{"id":82197,"date":"2023-10-27T10:45:24","date_gmt":"2023-10-27T08:45:24","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=82197"},"modified":"2023-10-26T21:45:04","modified_gmt":"2023-10-26T19:45:04","slug":"quasi-tutto-quello-che-sai-sul-neoliberismo-e-sbagliato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=82197","title":{"rendered":"Quasi tutto quello che sai sul Neoliberismo \u00e8 sbagliato"},"content":{"rendered":"<p>da <strong>L&#8217;INDIPENDENTE<\/strong> (Thomas Fazi)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00c8 noto che le origini del neoliberismo siano da rintracciarsi nella crisi, a partire dai primi anni Settanta, del cosiddetto \u201cregime keynesiano\u201d che, pur con significative differenze tra Paesi, aveva dominato le economie occidentali fin dal secondo dopoguerra. Un aspetto che per\u00f2 si tende a sottovalutare di quella crisi, fondamentale per capire la genesi del neoliberismo, \u00e8 che essa non fu solo una crisi economica ma, dalla prospettiva delle classi dominanti, anche e soprattutto una crisi politica. In breve, negli anni Settanta cominciarono a venire meno le premesse \u2013 sia economiche che politiche \u2013 su cui si basava la partecipazione delle classi capitalistiche al \u201ccompromesso di classe\u201d keynesiano: dal punto di vista economico, la possibilit\u00e0 di coniugare una crescita stabile dei salari con una crescita stabile dei profitti; dal punto di vista politico, la possibilit\u00e0 di coniugare la partecipazione dei lavoratori, tramite i partiti di massa, alla determinazione delle politiche pubbliche, soprattutto di natura economica, con un dominio di fatto delle classi possidenti.<\/p>\n<p>A partire dai primi anni Settanta, come si diceva, entrambe quelle premesse cominciarono a venire meno: dal punto di vista economico, la combinazione di diversi fattori \u2013 l\u2019aumento del prezzo delle materie prime, la crescente concorrenza tra potenze capitalistiche, il rallentamento della produttivit\u00e0, ma soprattutto le lotte sindacali per il salario e per il miglioramento delle condizioni di lavoro \u2013 cominciarono a esercitare una crescente pressione sulle rendite e i profitti; dal punto di vista politico, la piena occupazione e il rafforzamento senza precedenti delle masse lavoratrici, e la loro integrazione nei sistemi politici tramite i grandi partiti di massa di ispirazione socialcomunista, nonch\u00e9 la fusione del movimento operaio con blocchi sociali di altro tipo (studenti, ecc.), aveva determinato una radicalizzazione delle rivendicazioni non solo in ambito lavorativo ma anche in ambito politico, nella direzione di un superamento, seppur graduale, di certe logiche capitalistiche.<\/p>\n<h2>Il terrore della democrazia sostanziale<\/h2>\n<figure id=\"attachment_92455\" class=\"wp-caption aligncenter\" aria-describedby=\"caption-attachment-92455\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-92455 entered litespeed-loaded td-animation-stack-type0-2\" src=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/salari-1024x538.jpg\" alt=\"\" width=\"696\" height=\"366\" data-lazyloaded=\"1\" data-src=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/salari-1024x538.jpg\" data-srcset=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/salari-1024x538.jpg 1024w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/salari-300x158.jpg 300w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/salari-768x403.jpg 768w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/salari-150x79.jpg 150w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/salari-600x315.jpg 600w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/salari-696x365.jpg 696w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/salari-1068x561.jpg 1068w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/salari-800x420.jpg 800w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/salari.jpg 1200w\" data-sizes=\"(max-width: 696px) 100vw, 696px\" data-ll-status=\"loaded\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-92455\" class=\"wp-caption-text\">[Manifestazione di operai in lotta durante l\u2019autunno caldo, 1969]<\/figcaption><\/figure>\n<p><strong>L\u2019Italia<\/strong>\u00a0\u00e8 un ottimo esempio. La stagione che va grosso modo dal 1965 al 1975 fu s\u00ec caratterizzata da caos e disordini (e, in parte, da violenze, ma quelle arriveranno soprattutto dopo), ma fu anche una grande stagione democratica. Come argomenta il politologo americano<strong>\u00a0Sidney Tarrow<\/strong>\u00a0nel volume\u00a0<a href=\"https:\/\/www.bing.com\/search?pglt=43&amp;q=S.