dell\u2019altra. Molti israeliani, forse la maggior parte, sostengono che la Nakba non sia mai esistita. Dal canto loro, molti palestinesi ignorano o negano del tutto l\u2019Olocausto, liquidato come un\u2019invenzione della propaganda sionista.<\/p>\n<p>Nella cultura globale contemporanea, secondo lo storico Charles Maier, figurano due grandi narrative dominanti e in competizione: quella dell\u2019Olocausto e quella post coloniale. La narrazione sionista poggia sulla metanarrativa dell\u2019Olocausto, un\u2019aberrazione all\u2019interno di una storia di progresso. Gli ebrei furono le vittime principali dei nazisti e i nazisti l\u2019incarnazione del male pi\u00f9 radicale della storia moderna. Lo sterminio di massa degli ebrei fu il risultato dell\u2019estremo antisemitismo, una conseguenza della lunga storia di odio degli ebrei nell\u2019Europa cristiana, la prova della necessit\u00e0 di uno stato ebraico, e la effettiva giustificazione del Sionismo. L\u2019espressione \u201cdall\u2019Olocausto alla rinascita\u201d divent\u00f2 infatti lo slogan costitutivo della coscienza sionista e lo \u00e8 ancora oggi.<\/p>\n<p>La narrazione postcoloniale, fatta propria dai palestinesi, asserisce che la catastrofe \u00e8 gi\u00e0 presente nel cuore dello stato democratico liberale e all\u2019interno del moderno pensiero illuminista. L\u2019Occidente in generale \u00e8 stato coinvolto in violenze di massa, nello sfruttamento terribile, nell\u2019assoggettamento coloniale, nelle politiche di repressione e tortura e nel razzismo. Il sionismo \u00e8 visto esclusivamente come un movimento di colonialismo di insediamento e lo Stato di Israele come l\u2019ultimo dei regimi coloniali che, a causa delle circostanze storiche, riusc\u00ec a evitare il processo di decolonizzazione. La Nakba dunque \u00e8 un esempio ulteriore dei crimini europei.<\/p>\n<p>L\u2019obiettivo degli studiosi che hanno contribuito a questa raccolta \u00e8 quello di trascendere la logica binaria e oppositiva di queste narrazioni e di prenderle in considerazione insieme in maniera non dicotomica, all\u2019interno di un contesto sia locale che globale. Quello che essi propongono \u201c\u00e8 un altro registro di storia e memoria, che onori l\u2019unicit\u00e0 di ciascun evento, le circostanze e le conseguenze cos\u00ec come le differenze\u201d. Una narrazione all\u2019interno di una cornice storica e concettuale comune, che le comprenda, basata su una nuova grammatica in cui l\u2019Olocausto e la Nakba siano visti come traumi e memorie commensurabili e il loro rapporto come storicamente, politicamente e eticamente istruttivo.<br \/>\nMettere in relazione le due narrazioni diventa, dunque, un compito imprescindibile, nella ricerca di un linguaggio di riconciliazione storica tra i due popoli, \u201cun linguaggio binazionale etico ed egualitario\u201d che smantelli la struttura coloniale di privilegio e dominio.<br \/>\nIl libro si apre con il saggio di Mark Levine, studioso di genocidio e storia ebraica, dedicato ai lasciti tossici degli etnonazionalismi in Europa. Egli inserisce le due narrazioni all\u2019interno del violento corso della storia europea.<\/p>\n<p>Mentre non \u00e8 in dubbio il ruolo egemonico del nazismo nella programmazione e organizzazione della \u201csoluzione finale\u201d, sono rimaste invece oscurate le agende antiebraiche dei paesi della \u201cnuova Europa\u201d e i programmi politici volti a liberarsi delle minoranze che non rientravano nella prescrizione etnonazionalistica che queste politiche caldeggiavano. In un lungo excursus che va dalle guerre balcaniche del 1912-1913 (che culminarono nel genocidio degli Armeni) al secondo dopoguerra, Levine esamina i fenomeni di genocidio e pulizia etnica, in particolare nelle rimlands.