{"id":83610,"date":"2024-02-01T10:21:52","date_gmt":"2024-02-01T09:21:52","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=83610"},"modified":"2024-01-30T11:24:23","modified_gmt":"2024-01-30T10:24:23","slug":"i-guardiani-della-memoria-e-la-crisi-della-democrazia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=83610","title":{"rendered":"I guardiani della memoria e la crisi della democrazia"},"content":{"rendered":"<p><strong>di GLI ASINI (Valentina Pisanty)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-large size-large wp-post-image\" src=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/wp-content\/uploads\/50x50_-grafite-on-paper-958x1024.jpg\" alt=\"\" width=\"958\" height=\"1024\" \/><\/p>\n<div class=\"featured_caption\"><\/div>\n<div class=\"entry_content\">\n<div class=\"the_content\">\n<div class=\"hentry\">\n<p>Da pi\u00f9 di vent\u2019anni la memoria della Shoah ha contribuito a riempire il vuoto lasciato dalla crisi delle grandi utopie rivoluzionarie del Novecento; utopie il cui schema narrativo si fondava sulla storia eroica dell\u2019emancipazione degli Oppressi dagli Oppressori. Diventando egemonica, la narrazione \u201cvittimo-centrica\u201d dell\u2019Olocausto (e di altri eventi traumatici che ricalcano quel modello narrativo) ha spinto ai margini il paradigma rivoluzionario e ha conquistato il cuore della coscienza occidentale, come racconto ammonitore delle catastrofi dalle cui ceneri \u00e8 sorta l\u2019Europa del dopoguerra. Ma che tipo di identit\u00e0 pu\u00f2 ricavare i suoi valori democratici dalla promessa solenne \u201cMai Pi\u00f9\u201d?\u00a0 Un\u2019identit\u00e0 che nega il conflitto come uno dei rapporti umani primari e costitutivi. Non \u00e8 peraltro chiaro a cosa si riferisca il \u201cMai Pi\u00f9\u201d. Alla guerra in quanto tale? All\u2019antisemitismo tout court o alla persecuzione di qualsiasi minoranza stigmatizzata? Allo sterminio su scala industriale o a qualsiasi altra forma di discriminazione?<\/p>\n<p>Come che sia, l\u2019equazione\u00a0<em>Per Non Dimenticare = Mai Pi\u00f9<\/em>\u00a0\u00e8 talmente radicata nel senso comune che a pochi viene in mente di metterla in dubbio. Eppure le smentite non mancano. Violenze razziste in crescita esponenziale, parate di simboli fascisti, diffusione dell\u2019odio on- e offline, partiti xenofobi al potere, e ora la guerra. Perch\u00e9 facciamo cos\u00ec fatica a prendere atto che qualcosa non ha funzionato? La riluttanza ad ammettere il fallimento delle politiche della memoria \u00e8 sintomatica di un principio di autoritarismo che si \u00e8 insinuato nelle pieghe della retorica e delle politiche della memoria, spesso a insaputa di chi le pratica.<\/p>\n<p>Chi si identifica con il pensiero liberal-democratico \u00e8 abituato ad associare lo stile autoritario ai partiti di estrema destra, dove \u00e8 consueto l\u2019appello a dogmi indiscutibili calati dall\u2019alto. Ma una forma pi\u00f9 sottile di dogmatismo si annida anche nelle politiche della memoria tramite le quali le odierne democrazie liberali si legittimano agli occhi dell\u2019opinione pubblica. Il paradosso \u00e8 che proprio la Memoria della Shoah, eletta a simbolo supremo dei valori democratici, venga promossa attraverso procedure che potremmo definire autoritarie. Esaminiamone quattro: 1) La feticizzazione della testimonianza come unico genere di discorso autorevole; 2) La privatizzazione della storia come patrimonio da spendere sulla scena pubblica; 3) L\u2019appropriazione del lessico dell\u2019Olocausto da parte di soggetti interessati ad ammantare di universalit\u00e0 le proprie ragioni di parte; 4) L\u2019uso politico del diritto penale come barriera protettiva contro i teppisti della memoria.