+Tarrow%2C+Democrazia+e+disordine.+Movimenti+di+protesta+e+politica+in+Italia.+1965-75%2C+Laterza%2C+1990&amp;cvid=46312c2d561645baba2c73235a1bc4d1&amp;gs_lcrp=EgZjaHJvbWUyBggAEEUYOdIBBzY2NmowajGoAgCwAgA&amp;FORM=ANNTA1&amp;PC=HCTS\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Democrazia e disordine<\/em><\/a>, il \u201cdisordine\u201d di quegli anni andrebbe letto soprattutto come il sintomo di un maggiore coinvolgimento dei normali cittadini nella cosa pubblica e dell\u2019emergere di nuovi attori politici, \u201cpoich\u00e9 quando si calm\u00f2 la polvere del disordine, divenne chiaro che i confini della politica di massa erano stati estesi\u201d. Proprio l\u2019alta conflittualit\u00e0 di quegli anni, insomma, aveva allargato le maglie della democrazia, intesa in senso sostanziale e non solo formale, ovviamente. Come scrisse\u00a0<strong>Romano Prodi<\/strong>\u00a0in<a href=\"https:\/\/www.romanoprodi.it\/biografia\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">\u00a0un saggio<\/a>\u00a0di inizio anni Settanta, all\u2019epoca \u201cper la prima volta le organizzazioni dei lavoratori entrano tra i protagonisti stabili di avvenimenti che [fino a quel momento] avevano, salvo qualche temporanea eccezione, sub\u00ecto\u201d.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un caso che quel periodo, nonostante la congiuntura internazionale negativa \u2013 ricordiamo che il 1973 fu l\u2019anno della prima crisi petrolifera \u2013, fu anche una stagione di\u00a0<strong>grandi riforme progressive<\/strong>, proprio grazie alla forza del movimento operaio e all\u2019altissimo livello di conflittualit\u00e0 sociale e industriale: l\u2019accordo sulla \u201cscala mobile\u201d (che rendeva automatici aumenti di stipendio in base all\u2019inflazione), la riforma del sistema pensionistico, lo Statuto dei lavoratori, ma soprattutto (anche se ormai la stagione progressiva, a quel punto, volgeva gi\u00e0 al termine) l\u2019istituzione del Servizio sanitario nazionale, nel 1978. Ci\u00f2 che si andava determinando in quegli anni, insomma, era esattamente quella situazione (da incubo, dal loro punto di vista) che i primi teorici del pensiero neoliberale \u2013\u00a0<strong>Hayek, von Mises, Robbins e altri<\/strong>\u00a0-, negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, avevano prefigurato come prevedibile esito della democrazia di massa e del suffragio universale (fenomeno al tempo abbastanza recente e in realt\u00e0 neanche pienamente compiuto): ovvero che le masse lavoratrici, una volta integrate nei processi politici e democratici, ed essendo ovviamente la maggioranza in qualunque societ\u00e0, avrebbero finito per utilizzare gli strumenti della democrazia rappresentativa per trascendere le logiche del capitalismo.<\/p>\n<p>In questo senso,\u00a0<strong>sbagliano coloro che vedono nel neoliberismo un\u2019ideologia liberomercatista e antistatalista<\/strong>\u00a0(interpretazione purtroppo ancora molto diffusa): al contrario, i neoliberisti della prima generazione erano perfettamente consapevoli del fatto che il mercato non si autoregola, ma che anzi il capitalismo necessita di uno Stato forte, anche autoritario \u2013 come dimostrato poi dalle varie esperienze golpiste degli anni Settanta, prima fra tutte\u00a0<strong>il Cile di Pinochet<\/strong>\u00a0\u2013 per imporre le logiche di mercato, tutelare gli interessi del capitale e garantire il dominio \u201cdi fatto\u201d delle classi possidenti. In questo senso, i neoliberisti non avversavano affatto lo Stato, di cui anzi riconoscevano l\u2019assoluta necessit\u00e0, ma osteggiavano la democrazia di massa \u2013 il fatto che le masse si sarebbero un giorno potute appropriare delle leve dello Stato.