<br \/>\nLevine ricorda che la Convenzione di Losanna del 1923 per la prima volta legittim\u00f2 lo \u201cscambio di popolazioni\u201d ingigantendo le conseguenze delle deportazioni del periodo precedente. Quello del trasferimento entro \u201ci giusti confini\u201d nazionali stava prendendo una dimensione nuova e terrificante. La Polonia, l\u2019Ucraina, l\u2019Ungheria, gli Ustacha, la Romania di Antonescu, si distinsero nel trasferimento forzato, nella persecuzione e nel genocidio degli ebrei e di altri gruppi etnici tra i quali i rom. Alla fine della Seconda guerra mondiale furono gli alleati che promossero il pi\u00f9 grande atto di pulizia etnica della storia moderna: il trasferimento forzoso di circa 12 milioni di tedeschi dall\u2019Europa dell\u2019est, dove vivevano da secoli. Su tale questione, David Ben Gurion si espresse nel 1941: \u201cNell\u2019attuale guerra l\u2019idea di trasferire una popolazione sta guadagnando favore come un modo pratico e sicuro per risolvere il pericoloso e doloroso problema delle minoranze\u201d.<\/p>\n<p>Eppure, la coesistenza pacifica dei popoli medio orientali nello stesso habitat era la norma prima che l\u2019etnonazionalismo diventasse egemonico. Il programma per uno stato binazionale era stato formulato, negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, dai fondatori ebrei di Brit Shalom e successivamente dall\u2019Ihud.<\/p>\n<p>Amnon Raz-Krakotzkin, nel suo saggio dedicato a\u00a0<em>Benjamin, l\u2019Olocausto, e la questione palestinese<\/em>, sostiene che \u201cil rapporto tra l\u2019Olocausto e la Nakba \u00e8 incontrovertibile ma complesso: lo testimoniano gli sforzi considerevoli investiti nel tentativo di confutarla. L\u2019impatto traumatico dell\u2019Olocausto nella societ\u00e0 israeliana \u00e8 innegabile ed \u00e8 causa di un\u2019ansia insopprimibile che preclude la distinzione \u201ctra l\u00ec e qui, allora e adesso\u201d. Il trauma che si tramanda tra le generazioni condiziona la percezione della realt\u00e0, ma \u00e8 soprattutto la questione dei rifugiati palestinesi la causa maggiore di sgomento e ansia nonostante gli sforzi di cancellarne la memoria.<\/p>\n<p>L\u2019ansiet\u00e0 si manifesta nel tentativo di dissociare i due eventi e nell\u2019obiezione a ogni tipo di raffronto. Si riflette anche sui tentativi di identificare i palestinesi con i perpetratori dell\u2019Olocausto, come fece Benjamin Netanyahu che, nell\u2019ottobre del 2015, arriv\u00f2 ad asserire che Hitler non aveva pianificato di annientare gli ebrei ma solamente di espellerli e fu convinto ad agire diversamente proprio da Haj Amin al-Husseini, il gran Mufti di Gerusalemme. Tale affermazione, oltre che dagli storici, \u00e8 confutata in questo libro da Mustafa Kabha che nel suo saggio dedicato al grande intellettuale antifascista Najati Sidqi (1905-78) sottolinea come le voci palestinesi contro l\u2019occupazione nazista in Europa e contro le aspirazioni coloniali nell\u2019oriente arabo siano state oscurate e come questo sia un tratto riconducibile all\u2019 islamofobia oggi prevalente. Quanto a Sidqi, egli sosteneva una soluzione democratica in Palestina, che avrebbe protetto i diritti di ebrei e arabi residenti nel Paese.<\/p>\n<p>Secondo Amnon Raz-Krakotzkin, rimarcare l\u2019unicit\u00e0 dell\u2019Olocausto divent\u00f2 essenziale sia per l\u2019Occidente cristiano, unico portatore di progresso e democrazia, che per gli ebrei, che reclamavano lo stato di eccezionalit\u00e0 dello Stato di Israele. Il critico pi\u00f9 lucido all\u2019approccio eccezionalista dell\u2019Olocausto, secondo Raz-Krakotzkin, sarebbe stato Walter Benjamin che si opponeva alla concezione storica del tempo lineare e del progresso, Benjamin descrive la storia come una sola catastrofe, un cumulo di macerie e distruzione da redimere.