{"id":84888,"date":"2024-04-12T09:21:18","date_gmt":"2024-04-12T07:21:18","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=84888"},"modified":"2024-04-09T10:23:45","modified_gmt":"2024-04-09T08:23:45","slug":"la-postura-e-limpostura-la-scuola-che-si-posta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=84888","title":{"rendered":"La postura e l\u2019impostura, la scuola che si posta"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LE PAROLE E LE COSE (Roberto Contu)<\/strong><\/p>\n<pre>Consigli di classe. Scuola, democrazia e societ\u00e0, \r\nrubrica a cura di Mimmo Cangiano<\/pre>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La scuola nella rete<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Negli anni Novanta, come un Carlino Altoviti qualunque, mi sono trovato gi\u00e0 cresciuto difronte al mare, ma il mare non previsto della rete. Ho provato a svuotarlo con il secchiello a 56k dei primi tempi, ho iniziato a bagnarmici i piedi all\u2019epoca dei forum, ho finito per galleggiarci dentro aggrappato alla ciambella che gi\u00e0 perdeva di Myspace. Circa dieci anni dopo ho aperto un profilo Facebook. Vinto il trauma della consegna del nome e del cognome al posto del nickname, della foto al posto dell\u2019avatar, ricordo poco dei primi tempi, so per certo che a partire dal 2010, come il resto del mondo, ho iniziato a starci dentro continuamente, non pi\u00f9 un\u2019evasione opalescente ma un posto localizzato e abitato. Il web diventava partecipativo, mi sentivo avanti, un early adopter che gi\u00e0 pensava 2.0 quando in molti viaggiavano ancora a ipertesti e ppt. Soggetto di comunicazione, mi scoprivo essere media, a distanza di una quarantina d\u2019anni Erving Goffman c\u2019aveva preso, la vita quotidiana mutava davvero in rappresentazione. Ricordo lo stupore da iniziato, ma iniziati lo eravamo tutti, nel sentire il rimbombo nelle prime camere d\u2019eco: questa \u00e8 l\u2019infosfera, questo \u00e8 il modello del grafo, questa \u00e8 la condivisione, s\u00ec queste sono le bolle, quella era la bolla che mi si gonfiava tutta intorno, e la mia bolla, beati gli altri, era tutta scolastica. La scuola, la scuola tutta, tutte le insegnanti e gli insegnanti d\u2019Italia, ma pure tutta la folla attorno alla scuola d\u2019Italia me la ritrovavo a un certo punto l\u00ec dentro, perch\u00e9 la scuola aveva iniziato a incontrarsi nell\u2019onlife, la scuola aveva iniziato a spostarsi, la scuola gi\u00e0 dai primi anni Dieci aveva iniziato tutta a postarsi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Nella rete<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per quanto mi riguarda, gi\u00e0 la scuola nella rete statica era stata una svolta, una bellezza, una piena dopo le secche dei primi anni analogici di carriera, in cui raccattavo notizie e dibattiti unicamente tra libri, riviste di ogni tipo, quotidiani, qualche opuscolo sindacale dimenticato sul tavolo docenti accanto ai registri blu vergati a mano. Ma alla fine degli anni Zero, i muri dell\u2019aula insegnanti iniziavano letteralmente a venire gi\u00f9, il collegio docenti si moltiplicava enne volte e ben presto sarebbe diventato il collegio docenti d\u2019Italia, d\u2019Europa e del mondo, i corridoi si srotolavano infiniti e si riempivano di incontri uno pi\u00f9 bello dell\u2019altro, amicizie nuove, idee, scambio febbrile e vitale come solo la candida rosa dei beati credevo avesse visto prima della comparsa di quella cosa meravigliosa che mi si svelava essere il web 2.0. Se risalgo indietro ai miei primi post di oramai quindici anni fa (passando il pomeriggio a scrollare \u00e8 possibile farlo, al rischio e pericolo emotivo del ripescare in soffitta lo scatolone del tempo che fu), colgo la timidezza del neofita, qualche piccolo scambio, tanta circospezione, nessun flame. Posso registrare invece una curva crescente di confidenza che sale, spinta da condivisioni sempre pi\u00f9 libere di esperienze, spigolature, pensieri sulle mie mattinate a scuola. Insomma, complice anche l\u2019ingresso nella redazione di un blog importante (<a href=\"https:\/\/laletteraturaenoi.