{"id":84426,"date":"2024-03-14T10:50:18","date_gmt":"2024-03-14T09:50:18","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=84426"},"modified":"2024-03-12T15:38:08","modified_gmt":"2024-03-12T14:38:08","slug":"taysir-batniji-fotografare-gaza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=84426","title":{"rendered":"Taysir Batniji: fotografare Gaza"},"content":{"rendered":"<p><strong>di DOPPIOZERO (Gigliola Foschi)<\/strong><\/p>\n<p>\u201cPace, speriamo nella pace, forse s\u00ec ritroveremo la pace con i palestinesi\u201d, mi ero sentita ripetere come una sorta di ritornello da tutti gli israeliani che avevo incontrato anni fa nel mio viaggio tra Gerusalemme e l\u2019Alta Galilea. All\u2019epoca era primo ministro Yitzhak Rabin (1992-1995) e molti speravano che si fosse aperto davvero uno spiraglio per una decisiva pacificazione. In quello stesso, ormai lontano periodo, il grande scrittore e intellettuale Edward W. Said (Gerusalemme 1935 \u2013 New York 2003), gi\u00e0 gravemente ammalato, torna nella sua Terra natale, seguendo il filo dei ricordi d\u2019infanzia. Poi raggiunge Gaza e la descrive cos\u00ec: \u00abNulla di ci\u00f2 che ho visto in Sudafrica, pu\u00f2 essere paragonato a Gaza dal punto di vista della miseria, dell\u2019oppressione pianificata, della segregazione e della discriminazione razziale (\u2026) Si entra nella striscia di Gaza passando per quello che di fatto \u00e8 un grande cancello, chiuso di notte, che conferisce al luogo l\u2019aspetto di un enorme campo di concentramento\u00bb (<em>Tra guerra e pace. Ritorno in Palestina-Israele<\/em>, 1994). Lui laggi\u00f9 non si sente ripetere la parola \u201cpace\u201d, ma continuamente\u00a0<em>mawat bati<\/em>, \u201cmorte lenta\u201d. E ora che questa \u201cmorte lenta\u201d si \u00e8 trasformata in una morte accelerata, non entro nel merito del conflitto tra Israele e Hamas: ci sono troppe polemiche e accuse, troppe divisioni tra chi pensa che la ragione e il dolore si trovino tutte solo da una parte, mai dall\u2019altra, e viceversa. Mi limito ai fatti: il 7 ottobre 2023, con l\u2019operazione \u201calluvione Al Aqs\u0101\u201d, Hamas ha stuprato moltissime donne, ucciso circa un migliaio d\u2019israeliani e ne ha rapiti 250. Israele ha vissuto uno choc profondo, ha risposto bombardando pesantemente Gaza e compiuto ripetuti massacri di civili palestinesi. Ora la situazione degli abitanti di Gaza, come riportano tutti i media, \u00e8 semplicemente disperata: gli aiuti umanitari sono insufficienti, fatti passare a stento tra mille controlli al valico di Rafah, manca il cibo, manca l\u2019acqua, mancano le medicine, le strutture sanitarie sono al collasso e non ci sono le possibilit\u00e0 per curare migliaia di feriti anche gravissimi. Come possiamo contribuire ad aiutare gli ammalati, i bambini denutriti, gli affamati? Forse ognuno di noi \u00e8 pressoch\u00e9 impotente, ma anche la pi\u00f9 piccola donazione pu\u00f2 essere utile.<\/p>\n<p>Adesso un piccolo e prezioso libro d\u2019artista \u00e8 stato pubblicato proprio per offrire aiuto al Medical Aid for Palestinians e ogni euro per il suo acquisto sar\u00e0 devoluto direttamente a tale ONG. Il libro presenta la serie d\u2019immagini del progetto\u00a0<em>Disruptions<\/em>,<em>\u00a0<\/em>realizzato tra il 2015 e il 2017, quando la situazione di Gaza era ancora \u201cnormale\u201d, ed \u00e8 accompagnato da brevi testi in francese, arabo e inglese. Si pu\u00f2 acquistare dal sito della casa editrice\u00a0<a href=\"http:\/\/www.loosejoints.biz\/\">Loose Joints<\/a>\u00a0(<em>Disruptions<\/em>, Marsiglia, 2024, pp.128, \u20ac 40), specializzata in