{"id":84893,"date":"2024-04-11T11:13:23","date_gmt":"2024-04-11T09:13:23","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=84893"},"modified":"2024-04-10T09:19:08","modified_gmt":"2024-04-10T07:19:08","slug":"perdere-lantropocene","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=84893","title":{"rendered":"Perdere l&#8217;Antropocene"},"content":{"rendered":"<p><strong>di DOPPIOZERO (Matteo Meschiari)<\/strong><\/p>\n<p>Per una stagione brevissima della Storia pare che alcuni umani abbiano creduto a un concetto fantasma, tanto imprendibile quanto immaginario, che li aiutava a pensarsi in relazione alla Terra, al clima in trasformazione e ad ambienti di vita sempre meno vivibili. Questo concetto si chiamava \u201cAntropocene\u201d. I primi a parlarne erano stati un naturalista, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, e un Nobel per la chimica, dal 2000 in poi. L\u2019idea che volevano far passare era semplice:\u00a0<em>Homo sapiens<\/em>\u00a0\u00e8 in grado di lasciare tracce indelebili sul pianeta Terra, l\u2019impatto delle sue azioni \u00e8 ormai di lunghissima durata, quand\u2019anche ogni sua impronta diretta dovesse un giorno sparire, la geologia, in quanto Grande Libro del Tempo, ne conserver\u00e0 il tormentato passaggio. L\u2019idea era semplice, ma qualcosa pareva non funzionare. Era come se quella parola, che diceva qualcosa di intuitivo, fosse troppo strana. Era come se dicesse un\u2019ovviet\u00e0 travestendosi da concetto difficile. La gente sapeva molto bene che era l\u2019uomo la causa dell\u2019inquinamento, del surriscaldamento globale, del collasso degli ecosistemi. Lo sapeva dagli anni Sessanta del Novecento. Quindi, perch\u00e9 usare una parola cos\u00ec ostica per scavare nell\u2019indifferenza e nella cattiva coscienza delle persone? Perch\u00e9 \u201cAntropocene\u201d invece di \u201ccrisi ambientale\u201d?<\/p>\n<p>Per un quarto di secolo, comunque, \u201cAntropocene\u201d viaggi\u00f2 nelle pagine scritte e sulle bocche di molti, non solo scienziati e ricercatori, non solo antropologi, sociologi, giornalisti, scrittrici e scrittori, ma anche coloro che non avendo cose importanti da dire usavano quella parola strana per raccogliere sotto una sola etichetta una valanga di dati, di segnali, di racconti, di sentimenti, a volte di paure, sul tempo che stavano attraversando e su quello che avrebbero attraversato i loro figli. Sempre in quel quarto di secolo un sacco di gente se la prese con la parola \u201cAntropocene\u201d, irridendola, banalizzandola, cercando di sostituirla, travisandola o semplicemente non usandola perch\u00e9 faceva antipatia o perch\u00e9 erano in troppi a usarla. Qualcuno addirittura ne propose l\u2019eliminazione e, quando si accorse che la gente se ne infischiava e la usava lo stesso, si scagli\u00f2 contro gli abissi della stupidit\u00e0 umana e si richiuse nel suo studiolo ad aspettare. L\u2019attesa non fu lunga. All\u2019inizio dell\u2019anno 2024 una commissione di geologi decret\u00f2 che l\u2019Antropocene dopotutto non esisteva. In molti trassero un sospiro di sollievo. Il castigatore linguistico, uscito di corsa dal suo studiolo, esult\u00f2. Filosofi e intellettuali se ne lavarono le mani, e cos\u00ec, dopo venticinque anni di chiacchiere, arriviamo ai giorni nostri.