<\/p>\n<p><strong>Feticizzazione della testimonianza\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Da quando alle vittime sopravvissute ai lager \u00e8 stata attribuita un\u2019inedita funzione esemplare da una cultura occidentale sempre pi\u00f9 incline a riconoscere il ricordo della Shoah come proprio baricentro morale, i testimoni sopravvissuti alla Shoah (e ad altri grandi traumi storici del Novecento) si sono trovati a svolgere un compito che trascende il normale travaso di conoscenze di cui \u00e8 fatta la continuit\u00e0 di ogni cultura. Lo rivelano con qualche imbarazzo gli storici che, trovandosi spesso a parlare accanto ai testimoni durante le commemorazioni ufficiali, sentono di non avere facolt\u00e0 di correggerne in pubblico gli eventuali errori fattuali. Il testimone-sopravvissuto \u201cha sempre ragione\u201d.<\/p>\n<p>(Nota bene: salvo eccezioni, i testimoni si guardano bene dall\u2019arrogarsi un tale privilegio. Solitamente sono attenti a sottolineare la soggettivit\u00e0, e dunque la parzialit\u00e0 e la potenziale fallibilit\u00e0 dei propri ricordi. Sono gli altri \u2013 le istituzioni, i media, noi \u2013 ad attribuire un valore quasi religioso alle loro parole, come se il fatto di essere stati \u201cl\u00ec\u201d, nei luoghi del trauma, li mettesse al riparo da qualsiasi tentativo di confutazione).<\/p>\n<p>Ne deriva una graduale ma inesorabile delegittimazione del metodo scientifico-storico come principio di selezione delle ricostruzioni pi\u00f9 adatte. Al suo posto si insedia un principio di autorit\u00e0 (\u201cci credo perch\u00e9 lo dice lui o lei\u201d), tale da scoraggiare qualsiasi supplemento di indagine circa la attendibilit\u00e0 della testimonianza. I non-testimoni che desiderano assolvere il \u201cdovere della memoria\u201d sono tenuti a empatizzare con la sofferenza delle vittime fino a identificarsi totalmente con le loro rivendicazioni passate e presenti. Siamo tutti Anna Frank, o chiunque si trovi in \u200b\u200bquella posizione enunciativa. Una posizione discorsivamente desiderabile (sebbene storicamente molto indesiderabile: nessuno vorrebbe essere vittima per davvero), in quanto esenta chi la occupa dall\u2019obbligo di argomentare la sua visione del mondo sulla scorta di evidenze e di criteri pubblicamente condivisi, e dunque contestabili.<\/p>\n<p>Quali sono le conseguenze di questa trasformazione simbolica?<\/p>\n<p>In un regime di verit\u00e0 prevalentemente narrativo, imperniato sul dogma dell\u2019infallibilit\u00e0 del testimone, ognuno si fida ciecamente del narratore a cui ha delegato una sorta di capacit\u00e0 divinatoria di discriminare il vero dal falso. Alla lunga, la comunit\u00e0 disimpara a esercitare il giudizio perch\u00e9 le uniche storie degne di fiducia sono quelle che confermano le credenze gi\u00e0 fissate a priori dalle proprie fonti di riferimento, mentre i racconti degli altri vanno ritenuti falsi a prescindere.<\/p>\n<p>Di qui, la delega ai Guardiani della Memoria: persone, associazioni o istituzioni preposte a parlare a nome delle vittime e ad amministrare le pratiche commemorative idonee. \u00c8 naturale che se ne avverta il bisogno in un contesto di competizione selvaggia tra narrazioni particolari che aspirano al riconoscimento universale, in assenza di un luogo altro e indipendente (per quanto ideale) a cui riferirsi per soppesare la credibilit\u00e0 relativa di ciascuna. L\u2019autorit\u00e0 carismatica dei Guardiani sostituisce il progetto illuministico di una diffusa consapevolezza critica di cui il metodo della corretta argomentazione dovrebbe essere il principale garante. Non ci si sorprenda se a un certo punto il principio di autorit\u00e0 viene brandito da chi, con maggiore coerenza storica, lo impiega per promuovere i propri interessi costi quel che costi (<em>whatever it takes<\/em>):\u00a0<em>America first<\/em>, l\u2019Italia agli italiani, l\u2019Ungheria agli ungheresi, l\u2019Ucraina come la culla della Russia, eccetera.