<\/p>\n<p>Cominciarono quindi a pensare a delle\u00a0<strong>possibili soluzion<\/strong>i: posto che non disdegnavano soluzioni apertamente autoritarie \u2013 come dimostrer\u00e0 l\u2019esperienza cilena, esplicitamente difesa da Hayek \u2013, sapevano bene che il processo di estensione formale della democrazia era una tendenza ormai iscritta nella storia, quantomeno in Occidente. Avanzarono dunque una soluzione che consisteva nel mantenere inalterati tutti gli aspetti della democrazia formale \u2013 libere elezioni, suffragio universale ecc. \u2013 ma\u00a0<strong>erodendo la democrazia<\/strong>\u00a0sostanziale attraverso una separazione tra i meccanismi di rappresentanza popolare e le scelte di carattere macroeconomico, soprattutto, ma non solo, attraverso il trasferimento di prerogative nazionali a istituzionali internazionali e sovranazionali, a-democratiche per definizione. Questa ideologia \u00e8 quella che oggigiorno va sotto il nome di\u00a0<strong>globalismo<\/strong>.<\/p>\n<h2>Il reale scontro di classe, obiettivo: espellere le masse dalla politica reale<\/h2>\n<figure id=\"attachment_92454\" class=\"wp-caption aligncenter\" aria-describedby=\"caption-attachment-92454\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-92454 entered litespeed-loaded td-animation-stack-type0-2\" src=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/franco-modigliani-e1698226790396.jpg\" alt=\"\" width=\"690\" height=\"531\" data-lazyloaded=\"1\" data-src=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/franco-modigliani-e1698226790396.jpg\" data-srcset=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/franco-modigliani-e1698226790396.jpg 300w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/franco-modigliani-e1698226790396-150x116.jpg 150w\" data-sizes=\"(max-width: 690px) 100vw, 690px\" data-ll-status=\"loaded\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-92454\" class=\"wp-caption-text\">[Franco Modigliani, uno dei pi\u00f9 famosi neokeynesiani.]<\/figcaption><\/figure>\n<p>Nei primi decenni del secondo dopoguerra le idee dei neoliberisti rimasero piuttosto marginali, perch\u00e9 incompatibili con l\u2019inevitabile allargamento dei margini della democrazia sostanziale conseguente all\u2019integrazione dei lavoratori nei sistemi politici tramite i grandi partiti di massa. Ma furono riscoperte a seguito della crisi \u2013 economica ma soprattutto politica, come detto \u2013 degli anni Settanta. D\u2019altronde, cosa era quella crisi se non la realizzazione dello scenario preconizzato dai neoliberisti mezzo secolo prima? Uno scenario in cui\u00a0<strong>le masse lavoratrici si erano andate progressivamente rafforzando e politicizzando<\/strong>\u00a0\u2013 tanto nel cuore dell\u2019Occidente, come in Italia, quanto alla sua periferia, in Paesi come il Cile di Allende \u2013\u00a0<strong>al punto da rappresentare una minaccia<\/strong>, se non ancora per l\u2019ordine capitalistico costituito in quanto tale, senz\u2019altro per i rapporti di forza tra le classi.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che veramente preoccupava le classi dirigenti dell\u2019epoca, insomma, pi\u00f9 che la compressione dei profitti in quanto tale, era\u00a0<strong>l\u2019eccessivo peso politico che i lavoratori avevano acquisito<\/strong>\u00a0all\u2019interno dei processi democratici, al punto da riuscire a orientarne significativamente gli indirizzi politici, come disse Prodi. Furono piuttosto espliciti a questo riguardo. Basti pensare a un testo come\u00a0<em>La crisi della democrazia<\/em>, pubblicato nel 1975 dalla Commissione Trilaterale, uno dei tanti centri studi (i cosiddetti\u00a0<em>think tank<\/em>) neoliberisti che videro la luce in quegli anni, in cui per crisi della democrazia non si intendeva un deficit di democrazia, come verrebbe logico pensare, ma piuttosto\u00a0<strong>un eccesso di democrazia<\/strong>, come scrivono gli autori. Da risolvere, ovviamente, dal loro