{"id":82496,"date":"2023-11-17T09:35:39","date_gmt":"2023-11-17T08:35:39","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=82496"},"modified":"2023-11-14T09:39:24","modified_gmt":"2023-11-14T08:39:24","slug":"rivoluzioni-e-popolo-nellimmaginario-letterario-italiano-ed-europeo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=82496","title":{"rendered":"Rivoluzioni e popolo nell&#8217;immaginario letterario italiano ed europeo"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LE PAROLE E LE COSE (Stefano Brugnolo)<\/strong><\/p>\n<p>[<em>Quello che segue \u00e8 un paragrafo tratto dal volume uscito da poco di Stefano Brugnolo,\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/www.quodlibet.it\/libro\/9788822908223\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Rivoluzioni e popolo nell\u2019immaginario letterario italiano ed europeo\u00a0<\/a><em>(Quodlibet). Come dice la quarta di copertina \u201cil libro esamina attraverso alcuni casi emblematici come la letteratura ha\u00a0rappresentato\u00a0l\u2019evento\u00a0rivoluzionario\u00a0(accaduto, atteso, temuto) dall\u2019epoca della Riforma protestante fino al \u201968 e oltre\u201d. La Rivoluzione \u00e8 intesa nel libro latamente come \u201cpossibilit\u00e0 di sollevazione di massa e trasformazione \u201ccatastrofica\u201d del mondo, \u00e8 considerata come una specie di grande metafora con cui\u00a0l\u2019Occidente moderno si \u00e8 concepito nei termini di un progetto pericolosamente aperto sul futuro.\u201d. Si comincia con Machiavelli passando attraverso Milton, B\u016bchner, Hugo, Manzoni, Zola, Nievo, Verga, fino ad arrivare a Malaparte, Pasolini, Calvino e tanti altri, anche saggisti (da Galileo a Gramsci). Al centro ci sono soprattutto gli autori italiani perch\u00e9 essi sono\u00a0ritornati\u00a0tante volte sulla\u00a0Rivoluzione\u00a0come occasione mancata.<\/em><\/p>\n<p><em>Il testo che riportiamo \u00e8 ricavato dalla quinta parte del volume e riguarda i\u00a0<\/em>Piccoli maestri\u00a0<em>di Luigi Meneghello che vengono presi in esame perch\u00e9 in quel romanzo la Resistenza viene appunto raccontata come una delle tante rivoluzioni mancate che hanno punteggiato la storia italiana<\/em>].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>*<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>I piccoli maestri\u00a0<em>di Meneghello: l\u2019intellettuale autoironico a scuola del popolo partigiano<\/em><\/strong><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Vale la pena esaminare adesso un altro capolavoro della letteratura partigiana:\u00a0<em>I piccoli maestri\u00a0<\/em>(1964) di Luigi Meneghello. E intendo farlo perch\u00e9 in esso ancora pi\u00f9 che nel romanzo di Calvino (<em>Il sentiero dei nidi di ragno<\/em>) \u00e8 centrale il problema del rapporto tra avanguardie intellettuali e politiche e popolo, anche se viene affrontato in modo del tutto diverso. Basti prendere un passo come questo, relativo ai giorni che seguirono la caduta del fascismo:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>C\u2019era un moto generale di rivolta [\u2026]. Ce l\u2019avevano contro la guerra, e implicitamente, confusamente, contro il sistema che prima l\u2019aveva voluta cominciare, e poi l\u2019aveva grottescamente perduta per forf\u00e8.