<\/p>\n<p><strong>Privatizzazione della storia\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Le aporie della \u201cmemoria cosmopolita\u201d si annidano nel contrasto tra la presunta universalit\u00e0 del nucleo narrativo e l\u2019inevitabile specificit\u00e0 degli usi che se ne fanno. La memoria semplicemente non pu\u00f2 essere universale. \u00c8 sempre strumentale agli interessi e alla sensibilit\u00e0 di chi in quel momento ne controlla i formati. Uno dei tratti distintivi della memoria \u2013 sia individuale, sia collettiva \u2013 \u00e8 il fatto di essere sempre<em>\u00a0di<\/em>\u00a0<em>qualcuno<\/em>\u00a0che la considera come la propria emanazione e perci\u00f2 ritiene di poterne fare l\u2019uso che vuole. Ecco perch\u00e9, perfino nel caso in cui qualcuno rammenti male un evento a cui ha partecipato in prima persona, nessuno potr\u00e0 mai spossessarlo di quel ricordo, per imperfetto che sia.<\/p>\n<p>Ora, se la piena titolarit\u00e0 del soggetto \u00e8 incontestabile nel caso della memoria individuale, la faccenda si fa pi\u00f9 complicata in rapporto alla memoria collettiva.\u00a0 Parlare della \u201cnostra memoria\u201d implica che tutti gli individui facenti capo al \u201cnoi\u201d condividano le stesse tracce mnestiche riferite agli stessi eventi. Mettersi d\u2019accordo sulla rappresentazione pi\u00f9 adeguata degli eventi \u00e8 di per s\u00e9 un\u2019impresa problematica. Chi decide quali episodi vanno inclusi o omessi, quali dettagli meritano di essere enfatizzati, quali rapporti di causa ed effetto vanno istituiti, quali interpretazioni sollecitate, quali punti di vista privilegiati\u2026? A chi spetta l\u2019ultima parola nel caso in cui le versioni non collimino?<\/p>\n<p>Chi riporta le rappresentazioni del passato sul piano esclusivo della Memoria in qualche misura disconosce il carattere pubblico della Storia. Il problema non \u00e8 tanto stabilire\u00a0<em>come sono andate veramente le cose<\/em>, e neppure in quanti modi diversi gli stessi eventi si prestano a essere raccontati, quanto rivendicare i diritti, la priorit\u00e0 del proprio punto di vista in rapporto a quegli eventi. C\u2019\u00e8 una prospettiva che prevale d\u2019ufficio sulle altre. Il patrimonio da preservare \u00e8 il ricordo inalienabile di un\u2019esperienza che nessuna ricostruzione storica potr\u00e0 mai svuotare dei suoi contenuti soggettivi.<\/p>\n<p>Ecco il problema. Laddove il nocciolo di ogni discorso universale \u00e8\u00a0<em>Questo vale per tutti<\/em>, il punto di ogni memoria \u00e8\u00a0<em>Questo l\u2019ho vissuto solo io<\/em>. Combinati insieme, i due concetti producono una strana dissonanza cognitiva:\u00a0<em>Questo l\u2019ho vissuto solo io e quindi vale per tutti<\/em>. Ovvero: proprio perch\u00e9 la mia esperienza (o quella del mio gruppo) \u00e8 solo mia, proprio perch\u00e9 sono l\u2019unica titolare della mia (della nostra) memoria, insindacabile da parte di voialtri che non c\u2019eravate, le rivendicazioni particolari che avanzo sulla scorta di quell\u2019esperienza e di quella memoria vanno riconosciute universalmente. Da questa contraddizione non si esce, come dimostrano le infinite dispute che si scatenano attorno alla titolarit\u00e0 e al controllo della memoria (ogni paese ha le sue).<\/p>\n<p><strong>Appropriazione del lessico dell\u2019Olocausto\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Oggi siamo abituati a considerare il ricordo dello sterminio come la pietra miliare della coscienza europea. Cos\u00ec abituati che rimaniamo stupiti quando qualcuno ci spiega che l\u2019\u201ceuropeizzazione dell\u2019Olocausto\u201d \u00e8 in effetti una questione piuttosto recente. Il processo ebbe inizio negli anni novanta, poco dopo la caduta del Muro di Berlino, man mano che i paesi ex-comunisti entrarono nella sfera di influenza della NATO e fecero domanda per essere ammessi in Europa.<\/p>\n<p>Il ragionamento era semplice \u2013 troppo semplice. Posto che, come hanno messo in luce psicologi e scienziati sociali, l\u2019identit\u00e0 \u00e8 un costrutto narrativo; e posto che anche le cosiddette identit\u00e0 nazionali sono frutto di pianificati processi di\u00a0<em>storytelling<\/em>\u00a0che selezionano, plasmano e ricombinano le memorie locali, perch\u00e9 non rompere il contenitore delle memorie nazionali e diffondere una narrazione generale e de-territorializzata, svuotata dei suoi contenuti storici pi\u00f9 specifici, capace di aggregare i pezzi migliori di un\u2019Europa in cerca di identit\u00e0? Un\u2019Europa paladina dei diritti umani che, sulla falsariga dell\u2019American Dream, avrebbe dovuto essere multietnica, tollerante e accogliente.