{"id":84886,"date":"2024-04-11T09:13:01","date_gmt":"2024-04-11T07:13:01","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=84886"},"modified":"2024-04-09T10:15:28","modified_gmt":"2024-04-09T08:15:28","slug":"siamo-la-scorta-mediatica-dei-massacri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=84886","title":{"rendered":"Siamo la scorta mediatica dei massacri"},"content":{"rendered":"<p><strong>di GLI ASINI (Raffaele Oriani)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-large size-large wp-post-image\" src=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/wp-content\/uploads\/Mazen_palestine_compass-819x1024.jpg\" alt=\"\" width=\"819\" height=\"1024\" \/><\/p>\n<div class=\"featured_caption\">Illustrazione di Mazen Kerbaj<\/div>\n<div class=\"clearfix\"><\/div>\n<div class=\"entry_content\">\n<div class=\"the_content\">\n<div class=\"hentry\">\n<p>Il 25 febbraio l\u2019aviere statunitense Aaron Bushnell si d\u00e0 fuoco in divisa davanti all\u2019ambasciata israeliana di Washington. Aaron ha 25 anni, ci sono foto che lo ritraggono sorridente, paffuto, il classico ragazzone americano con tutta la vita davanti. Prima di immolarsi scrive un post su facebook: \u201c\u00c8 capitato a molti di noi di chiedersi \u2018Cos\u2019avrei fatto al tempo della schiavit\u00f9? O dell\u2019apartheid? Cosa farei se il mio Paese commettesse un genocidio?\u2019 La risposta \u00e8 quello che stai facendo ora. Proprio ora\u201d. Alla Corte di giustizia dell\u2019Aja si sta dibattendo se quello che succede a Gaza in risposta ai massacri di Hamas del 7 ottobre sia o meno un genocidio. Con una sentenza provvisoria la stessa Corte ha riconosciuto la \u201cplausibilit\u00e0\u201d del genocidio. Ci sono i morti, certo \u2013\u00a0 tra accertati e dispersi al momento quasi 40mila. Ma non solo. C\u2019\u00e8 la distruzione di tutto. Ci sono le dichiarazioni dei leader politici israeliani, che fanno intendere la volont\u00e0 non solo di sconfiggere ma di sterminare il nemico: ricordatevi di Amalek, ha detto il premier Netanyahu in un\u2019allocuzione alle truppe, con implicito riferimento al passo biblico che invita a \u201cuccidere uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini\u201d. E poi ci sono le immagini che i soldati israeliani si scambiano freneticamente nei social: \u201cQuesta \u00e8 dedicata a mia figlia, la principessa Ayala per il giorno del suo secondo compleanno\u201d ride un soldato mentre fa saltare una casa palestinese. \u201cEccoli, gli unici civili innocenti\u201d ride un altro, filmando due capre che brucano. Da sei mesi a Gaza succedono cose che non siamo abituati a vedere. Le vediamo poco, in realt\u00e0. Ma sono cos\u00ec gravi che, anche se la Corte dovesse decidere che questo non \u00e8 un genocidio, la domanda del soldato Aaron continuerebbe a interrogarci: \u201cCosa facciamo noi mentre accade tutto questo?\u201d.<\/p>\n<p>Sono un giornalista, e per dodici anni ho collaborato con il\u00a0<em>Venerd\u00ec di Repubblica<\/em>. Non \u00e8 una rivista qualsiasi. In un panorama editoriale desolante, il\u00a0<em>Venerd\u00ec<\/em>\u00a0resiste, tanto da fare apparire il quotidiano quasi un allegato del settimanale: il gioved\u00ec\u00a0<em>Repubblica<\/em>\u00a0vende 90mila copie, il sabato pure, in mezzo quasi raddoppia, salendo a 160mila. Negli anni ho pubblicato inchieste e reportage dall\u2019Italia, dall\u2019Europa orientale, dai Balcani, ultimamente soprattutto dal Nordest. Il 5 gennaio esce una storia di copertina sui 700 anni dalla morte di Marco Polo: come sempre al\u00a0<em>Venerd\u00ec<\/em>, riusciamo a trasformarla in una vicenda che circola nella vita di tutti i giorni. Sono soddisfazioni. Ma non contano pi\u00f9 nulla. Sono settimane che non mi tornano i conti: cosa faccio io mentre accade tutto questo? Sono sicuro di non avere nulla a che fare con lo sterminio di questa gente che sembra completamente inerme, semplicemente in attesa di sapere se sar\u00e0 viva domani? Massacri ce ne sono sempre stati, e i nostri giornali non sempre sono stati dalla parte giusta. Ma di diverso c\u2019\u00e8 questo centellinare in diretta. E la consapevolezza sempre pi\u00f9 insopportabile che questa distruzione sia in capo ai nostri amici e alleati, in capo a reti economiche e politiche che dai nostri giornali arrivano fino alle stanze di chi pu\u00f2 fermare o rilanciare la strage.