<\/p>\n<p>Il moto degli animi investiva non solo il regime crollato, ma l\u2019intero mondo che in esso si era espresso. La gente voleva farla finita e ricominciare. Tutti andavano a tentoni: c\u2019era un po\u2019 di antifascismo esplicito e tecnico (non molto), un po\u2019 di rabbia verso i tedeschi spaccatutto, un po\u2019 di patriottismo popolare, e una bella dose dell\u2019eterno particulare italiano, gli interessi locali, parrocchiali. [\u2026]<\/p>\n<p>[\u2026] e cos\u00ec qualunque iniziativa, anche la pi\u00f9 moderata conteneva un germe di ribellione, e questi germi fiorivano a vista d\u2019occhio. Gli istituti non c\u2019erano pi\u00f9, li avremmo potuti rifare noi, di sana pianta; era ora. [191]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ritroviamo dunque fin dall\u2019apertura del romanzo quelle moltitudini senza capi e direzione di cui gi\u00e0 parlava Machiavelli, cos\u00ec come ritroviamo la tentazione del \u201cparticulare\u201d diagnosticata da Guicciardini; ma questa volta c\u2019\u00e8 qualcosa di nuovo, la sensazione che il moto spontaneo delle masse aspiri dal profondo a realizzare finalmente un cambiamento. Quel che prima di tutto Meneghello segnala \u00e8 una sensazione che coglie intorno a s\u00e9 e che potremmo descrivere con le parole che Auerbach dedica alla rappresentazione evangelica dei cambiamenti prodotti negli \u00abstrati profondi\u00bb del popolo dalle prediche di Ges\u00f9, un mondo \u00abscosso nelle sue fondamenta, moventesi e rinnovantesi sotto i nostri occhi\u00bb[192]. \u00c8 proprio questa sensazione di un mondo \u00abmoventesi e rinnovantesi\u00bb sotto i suoi occhi che ci restituisce Meneghello:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dappertutto (almeno da noi, nel Vicentino) si sentiva muoversi la stessa corrente di sentimento collettivo; era l\u2019esperienza di un vero moto popolare, ed era inebriante. Si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee; si provava il calore, la sicurezza di trovarsi immersi in questa onda della volont\u00e0 generale.<\/p>\n<p>Ma guarda un po\u2019, dicevamo con Lelio; vien fuori che c\u2019\u00e8 per davvero, la volont\u00e0 popolare [193].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il punto di vista \u00e8 ancora una volta quello delle \u00e9lite giacobine, come ci segnala la meraviglia provata nel constatare che a un concetto libresco quale \u201cvolont\u00e0 popolare\u201d poteva corrispondere qualcosa di \u00abvero\u00bb. Ma appunto qui si opera un ribaltamento rispetto alla tradizione letteraria italiana: a essere valorizzata \u00e8 proprio la spontaneit\u00e0 \u00abinebriante\u00bb di quel movimento. Non \u00e8 tanto che Meneghello si richiami a una specifica concezione politica di tipo spontaneista, la sua \u00e8 una visione anti-ideologica, opposta per partito preso a quella del fascismo e delle grandi dittature novecentesche che puntavano invece a una mobilitazione e manipolazione dall\u2019alto delle masse. E se c\u2019\u00e8 qualcosa che l\u2019autore rimpiange un po\u2019 irrealisticamente \u00e8 di non aver contribuito a promuovere un\u2019insurrezione \u00absubito\u00bb, cio\u00e8 subito dopo la caduta del fascismo, che sfruttasse quelle energie \u00abesplosive\u00bb: \u00abSi doveva proclamare l\u2019insurrezione, subito. Non la resistenza, ma l\u2019insurrezione: il fondo della situazione, la sua carica esplosiva era politica, non convenzionalmente militare. Bisognava impostare subito una guerra politica e popolare, non una resistenza generale e attesistica; agire, non prepararsi\u00bb194. Va da s\u00e9 che nella disordinata spontaneit\u00e0 c\u2019era anche il limite di questo grande (e incipiente) moto rivoluzionario italiano come Meneghello, con spirito disincantato, non smetter\u00e0 mai di constatare, per esempio quando a un certo punto affermer\u00e0: \u00abche casino che \u00e8 il paese reale!