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, a ben vedere, la Memoria dell\u2019Olocausto \u2013 e degli altri totalitarismi del XX secolo \u2013 \u00e8 servita a un altro scopo: ha riempito il vuoto culturale lasciato dalla fine delle grandi ideologie rivoluzionarie \u2013 fascismo e comunismo \u2013 del Novecento. La pretesa, negli anni \u201890, di lasciarsi alle spalle ogni ideologia era per\u00f2 a sua volta ideologica. La Memoria dell\u2019Olocausto \u00e8 diventata la bandiera delle democrazie liberali e dell\u2019idea che al liberalismo There Is No Alternative.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che non era stato previsto era l\u2019estrema adattabilit\u00e0 dello schema olocaustico agli usi che i diversi paesi avrebbero scelto di farne in funzione delle proprie autonarrazioni specifiche: celebrare la nazione risorta dalle ceneri (Israele), chiamarsi fuori dalle fasi peggiori dello sterminio (Italia e Francia), esaltare il proprio ruolo di liberatori (USA e Gran Bretagna).<\/p>\n<p>Con l\u2019ingresso dei paesi ex comunisti nella sfera di influenza europea, la narrazione egemone ha subito ulteriori aggiustamenti. Il modello cosmopolita pensato per raccogliere l\u2019Europa attorno a un\u2019unica memoria antitotalitaria ha paradossalmente incoraggiato una moltiplicazione di memorie locali, ciascuna tesa a enfatizzare gli episodi in cui la vittimizzazione della specifica comunit\u00e0 commemorante risultava pi\u00f9 evidente, pur mantenendo costante il calco dell\u2019Olocausto come schema retorico-narrativo di riferimento.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, per esempio, a partire dagli anni ottanta la memoria della grande carestia abbattutasi in Ucraina tra il 1929 e il 1933 \u00e8 stata inquadrata sotto il profilo dei crimini contro l\u2019umanit\u00e0 in ragione del ruolo giocato dall\u2019Unione Sovietica nel provocare le condizioni che condussero alla morte per fame di milioni di persone. Tuttavia, la richiesta di riconoscimento si accompagna talvolta a una assai pi\u00f9 discutibile interpretazione cospirazionista riguardo alle ragioni dell\u2019indifferenza mondiale per la catastrofe ucraina.<\/p>\n<p>Dal consueto meccanismo della competizione vittimaria (perch\u00e9 gli ebrei s\u00ec e noi no?) riemergono antichi e mai sopiti pregiudizi antiebraici. Lo stesso retroterra che aveva animato i numerosi pogrom ucraini (il pi\u00f9 sanguinoso a Kiev nel 1919) e la collaborazione con gli Einsatzgruppen nazisti tra il 1941 e il 1944.\u00a0 E che, nel gennaio 2019, ha portato il parlamento di Kiev a istituire una giornata commemorativa per celebrare le imprese di Stepan Bandera. La propaganda nazionalista degli anni ottanta non solo negava o minimizzava le violenze storiche perpetrate in Ucraina a danno delle comunit\u00e0 ebraiche, ma in alcuni casi riesumava i peggiori stereotipi antisemiti per imputare agli \u201cebrei sionisti\u201d \u2013 identificati con i bolscevichi \u2013 sia la carestia del 1932-33, sia la sua colpevole cancellazione dalla memoria collettiva.<\/p>\n<p>Siamo cos\u00ec passati a un altro tipo di appropriazione: lo sfruttamento dell\u2019Olocausto come forma narrativa vuota nella quale qualunque attore sociale \u2013 perfino gli antisemiti \u2013 si pu\u00f2 insediare per rappresentarsi nel ruolo di vittima, come tale meritevole di indennizzi e immunit\u00e0 speciali. Non si tratta solo di rivendicare i torti storici subiti come motivo di orgoglio identitario e, come \u00e8 gi\u00e0 successo in passato, considerare la memoria come uno strumento utile al perseguimento di obiettivi politici di per s\u00e9 legittimi (la sopravvivenza di uno stato, la rigenerazione di una comunit\u00e0, l\u2019emancipazione di un gruppo oppresso\u2026). In alcuni casi il ricorso alla memoria delle vittime serve ad ammantare progetti di autoaffermazione, soppressione del dissenso ed egemonia aggressiva.