punto di vista, con una compressione dei livelli di democrazia e di potere popolare. Compressione che in quegli anni assunse forme diverse: negli Stati della periferia, come in Cile, si pass\u00f2 alla cancellazione\u00a0<em>tout court<\/em>\u00a0della democrazia formale e all\u2019instaurazione di regimi militari di vario tipo (soluzione che, come detto, godette dell\u2019esplicito sostegno degli economisti neoliberisti); nei Paesi del nucleo occidentale,<strong>\u00a0come l\u2019Italia<\/strong>, per quanto non furono mai del tutto escluse soluzioni apertamente golpiste e autoritarie, si privilegi\u00f2 invece una strategia pi\u00f9 raffinata, che si richiamava proprio alle teorie sviluppate dai neoliberisti.<\/p>\n<p>Come veniva indicato esplicitamente ne\u00a0<em>La crisi della democrazia<\/em>, si trattava da un lato di\u00a0<strong>minare le basi materiali della democrazia<\/strong>\u00a0\u2013 il potere dei sindacati, i diritti sociali e tutte quelle protezioni che sono condizione necessaria per \u201cl\u2019effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all\u2019organizzazione politica, economica e sociale del Paese\u201d (come recita l\u2019art. 3 della Costituzione); dall\u2019altro si trattava di\u00a0<strong>ottenere \u201cun grado maggiore di moderazione in democrazia\u201d<\/strong>\u00a0<strong>e una riduzione della partecipazione popolare alla vita politica<\/strong>, grazie anche alla diffusione di \u201cuna certa dose di apatia e disimpegno\u201d. Si trattava, insomma, di espellere le masse dalla politica pur mantenendo in piedi gli assetti della democrazia formale. In questo senso, la congiuntura economica negativa degli anni Settanta forn\u00ec alle classi dirigenti occidentali l\u2019occasione perfetta per mettere in atto questo progetto; per sferrare cio\u00e8 un attacco decisivo al regime politico-economico del dopoguerra. Sul piano economico-distributivo questo attacco si caratterizzo\u0300 per la\u00a0<strong>compressione dei salari<\/strong>\u00a0e, pi\u00f9 in generale, per una\u00a0<strong>riduzione del potere di contrattazione dei sindacati<\/strong>, operazione che politicamente fu \u201clegittimata\u201d da un lato addossando ai soli sindacati (e all\u2019eccessiva spesa pubblica) la responsabilit\u00e0 della spirale prezzi-salari, nonostante la causa principale dell\u2019inflazione risiedesse sul lato dell\u2019offerta, cio\u00e8 nell\u2019aumento del costo del petrolio e delle materie prime; dall\u2019altro, l\u2019attacco si dipan\u00f2 attraverso l\u2019evocazione ossessiva del cosiddetto \u201cvincolo esterno della bilancia dei pagamenti\u201d, ossia l\u2019idea che i salari troppo alti impedissero il necessario aggiustamento dei conti esteri dei Paesi in deficit (come era l\u2019Italia in quegli anni) e che tale aggiustamento\u00a0<strong>dovesse passare per una riduzione dei salari stessi<\/strong>.<\/p>\n<p>Sul piano teorico si trattava di un\u2019interpretazione molto discutibile, tuttavia questa ebbe un grande successo sul piano politico, anche per l\u2019incapacit\u00e0 tanto degli economisti neokeynesiani quanto delle sinistre socialcomuniste di offrire un\u2019interpretazione alternativa degli eventi. Un ruolo chiave in questa controffensiva ideologica fu giocato dalla\u00a0<strong>scuola neomonetarista<\/strong>, che poggiava in buona parte sull\u2019impianto monetarista classico di\u00a0<strong>Milton Friedman<\/strong>, estremizzandone per\u00f2 alcuni aspetti. Il neomonetarismo ebbe una notevole influenza in particolare in Italia, anche grazie alla sostanziale convergenza che si venne a determinare tra le idee di Friedman e quelle di uno dei pi\u00f9 famosi neokeynesiani dell\u2019epoca: l\u2019italiano\u00a0<strong>Franco Modigliani<\/strong>.