\u00bb195. Eppure, anche in questa affermazione c\u2019\u00e8 una componente di curiosit\u00e0 e ammirazione per l\u2019imprevedibilit\u00e0 della sua gente. Meneghello non mitizza il popolo, ma noi possiamo sentire che c\u2019\u00e8 sintonia tra lui e il Nievo che nelle\u00a0<em>Confessioni\u00a0<\/em>ci segnalava che, anche se in forme disorganizzate, \u00abBalzava da terra se non armata certo arrogante e presuntuosa una nuova potenza\u00bb, che \u00e8 appunto quella del popolo. E in effetti Luigi in quei primi moti seguenti alla caduta del fascismo si rivela essere un originalissimo epigono di Carlino (ma naturalmente anche del Michele di Lando machiavelliano), come dimostra il brano in cui viene delegata a lui, come gi\u00e0 al protagonista di Nievo (\u00abparli il signor Carlino!\u00bb), la responsabilit\u00e0 di parlare e guidare la protesta:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>C\u2019erano popolani e borghesi, militari e civili; c\u2019erano studentini giovani, c\u2019erano riformati, commercianti, qualche storpio, gente di chiesa, ladri, maestri; c\u2019erano tutti.<\/p>\n<p>Mi vergognavo un po\u2019 di trovarmi a parlare troppo spesso, come sdottorando, e tutti che mi ascoltavano; parlavo fitto e pulito, come un libro stampato. [\u2026] Fatto sta che avvertivo il disagio di sentirmi giudicato idoneo a dirigere perch\u00e9 capace di parlare. Parlare mi era facile: bastava aprire la bocca, e venivano fuori idee, iniziative, programmi, e una volta venuti fuori parevano autorevoli: \u00e8 un bel vantaggio l\u2019educazione umanistica. Chi sa parlare, comanda. Ma io ce l\u2019avevo con questa educazione umanistica; me ne aveva fatte di sporche. Non volevo comandare; per\u00f2 parlavo. Dicevo: \u00abNon fatevi influenzare da nessuno, e tanto meno da me; fate quello che vi pare giusto\u00bb; e tutti dicevano:<\/p>\n<p>\u00abBravo, ostia: facciamo come dice lui\u00bb [196].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>C\u2019erano tutti!\u2026 \u00e8 raro trovare nella letteratura italiana la rappresentazione di un moto collettivo di rivolta da cui si deduca un tale senso di partecipazione unanime, capace di coinvolgere i borghesi e il popolo, compresi gli strati pi\u00f9 marginali. E per\u00f2 Meneghello ci mette davanti alla solita aporia: l\u2019impreparazione di coloro che improvvisamente si trovano a\u00a0<em>dover\u00a0<\/em>guidare la protesta. C\u2019\u00e8 gi\u00e0 tutta qui la cifra ironica che caratterizza il trattamento della materia partigiana da parte di Meneghello: il protagonista arringa la folla per suggerire che ognuno potrebbe o dovrebbe fare come meglio crede! Il che sta certo dalla parte di una critica delle componenti dottrinarie di un certo antifascismo, ma dall\u2019altra testimonia ancora una volta della sprovvedutezza delle giovani \u00e9lite che avrebbero dovuto mettersi alla testa del movimento. Durante tutto il romanzo Meneghello parler\u00e0 del suo gruppo (che aderiva a Giustizia e Libert\u00e0) come di \u00abquattro gatti\u00bb, e per\u00f2 \u00e8 difficile decidere se questa definizione testimoni di una consapevolezza autocritica o anche di un orgoglio: l\u2019orgoglio di non pretendere alla funzione di guida, di non arrogarsi il ruolo di dirigere il popolo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il romanzo di Meneghello sta sotto questo segno: pur con tutta la sua ammirazione per i comunisti e le loro capacit\u00e0 organizzative e di mobilitazione, lui e i suoi amici rifiutano l\u2019idea di farsi carico di un progetto \u201corganico\u201d di trasformazione della nazione, che pure sente cos\u00ec necessario e urgente, e di cui alla fine depreca il fallimento. Questa intrinseca contraddittoriet\u00e0 dell\u2019esperienza partigiana vissuta dal protagonista \u00e8 ben resa da questo passo: \u00abC\u2019erano insomma due aspetti contraddittori nel nostro implicito concetto della banda: uno era che volevamo combattere il mondo [\u2026] l\u2019altro che volevamo