fotografia contemporanea. L\u2019autore \u00e8 Taysir Batniji (Gaza, 1966, residente a Parigi), uno dei pi\u00f9 significativi artisti della ormai numerosa e diffusa diaspora palestinese: ha esposto le sue opere alla biennale di Venezia, allo Jeu de Paume di Parigi, al Martin-Gropius-Bau di Berlino, alla Kunsthalle di Vienna; mentre ai Rencontres d\u2019Arles del 2018 si era fatto notare con la sua ricerca fotografica e video\u00a0<em>Home Away from Home<\/em>,<em>\u00a0<\/em>dedicata ai cugini emigrati negli Stati Uniti. Artista versatile, il cui lavoro comprende fotografia, video, disegni, installazioni e performance, le sue opere si sono spesso concentrate sul tema dell\u2019esilio, sul fatto di vivere tra due culture, il tutto con un approccio mai ideologico, ma poetico e al tempo stesso politico, capace di coniugare sfera privata e universo pubblico, ragione e sentimento. Per me \u00e8 come se in molte sue opere ritrovassi quella dignit\u00e0 e quel dolore, mai enfatizzato, che era proprio anche di Edward Said. Un autore, quest\u2019ultimo, che, con il suo libro autobiografico\u00a0<em>Sempre nel posto sbagliato<\/em>, fa immergere il lettore nella condizione di chi non riesce a sentirsi fino in fondo a casa in nessun luogo. Said era nato a Gerusalemme, era arabo ma cristiano, palestinese ma poi con un passaporto americano, con un nome inglese e un cognome tipicamente arabo. Taysir invece, con nome e cognome indubbiamente arabi, eppure dotato di passaporto francese, ha vissuto e continua di fatto a vivere una condizione di esilio pesante, date le difficolt\u00e0 enormi e le continue incertezze del passaggio di frontiera tra l\u2019Egitto e Gaza; mentre l\u2019ingresso a Gaza via Israele risulta e risultava per lui totalmente escluso.<\/p>\n<p>A testimonianza di tale situazione, gi\u00e0 con lo slide show\u00a0<em>Transit\u00a0<\/em>(2004) Taysir aveva raccontato la sua stessa umiliante esperienza di esiliato che cerca di tornare a Gaza per rivedere l\u2019amata madre Amina e i famigliari. Il suo percorso parte dall\u2019aeroporto del Cairo per raggiungere l\u2019unico valico in teoria percorribile, quello di Rafah. Le immagini di Taysir, scattate di nascosto e intervallate da scatti totalmente neri a indicare l\u2019impedimento a fotografare liberamente, mostrano decine di palestinesi mentre dormono esausti su informi divani, nei sotterranei dell\u2019aeroporto dove gli egiziani li tengono confinati e controllati. Poi vediamo un autobus che li porta al confine di Gaza, dove attendono di nuovo per un tempo infinto ma questa volta sotto il sole, tra cumuli di valigie e spazzatura. Arriva la notte e i viaggiatori stremati sono ancora l\u00ec, dormono sulla nuda terra, infine si affollano in un capannone in attesa di passare il confine. Attualmente neanche dal valico di Rafah pu\u00f2 pi\u00f9 entrare nessuno a Gaza (a parte pochi camion di aiuti o personale addetto), ma all\u2019epoca (era il 2004) le forze israeliane limitavano il numero d\u2019ingressi giornalieri adottando criteri imperscrutabili, forse del tutto arbitrari, forse dotati di un loro senso sconosciuto. Cos\u00ec Taysir ci mostra i palestinesi accalcati sul lato egiziano del confine mentre attendono carichi di bagagli, aspettano nel caldo torrido delle estati egiziane, in condizioni igieniche precarie, sempre con l\u2019ansia di non sapere quando potranno finalmente rientrare nella loro terra: baster\u00e0 un giorno, o sar\u00e0 tra una settimana, o magari di pi\u00f9 ancora? Quello non \u00e8 il normale passaggio di una frontiera, \u00e8 un incubo, una sorta di roulette dove non si sa quando e se ci sar\u00e0 