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">laletteraturaenoi<\/a>), nel primo lustro degli anni Dieci, come molti, diventavo di fatto un insegnante che aveva iniziato a postarsi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Estimit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nel 2001, Serge Tisseron, passando da Lacan a Bauman, aveva riniziato a parlare di estimit\u00e0, riportando alla luce l\u2019<em>extimus<\/em>\u00a0perduto dei latini al quale era sopravvissuto fino a noi solo l\u2019opposto, ovvero l\u2019<em>intimus<\/em>, ovvero l\u2019intimit\u00e0. Vero \u00e8 che Tisseron in quel caso non poteva riferirsi a ci\u00f2 che sarebbe avvenuto dieci anni dopo sui social, ma a quanto capitato negli Ottanta, per cui il rendere pubblica la propria intimit\u00e0, al netto di psicosi e con il solo fine del costruire la \u00abpropria faccia\u00bb che sempre Goffman aveva predetto, si imponeva come opzione identitaria. Sebbene Tisseron avesse riesumato il termine estimit\u00e0 in riferimento al giorno in cui una donna aveva bellamente rivelato in una trasmissione tv di non avere mai avuto un orgasmo con il marito, \u00e8 relativamente facile intuire cosa potrebbero avere a che fare Tisseron e l\u2019estimit\u00e0 con il nostro discorso. Fin dai primi tempi nei quali anche io ho iniziato a postarmi come insegnante, e quindi non tanto a condividere le foto dei gatti che non ho o gli spritz d\u2019estate a Montalto di Castro, ho percepito come l\u2019aprire alla rete la porta della mia classe, del tavolo dove studio, delle verifiche dei miei studenti, fosse comunque un transito inedito dall\u2019intimit\u00e0 della funzione educativa a un qualcosa di nuovo e di mai visto: a partire dagli anni Dieci gran parte degli insegnanti, e io con loro, non solo avevamo iniziato a postarci, ma a condividere la propria intimit\u00e0 professionale, che era diventata appunto estimit\u00e0 professionale. Quanto tale snodo sia stato importante, quanto abbia determinato ci\u00f2 che \u00e8 avvenuto negli ultimi tre lustri, credo siano domande da non eludere, anche perch\u00e9 ha finito per riguardare non solo gli insegnanti, ma l\u2019intero discorso pubblico sulla scuola.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Nella piazza dell\u2019altrove<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per quanto riguarda l\u2019esperienza personale, mi pare di potere mettere a bilancio pro e contro piuttosto chiari. Anzitutto riconosco le infinite opportunit\u00e0 che tale espansione del mio io-insegnante nella rete ha portato in dote. Ho aumentato a dismisura le occasioni di confronto, ho conosciuto persone che sono finite per diventare tra le pi\u00f9 importanti per me, ho avuto modo di frequentare gruppi splendidi (s\u00ec, ci sono, sono fatti di insegnanti e si impara molto, si pensa molto), comunit\u00e0, esperienze che rappresentano una chiave di volta per il mio lavoro di insegnante. La rete ci ha messo nella piazza del mondo e da insegnante non ho potuto che voltarmi ovunque, a volte fino a saturarmi, tra le interazioni che mi si apparecchiavano di continuo. Insomma, un gran bene. Ho colto per\u00f2 presto anche le criticit\u00e0, del resto inevitabili in ogni frequentazione di nuovi territori. Anzitutto mi \u00e8 parso chiaro come il gestire l\u2019estimit\u00e0 della proiezione in rete ponesse un problema decisivo sulla possibile deriva narcisistica\/vittimistica con la quale anche l\u2019insegnante, cos\u00ec come il mondo tutto che ha allargato il proprio io in rete, dovrebbe fare i conti. Come tutti ho avuto quotidiana esperienza di quanto