sfuggirlo, ritirarci da esso come in preghiera. Oggi si vede bene che volevamo soprattutto punirci. [\u2026] Era come se dovessimo portare noi il peso dell\u2019Italia e dei suoi guai\u00bb [197]. Viene qui suggerita un\u2019interpretazione della guerra partigiana come atto collettivo di automortificazione per le proprie colpe di intellettuali borghesi: \u00abGli ultimi vent\u2019anni in Italia sono [\u2026] opera di noi borghesi\u00bb [198]. L\u2019impreparazione, l\u2019improvvisazione, il rifiuto di farsi dirigente non sono solo un dato caratteriale e accidentale, corrispondono anche a una visione poetica e politica del mondo, distantissima da quella dell\u2019intellettuale organico teorizzata da Gramsci. In fondo il protagonista di\u00a0<em>Piccoli maestri\u00a0<\/em>\u00e8 un epigono dell\u2019Amleto shakespeariano, \u00e8 un intellettuale disorganico, un intellettuale critico, problematico, dubbioso che agisce (o non agisce) nel bel mezzo di un processo rivoluzionario, quando cio\u00e8 a contare sono o dovrebbero essere le decisioni rapide e le azioni conseguenti. La differenza con l\u2019eroe shakespeariano e le figure che da quello discendevano, come Adelchi, \u00e8 che Luigi non si astiene dall\u2019azione e tenta avventurosamente, allegramente di partecipare, pur con tutti i suoi dubbi e le sue incertezze, al grande moto sociale e politico in atto. \u00c8 forse uno dei rari casi, e comunque degli ultimi, in cui uno scrittore italiano ci racconta di un intellettuale coinvolto in una grande azione collettiva (quella che Manzoni chiamava \u00abvortice\u00bb e temeva) senza esserne del tutto risucchiato, ma certo accettando di farne parte, scommettendo comunque su di essa. Resta che anche alla fine del libro, a liberazione avvenuta, ritroveremo la stessa ritrosia, lo stesso imbarazzo dell\u2019inizio a parlare \u201ca nome\u201d degli altri, allorch\u00e9 si chiede a lui e a un suo amico di scrivere un fondo giornalistico:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Io domandai: \u00abCosa volete dire in questo fondo?\u00bb<\/p>\n<p>\u00abArrangiatevi voi\u00bb disse l\u2019uomo.<\/p>\n<p>\u00abIo e Marietto qui, siamo diseducati\u00bb dissi.<\/p>\n<p>\u00abCosa siete?\u00bb<\/p>\n<p>\u00abDiseducati, politicamente diseducati. Non abbiamo niente da dire a nessuno. Non possiamo educarci per iscritto a spese del pubblico. Questa \u00e8 roba per una persona matura\u00bb.<\/p>\n<p>L\u2019uomo invece di arrabbiarsi si rattrist\u00f2.<\/p>\n<p>\u00abMa sono cosa da dire in un momento come questo?\u00bb mormor\u00f2 [199].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non \u00e8 che in questo modo Meneghello manifesti una sfiducia preconcetta per ogni azione sistematica e programmatica di partito e di governo, ma certo manifesta diffidenza per quello che secondo lui \u00e8 il difetto principale degli italiani, o meglio delle classi dirigenti italiane: la retorica. La parola retorica nel mondo di Meneghello sta a significare proprio questo: la storica frattura che si \u00e8 creata nella nazione tra l\u2019esperienza comune, diretta, empirica e insomma \u201cpopolare\u201d del mondo, e la sua espressione o rappresentazione linguistica, a livello scolastico, letterario, politico. Si prenda un passo emblematico come questo:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Volevo anche informarmi un po\u2019 sul loro ethos, ma naturalmente c\u2019\u00e8 lo svantaggio che in dialetto un termine cos\u00ec \u00e8 sconosciuto. Non si pu\u00f2 domandare:<\/p>\n<p>\u00abCi\u00f2, che ethos gav\u00eco vialtri?