<\/p>\n<p>Di fronte a un genocidio la prima esigenza \u00e8 quella di non averci nulla a che fare. Il 5 gennaio mando una lettera ai 320 colleghi di\u00a0<em>Repubblica<\/em>\u00a0per comunicare che interrompo la mia collaborazione con il settimanale. Mi sono convinto che siamo parte di un apparato che rende possibili le stragi: \u201cQuanto accaduto il 7 ottobre \u00e8 la vergogna di Hamas, quanto avviene dall\u20198 ottobre \u00e8 la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilit\u00e0 di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori\u201d. Ho posto un problema, e una quindicina di colleghi mi risponde con messaggi di solidariet\u00e0, in parte semplicemente umana, in parte anche di imbarazzata sostanza. 15 su 320: per il 95 per cento dei giornalisti di\u00a0<em>Repubblica<\/em>\u00a0il problema non esiste. Ma poi il collega napoletano Paolo Mossetti divulga la lettera nei social e l\u2019effetto \u00e8 travolgente, con centinaia di migliaia di visualizzazioni, migliaia di commenti, un corale senso di liberazione perch\u00e9 qualcuno, da dentro, ha detto quello che in tanti, qui fuori, pensano ormai da mesi: sulle stragi di Gaza la nostra stampa non sta facendo il proprio dovere. Oscura il dolore palestinese. Non mette a fuoco le responsabilit\u00e0 israeliane. La mia lettera diventa il bimbo della favola di Andersen: il re \u00e8 nudo, i grandi giornali sono schierati dalla parte delle bombe.<\/p>\n<p>Siamo la scorta mediatica dei massacri. \u00c8 questo il pensiero che mi ha assillato per settimane. Dei crimini di guerra dell\u2019esercito americano in Iraq abbiamo preso coscienza grazie soprattutto al video\u00a0<em>Collateral Murder,\u00a0<\/em>che il marine Chelsea Manning recapit\u00f2 a Julian Assange: entrambi hanno pagato e stanno pagando un prezzo altissimo per questo contributo di trasparenza. Dei massacri di Gaza invece sappiamo tutto, giorno per giorno. Come ha sostenuto l\u2019avvocata irlandese Blinne Ni Ghr\u00e1laigh parlando a nome del Sud Africa nella causa alla Corte dell\u2019Aja: \u201cQuesto \u00e8 il primo genocidio della storia che vede le vittime trasmettere in diretta la propria distruzione nella disperata, e finora vana, speranza che il mondo possa intervenire\u201d. \u00c8 sicuramente un paradosso: nonostante nella Striscia di Gaza non siano ammessi giornalisti internazionali, il flusso di immagini e notizie che documentano i massacri \u00e8 irrefrenabile. Le vittime ci fanno sapere tutto. I carnefici non nascondono nulla. Ma quest\u2019abbondanza di fonti non fa che accrescere le responsabilit\u00e0 della libera stampa. Soprattutto della libera stampa d\u2019Occidente. \u00c8 come se i grandi organi di informazione avessero in mano l\u2019interruttore per fermare o mitigare i massacri. E non lo stessero usando.<\/p>\n<p>Accadono cose enormi. Nei primi cento giorni di guerra ucraina erano stati uccisi 260 bambini. Qui i bambini massacrati sono quasi dodicimila. Il collettivo britannico\u00a0<em>Led by Donkeys<\/em>\u00a0sottrae questa cifra alla statistica stendendo sulla spiaggia di Bournemouth 11.500 vestitini l\u2019uno accanto all\u2019altro: un unico piano sequenza riprende cinque chilometri di bambini che non ci sono pi\u00f9. Ovunque ti giri, \u00e8 come se l\u2019orrore di questa guerra che non \u00e8 una guerra eccedesse ogni consuetudine: in cinque mesi distrutte oltre met\u00e0 delle case, tutte le universit\u00e0, due terzi degli ospedali, ammazzati 103 giornalisti, 685 operatori sanitari, ottomila donne, una mamma ogni 40 minuti. La