<\/p>\n<p>La tesi di Friedman era in sostanza la seguente:\u00a0<strong>esiste un solo livello salariale compatibile con la piena occupazione<\/strong>\u00a0e, di contro, esiste un solo tasso di disoccupazione \u2013 il cosiddetto\u00a0<em><strong>\u201ctasso naturale di disoccupazione\u201d<\/strong><\/em>, ancora oggi utilizzato dalla Commissione europea e altre istituzioni \u2013 compatibile con la piena occupazione. Qualunque intervento discrezionale di politica pubblica \u2013 di natura monetaria, fiscale o di altro tipo \u2013 volto ad aumentare l\u2019occupazione o a difendere il salario avrebbe necessariamente comportato un aumento sia dell\u2019inflazione che della disoccupazione. \u00c8 evidente la portata politica di questa teoria: siamo di fronte a un ribaltamento radicale del principio keynesiano che aveva ispirato le politiche pubbliche ed economiche nel secondo dopoguerra, ovvero quello secondo cui il capitalismo \u00e8 un sistema intrinsecamente instabile ed intrinsecamente incapace di garantire la piena occupazione, motivo per cui sono\u00a0<strong>necessari interventi pubblici di vario tipo per garantire la piena occupazione e un\u2019equa distribuzione di reddito e di ricchezza<\/strong>.<\/p>\n<h2>Le radici teoriche delle diseguaglianze che viviamo oggi<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-92452 entered litespeed-loaded td-animation-stack-type0-2\" src=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/disuguaglianze-1-1024x682.jpg\" alt=\"\" width=\"696\" height=\"464\" data-lazyloaded=\"1\" data-src=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/disuguaglianze-1-1024x682.jpg\" data-srcset=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/disuguaglianze-1-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/disuguaglianze-1-300x200.jpg 300w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/disuguaglianze-1-768x512.jpg 768w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/disuguaglianze-1-150x100.jpg 150w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/disuguaglianze-1-600x400.jpg 600w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/disuguaglianze-1-696x464.jpg 696w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/disuguaglianze-1-1068x712.jpg 1068w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/disuguaglianze-1-630x420.jpg 630w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/disuguaglianze-1.jpg 1280w\" data-sizes=\"(max-width: 696px) 100vw, 696px\" data-ll-status=\"loaded\" \/><\/h2>\n<p>La teoria (solo apparentemente tecnica) di Friedman rappresentava un ribaltamento radicale di questa impostazione, volto a dimostrare la sostanziale impossibilit\u00e0 della piena occupazione e la dannosit\u00e0 di qualunque forma di intervento pubblico discrezionale. Ma, in un senso ancora pi\u00f9 profondo, rappresentava<strong>\u00a0un ritorno alla barbarie del capitalismo ottocentesco<\/strong>, in cui il lavoro era trattato alla stregua di una merce come qualunque altra, di fatto subordinando la vita stessa degli esseri umani, l\u2019essenza stessa della societ\u00e0, alle leggi del mercato. Con l\u2019obiettivo, evidente, di rimettere i lavoratori al loro posto, anche utilizzando lo strumento della disoccupazione. Purtroppo in Italia furono in pochi a comprendere la reale portata di quello che stava avvenendo.<\/p>\n<p>Uno di questi fu l\u2019economista\u00a0<strong>Federico Caff\u00e8<\/strong>, che cerc\u00f2 di mettere in guardia soprattutto la sinistra sui rischi insiti nell\u2019accettazione, anche solo parziale, di queste teorie: farlo avrebbe voluto dire spalancare un processo di<strong>\u00a0regressione politica, economica e sociale potenzialmente senza fine<\/strong>\u00a0\u2013 che \u00e8 ovviamente quello che \u00e8 successo, come conferma la drammaticit\u00e0 dello stato attuale del nostro Paese. Caff\u00e8 fu tra i pochi a comprendere che l\u2019enfasi ossessiva di quegli anni sul problema dell\u2019inflazione e soprattutto la lettura antioperaia che veniva data del fenomeno erano da considerarsi funzionali a una strategia che non mirava realmente, o primariamente, a risolvere il problema dell\u2019inflazione stessa \u2013 che era meno grave di quanto si voleva far credere, e per il quale esistevano comunque altre soluzioni ipotizzabili \u2013 ma piuttosto a\u00a0<strong>sfruttarne lo spauracchio per raggiungere obiettivi politici ed economici di ben altra natura<\/strong>. \u00abOggi