{"id":84012,"date":"2024-02-22T09:56:51","date_gmt":"2024-02-22T08:56:51","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=84012"},"modified":"2024-02-20T10:01:30","modified_gmt":"2024-02-20T09:01:30","slug":"una-cartolina-dal-lato-opposto-della-disperazione-o-una-meditazione-sul-carattere-menefreghista-per-il-mercoledi-delle-ceneri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=84012","title":{"rendered":"Una cartolina dal lato opposto della disperazione o una meditazione sul carattere menefreghista per il mercoled\u00ec delle ceneri"},"content":{"rendered":"<p><strong>di L&#8217;ITALIA E IL MONDO (Aurelien)<\/strong><\/p>\n<p>A meno che non abbiate vissuto sotto una roccia negli ultimi due anni, o non siate membri del Partito Interno della Casta Professionale e Manageriale (PMC), avrete familiarit\u00e0 con l\u2019atmosfera di sventura e malinconia che permea sempre pi\u00f9 la vita della gente comune in questi giorni. Non ho mai sperimentato nulla di simile: un atteggiamento acido, disilluso, quasi nichilista, che va ben oltre la rabbia per la nostra classe politica in crisi. Secondo le mie osservazioni, in diversi Paesi, le persone si sono per lo pi\u00f9 arrese. Sono al di l\u00e0 della rabbia e soprattutto della speranza. Non si crede nemmeno nella possibilit\u00e0 di una svolta in meglio e si ha la sensazione pervasiva che siamo vicini alla fine e che le cose stiano andando a rotoli molto rapidamente. Come ho suggerito in diverse occasioni, questo declino va al di l\u00e0 del solo governo, per comprendere il settore privato, i media, l\u2019istruzione e qualsiasi altra cosa che richieda un po\u2019 di organizzazione e un pizzico di competenza. Quindi, come qualcuno mi ha detto questa settimana: \u201cTutto fa schifo e niente funziona\u201d.<\/p>\n<p>La rabbia, per quanto sia un\u2019emozione dubbia, a volte implica l\u2019idea, o almeno il desiderio, che le cose possano migliorare. Per la maggior parte delle persone, questa possibilit\u00e0 non esiste pi\u00f9. Forse avrete letto delle recenti proteste degli agricoltori in tutta Europa, che hanno portato i loro trattori nei centri delle citt\u00e0. Ma le proteste sono solo questo: uno sfogo di rabbia e risentimento. Le questioni sono cos\u00ec complesse e la distruzione dell\u2019agricoltura europea su piccola scala va avanti da cos\u00ec tanto tempo che anche un governo spaventato che volesse risolvere i problemi, o alcuni di essi, non saprebbe da dove cominciare. La maggior parte delle persone lo capisce e si rende conto che quarant\u2019anni di vandalismo economico e sociale non possono essere invertiti e che le cose sono andate oltre il punto di non ritorno. Almeno si pu\u00f2 dire che la mia generazione, nata nel secondo dopoguerra, ha conosciuto un periodo in cui le societ\u00e0 funzionavano correttamente e la vita era tollerabile. Ma mi dispiace davvero per le generazioni nate dopo, ad esempio, il 1975, la cui intera vita cosciente \u00e8 stata trascorsa in un mondo in cui le cose peggiorano continuamente e nessuno si aspetta che cambino.<\/p>\n<p>Non solo, l\u2019Inner Party \u00e8 spensieratamente inconsapevole di tutta questa rabbia: incolpa attivamente la gente comune perch\u00e9, da un lato, non si rende conto di quanto sia meravigliosa la vita di oggi e, dall\u2019altro, non diventa amministratore delegato della propria vita e lavora di pi\u00f9 e mostra pi\u00f9 iniziativa per sopravvivere. Le proteste degli agricoltori sono state liquidate a causa di presunti legami con l&#8217;\u201destrema destra\u201d, come se questo fosse un argomento. La rabbia, il risentimento e le proteste del pubblico sono state etichettate come \u201cpopulismo\u201d, manipolato da \u201cautoritari\u201d, come se il \u201cpopulismo\u201d non fosse un altro nome per la \u201cdemocrazia\u201d e i governi occidentali esistenti non fossero essi stessi autoritari.<\/p>\n<p>Ma non \u00e8 il mio scopo qui aggiungere alla litania delle lamentele o all\u2019ondata di rabbia. Entrambi mi sembrano inutili, a prescindere dalla forza della scarica di endorfine che possono produrre per qualche secondo. Il problema del sistema non \u00e8 tanto che non cambier\u00e0, quanto che non pu\u00f2 cambiare. I suoi leader non sono molto brillanti, sono saturi della loro stessa ideologia e sono cos\u00ec incompetenti che, se anche capissero miracolosamente la necessit\u00e0 di un cambiamento, sarebbe impossibile per loro usare i macchinari indeboliti che rimangono per ottenere qualcosa di concreto.