\u00bb. Non \u00e8 che manchi una parola per caso, per una svista dei nostri progenitori che hanno fabbricato il dialetto. Tu puoi voltarlo e girarlo, quel concetto l\u00ec, volendolo dire in dialetto, non troverai mai un modo di dirlo che non significhi qualcosa di tutto diverso; anzi mi viene in mente che la deficienza non sta nel dialetto ma proprio nell\u2019ethos, che \u00e8 una gran bella parola per fare dei discorsi profondi, ma cosa voglia dire di preciso non si sa, e forse la sua funzione \u00e8 proprio questa, di non dir niente, ma in modo profondo [200].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non \u00e8 solo una questione linguistica, \u00e8 che la lingua che parlano i ceti intellettuali e anche le \u00e9lite politiche non pare capace di afferrare e rendere l\u2019esperienza morale e pratica che fanno del mondo gli uomini comuni. Si direbbe anche che qui fa capolino un sentimento di vergogna e di invidia nei confronti del popolo in quanto gente che ha un accesso pi\u00f9 diretto e onesto alla realt\u00e0. Tale sentimento non ha niente a che fare con le relazioni complesse e contorte che gli intellettuali comunisti potevano avere con il proletariato. Il popolo che Meneghello ha in mente \u00e8 tutt\u2019altra cosa, e comprende pi\u00f9 i contadini e gli artigiani che gli operai, ma ricomprende anche i sottoproletari e comunque gli irregolari, gli strani. Per esempio, quando Meneghello parla di comunisti ha in mente anche e proprio questo tipo di gente. \u00c8 emblematico il caso del Tar:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Erano bande abbastanza numerose, ottimamente comandate da capi come il Tar, il Tigre, il Negro; teoricamente inquadrate in grosse formazioni riconosciute, ma in realt\u00e0 largamente autonome. [\u2026] Questo Tar, il principe dei monti alle nostre spalle [\u2026]. Venne a trovarci con Aquila, uno dei suoi luogotenenti, che era Rino; c\u2019erano molte Aquile su pel monte, alcune semplici, altre Bianche o Nere. [\u2026] Il Tar era uno splendore; aveva le basette pi\u00f9 lunghe e pi\u00f9 folte del suo luogotenente; era armato poco o nulla, una pistola vecchiotta, infallibile, negligentemente appesa alla cintura. Portava i calzoni corti, i gambali, e questo elmetto coloniale. Tutto splendeva in lui, il viso colorito, gli occhi di morbido velluto, i denti bianchi, i tratti preziosi del viso, i gesti eleganti [201].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Come si vede c\u2019\u00e8 qualcosa di favoloso in queste descrizioni e ci\u00f2 dipende anche dalla spregiudicatezza e in definitiva dalla libert\u00e0 e anzi inventivit\u00e0 di cui questi partigiani comunisti davano prova. Niente di pi\u00f9 distante dal militante obbediente esecutore degli ordini di partito. C\u2019\u00e8 anzi un\u2019aura anarchica che circonda questi personaggi e le loro azioni. Ed \u00e8 questa che fa simpatia a Meneghello. Come gi\u00e0 con Calvino finalmente quella demofobia che in fondo affliggeva Manzoni e Verga \u00e8 superata senza per questo ricorrere a una mitizzazione ideologica, a un\u2019idealizzazione morale del popolo, bens\u00ec sulla base di una simpatia del tutto spontanea e irriverente tra l\u2019intellettuale in fuga dai ranghi del suo ceto e questa gente recalcitrante a qualunque educazione politica e di partito. A rendere ammirevole questo popolo meneghelliano non \u00e8 la coscienza di cui esso si dimostra capace ma qualcosa di pi\u00f9 e di meno della coscienza, qualcosa che ha che fare con la \u201cgrazia\u201d, con una spontanea capacit\u00e0 di agire, di incidere sulla realt\u00e0, di modificarla. Va intesa anche in questo senso una distinzione che Meneghello pone tra una mira naturale e una mira acquisita:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questo tipo di mira \u00e8 caratteristica in quei popolani che hanno mira. Anch\u2019io ho mira, ma \u00e8 tutta un\u2019altra cosa; la mia \u00e8 mira mirata, cio\u00e8 acquisita. La natura della mira \u00e8 duplice, si pu\u00f2 quasi dire che ci sono due mire, acquisita e infusa. Una \u00e8 fatta di pazienza e disciplina, l\u2019altra pare venga direttamente dallo Spirito Santo \u2026 Chi ha la mira infusa non sta a mirare, perch\u00e9 tutto ci\u00f2 che spara \u00e8 gi\u00e0 premiato in cielo [202].