{"id":83868,"date":"2024-02-13T10:30:47","date_gmt":"2024-02-13T09:30:47","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=83868"},"modified":"2024-02-12T23:31:00","modified_gmt":"2024-02-12T22:31:00","slug":"loffensiva-di-israele-su-rafah-e-i-possibili-impatti-regionali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=83868","title":{"rendered":"L\u2019offensiva di Israele su Rafah e i possibili impatti regionali"},"content":{"rendered":"<p><strong>DA CeSI | CENTRO STUDI INTERNAZIONALI (Di Giuseppe Dentice)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-83869 aligncenter\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/02\/israele-bombe-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/02\/israele-bombe-300x200.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/02\/israele-bombe-768x512.jpg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/02\/israele-bombe.jpg 774w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In attesa dell\u2019annuncio ufficiale dell\u2019offensiva terrestre su Rafah,\u00a0<strong>Israele ha di fatto lanciato l\u2019ultima fase delle operazioni militari nella Striscia di Gaza finalizzate a sradicare Hamas dal territorio<\/strong>\u00a0e, presumibilmente, a riconquistare l\u2019intera enclave palestinese. Dopo Khan Younis, le autorit\u00e0 israeliane hanno deciso di spingere l\u2019offensiva militare ancora pi\u00f9 a Sud, verso il valico di Rafah. Un\u2019azione controversa che porta con s\u00e9 una serie di considerazioni di varia natura (tattica, strategica, politica, umanitaria e di sicurezza) tra loro interdipendenti. Tali connessioni sussistono per via della complessit\u00e0 dello scenario operativo, ma anche per effetto di impatti plausibili che un\u2019operazione di questa portata comporterebbe sui diversi livelli e dimensioni dei contesti oggetto di analisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il\u00a0<strong>primo elemento da valutare \u00e8 di natura tattica e strategica<\/strong>. Vi \u00e8 la piena convinzione da pi\u00f9 parti, perfino in ambienti politici israeliani, che l\u2019operazione militare condotta dalle Israeli Defense Forces (IDF) non porter\u00e0 ad una eradicazione di Hamas, in quanto l\u2019organizzazione palestinese si \u00e8 mostrata resiliente in guerra, capace di offendere Israele nonostante l\u2019azione israeliana su larga scala a Gaza e in grado di riorganizzarsi militarmente e politicamente in tempi relativamente brevi. Anche dinanzi all\u2019uccisione di buona parte o di tutta la leadership militare della milizia nella Striscia, l\u2019organizzazione dovrebbe essere in grado di resistere per via della dislocazione a Doha dell\u2019ala politica, la quale avrebbe il tempo di ricostruirsi \u2013 seppur in una prospettiva di lungo periodo \u2013 e rilanciare eventuali nuove guerre contro Israele in futuro. La sopravvivenza di Hamas non eliminer\u00e0, quindi, la minaccia rappresentata dal gruppo, ma continuer\u00e0 in qualche modo ad alimentare quel senso di precariet\u00e0 e insicurezza che attanaglia visceralmente lo Stato israeliano. Ci\u00f2 non verrebbe meno neanche dinanzi ad una rioccupazione dell\u2019intera enclave e\/o con la sostituzione demografica parziale della popolazione locale attraverso la riattivazione delle colonie ebraiche. Al contempo, un\u2019intensificazione delle operazioni militari non dovrebbe favorire l\u2019altro elemento fondamentale di questo conflitto: la liberazione degli ostaggi israeliani. Anche in questo caso, pare improbabile che le IDF possano essere nelle condizioni di liberare, senza metterne a repentaglio la sicurezza, gli ostaggi in mano ad Hamas. Proprio quest\u2019ultimi, in uno scenario degradato, potrebbero usare i civili come scudi umani, aggravando quindi il numero di vittime.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Parallelamente a questi discorsi, dovrebbe essere considerato un altro aspetto delicato:\u00a0<strong>la dislocazione della popolazione gazawi.