l\u2019inflazione pi\u00f9 che essere combattuta viene strumentalizzata, nel senso che evocando questo male dell\u2019inflazione si intendono risolvere molti altri problemi di natura industriale, sindacale, rivendicativa e cosi\u0300 via\u00bb, scriveva Caff\u00e8. Qualche lettore noter\u00e0 una certa assonanza con la situazione attuale. Caffe\u0300 la chiamava\u00a0<strong>\u00abstrategia dell\u2019allarmismo economico\u00bb<\/strong>: una sorta di equivalente mediatico-narrativo della strategia della tensione di matrice propriamente terroristica. Proprio perch\u00e9 il nocciolo della questione era di natura politica \u2013 o meglio di classe \u2013 e non economica, Caffe\u0300 si prodigo\u0300 infaticabilmente in quegli anni per cercare di convincere la sinistra a non fare propria la narrazione dell\u2019avversario sull\u2019inevitabilit\u00e0 della disoccupazione. Ma i suoi avvertimenti rimasero perlopi\u00f9 inascoltati.<\/p>\n<p>Un altro aspetto del neomonetarismo era la sua\u00a0<strong>insistenza sull\u2019adozione del cambio fisso o semifisso<\/strong>\u00a0\u2013 presentato come strumento economico, quale sicuramente era (stabilizzazione del cambio in senso anti-inflazionistico), ma che, come altre misure gi\u00e0 discusse, aveva anche un importante componente politica, o meglio di classe: i cambi flessibili permettevano di accomodare le richieste salariali dei lavoratori, scaricando \u2013 in parte almeno \u2013 sul cambio l\u2019aggiustamento degli squilibri della bilancia dei pagamenti. Proprio per questo<strong>\u00a0i neomonetaristi<\/strong>\u00a0erano fautori dei cambi fissi, perch\u00e9, per contro, non permettendo di scaricare gli aggiustamenti sul cambio,\u00a0<strong>lasciavano come unica soluzione la compressione salariale<\/strong>. Ovviamente, nel contesto italiano ed europeo, il momento di svolta \u00e8 l\u2019introduzione del sistema di cambi fissi del\u00a0<strong>Sistema monetario europeo (SME)<\/strong>\u00a0nel 1979, che di fatto rappresenta il primo passo nel percorso di unificazione monetaria che porter\u00e0 poi all\u2019introduzione dell\u2019euro. Non a caso, negli anni Ottanta sarebbe seguito l\u2019attacco alla scala mobile e l\u2019inizio di una drammatica stagnazione salariale e di una erosione dei diritti dei lavoratori che continua fino ai giorni nostri.<\/p>\n<h2>L\u2019integrazione europea come realizzazione del progetto<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-92451 entered td-animation-stack-type0-2 litespeed-loaded\" src=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/belgio-europa-1024x682.jpg\" alt=\"\" width=\"696\" height=\"464\" data-lazyloaded=\"1\" data-src=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/belgio-europa-1024x682.jpg\" data-srcset=\"https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/belgio-europa-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/belgio-europa-300x200.jpg 300w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/belgio-europa-768x512.jpg 768w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/belgio-europa-150x100.jpg 150w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/belgio-europa-600x400.jpg 600w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/belgio-europa-696x464.jpg 696w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/belgio-europa-1068x712.jpg 1068w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/belgio-europa-630x420.jpg 630w, https:\/\/cdn.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/belgio-europa.jpg 1280w\" data-sizes=\"(max-width: 696px) 100vw, 696px\" data-ll-status=\"loaded\" \/><\/h2>\n<p>Ma c\u2019\u00e8 una dimensione pi\u00f9 prettamente politica alla radice del processo di integrazione europeo. In ultima analisi, tutto il processo di integrazione economica e monetaria europea pu\u00f2 essere visto come la realizzazione di quel progetto teorizzato dai primi neoliberisti nei primi decenni del secolo scorso: trasferendo quote crescenti di sovranit\u00e0 nazionale \u2013 fino ad arrivare alla cessione del pilastro fondamentale dell\u2019indipendenza economica