un \u201cvincitore\u201d che avr\u00e0 l\u2019agognato diritto di attraversarla. Di tanto in tanto, il permesso agognato, l\u2019invidiabile via libera si manifesta attraverso il lancio di qualche passaporto che un ufficiale fa volare sulle teste premute l\u2019una contro l\u2019altra nella calca, per atterrare tra le dita protese di pochi fortunati. Dopo Said, anche\u00a0<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Human_Rights_Watch\">Human Rights Watch<\/a>\u00a0aveva definito la Striscia di Gaza una &#8220;prigione a cielo aperto&#8221; (adesso la prigione non c\u2019\u00e8 nemmeno pi\u00f9, dato che rimangono quasi solo rovine ), ma era una prigione alquanto \u201cstrana\u201d dal momento che non solo era difficilissimo uscirne, ma anche farvi ritorno&#8230;<\/p>\n<figure class=\"caption caption-img\" role=\"group\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/foto%201%20.jpg\" alt=\"m\" width=\"800\" height=\"526\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"93c36e71-1390-4c01-9581-f7cb6fae14a7\" \/><figcaption>Disruptions, \u00a9 Taysir Batniji 2024 courtesy Loose Joints.<\/figcaption><\/figure>\n<p>Torniamo per\u00f2 al libro\u00a0<em>Disruption\u00a0<\/em>di Taysir: in copertina s\u2019intravede una rosa che sembra sciogliersi come un fiore da cui sono svaniti il vigore, il profumo, la sua stessa forma di rosa. L\u2019immagine \u00e8 l\u2019ultima degli acquarelli della serie\u00a0<em>Fading Roses\u00a0<\/em>(2022) accompagnata dai versi del grande poeta palestinese Mahmud Darwish (al-Birwa, oggi Israele, 1941- Houston, USA, 2008): \u00abSoffriamo di una malattia incurabile chiamata speranza (&#8230;) Spero che i nostri poeti vedano la bellezza del colore rosso nelle rose piuttosto che nel sangue\u00bb. Ma dopo il 7 ottobre 2023 a Gaza sembra sparita anche la speranza, il colore rosso delle rose si \u00e8 dissolto, rimane solo quello del sangue e il numero interminabile dei morti, spesso senza nome, senza un volto. Taysir dedica il suo libro alla madre Amina (1933-2017) perch\u00e9 tutte le immagini del libro sono il risultato dell\u2019estenuante tentativo di vederla, via computer o cellulare da Parigi, di poterle parlare, risentire la sua voce, nonostante la lontananza. All\u2019epoca (questo lavoro, ricordiamolo, \u00e8 stato fatto tra il 2015 e il 2017) la madre era ancora viva. Ma, oggi che la madre non c\u2019\u00e8 pi\u00f9, Taysir pubblica questo libro per dedicarlo anche ai suoi famigliari uccisi di recente, mentre cercavano rifugio nella casa di famiglia nel quartiere di As-Shujaiya, a Gaza City, forse ignari che vicino a loro Hamas aveva costruito un tunnel sotterraneo, obiettivo delle bombe israeliane. O forse s\u00ec, del tunnel lo sapevano, ma non avevano proprio altri luoghi dove fuggire\u2026 In ogni caso, tutti sono stati massacrati nel novembre del 2023: \u00abmia sorella Hanan (1963-2023), suo marito Abd Elrahim (1957-2023) e tutti i loro figli, mia cugina Mansoura (1949-2023), mio cugino Bakr (1962-2023), infine mio fratello Fayez (1951-2023), morto qualche giorno dopo mia sorella nonostante le cure mediche\u00bb.