<\/p>\n<p><strong>Uso politico del diritto penale come barriera protettiva contro i teppisti della memoria<\/strong><\/p>\n<p>A proposito di soppressione del dissenso, l\u2019aspetto in cui sono pi\u00f9 evidenti le derive autoritarie delle politiche della memoria \u00e8 quello relativo alle leggi anti-negazioniste (in vigore in Italia dal 2016). \u00c8 da anni che la maggior parte degli storici si oppone a questa ingerenza della politica in campi che non le dovrebbero competere. Questo non ha impedito la promulgazione della legge quadro europea del 2008 che raccomanda a tutti gli stati membri dell\u2019Unione di munirsi di leggi che criminalizzino la negazione e la grossolana minimizzazione dei crimini nazifascisti (e, per estensione, di quelli comunisti).<\/p>\n<p>Non solo le leggi antinegazioniste sono antidemocratiche (in quanto conflittuali col principio della libert\u00e0 di espressione), ma oltretutto producono effetti opposti a quelli sperati. \u00c8 dimostrato che ogni volta che queste leggi sono state applicate, il negazionismo ha subito un\u2019impennata di visibilit\u00e0. Fin dal caso Faurisson del 1978-79, i negazionisti si sono sempre avvalsi della censura come strumento di proselitismo. Le leggi anti-negazioniste sono una minaccia di gran lunga superiore a quella che pretendono di combattere, ma che invece contribuiscono ad alimentare. Perch\u00e9, allora, ci sono molte persone che tuttora insistono sulla loro necessit\u00e0? Al di l\u00e0 degli scopi dichiarati, viene da pensare che la criminalizzazione del negazionismo persegua anche ulteriori obiettivi latenti, funzionali a un\u2019agenda diversa rispetto a quella solitamente evocata.<\/p>\n<p>In uno studio comparativo sul reato di negazionismo in Europa (<em>Memory and Punishment<\/em>, Asser Press, 2017), Emanuela Fronza inquadra le leggi della memoria in una tendenza sempre pi\u00f9 diffusa a limitare la libert\u00e0 di espressione, ovvero a moltiplicare i reati di opinione, in nome di altri valori (dichiarati democratici) come la sicurezza, la pace pubblica o la tutela delle identit\u00e0 collettive.<\/p>\n<p>Sotto questo profilo le leggi antinegazioniste sono paragonabili a quelle antiterroristiche: per esempio la legge sulla sorveglianza informatica varata in Francia nel 2014, o il primo emendamento sulle offese terroristiche introdotto nel codice penale spagnolo per reprimere l\u2019apologia del terrorismo, oltre che l\u2019atto terroristico in s\u00e9. Sempre pi\u00f9 inclini a sfumare i confini tra le condotte violente (gi\u00e0 punite per legge) e la loro propaganda, i provvedimenti penali introdotti per contrastare i discorsi d\u2019odio equiparano il fare al dire, la cosa alla parola, la violenza genocida alla sua giustificazione.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 darsi che i negazionisti, potendo, si trasformerebbero in picchiatori e torturatori di ebrei in carne e ossa. Ma nel perimetro del sistema che consideriamo democratico un crimine virtuale deve manifestare altri segni di voler diventare reale prima che lo stato sia autorizzato a intervenire per stroncarlo sul nascere. Altrimenti ci si avvicina pericolosamente al mondo di\u00a0<em>Minority Report<\/em>, metafora di ogni totalitarismo (pi\u00f9 ancora di\u00a0<em>1984<\/em>)<\/p>\n<p>Le leggi punitive della memoria rivelano i loro risvolti pi\u00f9 oscuri. Pi\u00f9 che come un mezzo per raggiungere l\u2019obiettivo dichiarato di combattere il razzismo e l\u2019antisemitismo, forse queste leggi vanno intese come uno strumento educativo funzionale al mantenimento del consenso. Plasmare e rafforzare identit\u00e0 collettive; sottolineare una coesione interna anche dove non c\u2019\u00e8; spostare il conflitto interno verso l\u2019esterno. Cos\u2019hanno in comune terroristi e negazionisti se non il fatto di essere gli\u00a0<em>altri<\/em>\u00a0irrecuperabili, coloro con cui per principio non si parla? Forse lo scopo non dichiarato delle leggi della memoria \u00e8 aprire il varco per la criminalizzazione di altre forme di dissenso.