<\/p>\n<p>Quindi, nessuna speranza? Cadiamo tutti in uno stato di disperazione e ci arrendiamo? Adottiamo il motto popolare di questi giorni: se all\u2019inizio non ci riesci, arrenditi e trova qualcuno a cui dare la colpa? Il resto di questo saggio \u00e8 dedicato a questa domanda, e sostengo che dobbiamo coltivare un modo di vivere senza speranza, ma anche senza disperazione, e che questo non \u00e8, in realt\u00e0, un paradosso impossibile. \u00c8 vero che filosofi e teologi si confrontano con questo tema da molto tempo. Forse ricorderete che tradizionalmente la Chiesa cristiana considerava la disperazione un peccato imperdonabile, perch\u00e9 negava la possibilit\u00e0 della Grazia e quindi della salvezza. Ma con tutto il rispetto per queste professioni, le lascer\u00f2 da parte e parler\u00f2 piuttosto di come le persone hanno affrontato la tentazione della disperazione nella vita e nella letteratura. Disperare non significa sentirsi impotenti, ma \u00e8 uno stato di paralisi e di quiescenza, di accettazione passiva della nostra situazione, non perch\u00e9 siamo letteralmente impotenti, ma perch\u00e9 semplicemente non riusciamo a trovare l\u2019entusiasmo o l\u2019energia per fare qualcosa. \u00c8 quindi analoga a certi stati di depressione clinica. Ma la mia tesi \u00e8 che la mancanza di speranza non deve necessariamente portare a un\u2019insensibile quiescenza e all\u2019accettazione passiva di ci\u00f2 che il mondo ci propone. A sostegno di questa tesi chiamer\u00f2 alcuni testimoni.<\/p>\n<p>Il primo potrebbe sorprendervi: Henry Miller, lo scrittore americano di Tropico del Cancro, un romanzo che racconta i suoi anni a Parigi negli anni Venti e Trenta. Il libro \u00e8 stato vietato per trent\u2019anni nel mondo anglosassone perch\u00e9 utilizzava parole considerate sconce all\u2019epoca, ed \u00e8 stato disconosciuto pi\u00f9 recentemente perch\u00e9 utilizzava parole considerate sconce oggi. A prescindere dalla sua collocazione in questo argomento, \u00e8 un libro che dovreste leggere comunque, e vi spiegher\u00f2 rapidamente perch\u00e9. (In breve, \u00e8 un\u2019evocazione di una Parigi scomparsa in cui viveva la gente comune, una Parigi dei primi anni Trenta che sembra tanto lontana dalla citt\u00e0 di oggi \u2013 per met\u00e0 museo all\u2019aperto internazionalizzato e costoso, per met\u00e0 campo di transito per i miserabili \u2013 quanto la Parigi del XIII secolo. Non scrive come un intellettuale, ma nel \u201clinguaggio che usano gli uomini\u201d di Jonson, eppure fornisce alcune delle descrizioni di Parigi pi\u00f9 allucinatamente vivide e precise che si possano trovare. Il suo cast di personaggi, tra cui \u201cHenry Miller\u201d, \u00e8 una collezione di buoni, cattivi e totalmente strani. Comprende artisti squattrinati, aspiranti artisti squattrinati, imbroglioni e truffatori di ogni tipo, ricchi e poveri espatriati da tutto il mondo occidentale, rifugiati disagiati, prostitute, sedicenti principesse, proprietari di locali discutibili, proprietari di locali ancora pi\u00f9 discutibili e molti altri, tra cui (probabilmente) la scrittrice Anais Nin. \u00c8 una Parigi in cui la gente comune, anzich\u00e9 i turisti che si fotografano a vicenda, pu\u00f2 mangiare alla Coupole o al D\u00f4me di Montparnasse. \u00c8 una Parigi fatta di quartieri popolari, di ristoranti a buon mercato, di bar a buon mercato, di camere a buon mercato, di hotel senza stelle, alcuni utilizzati per scopi dubbi, tutti ormai scomparsi a favore di Starbucks, Gap e spazi di co-working. Ed \u00e8 un libro che, nonostante la povert\u00e0 e l\u2019insicurezza che descrive, \u00e8 alla fine gioioso e pieno di vita.<\/p>\n<p>Riprendendo il discorso, quindi, Miller descrive una vita piena di insicurezza: \u00e8 spesso senza casa, spesso senza soldi, spesso affamato. Ma proprio perch\u00e9 non spera attivamente in qualcosa di meglio, \u00e8 felice. Non \u00e8 la felicit\u00e0 dell\u2019astinenza ascetica: quando ha soldi si concede tutti i suoi appetiti con gusto. N\u00e9 si tratta di una felicit\u00e0 derivante da un facile ottimismo sul fatto che qualcosa si trover\u00e0. \u00c8 felice quando la vita gli d\u00e0 qualcosa, ma non si aspetta, e nemmeno spera, che sia necessariamente cos\u00ec. Ma \u00e8 una felicit\u00e0 che deriva proprio dal non confondere la mancanza di speranza con la semplice disperazione, una distinzione che Miller fa esplicitamente nel romanzo. Abbandonare la speranza non significa abbandonare la vita, ed egli non mostra mai per un momento infelicit\u00e0 o risentimento per la sua situazione.<\/p>\n<p>Questa distinzione tra la perdita della speranza, da un lato, e il rifiuto della disperazione, dall\u2019altro, \u00e8 un tema trattato da diversi scrittori, ma non ho molto spazio per approfondirlo. Tuttavia, citiamo TS Eliot che, inverosimilmente, sembra aver ammirato la scrittura di Miller e che in Ash Wednesday, pubblicato all\u2019incirca nello stesso periodo di ToC, ha trattato esplicitamente gli stessi temi della speranza e della disperazione. (Dopo le iniziali e ripetute affermazioni che \u201cnon spero\u201d, il poeta sale su una scala simbolica (che ricorda il suo amato Dante), dalla quale vede alle sue spalle il \u201cdiavolo delle scale che porta il vestito\u201d.