<\/p>\n<p>Ogni immagine del libro\u00a0<em>Disruption<\/em>\u00a0\u00e8 un documento, la distaccata e oggettiva registrazione di una realt\u00e0 con la quale gli risultava pressoch\u00e9 impossibile entrare in contatto concreto. Taysir, da Parigi cercava infatti di mettersi in relazione con la madre e i famigliari, tramite il programma video di Whatsapp. Ma la connessione era sempre estremamente difficile, la linea si manteneva ogni volta instabile, disturbata. Le sue immagini semicancellate dai pixel, poi confuse, poi totalmente negate, diventano allora la precisa testimonianza di come la comunicazione tra Gaza e l\u2019estero fosse sempre compromessa, assiduamente precaria, simile alla vita stessa dei suoi abitanti. Queste opere, si badi bene, non ricercano volutamente l\u2019errore dei sistemi di Google Street View o di Whatsapp come fanno invece vari artisti, che esplorano le falle della rete mentre se ne stanno comodi davanti ai loro computer di New York o di qualche altro placido paese. Qui, infatti, lungo la linea telematica fra Parigi e Gaza, non abbiamo a che fare con una tecnologia intelligente che vede, individua, mette a fuoco e interpreta, come teorizzava il filosofo francese Paul Virilio. Taysir invece \u00e8 costretto ad arrancare attraverso una linea comunicativa esasperante e desolante, dove anche l\u2019alta tecnologia informatica funziona solo a stento, oppure non funziona affatto, e impedisce ogni concreta relazione tra persone che vivono in Paesi diversi, di cui uno, Gaza, \u00e8 come una fossa, un punto semicieco del mondo. Taysir non enfatizza nulla, non mette in scena la sua disperazione, mentre cerca di vedere almeno per un istante il volto della madre, sentire per almeno un momento la sua voce amata. Lui si limita a registrare ci\u00f2 che vede e non vede in modo impersonale, distanziato. A volte, nelle immagini, intravediamo il volto di sua madre che appare per\u00f2 solo come un\u2019ombra, poi scompare decomposta dai pixel, infine riappare debolmente, quindi si cancella. L\u2019autore non ci mostra niente di dichiaratamente drammatico, anche l\u00e0 dove s\u2019intravede a stento un condominio che pare collassare su se stesso o la stanza di un ospedale; eppure le sue fotografie generano un profondo senso di dolore, di ansia, di disagio emotivo. Sar\u00e0 almeno una volta riuscito a parlare veramente con sua madre? \u2013 viene spontaneo chiedersi con ansia. Entrambi, madre e figlio, cercano di raggiungersi per esprimere il loro affetto reciproco, per scambiarsi una frase, un sorriso prima che sia troppo tardi (e la madre infatti nel 2017 morir\u00e0). Ma no, niente, whatsapp non funziona, non ce la fa, e cos\u00ec le sue fotografie, usate come una vera e propria traccia della realt\u00e0, possono registrare solo lo sfocato, lo scomposto, il disfatto, infine l\u2019invisibile: testimoniano una situazione d\u2019impossibilit\u00e0. Pur cos\u00ec fredde in apparenza, \u00e8 come se arrivassero fino a noi \u201ccaldissime\u201d perch\u00e9 ci fanno sentire tutta la sua nostalgia di figlio, il suo bisogno di un rapporto agognato e irraggiungibile.<\/p>\n<figure class=\"caption caption-img\" role=\"group\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/foto%20n.2%20.jpeg\" alt=\"n\" width=\"800\" height=\"1200\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"dbfa3bf5-50aa-4ce6-8e72-e1079a36cb68\" \/><figcaption>Disruptions, \u00a9 Taysir Batniji 2024 courtesy Loose Joints.<\/figcaption><\/figure>\n<p>Al contempo tali immagini divengono il simbolo, altrettanto doloroso, di un mondo progressivamente distrutto, dove le persone e le cose scompaiono, questa volta inghiottite dalla guerra. \u00abPu\u00f2 essere che la ricerca della fotografia per \u201cdire la verit\u00e0\u201d si trovi non nel realismo ma nella narrazione. Il valore astratto del\u00a0<em>glitch<\/em>\u00a0diventa un nuovo tipo di documento: evidenzia l\u2019instabilit\u00e0 che sovrasta il popolo palestinese ma anche la sopravvivenza delle immagini malgrado tutto\u00bb \u2013 scrive lo stesso Taysir, alla fine del suo libro. E questa frase finale inevitabilmente mi riporta al celebre libro di Georges Didi-Huberman,\u00a0<em>Immagini malgrado tutto,\u00a0<\/em>dedicato alle quattro immagini strappate all\u2019inferno di Auschwitz dai membri di un\u00a0<em>Sonderkommando.