sproporzione tra vittime civili e combattenti impedisce di definire questa catastrofe una guerra: verrebbe da chiamarla genocidio, ma il termine \u00e8 controverso. Per Joe Biden era genocidio quello di Putin in Ucraina, non questo di Netanyahu a Gaza: a dargli manforte in Italia c\u2019\u00e8 proprio\u00a0<em>Repubblica<\/em>, che nell\u2019aprile 2022 pubblicava dotti editoriali di sostegno alla tesi del genocidio ucraino, e nell\u2019inverno 2024 pubblica altrettanto dotti editoriali che confutano la tesi del genocidio palestinese. Ma le cose devono avere un nome. Nel dubbio, c\u2019\u00e8 chi opta per \u201cdura risposta\u201d, chi per \u201cintervento massiccio\u201d, chi romanticamente per \u201caspra guerra\u201d. Quando si sono gi\u00e0 superate le 30mila vittime, un editoriale del\u00a0<em>Corriere della Sera<\/em>\u00a0mette in fila nella stessa pagina lo \u201c<em>scempio<\/em>\u00a0inumano di Hamas\u201d, la \u201c<em>carneficina<\/em>\u00a0di Putin in Ucraina\u201d e le \u201c<em>operazioni<\/em>\u00a0a Gaza di Netanyahu\u201d (corsivi nostri,\u00a0<em>ndr<\/em>). In attesa della sentenza sul \u201cplausibile genocidio\u201d, possiamo quindi chiamarle operazioni. Restano enormi per\u00f2: l\u2019enormit\u00e0 della morte e della distruzione obbliga gli organi d\u2019informazione a fare al meglio la loro parte. Non la stanno facendo.<\/p>\n<p>Migliaia di bambini sotto le macerie. Basterebbe questo per imporre un salto comunicativo: non \u00e8 pi\u00f9 il conflitto israelo-palestinese, non si tratta pi\u00f9 della legittima difesa di Israele dopo i massacri del 7 ottobre. \u00c8 qualcosa di profondamente diverso. \u00c8 un evento che tasta i limiti della nostra tenuta etica, mette in allarme la nostra comune appartenenza a una civilt\u00e0 che si vuole intrisa di diritti umani. Ma i grandi giornali non capiscono. Continuano a contestualizzare, razionalizzare, geopoliticizzare gli eventi. Eppure la stragrande maggioranza dei palestinesi non muore sul campo di battaglia ma in casa. In rete circolano fotografie di grandi famiglie nel giorno di festa, in cui tre o quattro generazioni sorridono all\u2019obiettivo: dieci, quindici, diciotto persone e un\u2019unica didascalia ricorrente che recita \u201cTutti uccisi dall\u2019esercito israeliano\u201d. Cade una bomba e sparisce una famiglia. Muoiono medici, avvocati, scienziati, scrittori, infermieri. Non si sa se muoia anche qualche combattente di Hamas. Ogni tanto i giornali si appassionano alla caccia al numero uno, due o tre dell\u2019organizzazione terroristica. Al ritrovamento dell\u2019ennesimo temibilissimo tunnel. Appare tutto cos\u00ec puerile di fronte a questa strage: quando scrivo la mia lettera di congedo, ricordo ai colleghi che quello stesso giorno lo sterminio di due famiglie \u00e8 registrato dal giornale all\u2019ultima riga di pagina 15. Due mesi e mezzo dopo, una bomba uccide 36 persone di un unico nucleo famigliare di Dair al-Balah: nell\u2019edizione online di\u00a0<em>Repubblica<\/em>\u00a0lo schianto finisce nel rullo di notizie dove si nasconde tutto quanto \u00e8 impossibile non pubblicare; nell\u2019edizione cartacea non c\u2019\u00e8. \u00c8 la cronaca quasi quotidiana di questa finta guerra: il 30 gennaio l\u2019Unicef comunica che dal 7 ottobre a Gaza sono rimasti orfani 19mila bambini. Ma l\u2019allarme non scatta nemmeno questa volta: il giorno dopo la notizia \u00e8 al piede di pagina 13 sia su\u00a0<em>Repubblica<\/em>\u00a0sia sul\u00a0<em>Corriere<\/em>. Ma cos\u00ec non si documenta, cos\u00ec si accompagna un genocidio.