<\/p>\n<p>\u201cdiavolo delle scale che indossa<\/p>\n<p>il volto ingannevole della speranza e della disperazione\u201d.<\/p>\n<p>Entrambe le tentazioni sono quindi da evitare. E infine il poeta scopre una \u201cforza che va oltre la speranza e la disperazione\u201d: la forza della Grazia. Il che, in realt\u00e0, non \u00e8 molto diverso dalla conclusione del romanzo di Miller, dove il narratore, che per una volta ha un po\u2019 di soldi, prende un taxi per la periferia della citt\u00e0 e si siede a contemplare la Senna.<\/p>\n<p>Ok, basta con la critica letteraria. Questo modo di pensare ha un\u2019applicazione pratica? Possiamo abbandonare la speranza senza cadere nella disperazione? Forse questa non \u00e8 la domanda giusta. Non si tratta tanto di abbandonare la speranza, quanto di decidere come affrontare una situazione in cui non sembra essercene. \u00c8 una distinzione sottile ma molto importante, perch\u00e9 il primo \u00e8 uno stato d\u2019animo, mentre il secondo \u00e8 un giudizio empirico. Uno porta alla disperazione, l\u2019altro non \u00e8 necessario. Credo che ci siano diversi esempi di vita reale che aiutano a illustrare il mio punto di vista, ma mi limiter\u00f2 a due: uno di questi \u00e8 stato un mio interesse per tutta la vita, l\u2019altro in cui ho avuto la fortuna di avere un breve sguardo personale sulla realt\u00e0.<\/p>\n<p>Qualche anno dopo la pubblicazione del libro di Miller e del poema di Eliot, e dopo che Miller era tornato negli Stati Uniti, scoppi\u00f2 la guerra. L\u2019improvvisa e apparentemente inspiegabile resa delle forze francesi nel 1940 dopo appena sei settimane di combattimenti, l\u2019insistenza dell\u2019esercito che non poteva continuare a combattere, anche se gran parte delle forze era intatta, la fuga della classe politica a Bordeaux, il voto dei parlamentari eletti per dare \u201cpieni poteri\u201d al maresciallo P\u00e9tain, l\u2019eroe di Verdun, la divisione del Paese in due, l\u2019instaurazione di un regime reazionario a Vichy\u2026 tutte queste cose erano di per s\u00e9 confuse e traumatiche, ma il fatto che accadessero a una tale velocit\u00e0 era troppo da assorbire. Uno spirito di shock e di gelida disperazione si pos\u00f2 sul Paese. La Francia era disarmata e mezza occupata, milioni di soldati francesi erano prigionieri e tutto ci\u00f2 che rimaneva era un oscuro generale a Londra senza esercito. Gli inglesi, prevedendo l\u2019invasione, non si erano fatti amici distruggendo la flotta francese a Orano per evitare che cadesse nelle mani dei tedeschi.<\/p>\n<p>Eppure, lentamente, la gente cominci\u00f2 a resistere: non si trattava della Resistenza (che venne dopo), ma piuttosto di un tentativo goffo, impreciso, tipicamente francese, di scalfire gli occupanti. Dare false indicazioni ai tedeschi, scrivere slogan sui muri, far pagare di pi\u00f9 i soldati tedeschi nei negozi: non era molto, ma era qualcosa. Lentamente, inizi\u00f2 una resistenza intellettuale clandestina, con la pubblicazione di libri, poesie e testi clandestini. Jean Bruller, cofondatore della casa editrice clandestina \u00c9ditions de Minuit (\u201cLa stampa di mezzanotte\u201d, tuttora esistente), pubblic\u00f2 il suo capolavoro Le\u00a0<a href=\"https:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Le_Silence_de_la_mer\">Silence de la Mer<\/a>\u00a0(\u201cIl silenzio del mare\u201d). La trama semplice racconta di come un uomo anziano e sua nipote conducano una lotta silenziosa contro un ufficiale della Wehrmacht che li ospita. Si tratta di un uomo colto e sofisticato che spera sinceramente nell\u2019amicizia franco-tedesca e ammira la cultura francese. Ma l\u2019anziano e la nipote si rifiutano di parlargli per tutto il tempo della sua permanenza. Infine, in licenza a Parigi, l\u2019ufficiale si imbatte in alcuni nazisti convinti, che gli raccontano i reali piani tedeschi per la Francia. Inorridito e disperato, l\u2019ufficiale parte per combattere, e probabilmente morire, sul fronte orientale.<\/p>\n<p>Il libro ebbe un enorme successo clandestino e fu poi ripubblicato con diverse altre storie, una delle quali era ambientata tra un gruppo di ufficiali francesi fatti prigionieri, afflitti dalla fredda e desolante disperazione che attanagliava gran parte della Francia in quel periodo. Un giorno vedono per caso un gruppo di anatroccoli che camminano in fila. Il pi\u00f9 piccolo, evidentemente con qualche problema, cade ogni mezza dozzina di passi, ma si rialza con determinazione e continua a camminare. Gli ufficiali lo trovano cos\u00ec divertente e ammirevole che scoppiano a ridere e il loro umore comincia a migliorare. Il titolo della storia \u00e8 \u201cLa disperazione \u00e8 morta\u201d. (D\u00e9sespoir est mort).