\u00a0<\/em>Dato il pesante clima politico legato alla guerra fra Hamas e Israele, dove i fraintendimenti e le accuse reciproche si moltiplicano inarrestabili, preciso subito che non intendo mettere sul piano di una relazione egualitaria la Shoah e la guerra di Gaza. Mi preme solo sottolineare come quest\u2019opera di Taysir, allo stesso modo delle terribili quattro immagini di Auschwitz, esprimono un valore di verit\u00e0, dove a mostrarci, a restituirci la realt\u00e0 non \u00e8 pi\u00f9 il visibile, ma paradossalmente ci\u00f2 che rimane invisibile. \u00c8 il non visibile, infatti, che in situazioni estreme (Auschwitz, Gaza\u2026) ci fa\u00a0<em>immaginare malgrado tutto<\/em>: il non visibile \u00e8 la porta nera da cui eroicamente i membri del\u00a0<em>Sonderkommando<\/em>\u00a0testimoniano in qualche modo, malamente, mantenendosi nascosti, la cremazione dei corpi gasati, o un brandello di cielo tra gli alberi. In simili condizioni disperate, anche l\u2019immagine \u201csbagliata\u201d e apparentemente inutile di un albero isolato, che si erge incerto tra i forni del crematorio, pu\u00f2 farci sentire la paura, anzi il terrore che dominava ovunque, in quel luogo di morte e di programmatico sterminio.<\/p>\n<figure class=\"caption caption-img\" role=\"group\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/foto%20n.3.jpeg\" alt=\"n\" width=\"640\" height=\"960\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"ee37e74a-7d27-420a-8f9c-cbc2ff3f7bdf\" \/><figcaption>Disruptions, \u00a9 Taysir Batniji 2024 courtesy Loose Joints.<\/figcaption><\/figure>\n<p>Allo stesso modo, nella sequenza di Taysir, sono le immagini decomposte in sequenze di pixel informi \u2013 l\u00e0 dove non si vedono altro che stesure di colore verde o grovigli di forme deformate \u2013 a trasformarsi in apparizioni angoscianti, a produrre un effetto di esperienza lacerante attraverso la negazione del visibile. \u00abTestimoniare significa raccontare\u00a0<em>malgrado tutto\u00a0<\/em>ci\u00f2 che \u00e8<em>\u00a0impossibile\u00a0<\/em>da raccontare in alcun modo\u00bb \u2013 scrive Didi-Hubermann. Ci tengo a usare le sue parole, anche perch\u00e9 sono quelle di un ebreo. Come chiarisce Said: \u00ab\u00e8 necessario stabilire un legame tra ci\u00f2 che \u00e8 accaduto agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale e la catastrofe che ha colpito i palestinesi; ma tale connessione non pu\u00f2 essere (\u2026) un\u2019argomentazione volta a demolire o sminuire il vero contenuto sia dell\u2019Olocausto che del 1948. Nessuno dei due eventi \u00e8 simile all\u2019altro (\u2026) Infine, n\u00e9 l\u2019uno n\u00e9 l\u2019altro devono venire minimizzati. C\u2019\u00e8 abbastanza sofferenza e ingiustizia per tutti\u00bb. E ora pi\u00f9 che mai.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/taysir-batniji-fotografare-gaza\">https:\/\/www.doppiozero.com\/taysir-batniji-fotografare-gaza<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di DOPPIOZERO (Gigliola Foschi) \u201cPace, speriamo nella pace, forse s\u00ec ritroveremo la pace con i palestinesi\u201d, mi ero sentita ripetere come una sorta di ritornello da tutti gli israeliani che avevo incontrato anni fa nel mio viaggio tra Gerusalemme e l\u2019Alta Galilea. All\u2019epoca era primo ministro Yitzhak Rabin (1992-1995) e molti speravano che si fosse aperto davvero uno spiraglio per una decisiva pacificazione. 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