<\/p>\n<p>Gil Anidjar, nel suo saggio\u00a0<em>Muslims (Shoah Nakba)<\/em>, esamina la relazione paradossale che il \u201cmuselmanner\u201d ha con la Shoah. Ad Auschwitz, come ha scritto Primo Levi, i \u201csommersi\u201d, i destinati alla macchina della morte, venivano chiamati muselmanner, musulmani. Il Musulmano ad Auschwitz, per Anijdar, \u00e8 una \u201cstranezza retorica\u201d che andrebbe inscritta nella pi\u00f9 generale concezione di orientalismo, o negli studi congiunti sull\u2019antisemitismo e sull\u2019islamofobia e sule loro vicissitudini storiche condivise.<br \/>\nSecondo Raz Krakotzkin la parola tedesca Muselmanner, usata per designare le vittime della Shoah, rivela che \u201cnel momento dello sterminio l\u2019ebreo \u00e8 annientato come un musulmano\u201d.<\/p>\n<p>Per Honaida Ghanim, la Nakba dovrebbe essere percepita come una delle ripercussioni dell\u2019Olocausto. Come conseguenza dell\u2019Olocausto gli ebrei lasciarono l\u2019Europa, che era anche quello che gli antisemiti volevano, e ci\u00f2 ebbe luogo attraverso l\u2019integrazione dei migranti ebrei all\u2019interno di un\u2019impresa coloniale di insediamento condotta dal sionismo in Palestina. Molti dei sopravvissuti, infatti, parteciparono alla Nakba. Essi arrivarono a costituire quasi la met\u00e0 delle forze combattenti sioniste, mentre tra la seconda guerra mondiale e la met\u00e0 degli anni Cinquanta pi\u00f9 di mezzo milione di ebrei arrivarono in Israele dall\u2019Europa, per la gran parte sopravvissuti all\u2019Olocausto.<\/p>\n<p>Nel 1949, circa 150mila palestinesi rimanevano nei territori sui quali fu dichiarato lo Stato d\u2019Israele. Paura e confusione permasero a lungo dopo che gran parte della popolazione venne espulsa, vaste aree delle metropoli demolite e i villaggi rasi al suolo. I sopravvissuti di ambo le parti scelsero il silenzio, un silenzio che venne definito come \u201cil grande silenzio\u201d. I due silenzi collettivi si intersecano nei primi anni Cinquanta con la differenza che mentre i sopravvissuti all\u2019Olocausto cercarono di ricomporre le loro vite in una nuova patria i sopravvissuti alla Nakba rimasero senza speranza di un futuro abbandonati tra le macerie della loro terra. Questo il destino del protagonista della poesia\u00a0<em>L\u2019amore e il ghetto<\/em>\u00a0di Rashid Hussein (1937\/1977), del 1963, che Ghanim esamina, sull\u2019impossibile rapporto tra una giovane ebrea sopravvissuta alla Shoah e un ragazzo palestinese. L\u2019impossibilit\u00e0 della relazione si deve al fatto che nonostante il sentimento che li unisce, la condizione dei due sopravvissuti \u00e8 comunque inconciliabile, asimmetrica: per il ragazzo non c\u2019\u00e8 avvenire perch\u00e9 \u201cniente rimane della mia terra se non me stesso\u201d.<br \/>\nAttraverso il poema di Hussein, Ghanim decostruisce questo catastrofico incontro tra la Nakba e l\u2019Olocausto nella Palestina messa a ferro e fuoco, tragicamente sacrificata per redimere le vittime, in una relazione mortale e sanguinosa che rese i palestinesi \u201cvittime delle vittime\u201d.<\/p>\n<p>Le tracce dell\u2019intersezione e doppio trauma dell\u2019Olocausto e della Nakba si possono rinvenire nelle opere degli scrittori, artisti e intellettuali di ambo le parti, tracce che sono state occultate e che ritornano come resti inassimilabili. Yochi Fisher prende in esame le memorie raccolte dallo scrittore palestinese Salman Natour sui rifugiati palestinesi del 1948 e i segni che la Nakba ha lasciato sul corpo e la mente della sua generazione: \u201cNoi siamo diventati testimoni storici non perch\u00e9 abbiamo visto ma perch\u00e9 abbiamo sentito. Siamo nati dopo la guerra e perci\u00f2 portiamo il suo