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/2_4.png\" alt=\"Apfel\" width=\"800\" height=\"1057\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"5e2eb124-ad3a-4227-b9a4-05636f8356ae\" \/><\/p>\n<p>Ma che cosa \u00e8 successo esattamente? Perch\u00e9 i geologi ci hanno messo venticinque anni per informarci che avevano scherzato? Perch\u00e9, se l\u2019Antropocene \u00e8 stato fin dal principio non solo una presunta era geologica ma anche un oggetto culturale di portata globale, \u00e8 bastato il verdetto di un\u2019oscura sottocommissione per gli studi stratigrafici a convincere molte testate giornalistiche a dichiarare che la questione era definitivamente archiviata? E perch\u00e9 una semplice querelle tra geologi \u00e8 stata cavalcata dai negazionisti climatici che adesso, proprio loro, si appoggiano alla scienza per dire di smetterla una buona volta di fare i catastrofisti e che le azioni umane c\u2019entrano ben poco con i cambiamenti in atto nel pianeta? Potremmo perderci a spiegare tutto per filo e per segno ancora una volta, dalle troppe proposte per datare l\u2019inizio dell\u2019Antropocene alla ricerca in giro per il mondo di marcatori geologici capaci di dimostrare che l\u2019impatto umano sar\u00e0 osservabile nelle rocce e nei sedimenti terrestri anche tra qualche milione di anni. Questa storia per\u00f2 \u00e8 gi\u00e0 stata scritta, ripetendo tutti i dati, ricostruendo tutta la cronologia, riportando tutte le considerazioni e le controconsiderazioni degli scienziati, degli attivisti ambientali, degli opinionisti. Questa storia \u00e8 gi\u00e0 stata scritta ma \u00e8 cos\u00ec ingarbugliata, cos\u00ec epistemologicamente confusa, a volte cos\u00ec pasticciata da non interessare pi\u00f9 a nessuno. L\u2019Antropocene non esiste. Basta cos\u00ec.<\/p>\n<p>Capita che anche le storie migliori, quelle ben scritte, quelle davvero informate, non aiutino a comprendere le cose. Semplicemente perch\u00e9 non riescono a staccarsi dalla cronaca, non provano a collocarsi in una vera prospettiva storica, non cambiano angolazione. Invece \u00e8 necessario, perch\u00e9 conservare un\u2019idea o farla finita con essa non \u00e8 mai solo questione di pensiero discorsivo, c\u2019\u00e8 una parte sommersa, invece, c\u2019\u00e8 una dimensione inconscia che va evocata e che \u00e8 in grado di spiegare le cose in un altro modo. In questo senso, ad esempio, sarebbe importante pensare l\u2019Antropocene\u00a0<em>come un lutto<\/em>. Mentre alcuni scienziati proponevano di dichiarare chiuso l\u2019Olocene, il termine \u201cAntropocene\u201d stava gi\u00e0 intercettando un diffusissimo senso di perdita, quello della Terra come l\u2019avevamo conosciuta per secoli e millenni. Certo, il pianeta ci sar\u00e0 dopo di noi, la vita trover\u00e0 altre forme per qualche altro milione di anni, ma la Terra che ci ha resi quello che siamo come specie, modellando i nostri corpi e i nostri cervelli durante due milioni di anni di caccia e raccolta, la Terra che \u00e8 stata il nostro\u00a0<em>playground<\/em>\u00a0evolutivo e cognitivo, la nostra alterit\u00e0 e il nostro altrove, adesso quella Terra, pi\u00f9 per come siamo diventati che per quello che le abbiamo fatto, non esiste pi\u00f9, l\u2019abbiamo irrimediabilmente persa, un po\u2019 come si perde una persona cara, un amore, o la propria giovinezza. Questo sentimento diffuso, questa sfiducia di specie, cos\u00ec come il senso di colpa e l\u2019ecoansia che li accompagnano, hanno trovato nella parola \u201cAntropocene\u201d un contenitore e un destino di lutto.<\/p>\n<p>Di fronte a un lutto ci sono molte strade praticabili. Ad esempio, la malinconia depressiva, la negazione nelle sue molte forme, la reazione compulsiva, l\u2019ossessione maniacale, la deriva del pensiero magico, l\u2019idealizzazione acritica. A ben guardare sono tutte modalit\u00e0 riconoscibili in chi ha accolto o rigettato il concetto di Antropocene. Come ovvio, tra declinazioni e sfumature, lo spettro casistico \u00e8 quasi illimitato, ma il principio trasversale resta uno: non basta attraversare il dolore e cercare consolazione, il lutto \u00e8 un lavoro e, se il lavoro non \u00e8 fatto correttamente, si rischia di restarci dentro per sempre. Ora, le cose avrebbero