di un Paese,<strong>\u00a0la sovranit\u00e0 monetaria<\/strong>\u00a0-, di fatto si riduce la capacit\u00e0 dei cittadini di influenzare gli orientamenti di politica economica di un Paese, per il semplice fatto che lo Stato \u00e8 privo di tutti quegli strumenti necessari ad orientare gli indirizzi di politica economica. Si arriva cos\u00ec a recidere definitivamente il legame tra i meccanismi di rappresentanza popolare e le scelte di carattere macroeconomico:\u00a0<strong>dal punto di vista formale, i Paesi rimangono democratici ma nella sostanza la democrazia viene svuotata dall\u2019interno<\/strong>. Se consideriamo tutti questi elementi nel loro complesso, possiamo concludere che l\u2019Italia \u00e8 stato uno dei Paesi in cui il processo di neoliberalizzazione \u00e8 stato portato alle sue pi\u00f9 estreme conseguenze. \u00c8 diffusa l\u2019opinione secondo cui il neoliberismo non avrebbe mai preso piede in Italia, essendo il nostro Paese ancora oggi caratterizzato da un vastissimo apparato burocratico e da una spesa pubblica molto significativa in proporzione al PIL. Ma si tratta di lettura fallace della natura del neoliberismo, che si considera erroneamente volto alla minimizzazione del ruolo dello Stato.Come detto, il neoliberismo va inteso innanzitutto come\u00a0<strong>un progetto politico finalizzato a indebolire il mondo del lavoro, a desovranizzare e de-democratizzare gli Stati<\/strong>,\u00a0<strong>a ridurre la capacit\u00e0 delle masse di incidere sui processi economici e a consegnare le leve di politica economica a istituzioni sovranazionali<\/strong>\u00a0che usano lo Stato per avanzare gli interessi dei ceti dominanti.<\/p>\n<p>In quest\u2019ottica, risulta difficile non concludere che controrivoluzione neoliberista sia stata, in Italia, un successo clamoroso dal punto di vista di chi la propugnava. Basti pensare a quanto siano diffusi nel nostro Paese i sentimenti di disillusione e di apatia nei confronti della politica \u2013 ovverosia esattamente lo scenario auspicato ormai cinquant\u2019anni fa nel sopracitato testo\u00a0<em>La crisi della democrazia<\/em>. Per concludere con una battuta amara, potremmo dire: l\u2019operazione \u00e8 stata un successo ma purtroppo il paziente \u2013 cio\u00e8 la Costituzione materiale di questo Paese \u2013 \u00e8 morto.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>FONTE:\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.lindipendente.online\/2023\/10\/25\/quasi-tutto-quello-che-sai-sul-neoliberismo-e-sbagliato\/\">Quasi tutto quello che sai sul Neoliberismo \u00e8 sbagliato &#8211; L&#8217;INDIPENDENTE (lindipendente.online)<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da L&#8217;INDIPENDENTE (Thomas Fazi) &nbsp; \u00c8 noto che le origini del neoliberismo siano da rintracciarsi nella crisi, a partire dai primi anni Settanta, del cosiddetto \u201cregime keynesiano\u201d che, pur con significative differenze tra Paesi, aveva dominato le economie occidentali fin dal secondo dopoguerra. Un aspetto che per\u00f2 si tende a sottovalutare di quella crisi, fondamentale per capire la genesi del neoliberismo, \u00e8 che essa non fu solo una crisi economica ma, dalla prospettiva delle classi&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":101,"featured_media":71834,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/IMG-20220422-WA0002.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-lnL","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/82197"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/101"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=82197"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/82197\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":82198,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/82197\/revisions\/82198"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/71834"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=82197"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=82197"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=82197"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}