<\/p>\n<p>Lentamente, i francesi comuni cominciarono a rendersi conto che, anche se non c\u2019erano speranze evidenti, non c\u2019era nemmeno motivo di cadere nella disperazione. Cominciarono a formarsi gruppi di resistenza, spesso basati su istituzioni, gruppi politici e luoghi di lavoro, e un piccolo numero di individui affront\u00f2 il lungo, difficile e pericoloso viaggio verso Londra per unirsi a De Gaulle. Uno di questi fu\u00a0<a href=\"https:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Jean_Moulin\">Jean Moulin<\/a>, giovane e brillante funzionario e prefetto: uno dei rappresentanti locali del governo centrale e l\u2019unico a rifiutarsi di sostenere Vichy. Dopo un episodio di disperazione e depressione in cui tent\u00f2 di togliersi la vita, part\u00ec per Londra. De Gaulle riconobbe in lui una combinazione unica di coraggio personale e carisma, dedizione e capacit\u00e0 amministrativa, e gli chiese di tornare in Francia per organizzare la Resistenza in un unico movimento. Ci riusc\u00ec, prima di essere tradito, arrestato e torturato a morte dalla Gestapo nel 1943, senza nemmeno rivelare il suo vero nome.<\/p>\n<p>Altri r\u00e9sistants ebbero esperienze molto diverse. Almeno alcuni della fazione legata al Partito Comunista volevano provocare una rivolta di massa compiendo attacchi armati e accettando le rappresaglie di massa che ne sarebbero seguite. Altre parti della Resistenza si concentrarono sulla raccolta di informazioni, sull\u2019immagazzinamento di armi e di materiale bellico e sull\u2019attesa del giorno in cui avrebbero potuto sollevarsi e affrontare i tedeschi dalle retrovie. In qualche modo, la coalizione messa insieme da Moulin rimase unita e la Resistenza salv\u00f2 l\u2019onore della Francia, se non altro, prendendo il controllo di citt\u00e0 e paesi prima dell\u2019arrivo degli Alleati e sconfiggendo effettivamente i tedeschi a Parigi nell\u2019agosto 1944, in un conflitto in cui morirono migliaia di persone. Ma ci\u00f2 che accomunava questi gruppi era una vita (spesso breve) di paura, insicurezza e isolamento, senza potersi fidare di nessuno e con una prospettiva di liberazione lontana e incerta. Migliaia di persone furono fucilate dai tedeschi o morirono in combattimento, altre decine di migliaia furono inviate nei campi di concentramento dove ne sopravvisse appena la met\u00e0. In totale, gli storici calcolano che oltre 40.000 uomini e donne francesi morirono in una forma o nell\u2019altra di resistenza. Un numero sorprendente di loro era cristiano e mor\u00ec sicuro della propria fede. Un gran numero era costituito da comunisti che morirono sicuri della loro fede. Ma in ogni caso, le ultime parole registrate della maggior parte dei giustiziati furono Vive la France! per quanto questo possa suonare oggi inaccettabilmente xenofobo. Non \u00e8 troppo dire che almeno alcune di queste persone sono morte in stato di Grazia.<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9? Dopo tutto, non si poteva fare nulla direttamente per liberare il Paese, e qualsiasi azione contro i tedeschi provocava semplicemente atrocit\u00e0 contro civili innocenti. La liberazione da parte di potenze esterne sembrava una possibilit\u00e0 lontana: l\u2019arresto, la tortura e la morte, invece, sembravano molto vicini. Unirsi a De Gaulle nella sua lotta donchisciottesca significava esporre le famiglie alle rappresaglie. Eppure. Forse la risposta pi\u00f9 semplice \u00e8 che la resistenza \u00e8 nata da persone che si sono rifiutate di disperare, che si sono rifiutate di arrendersi, che hanno avuto una mentalit\u00e0 sanguigna e testarda. Questa mentalit\u00e0 \u00e8 ben riassunta in una canzone composta da due esuli di guerra a Londra, conosciuta in francese come La Complainte du Partisan. Ecco l\u2019<a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=KXUHtXRICDc\">originale cantata<\/a>\u00a0da Anna Marly, che ne ha scritto la musica. \u00c8 pi\u00f9 probabile che l\u2019abbiate incontrata nella versione inglese resa popolare da Leonard Cohen, che mantiene parte dell\u2019originale, ma ne modifica sostanzialmente il significato. Il testo \u00e8 crudo e laconico, quasi privo di emozioni. Inizia con:<\/p>\n<p>\u201cLes Allemands \u00e9taient chez moi<\/p>\n<p>On m\u2019a dit \u201cR\u00e9signe-toi\u201d<\/p>\n<p>Mais je n\u2019ai pas pu\u201d.