<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 mai un momento in cui fare il punto ed esprimere un giudizio. A differenza del 7 ottobre, queste stragi si compiono senza nessuna narrazione. Non un editoriale sui colleghi uccisi, non un commento sulla distruzione di ospedali, universit\u00e0, moschee, chiese. Non una riflessione sulle decine di soldati che si fanno riprendere accanto alle loro prede legate, bendate, accartocciate. Mai una rubrica, nemmeno caustica, nemmeno ironica, dedicata alle dichiarazioni deliranti di politici e commentatori israeliani: \u201cDai quattro anni in su, sono tutti sostenitori di Hamas\u201d dice un ex generale, \u201cSono fiera delle rovine di Gaza. Che si ricordino per i prossimi ottant\u2019anni di cosa sono capaci gli Ebrei\u201d esulta una ministra in carica. Esaurita l\u2019epopea dell\u2019autodifesa di Israele, per mesi ci si concentra su fantomatici negoziati che coinvolgono cancellerie, mediatori, emissari: in mezzo a tanti movimenti apparenti, la morte diventa un basso continuo quasi impercettibile. Accadono cose. L\u2019attenzione \u00e8 minima, tranne quando non ne accadono altre: il 23 gennaio il\u00a0<em>Corriere della Sera<\/em>\u00a0si sveglia e titola \u201cGiornata di sangue nella Striscia: Hamas uccide 24 soldati israeliani\u201d. Lo stesso giorno vengono uccisi 210 palestinesi, in larghissima parte civili. Fosse stato per loro, la giornata non sarebbe stata di sangue.<\/p>\n<p>I nostri organi di stampa dovevano stare dalla parte della nostra civilt\u00e0. Hanno scelto un altro campo. Quando tutto sar\u00e0 compiuto cominceranno i long form dedicati alla distruzione. Ma \u00e8 adesso che vengono uccisi i bambini, migliaia di bambini. La guerra in Ucraina \u00e8 stata raccontata ricorrendo a tutto l\u2019armamentario della comunicazione emozionale: grandi titoli, enormi fotonotizie, testimonianze strazianti, giudizi continui, soprattutto tanti inappellabili giudizi. I massacri di Gaza non hanno mai meritato una presa di posizione. I Tg Rai si sono specializzati nel racconto della sofferenza palestinese senza responsabili: le bombe cadono, in certe serate addirittura piovono, non si riesce mai a capire per mano di chi. Un commentatore attento come Massimo Giannini il 13 febbraio a\u00a0<em>Di marted\u00ec<\/em>\u00a0se ne esce con questa frase: \u201cNon si deve avere paura di dire che a Gaza si sta producendo una strage\u201d. Dopo quattro mesi siamo a questo punto: ci vuole coraggio perfino a contare i morti, non se ne parla di indicare i colpevoli. Pi\u00f9 passa il tempo e pi\u00f9 sono convinto di avere fatto la scelta giusta. Tranne poche, luminose eccezioni, il nostro sistema informativo ha fallito l\u2019appuntamento con il genocidio. L\u2019avrebbe fallito anche se fosse solo uno sterminio, un massacro, un\u2019\u201daspra guerra\u201d. E s\u00ec che per non fallire sarebbe bastato ascoltare un vecchio ebreo francese che i giornali italiani frequentano da decenni: a 102 anni, il sociologo Edgar Morin parla al festival del libro africano di Marrakech e si dice \u201cindignato\u201d da quello che, nel silenzio del mondo, i governanti d\u2019Israele stanno compiendo a Gaza. Morin soffre per la propria impotenza ma con un filo di voce invita a reagire: \u201cTroviamo il coraggio di guardare in faccia la realt\u00e0, e facciamo tutto quanto \u00e8 nelle nostre possibilit\u00e0 per continuare a testimoniare\u201d. Sarebbe bastato ascoltarlo.<\/p>\n<p>Dell\u2019autore \u00e8 in uscita a fine aprile per la casa editrice People il libro\u00a0<em>Gaza. La scorta mediatica<\/em><\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/siamo-la-scorta-mediatica-dei-massacri\/\">https:\/\/gliasinirivista.org\/siamo-la-scorta-mediatica-dei-massacri\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GLI ASINI (Raffaele Oriani) Illustrazione di Mazen Kerbaj Il 25 febbraio l\u2019aviere statunitense Aaron Bushnell si d\u00e0 fuoco in divisa davanti all\u2019ambasciata israeliana di Washington. Aaron ha 25 anni, ci sono foto che lo ritraggono sorridente, paffuto, il classico ragazzone americano con tutta la vita davanti. Prima di immolarsi scrive un post su facebook: \u201c\u00c8 capitato a molti di noi di chiedersi \u2018Cos\u2019avrei fatto al tempo della schiavit\u00f9? O dell\u2019apartheid? 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