<\/strong>\u00a0Da un punto di vista umanitario, \u00e8 evidente che la spinta militare israeliana abbia contribuito a spingere buona parte delle persone residenti nel Centro-Nord del territorio verso Sud (circa 1,3 milioni di abitanti), ritenendo le zone tra Khan Younis e Rafah come aree sicure da salvaguardare dagli attacchi. Considerando, tuttavia, lo spostamento costante delle operazioni verso la frontiera con l\u2019Egitto, \u00e8 plausibile ipotizzare che la popolazione ad oggi non abbia alternative se non decidere di muoversi verso il Sinai o abbandonare forzatamente l\u2019enclave. Inoltre, una rioccupazione della Striscia sconfesserebbe del tutto la posizione assunta nel 2005 dall\u2019allora Premier Ariel Sharon con il disimpegno unilaterale da Gaza. Contestualmente, una ripresa dei territori potrebbe avere degli impatti di non poco conto da pi\u00f9 punti di vista (economico, umano, politico, militare e securitario in senso ampio), anche per Israele, in quanto una ricostruzione e occupazione dell\u2019intero territorio (o anche solo di parte di esso) comporterebbe uno sforzo notevole, a cui dovrebbe associarsi un tentativo di ripopolamento dell\u2019area. I piani governativi israeliani prevederebbero una riattivazione delle colonie dismesse e la costruzione di nuovi insediamenti dentro la Striscia di Gaza. Posizioni, queste, che rispondono a necessit\u00e0 di carattere domestico, date soprattutto le spaccature interne alla societ\u00e0 e all\u2019esecutivo israeliano, che sono divenute argomentazioni politiche da utilizzare nel tentativo di creare consenso e minimizzare le minacce ai danni del governo. In questa prospettiva, Tel Aviv potrebbe decidere di portare avanti la guerra finch\u00e9 non avr\u00e0 conseguito una vittoria da poter rivendicare sul suo piano domestico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Di conseguenza, tali considerazioni eleverebbero in maniera sistemica il grado di complessit\u00e0 dello scenario politico regionale. Un afflusso incontrollato di palestinesi nel Sinai sarebbe un onere enorme a carico dell\u2019Egitto, che si troverebbe a dover gestire una situazione problematica da un punto di vista politico e securitario, oltre che a dover giustificare internamente alla propria opinione pubblica un\u2019imposizione giunta dall\u2019esterno. Non a caso, il Cairo ha rafforzato la frontiera con Gaza, chiuso il valico di Rafah e ha avvertito Israele che qualsiasi azione unilaterale che preveda un esodo forzoso degli abitanti della Striscia verso il territorio egiziano potrebbe mettere a repentaglio non solo le relazioni bilaterali, ma i presupposti di pace e stabilit\u00e0 garantiti nella regione dal trattato di pace tra i due Paesi firmato nel 1979 con gli Accordi di Camp David. Ci\u00f2 contribuirebbe a rendere ancor pi\u00f9 complessi i rapporti non solo con l\u2019Egitto, ma con l\u2019intero mondo arabo e, in particolare, con le monarchie arabe del Golfo. In tale discorso ricadrebbe soprattutto la posizione dell\u2019Arabia Saudita, che da tempo ricerca con Israele una normalizzazione delle relazioni alla pari di quanto fatto da Emirati Arabi Uniti e Bahrain con gli Accordi di Abramo nel settembre 2020. Riyadh ha avvertito Tel Aviv di ripercussioni molto gravi se l\u2019offensiva dell\u2019IDF dovesse puntare su Rafah. Tale scenario, infatti, potrebbe mettere in crisi tutto il percorso di normalizzazione intrapreso da Arabia Saudita e Israele; altres\u00ec, tale processo potrebbe conoscere uno stop lungo, se non addirittura definitivo, se la situazione dovesse precipitare. In questa prospettiva, un ruolo fondamentale lo giocherebbero la percezione e la retorica. Le evacuazioni forzate dei gazawi, una rioccupazione israeliana di Gaza e le accuse di genocidio mosse dal Sudafrica contro Tel Aviv in sede di Corte Internazionale di Giustizia, sono elementi reputazionali considerati troppo gravi da poter essere accettati supinamente dall\u2019opinione pubblica saudita e, pi\u00f9 in generale, da tutta la comunit\u00e0 arabo-musulmana. I rischi e le ripercussioni sarebbero troppo grandi in termini di popolarit\u00e0 e legittimit\u00e0, e creerebbero un ulteriore sconquasso anche nelle societ\u00e0 arabo-musulmane gi\u00e0 fiaccate da condizioni difficili di governance fragili, mancanza di diritti e difficolt\u00e0 economiche pregresse. Tutto ci\u00f2 potrebbe portare, quanto prima, ad una rottura delle trattative diplomatiche su un cessate il fuoco temporaneo e duraturo, ma instaurerebbe una condizione complessiva di instabilit\u00e0 che avrebbe