<\/p>\n<p>I tedeschi erano a casa mia. Mi hanno detto \u201carrenditi\u201d. Ma io non potevo farlo. Non potevo farlo. Se volete lo spirito di resistenza, \u00e8 incarnato l\u00ec. Questo \u00e8 lo spirito della resistenza autentica: non posare con occhiali da sole e armi da fuoco, non firmare petizioni online o incollarsi ai quadri. Non si tratta di una posizione politica attentamente ponderata e sperimentata in focus group, ma di una reazione di pancia: questo \u00e8 sbagliato, non lo sopporter\u00f2. E cos\u00ec, J\u2019ai repris mon arme. Ho ripreso la mia pistola.<\/p>\n<p>Ma questa \u00e8 solo la met\u00e0. Il resistente combatte perch\u00e9 la causa \u00e8 giusta, perch\u00e9 combattere \u00e8 la cosa giusta da fare, senza sperare in una ricompensa o addirittura in un riconoscimento. La canzone termina cos\u00ec:<\/p>\n<p>\u201cLe vent souffle sur les tombes<\/p>\n<p>La libert\u00e9 reviendra<\/p>\n<p>On nous oubliera<\/p>\n<p>Nous rentrerons dans l\u2019ombre\u201d.<\/p>\n<p>Il vento soffia sulle tombe. La libert\u00e0 ritorner\u00e0. Saremo dimenticati. Torneremo nell\u2019oscurit\u00e0. E questo \u00e8 pi\u00f9 o meno quello che \u00e8 successo. Mentre molti leader della Resistenza entrarono in politica e nel governo per aiutare a ricostruire il Paese, la maggior parte dei r\u00e9sistants ordinari si disperse tranquillamente alla fine della guerra, a lavoro finito. Se si parla con la maggior parte dei francesi i cui genitori o nonni hanno fatto parte della Resistenza, si ottiene lo stesso commento: \u201cnon ne hanno mai parlato\u201d. Un\u2019intera generazione ha scoperto che i propri genitori avevano fatto parte della Resistenza solo molto tempo dopo la guerra, di solito cercando tra i loro effetti personali dopo la loro morte. Per molti di coloro che erano stati imprigionati o nei campi, parlarne era comunque impossibile. Jorge Semprun, lo scrittore franco-spagnolo di cui ho gi\u00e0 parlato, fatto prigioniero, mandato a Buchenwald, con la vita salvata da un tratto di penna, pass\u00f2 vent\u2019anni a fare altre cose prima di riuscire a scrivere delle sue esperienze. Uno dei suoi libri si intitolava Scrivere o vivere: non si potevano avere entrambe le cose.<\/p>\n<p>Alla fine, la Resistenza non \u00e8 stata del tutto dimenticata, anche se i suoi rapporti con i gollisti (e con il Partito Comunista) sono sempre stati delicati. Il mito curativo di De Gaulle dei \u201cquaranta milioni di r\u00e9sistants\u201d, essenziale dal punto di vista politico, tendeva a sminuire il ruolo di coloro che avevano effettivamente combattuto e perso la vita. La Resistenza viene ricordata ancora oggi, i bambini la imparano a scuola in forma asettica e persino il Presidente Macron \u00e8 noto per averne parlato a denti stretti. Ma la maggior parte di coloro che hanno combattuto non si aspettavano comunque nulla per se stessi. Il dovere \u00e8 stato fatto, \u00e8 ora di tornare a casa.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una differenza fondamentale tra combattere per una causa difficile e combattere per una causa che sembra essere senza speranza. Le \u00e9lite istruite occidentali che hanno guidato le guerre anticoloniali in Africa, ad esempio, stavano combattendo per prendere il potere per se stesse e credevano fin dall\u2019inizio di avere buone possibilit\u00e0 di vittoria. Non \u00e8 stato cos\u00ec per il Sudafrica, che \u00e8 l\u2019altro esempio di cui voglio parlare, in particolare il ruolo dei sudafricani bianchi nella lotta anti-apartheid. A questo proposito, \u00e8 necessaria una piccola premessa.<\/p>\n<p>La lotta era contro un regime particolare, non contro una potenza coloniale o occupante. Il regime coloniale, nella misura in cui ce n\u2019era stato uno, era la Gran Bretagna, che aveva dato al Paese lo status di Dominion indipendente nel 1910. Gli inglesi erano odiati nel Paese meno dalla popolazione africana che dagli afrikaner, e le elezioni del 1948, che riportarono per poco al potere un governo nazionalista afrikaner, furono vinte in gran parte mobilitando il risentimento contro la minoranza anglofona, per lo pi\u00f9 immigrati recenti, che dominava la politica, gli affari e il settore pubblico. Il primo atto dei nazionalisti fu quello di epurare gli anglofoni da tutte le posizioni di responsabilit\u00e0 nel Paese. Non ultima tra le accuse rivolte al precedente governo di Jan Smuts era quella di aver permesso a dei volontari di unirsi all\u2019esercito britannico che combatteva contro i tedeschi, nel Deserto Occidentale e poi in Italia, schierandosi cos\u00ec dalla parte della potenza coloniale responsabile di tante sofferenze afrikaner durante la guerra boera.