il mettere in rete una buona prassi, un bel momento scolastico, intervenire in un dibattito o proporlo, o al contrario, il denunciare un problema, un disagio personale, entrare a gamba tesa in una discussione, fossero espressioni di s\u00e9 perennemente in bilico tra la condivisione utile e democratica e la rincorsa individuale a un proprio posto nel mondo, per ansia di legittimazione e riconoscimento se non di posizionamento. Oltre ci\u00f2, in realt\u00e0 pi\u00f9 tardi, ho iniziato a valutare un\u2019altra questione collaterale, altrettanto significativa. Il modo semplice per dirla \u00e8 l\u2019immagine di un docente che durante un\u2019ora buca \u00e8 intento sul proprio pc a discutere, postare, commentare, fosse anche la polemica pi\u00f9 importante del momento, ma che per farlo soprassiede al fatto che di quella importante polemica non trova il tempo di parlare con il collega che ha difronte sul tavolo, magari dello stesso consiglio di classe, e con il quale potrebbe prendere un caff\u00e8 per discuterne e poi portare una mozione in collegio docenti. L\u2019eterno altrove della rete, insomma, nel caso della scuola, mi \u00e8 parso a un certo punto celare il rischio (anzitutto personale) di mettere in crisi la natura politica e collettiva del lavoro dell\u2019insegnante, che si sostanzia nei luoghi fisici della sua presenza: la classe, il consiglio, il dipartimento, il collegio docenti. Di questo\u00a0<a href=\"https:\/\/laletteraturaenoi.it\/2023\/06\/12\/linsegnante-e-collettivo-il-consiglio-il-dipartimento-il-collegio\/#:~:text=L'insegnante%20%C3%A8%20un%20lavoro,iota%20o%20un%20solo%20trattino.\">ho gi\u00e0 scritto<\/a>, ma mi limito a ridire come, per l\u2019effetto modellizzante progressivo delle bolle che ognuno abita e che a un certo punto vanno configurandosi come il parco ideale dei migliori interlocutori possibili (ma anche dei migliori antagonisti), il rischio che la propria rete digitale di rapporti si configuri non solo come un naturale arricchimento e una verifica continua e circolare dei corridoi reali, dell\u2019aula insegnanti reale, della scuola reale, ma come un mondo preferibile e di certo pi\u00f9 corrispondente, sia non proprio peregrino: perch\u00e9 invece la scuola \u00e8 collettiva e la prima forma della collettivit\u00e0 \u00e8 quella sul posto di lavoro. Riguardo ci\u00f2, ricordo la battuta di una collega caustica e piuttosto rigida, che durante un intervallo, mentre io gli raccontavo del post del tale, mi rispondeva, irritandomi ma in realt\u00e0 interrogandomi: \u00absi va bene, ma io i post sulla scuola scritti durante la mattinata nemmeno li leggo, perch\u00e9 significa che chi scrive non sta in classe o sui corridoi o al limite in aula docenti a studiare. Si scrive di pomeriggio, non di mattina, e solo se hai finito di preparare la lezione per il giorno dopo\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Un discorso inquinato?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma con buona pace della mia collega, le espansioni dei singoli io-insegnanti nella rete, sono diventate milioni di milioni, nei fatti una delle fette pi\u00f9 grosse dell\u2019intera infosfera, una delle bolle pi\u00f9 giganti, il contenitore traboccante del discorso pubblico sulla scuola dove le voci risonanti e riconosciute annaspano nel profluvio infinito delle voci comuni. Veramente se c\u2019\u00e8 stato un mondo che negli ultimi anni \u00e8 stato catalizzatore continuo di polemiche, proclami, sentenze, quello \u00e8 stato la scuola. Assertivit\u00e0 delle comunicazioni, polarizzazioni sistematiche, perdita delle posizioni intermedie: siamo oramai sufficientemente in l\u00e0 con l\u2019esperienza per avere tutti bene in mente quali siano le insidie in un dibattito che \u00e8 continuo, pervasivo e a ogni livello. Per mole credo non si possa dire altrettanto nemmeno di dibattiti della