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E va da s\u00e9 che \u00e8 quasi sempre gente come il Tar a essere dotata di quel tipo di mira \u201cnaturale\u201d, a essere infuso di grazia. Ma si potrebbe quasi parlare per questi capi popolari di una sorta di sprezzatura degna di Castiglione nel fare la guerra partigiana, di una loro disinvoltura ed eleganza, anche nello sparare e nell\u2019uccidere. Sprezzatura che in fondo deriva dall\u2019allergia naturale che quelli provano per tutti i discorsi ideologici e cio\u00e8 retorici. Per esempio:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Si muovevano, provvedevano ai propri bisogni improvvisando, improvvisavano tutto; non avevano nessun piano prestabilito, e facevano la guerra un giorno qua un giorno l\u00e0. Eravamo annichiliti di ammirazione; si sentiva di colpo, al solo vederli, che la guerra partigiana si fa cos\u00ec [203].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 dubbio che in\u00a0<em>Piccoli maestri\u00a0<\/em>il protagonista va a scuola dal popolo \u2013 ma si dovrebbe dire dalle avanguardie del popolo \u2013 in un modo che per\u00f2 non ha nulla di idillico e moralistico. Da loro cerca infatti di imparare a relazionarsi con il mondo in modo il pi\u00f9 possibile sobrio, empirico, pratico. Da questa gente si pu\u00f2 imparare a emanciparsi dalla verbosit\u00e0 ma anche dalla troppa teoria. Si prenda l\u2019episodio in cui parla con un capo partigiano, il Castagna:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>No, \u00e8 inutile pensavo: una comune cultura non c\u2019\u00e8. Cosa valgano questi qui si vede ora che si organizzano da s\u00e9. Fanno le cose pi\u00f9 facilmente di noi, con meno fisime; sbagliano anche, ma in modo pratico e rimediabile, sbagliano per eccesso, non per difetto. [\u2026]<\/p>\n<p>[\u2026] Parlai al Castagna dei nostri piani di guerra. [\u2026] Non aveva teorie preconcette [\u2026] Ogni volta che venissero i tedeschi, contavano di cavarsela; non occorrevano piani. \u00abI piani confondono\u00bb, mi disse il Castagna. \u00abVedremo in pratica\u00bb. Brillante empirismo, pensai. [\u2026]<\/p>\n<p>Domandai quindi al Castagna: \u00abPerch\u00e9 siete qua voialtri?\u00bb Il Castagna disse: \u00abCome perch\u00e9?\u00bb<\/p>\n<p>\u00abCome mai che vi siete decisi a venire qua?\u00bb<\/p>\n<p>\u00abE dove volevi che andassimo?\u00bb disse il Castagna. Questo chiuse questa parte dell\u2019indagine [204].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mi sembra che anche qui faccia capolino il Tolstoj dei dialoghi tra Pierre Bezuchov e Platon Karat\u00e0jev, e sia pure con un pizzico di ironia in pi\u00f9: \u00abForse avevo dei pregiudizi in favore di questi popolani; tutto quello che facevano mi pareva giusto\u00bb [205]. E d\u2019altra parte il riferimento a Tolstoj non mi pare peregrino se \u00e8 vero che poi la strategia di Castagna ci ricorda quella del generale Kut\u00fazov. Resta per\u00f2 che si tratta di un rapporto problematico, che c\u2019\u00e8 qualcosa di irraggiungibile in loro, in quei loro modi di fare e di essere, che sembrano preclusi agli intellettuali borghesi, quali di fatto sono Luigi e i suoi compagni pi\u00f9 intimi. E se questa intesa era diventata impossibile era perch\u00e9 in Italia qualcosa si era rotto, almeno a partire da quella