<\/p>\n<p>Gli afrikaner non si consideravano coloni, se non nel senso greco del termine. Si vedevano piuttosto come vittime, rifugiati religiosi in fuga dalle persecuzioni in Europa, arrivati in un Paese vuoto dato loro da Dio, in seguito alle promesse che avevano trovato nella Bibbia. Ferocemente protestanti, per lo pi\u00f9 calvinisti, si vedevano come Eletti, i veri e unici abitanti del Paese, ma minacciati dagli immigrati di lingua inglese e dalla cospirazione comunista internazionale che voleva rovesciare \u201cl\u2019unica democrazia in Africa\u201d e sostituirla con una dittatura comunista atea dopo aver massacrato la popolazione afrikaner. Tutti i dissensi politici, le pressioni internazionali e l\u2019isolamento erano semplicemente parte di un assalto totale diretto da Mosca, che a sua volta richiedeva una strategia totale per contrastarlo.<\/p>\n<p>In queste circostanze, i bianchi che si unirono alla lotta anti-apartheid provenivano per lo pi\u00f9 dalla comunit\u00e0 di lingua inglese. Un numero significativo era costituito da ebrei dell\u2019Europa orientale, che riconoscevano la repressione quando la vedevano. L\u2019organizzazione e la politica non solo dell\u2019African National Congress, ma del movimento anti-apartheid nel suo complesso, nel Paese, in Africa e in Europa, sono troppo complesse per essere approfondite in questa sede, ma vorrei soffermarmi solo su un paio di punti.<\/p>\n<p>Il primo \u00e8 stato il rifiuto della disperazione. In apparenza, c\u2019era molto da disperare. Quando ho incontrato per la prima volta gli esuli bianchi sudafricani negli anni \u201970, la situazione sembrava la pi\u00f9 disperata possibile. Il regime era saldamente al potere, protetto geograficamente da regimi amici in Mozambico, Angola e Rhodesia, e controllava direttamente la Namibia. L\u2019attenzione internazionale era concentrata sulla guerra del Vietnam, sul Medio Oriente e successivamente sull\u2019Iran. I governi occidentali non erano troppo attratti dal regime dell\u2019apartheid, ma lo consideravano un alleato di fatto nella lotta contro l\u2019influenza sovietica in Africa. Soprattutto, il Sudafrica era un egemone militare regionale e il regime aveva il controllo totale del Paese. Anche negli anni \u201980, quando la glaciazione si era incrinata dopo l\u2019indipendenza di Mozambico, Angola e Rhodesia, il regime continuava a dominare militarmente la regione e a mantenere un controllo ferreo sul Paese. Anche l\u2019interpretazione pi\u00f9 ottimistica degli eventi vedeva solo una lenta discesa del Paese nel caos e nell\u2019anarchia.<\/p>\n<p>Eppure, un gran numero di sudafricani bianchi and\u00f2 in esilio, non solo per lasciare il Paese, ma per lavorare attivamente contro il regime. Alcuni furono coinvolti nell\u2019attivismo anti-apartheid, altri nella raccolta di sostegno internazionale per l\u2019ANC, molti nei servizi di intelligence sia dell\u2019ANC stessa che della sua ala militare, Umkhonto we Sizwe (MK), dove la loro maggiore istruzione li rese preziosi per la leadership dell\u2019ANC. Non pochi hanno combattuto e sono morti nelle unit\u00e0 di guerriglia o in Angola.<\/p>\n<p>Ma la vita degli esuli, sia altrove in Africa (a Lusaka, per esempio, dove l\u2019ANC aveva il suo quartier generale) sia in Europa, era particolarmente dura. A differenza degli esuli europei a Londra durante la Seconda Guerra Mondiale o degli esuli anticomunisti in Occidente durante la Guerra Fredda, non avevano finanziamenti e poche simpatie politiche. Il meglio che potevano aspettarsi, a parte la possibilit\u00e0 di addestramento militare e di intelligence in Unione Sovietica, a Cuba e in Germania Est, era la povert\u00e0, l\u2019insicurezza, la costante minaccia di morte da parte delle squadre di assassini dell\u2019apartheid e la vaga speranza che un giorno avrebbero potuto lasciarsi alle spalle le fredde serate e i cieli piovosi dell\u2019Europa e rivedere il sole dell\u2019Africa.<\/p>\n<p>Per molti versi tutto ci\u00f2 non aveva alcun senso. Dopo tutto, anche con la violenza e l\u2019isolamento internazionale, i bianchi della classe media in Sudafrica avevano uno stile di vita tra i pi\u00f9 attraenti del mondo. Lasciare il proprio lavoro di docente universitario, la propria grande casa nella periferia nord di Johannesburg, con piscina, auto, un bel giardino, una buona assistenza sanitaria e gite nei parchi di caccia, per andare in esilio sembrava a molti una follia. In ogni caso, cosa si poteva fare contro l\u2019immenso edificio dello Stato dell\u2019apartheid? Perch\u00e9 non limitarsi a firmare petizioni, a organizzare cene in cui tutti si lamentavano del governo e ad assicurarsi di pagare adeguatamente i propri domestici e di trattarli bene? Se non sfidate apertamente il governo, probabilmente vi lasceranno in pace. E a meno che non ci si sforzasse di scoprirlo, l\u2019apartheid era semi-nascosto. Come mi disse un afrikaner comprensivo, \u201cpotevi guidare per tutta la strada da Joburg a Citt\u00e0 del Capo e non vedere mai una faccia nera\u201d. In effetti, quando sono arrivato nel Paese, non c\u2019erano cartelli stradali che indicassero Soweto, perch\u00e9 i bianchi, che possedevano la stragrande maggioranza delle auto, non avevano motivo di andarci.