fardello\u201d. Per tutta la decade successiva al 1948, le connessioni tra la Shoah e la Nakba facevano parte dell\u2019esperienza delle persone e dell\u2019atmosfera del paese anche per via della prossimit\u00e0 temporale e dei luoghi. Le tracce della catastrofe che fu la Nakba sono rintracciabili nell\u2019uso di alcuni termini che all\u2019epoca ne descrivevano lo sconcerto: la parola ghetto, o ghetto arabo, venne usata per designare l\u2019esclusione e l\u2019isolamento degli arabi in zone sigillate militarmente all\u2019indomani del grande esodo. Il termine intreccia la violenza dell\u2019Olocausto con quella della Nakba e dei rifugiati di entrambe le catastrofi.<\/p>\n<p>Tra gli scrittori ebrei che raccontano il trauma della Nakba meritano d\u2019essere ricordati Avot Yeshurun e S. Iizhar. Il primo, in\u00a0<em>Pasqua nelle caverne<\/em>, arriv\u00f2 a dire che \u201cl\u2019Olocausto degli ebrei in Europa e l\u2019Olocausto degli arabi nella terra di Israele sono un Olocausto del popolo ebraico. Si riflettono l\u2019uno nell\u2019altro\u201d; il secondo, con il suo romanzo breve,<em>\u00a0La rabbia del vento<\/em>, scritto proprio nel 1948, descrive l\u2019espulsione di donne, bambini e vecchi. Il narratore non pu\u00f2 fare a meno di pensare all\u2019esilio che ha segnato la sua gente. Alle ferite traumatiche ritrovate negli scrittori, Yochi Fisher aggiunge le sue proprie, con la vicenda del padre, un sopravvissuto all\u2019Olocausto, costretto ad occupare una casa svuotata a Jaffa dei suoi abitanti palestinesi. Questo \u00e8 un modo innovativo di procedere, accostando le varie memorie e riflessioni alla propria di testimone della seconda generazione. \u201c\u00c8 tempo anche per noi \u2013 conclude la Fisher \u2013 di vedere questo per quanto sia sconvolgente\u201d.<\/p>\n<p>\u00c8 questo anche il caso di Omer Bartov, che nel suo saggio mette a fuoco la storia della sua generazione, nata all\u2019indomani della guerra, partendo da s\u00e9, dalla propria storia familiare e accademica. Egli si chiede se sia possibile costruire un\u2019appartenenza iniziando dall\u2019amore per la propria terra, dall\u2019attaccamento condiviso con la generazione dei giovani arabi nati anch\u2019essi in Israele, e ascoltarsi l\u2019un l\u2019altro. Avendo indagato da studioso sulle forze armate tedesche e sui genocidi (compiuti soprattutto in Galizia, terra d\u2019origine della madre), si domanda come sia possibile per un giovane trasformarsi in assassino. Nei genocidi si assiste alla disumanizzazione dei nemici. Ci\u00f2 rende il compito pi\u00f9 facile e fornisce a chi uccide una giustificazione morale. Essendo stato ufficiale nell\u2019esercito israeliano nei Territori e conoscendo i rischi di imbarbarimento, Bartov si interroga sul rischio che si corre a inculcare ai giovani israeliani la paura di vedere tutte le minacce come esistenziali e tutti gli oppositori come potenziali nazisti, anche gli adolescenti palestinesi armati di fionda. Nella sfera politica quello che \u00e8 necessario, secondo Bartov, \u00e8 \u201cun processo di decolonizzazione che significa non soltanto porre fine all\u2019occupazione ma anche liberarsi dalla mentalit\u00e0 dell\u2019occupante depositata profondamente nella psiche degli ebrei israeliani, mentre per i palestinesi implicherebbe liberarsi non solamente dalla oppressione israeliana ma anche dalla mentalit\u00e0 del colonizzato\u201d.<\/p>\n<p>Come ci ricorda Jacqueline Rose nella postfazione, il legame tra l\u2019Olocausto e la Nakba \u00e8 stato messo sotto silenzio dalla storia perch\u00e9 percepito come \u201cscandaloso\u201d. L\u2019espulsione dei palestinesi non pu\u00f2 che essere riconosciuta come la precondizione per la trasformazione di Israele in uno stato nazione, la cui creazione venne a ridosso del genocidio nazista. La stessa parola Nakba era quasi sconosciuta agli israeliani fino al 2011, quando con la Nakba Law quasi tutti gli israeliani furono esposti alla verit\u00e0 storica della tragedia palestinese.