{"id":85156,"date":"2024-04-25T08:27:04","date_gmt":"2024-04-25T06:27:04","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=85156"},"modified":"2024-04-23T09:29:52","modified_gmt":"2024-04-23T07:29:52","slug":"la-moralita-della-resistenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=85156","title":{"rendered":"La moralit\u00e0 della Resistenza"},"content":{"rendered":"<p><strong>di GLI ASINI (Mauro Boarelli, Claudio Pavone)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-large size-large wp-post-image\" src=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/wp-content\/uploads\/2.-Abruzzo-726x1024.jpg\" alt=\"\" width=\"726\" height=\"1024\" \/><\/p>\n<div class=\"featured_caption\">Illustrazione di Simona Abruzzo<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"entry_content\">\n<div class=\"the_content\">\n<div class=\"hentry\">\n<p><em>Nel 1991 l\u2019editore Bollati Boringhieri diede alle stampe\u00a0<\/em>Una guerra civile. Saggio storico sulla moralit\u00e0 nella Resistenza<em>, un libro destinato a far discutere e a lasciare una traccia duratura nella storiografia e nel dibattito pubblico. E\u2019 il frutto di una lunga ricerca di Claudio Pavone\u00a0(Roma, 1920-2016). Pavone partecip\u00f2\u00a0alla Resistenza e, dopo la guerra, \u00e8 stato funzionario degli Archivi di Stato e poi docente di Storia contemporanea all\u2019Universit\u00e0 di Pisa.<\/em><br \/>\n<em>La scelta di mettere al centro dell\u2019indagine storica la \u201cmoralit\u00e0\u201d ha permesso a Pavone di attraversare terreni poco esplorati, e in particolare di interrogarsi sui motivi che spinsero tanti italiani a partecipare \u2013 in forme diverse \u2013 alla Resistenza.<\/em><br \/>\n<em>Per la prima volta veniva proposta una lettura analitica delle tre forme di guerra che \u2013 in parte sovrapponendosi \u2013 costituivano il riferimento culturale, etico, politico di coloro che avevano compiuto la scelta: la guerra patriottica, la guerra di classe, la guerra civile. Ed \u00e8 proprio sulla chiave di lettura della guerra civile \u2013 sottratta all\u2019uso strumentale dei reduci fascisti alla ricerca di legittimazione politica e restituita a una dimensione storiografica rigorosa \u2013 che si concentrarono le polemiche all\u2019uscita del libro. A vent\u2019anni dalla pubblicazione, abbiamo voluto trarre insieme all\u2019autore un bilancio dell\u2019influenza che il volume ha esercitato nel campo storiografico e in quello politico, un bilancio che lascia spazio anche a riflessioni sull\u2019uso pubblico della storia, sull\u2019abuso del concetto di buona fede, sul ruolo delle minoranze e del dissenso critico nelle societ\u00e0 democratiche.<\/em><br \/>\n<em>L\u2019intervista \u00e8 stata realizzata a Roma il 28 marzo 2011. La trascrizione \u00e8 stata curata da Andrea Durante.<\/em><\/p>\n<p><em>Sono trascorsi vent\u2019anni dalla pubblicazione di \u201cUna guerra civile\u201d. Vorrei partire dalla genesi del libro, dalle sollecitazioni a cui rispondevi nel momento in cui hai iniziato a pensare di scriverlo.<\/em><\/p>\n<p>Non posso dare una risposta puntuale perch\u00e9 il libro si \u00e8 venuto trasformando man mano. Era uscito da poco in Francia il libro di Henri Michel,\u00a0<em>Les courants de pens\u00e9e de la R\u00e9sistance\u00a0<\/em>[Presses Universitaires de France, 1962]<em>,\u00a0<\/em>e Ferruccio Parri, presidente dell\u2019Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, mi propose di fare qualcosa di simile per l\u2019Italia, un lavoro che mettesse a confronto le idee dei partiti e dei movimenti che avevano partecipato alla Resistenza. Cominciai a raccogliere materiale, ma poco alla volta mi accorsi che era difficile dire delle cose nuove sui programmi politici dei partiti, sulle visioni che essi avevano della Resistenza, sui loro contrasti e sui loro compromessi, sui rapporti con il regno del Sud e con gli Alleati. Su questi temi essenziali erano state condotti studi importanti, ma io fui attratto da una ricerca, diversa da un discorso di vertice che non mi soddisfaceva, che si occupasse delle persone e mi facesse comprendere meglio le motivazioni che le avevano spinte a partecipare in vario modo alla Resistenza. Si intrecciavano le motivazioni immediatamente politiche con quelle etiche ed esistenziali, talvolta esprimibili solo in forma emotiva, che portavano il discorso su un piano pi\u00f9 ampio. La parola \u201cmoralit\u00e0\u201d mi sembr\u00f2 potesse esprimere la sostanza di questo livello di indagine in cui l\u2019analisi di quelle motivazioni si univa all\u2019esame delle riflessioni che quella situazione eccezionale sollecitava. Era un programma massimo che si \u00e8 realizzato, come spesso accade, solo come programma minimo. Mi giov\u00f2 anche il fatto che l\u2019Istituto Nazionale e l\u2019Istituto