<\/p>\n<p>Eppure molti partirono e dedicarono la loro vita a quella che sembrava una causa senza speranza. Ancora una volta, non c\u2019\u00e8 stata un\u2019analisi attenta. Tra le persone che ho incontrato, il sentimento predominante era: Non potevo restare l\u00ec. Non potevo farlo. I compromessi morali legati a uno stile di vita privilegiato in un Paese teocratico e autoritario costruito sul lavoro dei servi neri erano semplicemente insostenibili per molti. Per un numero minore, la necessit\u00e0 di provare a fare qualcosa era assoluta. Non c\u2019era un\u2019attenta valutazione delle possibilit\u00e0 di successo, n\u00e9 un\u2019analisi ponderata delle opzioni. Le persone lasciarono il Paese perch\u00e9 \u201cnon potevo restare\u201d e si unirono alla Underground perch\u00e9 \u201cera la cosa giusta da fare\u201d.<\/p>\n<p>Il secondo punto \u00e8 che queste persone non cercavano, n\u00e9 volevano particolarmente, riconoscimenti e ricompense. La maggior parte di loro sperava di vivere per vedere l\u2019insediamento di un regime democratico, e alcuni lo fecero. Alcuni sono entrati in politica, nel governo e nelle forze armate, altri hanno cercato di intraprendere le carriere che un tempo volevano intraprendere. Molti altri hanno mantenuto un\u2019influenza sul nuovo governo dell\u2019ANC, grazie ai loro precedenti contatti. Ma in tutti i casi la loro posizione era, come ho sentito spesso dire, \u201cin passato avevo la pelle giusta e la politica sbagliata. Ora ho la pelle sbagliata e la politica giusta\u201d, o qualcosa di simile. Non \u00e8 facile rinunciare a decenni di stile di vita invidiabile, alla possibilit\u00e0 di una carriera decente, al matrimonio e a una famiglia, e tornare per scoprire che i tuoi coetanei, il cui atto pi\u00f9 eroico \u00e8 stato una volta partecipare a una manifestazione in un campus, hanno avuto tutte queste cose mentre tu eri via. Magari finisci per lavorare per uno di loro. Eppure, sebbene abbia incontrato molti esuli di ritorno distrutti dall\u2019esperienza, non ho incontrato molta amarezza o rimpianto. Come per la Resistenza, si trattava di fare ci\u00f2 che andava fatto, quando era impossibile agire diversamente. Per il nuovo governo, le attivit\u00e0 dell\u2019MK, compresi i bombardamenti e i sabotaggi, divennero motivo di imbarazzo. Quando quindici anni fa ho visitato per la prima volta il Museo dell\u2019Apartheid a Johannesburg, sono rimasto sorpreso dalla quasi totale assenza di riferimenti alla lotta armata.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che accomuna questi due casi \u00e8 il rifiuto della disperazione. Come ho detto all\u2019inizio, c\u2019\u00e8 una differenza significativa tra il riconoscimento pragmatico del fatto che non sembrano esserci molte speranze, da un lato, e la discesa nella depressione, nell\u2019immobilit\u00e0 e nella disperazione, dall\u2019altro. Il vero coraggio, mi sembra spesso, si valuta da come ci si comporta quando non c\u2019\u00e8 speranza. E quando non c\u2019\u00e8 speranza, e si evita la disperazione, non resta che la possibilit\u00e0 della Grazia, personale o collettiva. .<\/p>\n<p>E per molti versi \u00e8 quello che \u00e8 successo. La Resistenza non ha cacciato e non ha potuto cacciare i tedeschi dal loro Paese. Ci\u00f2 \u00e8 avvenuto solo perch\u00e9 la campagna in Unione Sovietica ha risucchiato la maggior parte dell\u2019esercito tedesco verso est e ha permesso a inglesi, americani e canadesi di sbarcare in Normandia e cacciare i tedeschi. Tuttavia, la Resistenza svolse un ruolo importante sullo sfondo, non solo aiutando a preparare l\u2019invasione e a liberare il Paese, ma soprattutto creando un governo ombra completo che faceva capo a De Gaulle, che prese il controllo del Paese e ne evit\u00f2 la caduta nel conflitto e nel caos. Il programma del Consiglio Nazionale della Resistenza, istituito da Jean Moulin, \u00e8 stato alla base della ricostruzione della Francia dopo la guerra. Non si pu\u00f2 quindi dire che tutti i sacrifici siano stati vani. Allo stesso modo, l\u2019ANC non ha abbattuto l\u2019apartheid. La fine della Guerra Fredda, il costo e l\u2019impopolarit\u00e0 della guerra in Angola e le rivolte e le violenze nel Paese, hanno convinto il regime a correre il rischio di fare alcune concessioni simboliche, che hanno portato alla fine a rinunciare a quasi tutto. Poich\u00e9 la lotta anti-apartheid \u00e8 stata fin dall\u2019inizio uno sforzo multirazziale, poich\u00e9 i leader dell\u2019ANC sono stati abbastanza lungimiranti da rendersi conto di aver bisogno dell\u2019esperienza della popolazione bianca e poich\u00e9 si sono preoccupati di essere \u201cil movimento rivoluzionario meglio preparato della storia\u201d, il trasferimento del potere nel 1994 \u00e8 avvenuto molto pi\u00f9 facilmente di quanto avessero previsto gli opinionisti apocalittici. Quindi non si pu\u00f2 dire che anche in quel caso tutti i sacrifici siano stati vani.