pari importanza come quello sul lavoro, la salute, tanto meno sulla questione ambientale. Forse solo il tema dei diritti ha avuto una esposizione simile a quello della scuola. Personalmente ho sempre ascritto tale foga del nostro tempo al fatto che una societ\u00e0 intera che ha finito per perdere tutti i contenitori simbolici e ideologici dell\u2019idea di futuro, abbia naturalmente e pi\u00f9 o meno inconsciamente demandato la risposta definitiva sul domani all\u2019unico luogo che, se non altro per il mero dato biologico, parrebbe contenerla, ovvero la scuola. Ma come ha recentemente e bene mostrato in questa rubrica\u00a0<a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=48869\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Emanuela Bandini<\/a>, lo ha fatto incappando nella fallacia pi\u00f9 facile, ossia che se \u00e8 vero che non c\u2019\u00e8 futuro se non c\u2019\u00e8 scuola, \u00e8 anche vero che non c\u2019\u00e8 scuola se non c\u2019\u00e8 politica, se non c\u2019\u00e8 lavoro, se non c\u2019\u00e8 giustizia sociale. Fatto sta che della scuola hanno parlato e parlano tutti. Parla la politica, parla l\u2019accademia, parlano i comici, parlano pure gli insegnanti che diventano influencer e che fanno veramente venire l\u2019influenza alla scuola, eh s\u00ec che avevamo durato fatica a liberarci del morbo di Keating, a capire che la scuola non ha bisogno di eroi proprio perch\u00e9 non \u00e8 una societ\u00e0 autoritaria, bens\u00ec di maestri perch\u00e9 \u00e8 una societ\u00e0 democratica. Insomma, parlano davvero tutti, con buona pace dei docenti e delle docenti che qualche volta ammutoliscono e si guardano attorno un po\u2019 spaesati. Tempo fa mi ha colpito il messaggio di una collega che stimo molto, che deponeva le armi in una discussione in rete con queste parole: \u00abnon so pi\u00f9 che dire, oramai il dibattito sulla scuola \u00e8 inquinato, ci sarebbe da abbandonare i social in massa, starsene zitti e basta\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La tentazione del silenzio<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che mai come oggi \u00e8 palese come le parole della rete, e in modo particolare le parole della rete pronunciate in posizione risonante, possano insistere sulla realt\u00e0 in modo talmente performativo da fare impallidire i filosofi del linguaggio e i pragmatici della linguistica di cinquanta anni fa. Penso ad esempio al vero e proprio ecosistema comunicativo del mondo Invalsi, che sedimenta da anni in portato politico (si veda quanto di abnorme sta accadendo in questi giorni, con l\u2019inserimento delle rilevazioni Invalsi nei curricola degli studenti). Penso alle classifiche Eduscopio con le sue interfacce tonde e accattivanti, che al dogma del\u00a0<em>which is better<\/em>\u00a0esibito e strillato sulle prime pagine si fanno strumento di disgregazione sociale. Penso alle tirate unilaterali di esperti e presidenti di fondazioni \u2013 un vero e proprio genere letterario \u2013 sugli studenti un tanto al chilo sempre pi\u00f9 somari, penso ai processi ricorrenti ai veteromodelli della lezione frontale e penso alle reprimenda sulle conoscenze noiose e paludate. Penso anche ai discorsi apodittici sul merito e la valutazione, a quelli sull\u2019innovazione impacchettata nella neolingua e ai presunti luddismi metodologici di chi non si aprirebbe al nuovo. Ma penso anche all\u2019ennesimo convegno sulla scuola dove non \u00e8 presente un insegnante che sia una o uno nelle plenarie per avere voce e idee in capitolo, se non per \u00abportare la propria esperienza\u00bb, o \u00abpresentare il proprio laboratorio\u00bb, vizio imbarazzante anche dell\u2019accademia e, pur con qualche positiva eccezione, delle sue societ\u00e0. E chiss\u00e0 se arriver\u00e0 un giorno in cui, all\u2019ennesimo convegno sulla scuola senza insegnanti, ci ritroveremo a