potuto andare in modo completamente diverso, ma la scelta del mondo industrializzato \u00e8 abbastanza chiara: il lutto dell\u2019Antropocene si \u00e8 cronicizzato, grosso modo tra malinconia e negazione. Da un lato non solo c\u2019\u00e8 consapevolezza ma anche una vera e propria estetica del disastro e dell\u2019Apocalisse. Dall\u2019altro ci sono la deresponsabilizzazione irresponsabile e la svalutazione sistematica della perdita. In mezzo o, meglio, al di fuori di ogni dialettica, c\u2019\u00e8 invece il\u00a0<em>bisogno<\/em>\u00a0<em>di perdere l\u2019Antropocene<\/em>. Perch\u00e9 la perdita sembra la condizione pervasiva del nostro presente: perdere specie, perdere paesaggi, perdere diritti fondamentali, perdere diversit\u00e0 culturale, perdere spazio e perdere tempo. Ma la perdita \u00e8 per gli umani un\u2019esperienza \u201cnaturale\u201d e la vita \u00e8 tutta questione di saper perdere, di imparare a perdere, di lasciare andare. Anche l\u2019Antropocene. Non perch\u00e9 alcuni geologi hanno messo al voto la questione, gi\u00e0 l\u2019idea di un \u201cvoto scientifico\u201d \u00e8 abbastanza comica, ma perch\u00e9 l\u2019Antropocene ci sta facendo perdere troppo, anche quello che con un po\u2019 di fortuna e d\u2019intelligenza possiamo ancora salvare.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/5_5.jpg\" alt=\"Apfel\" width=\"800\" height=\"600\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"f754aadf-8858-4abd-a912-2564679f1982\" \/><\/p>\n<p>Un gruppo di ricercatori che, per ragioni etniche e politiche, lavora in bilico tra due epistemologie, quella delle scienze occidentali tradizionali e quella dei saperi indigeni, sta parlando gi\u00e0 da tempo di decolonizzare l\u2019Antropocene e di \u201cindigenizzarlo\u201d. Decolonizzare l\u2019Antropocene significa rendersi conto che non solo si tratta di un concetto nato nell\u2019Occidente industrializzato e che, come tale, porta avanti principi, visioni e perfino cosmologie molto spesso prevaricanti su principi, visioni e cosmologie dei Nativi, ma significa anche che \u00e8 un prodotto culturale egemonico, legato in forme non immediatamente riconoscibili al capitalismo e al neoliberismo globale. Indigenizzare l\u2019Antropocene significa riflettere e imparare a pensare in modo alternativo a partire dalle interpretazioni indigene del cambiamento climatico, del collasso ambientale e delle perdite drammatiche che nelle zone periferiche del pianeta sono gi\u00e0 in atto. Nel primo caso, ad esempio, si pu\u00f2 osservare che un Nativo dell\u2019Alaska, dell\u2019Amazzonia o dell\u2019Australia vive l\u2019Antropocene non come un evento nuovo, verticale, completamente inedito, ma come l\u2019ultima declinazione del suo passato e del suo presente coloniale. Detto altrimenti, dopo duecento anni di distopia locale, il Nativo non vive le profezie nere dell\u2019Antropocene con la paura paralizzante che ci contraddistingue. Nel secondo caso, questo stesso passato di resistenza e sopravvivenza al disastro rende il Nativo pi\u00f9 adattabile e gi\u00e0 direttamente implicato nella ricerca di soluzioni pragmatiche. Poche chiacchiere, insomma, e zero malinconia.<\/p>\n<p>Se dunque vogliamo restare attaccati al termine Antropocene, dovremmo intanto declinarlo al plurale, perch\u00e9 l\u2019Antropocene non \u00e8 lo stesso per tutti e non funziona ovunque allo stesso modo. Dovremmo declinarlo soprattutto in scala locale, e parlare di \u201cmicroantropocene\u201d o di \u201cperiferie antropoceniche\u201d. Dovremmo infine narrativizzarlo, cio\u00e8 accettare l\u2019idea che, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno, \u00e8 un grande racconto sul presente e sul futuro e, come tutti i racconti, pu\u00f2 essere riletto e forse in parte riscritto. Probabilmente