<\/p>\n<p>Bashir e Goldberg sostengono che \u201ctradurre il perturbamento empatico in concetti politici produce un pensiero lungo linee bi-nazionali\u201d. Tale processo pu\u00f2 essere reso possibile da politiche democratiche anche antagoniste, da compromessi e alleanze, dall\u2019attraversamento di linee etniche e nazionali che aprano la strada a un pensiero creativo sfidando i paradigmi esistenti. \u00c8 da questa posizione che si potrebbe articolare una nuova grammatica e sintassi di memoria storia e politica in Israele\/Palestina. Il perturbamento empatico proposto (come approccio all\u2019indifferenza e alla paura) rompe la rigidit\u00e0 delle strutture politiche e discorsive generate dal trauma che si fondano sul rigetto dell\u2019identit\u00e0 dell\u2019altro e sono perci\u00f2 incapaci di generare anche una limitata sfera comune. Secondo LaCapra, queste opposizioni binarie sono molto pericolose perch\u00e9 connesse al meccanismo del capro espiatorio. Come sostiene Jacqueline Rose in\u00a0<em>The Question of Zion<\/em>, il nazionalismo \u00e8 una fantasia distruttiva che deve essere controbilanciata da un\u2019altra idea di nazione.<\/p>\n<p>Il binazionalismo, secondo la lettura di Bashir e Goldberg, potrebbe prendere varie forme di governo che possano realizzare e rispettare i diritti individuali e collettivi degli arabi e degli ebrei in Palestina\/Israele smantellando la struttura coloniale sottesa. Si tratta dunque di sostenere il diritto all\u2019autodeterminazione senza che ci\u00f2 si tramuti in una forma di stato etnico esclusivo. Un binazionalismo egualitario esige una coappartenenza basata su un\u2019etica di parit\u00e0 e coabitazione e un progetto di decolonizzazione che rifiuta tanto i privilegi coloniali ebraici cos\u00ec come la richiesta di una esclusiva sovranit\u00e0 sulla Palestina storica.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/lolocausto-e-la-nakba-una-nuovagrammatica-di-trauma-e-storia\/\">https:\/\/gliasinirivista.org\/lolocausto-e-la-nakba-una-nuovagrammatica-di-trauma-e-storia\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GLI ASINI (Aurora Caredda) Ripubblichiamo un articolo uscito su Gli asini nel numero Agosto-Settembre 102-103\/2022 in cui \u00e8 presente un focus dal titolo ISRAELE E PALESTINA: TRA SHOAH E NAKBA L\u2019Olocausto e la Nakba sono due tragedie storiche incommensurabili. Tuttavia, nel libro\u00a0The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History\u00a0(C.U.P. 2021), un gruppo di studiosi di varie discipline ce ne rivela intersezioni inedite, aprendo una prospettiva di raffronto e dando voce&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":109,"featured_media":72676,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/io-imparo-da-solo-sulla-rivista-gli-asini-445.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-lmP","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/82139"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/109"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=82139"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/82139\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":82140,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/82139\/revisions\/82140"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/72676"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=82139"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=82139"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=82139"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}