ridere di\u00a0<em>teacher gap<\/em>, come avvenne per la\u00a0<a href=\"https:\/\/www.huffpost.com\/entry\/colleges-women-in-math-panel-features-only-male-speakers-utah_n_5a8dcfa1e4b0273053a75035\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">locandina diventata virale<\/a>\u00a0della giornata nello Utah sulle donne nella matematica. Penso insomma a tutte le liquidazioni della funzione docente a furia di slogan, strilli, dixit, alla facilit\u00e0 in ogni ambito con cui si propongono ricette impacchettate, alla malafede di certe strategie alimentate dalle parole riverberate in rete, alle quali giustamente l\u2019insegnante sfinito finisce con rispondere con la tanto vituperata espressione, ma che forse a molti livelli dovrebbe essere presa in carico pi\u00f9 seriamente: \u00abma voi, cinque minuti, ci siete mai entrati in classe\u00bb? Ecco, difronte a tutto questo, veramente la tentazione di starsene zitti e basta \u00e8 forte, in ultima analisi io credo proprio per la contezza naturale di chi per definizione e da insegnante ha invece a che fare giornalmente con il divenire, la prossimit\u00e0 al dubbio, l\u2019interrogativo, ovvero l\u2019intelligenza praticata che nasce dall\u2019esperienza sul campo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La piazza \u00e8 vuota?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Abbiamo iniziato riflettendo sul portato epocale di un quindicennio, quello della presenza nell\u2019infosfera del mondo della scuola, abbiamo insistito sulle opportunit\u00e0, appena siamo passati dal piano individuale a quello collettivo del discorso pubblico sembrerebbe ritrovarci a un passo dal dire \u00abchiudiamo la piazza dei social, disertiamola in massa\u00bb. Per non farci mancare niente, ci sarebbe poi il lungo discorso sul convitato di pietra, i nuovi luoghi dove di fatto \u00e8 stata traslocata gran parte della vita democratica della scuola, ossia contenitori come Meta e X che sono privati, in mano ai privati custodi dell\u2019ultracapitalismo e che quindi ne dispongono nei modi a loro pi\u00f9 congeniali (non sarebbe mai troppo ad esempio il riflettere su come la semplice diade mi piace\/non mi piace, ideata da un pugno di uomini, abbia cos\u00ec tanto determinato l\u2019identit\u00e0 culturale dell\u2019occidente al livello pi\u00f9 profondo della relazione e dei rapporti umani). Oppure reagire in senso opposto, provando a considerare come maturo il tempo in cui certe domande, superata la sbornia dell\u2019apprendistato di questi primi tre lustri, possano essere poste, messe a sistema. Interrogarci per educarci su quanta consapevolezza si ha del mutato panorama, se esiste la possibilit\u00e0 di una nuova ecologia dei nuovi luoghi deputati alla discussione. Interrogarci per educarci su quanto si \u00e8 disponibili a una comunicazione consapevole, che tenga conto delle inerzie naturali del linguaggio in rete, delle sue possibili degradazioni. S\u00ec, interrogarci per educarci, e forse davvero per aprirci a un tempo nuovo. Continuo personalmente a ritenere che la vita della scuola nella rete, l\u2019allargamento delle nostre identit\u00e0 sul mezzo digitale, come il radicarsi del discorso pubblico al suo interno, siano fenomeni tanto decisivi quanto di vita recente da imporre il dovere etico di respingere istanze apocalittiche da fine di un Eden che non c\u2019\u00e8 mai stato \u2013 e meno male \u2013 e di contro su quanto sia necessario essere scuola anche in questo caso, ossia ottimismo della volont\u00e0, speranza, tentativo di edificazione continua e quotidiana del migliore dei futuri possibili.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=49069\">https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=49069<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Roberto Contu) Consigli di classe. 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