<\/p>\n<p>Che le leggi della memoria si prestino a derive autoritarie \u00e8 dimostrato dagli usi che ne vengono fatti in paesi dove il reato di negazionismo non solo si estende a un ventaglio sempre pi\u00f9 ampio di genocidi e altri crimini storici, ma investe anche il modo in cui quegli eventi vanno classificati, interpretati e raccontati. Ricordiamo: la legge ceca del 2009 include la\u00a0<em>messa in dubbio<\/em>\u00a0dei crimini nazisti e comunisti tra gli atteggiamenti pubblici perseguibili penalmente; la legge lituana del 2010 punisce la negazione e la banalizzazione dei crimini gravi commessi dai sovietici durante la lotta per l\u2019indipendenza del 1990-1991; la legge slovena del 2011 estende le sanzioni alla\u00a0<em>derisione<\/em>\u00a0di una gamma indefinita di genocidi, crimini contro l\u2019umanit\u00e0 e altri crimini di guerra e di aggressione; la legge polacca del 2018 colpisce chiunque accusi la Polonia di complicit\u00e0 con i crimini nazisti.<\/p>\n<p>Fin dove potr\u00e0 spingersi la tendenza a sottrarre una tesi, per quanto autorevole, allo spazio della dialettica? Il reato di negazionismo potrebbe un giorno applicarsi anche alla negazione o alla messa in dubbio di altre verit\u00e0 scientifiche, come per esempio l\u2019efficacia dei vaccini, l\u2019esistenza del Covid, il riscaldamento globale? Una volta creato il precedente, il reato di negazionismo potrebbe servire i pi\u00f9 disparati interessi (non necessariamente in linea con la scienza), purch\u00e9 sostenuti da un consenso politico in quel momento maggioritario. Col risultato di indebolire proprio quelle tesi che, avvalorate dalla legge, danno l\u2019impressione di essere troppo fragili per cavarsela da sole nell\u2019agone del dibattito scientifico e politico.<\/p>\n<p>Si profila un\u2019ipotesi sconcertante. L\u2019insorgenza dei nuovi razzismi non si \u00e8 verificata\u00a0<em>a dispetto<\/em>\u00a0dello scudo della memoria. L\u2019insistenza martellante sul dovere della memoria (con tutti i suoi corollari, comprese le leggi) ha partecipato dello stesso clima culturale \u2013 e forse lo ha involontariamente incoraggiato \u2013 da cui scaturiscono le nuove ondate di xenofobia. Il capovolgimento era insito nelle premesse, e cio\u00e8 nella pretesa di sancire i valori ultimi della democrazia attraverso metodi autoritari.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/i-guardiani-della-memoria-e-la-crisi-della-democrazia\/\">https:\/\/gliasinirivista.org\/i-guardiani-della-memoria-e-la-crisi-della-democrazia\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GLI ASINI (Valentina Pisanty) Da pi\u00f9 di vent\u2019anni la memoria della Shoah ha contribuito a riempire il vuoto lasciato dalla crisi delle grandi utopie rivoluzionarie del Novecento; utopie il cui schema narrativo si fondava sulla storia eroica dell\u2019emancipazione degli Oppressi dagli Oppressori. Diventando egemonica, la narrazione \u201cvittimo-centrica\u201d dell\u2019Olocausto (e di altri eventi traumatici che ricalcano quel modello narrativo) ha spinto ai margini il paradigma rivoluzionario e ha conquistato il cuore della coscienza occidentale, come&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":109,"featured_media":72676,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/io-imparo-da-solo-sulla-rivista-gli-asini-445.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-lKy","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/83610"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/109"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=83610"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/83610\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":83611,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/83610\/revisions\/83611"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/72676"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=83610"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=83610"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=83610"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}