ripercussioni in tutto il Medio Oriente allargato, accrescendo il rischio di una escalation. Con uno scenario cos\u00ec deteriorato, sarebbe impraticabile per gli attori arabi poter conservare una posizione di ambiguit\u00e0 soltanto diplomatica. Tale situazione potrebbe costringerli a dover assumere una posizione forte e, quindi, a doversi schierare con o contro Hamas e Israele, fermo restando (in larga parte) l\u2019intenzione arabo-musulmana, palesata sin dal 7 ottobre 2023, di voler impedire uno scenario di conflittualit\u00e0 cos\u00ec definita che metta a repentaglio i loro interessi e le ambizioni regionali e internazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo passaggio potrebbe cos\u00ec favorire uno step successivo: una regionalizzazione della crisi che si tramuti in conflitto specie se l\u2019Iran e i suoi proxies operativi tra Libano, Siria, Iraq e Yemen dovessero scendere in campo e appoggiare le posizioni di Hamas. In questo caso, una reazione sproporzionata da parte di Teheran o dei suoi partner mediorientali innescherebbe un conflitto regionale su vasta scala nel quale nessun attore potrebbe esimersi dal contrattaccare, moltiplicando cos\u00ec gli impatti negativi potenziali (comunque non definibili nell\u2019immediato). Grande attenzione, a quel punto, dovrebbe essere riservata alla Cisgiordania, che potrebbe conoscere un\u2019impennata ulteriore di disordini diffusi. Contemporaneamente, non deve essere sottostimato quanto va gi\u00e0 in scena lungo il confine israelo-libanese, con un innalzamento delle tensioni tra IDF e Hezbollah.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tuttavia, l\u2019escalation militare potrebbe allargare anche le maglie di attrito tra Israele e Stati Uniti. Il Presidente Joe Biden, in particolare, ha ammonito pubblicamente l\u2019alleato israeliano dall\u2019intraprendere un\u2019operazione militare su Rafah senza una chiara e credibile strategia post-conflitto, che non farebbe altro che amplificare il livello di scontro regionale e approfondire la tensione israelo-americana. Se il fraintendimento tra Washington e Tel Aviv non porter\u00e0 ad una rottura \u2013 inimmaginabile per gli USA a pochi mesi dalle elezioni di novembre 2024 \u2013, tale condizione costringer\u00e0 per\u00f2 gli Stati Uniti a dover scendere in campo e appoggiare un conflitto aperto contro il cosiddetto \u201cAsse di Resistenza\u201d filo-iraniano. Uno scenario simile sarebbe controproducente per gli Stati Uniti, i quali favorirebbero non solo la propaganda regionale e internazionale di Iran-Russia-Cina, ma andrebbero anche ad intaccare anche la popolarit\u00e0 \u2013 gi\u00e0 bassa \u2013 della Casa Bianca nei Paesi arabi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In conclusione, il netto incremento di tensioni regionali e l\u2019ampliamento geografico dello scontro oltre il contesto palestinese, potrebbe portare al verificarsi di una guerra continua sotto forme differenti (anche di attrito) che mirerebbe a promuovere una vulnerabilit\u00e0 profonda del sistema di sicurezza regionale. In questa ipotesi \u00e8 plausibile considerare uno spostamento dell\u2019asse politico, sociale e di sicurezza verso una maggiore radicalit\u00e0 e confronto con l\u2019Iran. Alla luce di ci\u00f2, appare dunque verosimile l\u2019ingresso in uno scenario di confronto serrato a livello locale, regionale e internazionale.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.cesi-italia.org\/it\/articoli\/loffensiva-di-israele-su-rafah-e-i-possibili-impatti-regionali\">https:\/\/www.cesi-italia.org\/it\/articoli\/loffensiva-di-israele-su-rafah-e-i-possibili-impatti-regionali<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DA CeSI | CENTRO STUDI INTERNAZIONALI (Di Giuseppe Dentice) In attesa dell\u2019annuncio ufficiale dell\u2019offensiva terrestre su Rafah,\u00a0Israele ha di fatto lanciato l\u2019ultima fase delle operazioni militari nella Striscia di Gaza finalizzate a sradicare Hamas dal territorio\u00a0e, presumibilmente, a riconquistare l\u2019intera enclave palestinese. Dopo Khan Younis, le autorit\u00e0 israeliane hanno deciso di spingere l\u2019offensiva militare ancora pi\u00f9 a Sud, verso il valico di Rafah. 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