prima grande rivoluzione mancata che fu quella concepita da Machiavelli, nonch\u00e9 dalla sconfitta della Riforma. Il romanzo di Meneghello ritorna su quella mancata rivoluzione, su quella mancata alleanza tra classi che altre nazioni seppero realizzare (i paesi nordici con la Riforma protestante, la Francia con il ciclo rivoluzionario tra il 1789 e il 1848). E lo fa in un modo straordinariamente inventivo, lontanissimo da schemi ideologici, quali quelli per esempio gramsciani, in modo spi- ritoso. E tuttavia anche malinconico perch\u00e9, pur con tutta la simpatia che prova, Meneghello si sente estraneo rispetto a quella gente, uno dei tanti \u00abrobespierrini\u00bb che hanno tentato di muovere il popolo alla rivoluzione sulla base di idee astratte \u2013 non a caso a un certo punto scrive \u00abTornammo a consultare\u00a0<em>La rivoluzione napoletana\u00a0<\/em>del Cuoco per attingervi saggezza rivoluzionaria [\u2026]\u00bb [206] \u2013 e dispera che si possa mai dare una qualche sintonia profonda tra quelli come lui \u2013 intellettuali borghesi democratici \u2013 e quelli come il Tar e soprattutto la grande massa dei \u00abpopolani\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E tuttavia il romanzo non sarebbe quello che \u00e8 se non contenesse momenti in cui, sempre in una chiave ironica, la possibilit\u00e0 di un rapporto di reciprocit\u00e0 felice, felicemente pratico, si d\u00e0; come per esempio qui: \u00abChe bellezza, studenti e popolani armati, in marcia per questi magnifici greppi; noi gli portiamo un grano di radicalismo, loro hanno tesori di sapienza pragmatica. Questa si chiama un\u2019azione, stiamo agendo\u00bb [207]. E in altre occasioni Meneghello sfiora un leopardiano idillio politico allorch\u00e9 ci rappresenta un popolo, ma si direbbe anche un paesaggio, che custodisce i \u201csuoi\u201d partigiani:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La guardia non la facciamo perch\u00e9 non ce n\u2019\u00e8 bisogno; la fa la gente per noi, i contadini, la popolazione. Siamo cos\u00ec mescolati con loro, qui in mezzo alla vegetazione e alle colture, che non occorre nemmeno scomodare le staffette, le notizie arrivano di bocca in bocca. Ai piedi della collina e su in costa ci sono cascine isolate, agricoltori e contadini, alcuni pi\u00f9 prosperi, altri pi\u00f9 poveri, tutti amici nostri; per loro la vita continua pi\u00f9 o meno come sempre, \u00e8 uno schema che dura da secoli, salvo che ora c\u2019\u00e8 la guerra [\u2026] e ora, negli ultimi mesi, ci sono inoltre, qui attorno, questi ragazzi partigiani. Le donne cucinano spesso qualcosa anche per noi, le famiglie ci ricevono liberamente in casa. Alla festa ci mandano un fiasco di vino [208].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ho parlato di idillio, ma avrei potuto parlare di utopia politica mezza conservatrice e mezza progressista, perch\u00e9 questo si evince dal passo sopra citato: la possibilit\u00e0 di un\u2019intesa di lontana ascendenza rousseauiana, e comunque pre-industriale e pre-urbana, tra avanguardie politiche giovani, \u201cleggere\u201d e di poche pretese, uscite in fondo da quello stesso mondo, e un popolo sostanzialmente contadino e benevolente, che chiede di poter continuare a lavorare e vivere \u00abpi\u00f9 o meno come sempre\u00bb, anche se magari con meno fatica e ingiustizie. Che si tratti di una prospettiva poco realistica o meglio irrealistica, non la rende meno suggestiva e meno capace di costituirsi come modello ideale di un\u2019altra politica, di un\u2019altra societ\u00e0, rispetto a quella che si imporr\u00e0 alla fine della guerra. Quando arrivano gli alleati a liberare la citt\u00e0 c\u2019\u00e8 certo euforia ma anche malinconia perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 stato il tempo per portare a compimento una vera rivoluzione culturale, politica, morale. Gli alleati che entrano in citt\u00e0 portano la liberazione, certo, ma anche preludono a una sconfitta, quella di un progetto che dovr\u00e0 essere lasciato a met\u00e0:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Com\u2019e strana la vita, pensavo. Sono arrivati gli inglesi. Benvenuti. Questi carri sono i nostri alleati. Con queste loro gobbe, con questi orli di grandi borchie ribattute, questi sferragliamenti, queste canne, vogliono quello che vogliamo noi. L\u2019Europa \u00e8 tutta piena di questi nostri enormi alleati; che figura da nulla dobbiamo fare noialtri visti da sopra uno di questi carri! Branchi di straccioni; bande. Banditi. Certo siamo ancora la cosa pi\u00f9 decente che \u00e8 restata in Italia; non lo hanno sempre pensato gli stranieri che questo \u00e8 un paese di banditi? [209]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Gli \u00abenormi alleati\u00bb stranieri prendono in consegna un\u2019altra rivoluzione italiana rimasta incompiuta, trasformandola da attiva in passiva. Sar\u00e0 infatti sotto la tutela di questi stranieri e soprattutto degli Americani che avverr\u00e0 la trasformazione democratica del paese. Se alla domanda dell\u2019inglese curioso che lo ospita nel suo carro armato (\u00abE chi sareste voialtri?\u00bb) risponde dapprima \u00abfuking bandits\u00bb e solo dopo, per rispetto della giovane partigiana che lo accompagna, \u00absiamo i\u00a0<em>Volontari della Libert\u00e0<\/em>\u00bb210, se lo fa \u00e8 sia per riconoscere la marginalit\u00e0 a cui tra poco saranno ridotti i partigiani nella nascente democrazia, ma anche per rivendicare la sua fedelt\u00e0 a un\u2019esperienza di vita troppo originale e strana nella storia italiana per essere appiattita dentro discorsi patriottici convenzionali. \u00c8 dunque per riconoscere una sconfitta ma anche per testimoniare di una vittoria ottenuta contro i costumi nazionali della prudenza e della convenienza, \u00e8 per restare fedele a quella \u00abonda della volont\u00e0 generale\u00bb, a quel \u00abmoto generale di rivolta\u00bb dentro cui a un certo punto \u00abc\u2019erano tutti\u00bb, che invece che presentarsi come un volontario della libert\u00e0 Luigi Meneghello si presenta come un\u00a0<em>fuking bandit.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>189 Ivi, pp. 328-329.<\/p>\n<p>190 Ivi, p. 329.<\/p>\n<p>191 Luigi Meneghello,\u00a0<em>I piccoli maestri\u00a0<\/em>(1964), in Id.,\u00a0<em>Opere scelte<\/em>, a cura di Giulio Lepeschy, Mondadori, Milano 2006, pp. 370-371.<\/p>\n<p>192 Auerbach,\u00a0<em>Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale<\/em>, vol. I, cit., p. 51.<\/p>\n<p>193 Meneghello,\u00a0<em>I piccoli maestri\u00a0<\/em>cit., p. 371<\/p>\n<p>194 Ivi, p. 380.<\/p>\n<p>195 Ivi, p. 462.<\/p>\n<p>196 Ivi, p. 365.<\/p>\n<p>197 Ivi, p. 457.<\/p>\n<p>198 Ivi, p. 420.<\/p>\n<p>199 Ivi, p. 608.<\/p>\n<p>200 Ivi, p. 423.<\/p>\n<p>201 Ivi, p. 554.<\/p>\n<p>202 Ivi, p. 419.<\/p>\n<p>203 Ivi, p. 406.<\/p>\n<p>204 Ivi, pp. 420-423.<\/p>\n<p>205 Ivi, p. 421.<\/p>\n<p>206 Ivi, p. 595.<\/p>\n<p>207 Ivi, p. 439.<\/p>\n<p>208 Ivi, pp. 539-540.<\/p>\n<p>209 Ivi, p. 611.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=48100\">https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=48100<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Stefano Brugnolo) [Quello che segue \u00e8 un paragrafo tratto dal volume uscito da poco di Stefano Brugnolo,\u00a0Rivoluzioni e popolo nell\u2019immaginario letterario italiano ed europeo\u00a0(Quodlibet). 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