<\/p>\n<p>Questo per dire, infine, che la speranza \u00e8 forse sopravvalutata come criterio necessario per l\u2019azione. D\u2019altra parte, dipende molto dal tipo di azione di cui si parla. Come ho suggerito, il nichilismo, la protesta cieca, la voglia di spaccare e distruggere non hanno alcun valore e anzi peggiorano la situazione. Si tratta fondamentalmente di individuare ci\u00f2 che possiamo fare e che potrebbe essere produttivo e utile, e di procedere in tal senso, anche se non \u00e8 molto affascinante. Questo \u00e8 molto difficile da capire in un mondo in cui l\u2019autopubblicit\u00e0 performativa la fa da padrona. Le persone non vogliono tornare nell\u2019oscurit\u00e0 o essere dimenticate. Non vogliono sacrificare la propria felicit\u00e0 o ricchezza personale per perseguire una lotta politica: anzi, vogliono guadagnarci. Vogliono titoli sui media e canali redditizi su YouTube.<\/p>\n<p>\u00c8 un peccato, perch\u00e9 oggi viviamo in un mondo in cui non c\u2019\u00e8 davvero molta speranza. Come ho suggerito all\u2019inizio, l\u2019Occidente, almeno, \u00e8 gestito da una classe dirigente incompetente e ideologicamente satura, e i meccanismi che potrebbero fornirci soluzioni teoriche, se potessero essere usati correttamente, non funzionano pi\u00f9 bene, e in alcuni casi sono scomparsi del tutto. \u201cLottare\u201d contro questi sviluppi pu\u00f2 farvi sentire meglio per un breve periodo, ma non cambier\u00e0 la realt\u00e0 di fondo.<\/p>\n<p>In assenza di speranza, dobbiamo scegliere tra la disperazione e l\u2019azione, ma l\u2019azione nel senso veramente utile, non in quello performativo. Dobbiamo guardarci intorno, vedere cosa possiamo fare e farlo. Personalmente sono convinto che le grandi strutture politiche ed economiche dell\u2019Occidente non siano pi\u00f9 salvabili. In questo senso, non ha senso \u201clottare\u201d contro qualcosa che sta gi\u00e0 crollando. Dobbiamo piuttosto guardare alle nostre vite, per resistere a ci\u00f2 che possiamo resistere, per minare ci\u00f2 che possiamo minare, ma soprattutto per creare ci\u00f2 che possiamo creare. Agire in modi non richiesti dall\u2019attuale ideologia neoliberista, agire con gentilezza, comprensione e autentica tolleranza, sono di per s\u00e9 una forma di resistenza. Dare soldi a un senzatetto \u00e8 un atto di resistenza come non lo \u00e8 scrivere un blog politico.<\/p>\n<p>Il problema non \u00e8 quindi se possiamo evitare il crollo imminente, ma come sopravvivere ad esso, sia praticamente che eticamente, come individui e come societ\u00e0. Sartre, come ricorderete, parlava della vita che inizia \u201cdall\u2019estremo lato della disperazione\u201d, e la disperazione \u00e8 l\u2019unica cosa che dobbiamo assolutamente superare. Le regole per vivere i prossimi decenni sono abbastanza semplici, a mio avviso, e consistono in:<\/p>\n<p>Trovare ci\u00f2 che deve essere fatto e che \u00e8 in vostro potere fare.<\/p>\n<p>Farlo.<\/p>\n<p>Andare a casa.<\/p>\n<p>Il sistema in cui viviamo \u00e8 impegnato a tagliarsi la gola. Forse \u00e8 pi\u00f9 facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, come a volte viene suggerito, ma questo non significa che non stia per accadere, o che gran parte dell\u2019architettura neoliberale associata non stia per crollare con essa. Forse la Grazia fornir\u00e0 il risultato che decenni di azione politica non sono riusciti a fornire, ma quello che succeder\u00e0 dopo dipender\u00e0 da noi. Non \u00e8 un brutto modo di concludere un saggio sul Mercoled\u00ec delle Ceneri.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/italiaeilmondo.com\/2024\/02\/17\/una-cartolina-dal-lato-opposto-della-disperazione-o-una-meditazione-sul-carattere-menefreghista-per-il-mercoledi-delle-ceneri-_di-aurelien\/\">https:\/\/italiaeilmondo.com\/2024\/02\/17\/una-cartolina-dal-lato-opposto-della-disperazione-o-una-meditazione-sul-carattere-menefreghista-per-il-mercoledi-delle-ceneri-_di-aurelien\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;ITALIA E IL MONDO (Aurelien) A meno che non abbiate vissuto sotto una roccia negli ultimi due anni, o non siate membri del Partito Interno della Casta Professionale e Manageriale (PMC), avrete familiarit\u00e0 con l\u2019atmosfera di sventura e malinconia che permea sempre pi\u00f9 la vita della gente comune in questi giorni. 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