per\u00f2 \u00e8 gi\u00e0 troppo tardi per recuperarlo, non tanto per i colpi bassi che ha subito o per la ricezione obiettivamente complessa, ma perch\u00e9 l\u2019Occidente sembra davvero troppo affezionato al proprio lutto. Detto altrimenti, dobbiamo perdere l\u2019Antropocene perch\u00e9 non riesce a stimolare un vero lavoro su colpa e rinascita, e in questo modo ci sta facendo perdere alternative di futuro e coraggio. Certo, dobbiamo stare attenti a non scambiare le culture native per un supermercato etnico. Non solo perch\u00e9 il colonialismo di rapina culturale \u00e8 immondo ma perch\u00e9 non possiamo trapiantare qui da noi, come se fossero piante da appartamento, delle visioni elaborate in una terra che non \u00e8 la nostra. Quello che invece dobbiamo apprendere dai saperi indigeni \u00e8 il\u00a0<em>come<\/em>, come rinarrare la Terra, come la \u201cterrit\u00e0\u201d dei Nativi sia portatrice di indicazioni e attitudini pratiche, simboliche e spirituali che dicono come affrontare il presente e il futuro in prospettiva possibilista e non distopica, adattativa resistente e non apocalittica e rassegnata. Una rinascita dopo il lutto, appunto, che certamente \u00e8 dietro di noi, non necessariamente davanti a noi.<\/p>\n<p>In che modo, allora, coltivare una nostra \u201cterrit\u00e0\u201d in alternativa a un Antropocene senza vie d\u2019uscita? Esistono parole molto pi\u00f9 scomode di Antropocene, parole che fanno venire l\u2019orticaria tanto agli scienziati a tutto tondo quanto agli intellettuali razionalisti: rito, mito, sacro. Non sono equivalenti a superstizione, favola, magia. Sono universali antropologici che ci dicono come la nostra specie cerca di mettere ordine nel caos attraverso azioni performative, narrazioni sul funzionamento del mondo e un\u2019esposizione propiziata al mistero. Ogni cultura del pianeta ha inventato le proprie, quello che si dimentica troppo spesso \u00e8 che queste invenzioni culturali nascono sempre in una specifica porzione del corpo terrestre, da essa derivano sempre un senso del luogo, emergono sempre da una riflessione su cosa sia la Terra e sulla posizione di umani, animali, piante, cose sulla Terra. L\u2019Antropocene sembra dire qualcosa di molto diverso: la Terra \u00e8 finita, l\u2019uomo, se ancora pu\u00f2, deve salvarsi da s\u00e9, animali, piante e cose seguiranno il suo destino. Ma cos\u00ec non pu\u00f2 funzionare. Il movimento deve essere un altro.\u00a0<em>Dall\u2019Antropocene alla Territ\u00e0<\/em>. Molte culture indigene stanno gi\u00e0 seguendo questo vettore, non come ritorno ingenuo alla Natura, alla Grande Madre o a Gaia, ma come\u00a0etica ecologica, empatia prospettica, attitudine rituale e senso del sacro. Non si tratta di rivitalizzare il Buon Selvaggio che \u00e8 in noi o di praticare il Reincanto come crema sulle rughe o come ottimismo rousseauiano. Si tratta di ricordare che abbiamo un terreno sotto i piedi, che le nostre gambe hanno alcuni milioni di anni e che i nostri cervelli si sono evoluti per pensare i paesaggi terrestri. Probabilmente non sar\u00e0 sufficiente, ma \u00e8 molto meglio che vivere in un romanzo distopico scritto da un maschio occidentale.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/perdere-lantropocene\">https:\/\/www.doppiozero.com\/perdere-lantropocene<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di DOPPIOZERO (Matteo Meschiari) Per una stagione brevissima della Storia pare che alcuni umani abbiano creduto a un concetto fantasma, tanto imprendibile quanto immaginario, che li aiutava a pensarsi in relazione alla Terra, al clima in trasformazione e ad ambienti di vita sempre meno vivibili. Questo concetto si chiamava \u201cAntropocene\u201d. 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