Gramsci avessero deciso di pubblicare un\u2019ampia scelta dei documenti delle Brigate Garibaldi, affidandone la cura a Giampiero Carocci, Gaetano Grassi, Gabriella Nistic\u00f2 e a me. Io curai il terzo volume insieme a Nistic\u00f2 [<em>Le brigate Garibaldi nella Resistenza. Documenti, agosto 1943-maggio 1945<\/em>, Feltrinelli, 1979]. Dall\u2019esame di quei documenti nascevano riflessioni sulle molte sfaccettature della lotta partigiana e della Resistenza in generale: su questa strada incontrai anche le fonti memorialistiche e letterarie. Al cambiamento di impostazione della mia ricerca contribu\u00ec anche l\u2019incoraggiamento che ricevetti da Norberto Bobbio quando, in un seminario da lui organizzato presso il Centro Gobetti, proposi il termine \u201cmoralit\u00e0\u201d anticipando alcune idee poi sviluppate nel libro.<\/p>\n<p><em>Mi sembra interessante approfondire l\u2019aspetto generazionale: in che modo si intreccia con il tuo libro e che influenza ha avuto la tua partecipazione alla Resistenza?<\/em><\/p>\n<p>La mia partecipazione alla Resistenza fu abbastanza atipica. Io non ho fatto la guerra: quando scoppi\u00f2 nel 1940 facevo il secondo anno di Giurisprudenza e con alcuni compagni cominciammo a porci il problema della guerra e questa fu una via per prendere completamente le distanze dal fascismo. In queste cose contavano molto anche i genitori. Mio padre era un liberale deluso che in casa ripeteva \u201cMussolini quel porco, quel delinquente ci porter\u00e0 alla rovina\u201d, \u201cci avviamo a una nuova barbarie, e perci\u00f2 \u00e8 logico che vinca il fascismo\u201d, poi nella vita civile, come tanti italiani, si adeguava. Per\u00f2 l\u2019idea che i liberali si erano fatti sconfiggere nel \u201921-\u201922 e poi ora se la cavavano cos\u00ec cominci\u00f2 a farmi pensare che forse bisognava fare qualcosa di pi\u00f9. Con gli amici pensavamo se andare in guerra fosse nostro dovere per partecipare in questa maniera alla tragedia generale, e alla fine decidemmo di no, perch\u00e9 andare a farsi ammazzare per qualcosa in cui non credi non ha senso, \u00e8 un atto di masochismo e anche di una religiosit\u00e0 molto passiva, ed era meglio preservarsi per il dopo. Era una scelta anche comoda, ovviamente, in cui giocava probabilmente anche la paura. Potei metterla in pratica per il privilegio di avere degli appoggi familiari<strong>:<\/strong>\u00a0avevo uno zio generale che, bench\u00e9 caduto in disgrazia con il fascismo, mi trov\u00f2 una tranquilla sistemazione nella Guardia alla frontiera, un inutile corpo creato dal regime fascista di cui si \u00e8 persa giustamente anche la memoria, che avrebbe dovuto essere la prima fila di resistenza in caso di invasione. L\u20198 settembre mi trovavo a Roma in licenza perch\u00e9 era morto mio padre. Con il mio caro amico Giuseppe Lopresti \u2013 che fu poi fucilato alle Fosse Ardeatine \u2013 decidemmo di fare qualcosa e prendemmo contatto con il partito socialista. A me dei comunisti non convinceva del tutto il modo massiccio di essere comunista, noi eravamo ancora dei giovani in cerca di qualcosa di pi\u00f9 aperto, io poi ero allora un cattolico molto in crisi (abbandoner\u00f2 il cattolicesimo durante la Resistenza), insomma ci sembr\u00f2 che il partito socialista lasciasse pi\u00f9 spazio. Abbiamo avuto la fortuna di essere assegnati come aiutanti di Eugenio Colorni, che poi sar\u00e0 ammazzato alla vigilia della liberazione a Roma. Per\u00f2 per me dur\u00f2 poco questa esperienza. Lopresti fu arrestato dalle SS, io fui arrestato dalla polizia italiana e portato in Questura per una cosa molto stupida. Fatto sta che andai a Regina Coeli, dove rimasi un paio di mesi, poi alla fine del \u201943 fui trasferito al carcere di Castelfranco Emilia, e l\u00ec sono stato tutto l\u2019inverno fino alla fine di agosto del \u201944, quindi la parte pi\u00f9 lunga della Resistenza l\u2019ho passata in galera. Dopo la liberazione di Roma, non sapevano nemmeno loro perch\u00e9 ci tenevano l\u00ec, e siccome ero di una classe richiamata alle armi dal governo repubblichino, decisero che dovevo andarmi ad arruolare nell\u2019esercito di Graziani. Mi misero fuori, mi dettero un lasciapassare per Milano. Mi ci vollero ventiquattr\u2019ore per arrivare da Modena a Milano, e qui \u2013 ovviamente \u2013 non mi presentai al distretto. Avevo uno zio, un piccolo imprenditore milanese, che aiutava gli antifascisti, faceva documenti falsi, aveva molti rapporti d\u2019affari con la Svizzera e favoriva i passaggi clandestini verso quel paese. (Cito questo fatto anche come critica al semplicismo di coloro che, sulle tracce di Renzo De Felice, chiamano consenso o, nella migliore delle ipotesi, zona grigia, l\u2019area di tutti quelli che non imbracciarono un fucile. Pi\u00f9 tardi, il concetto di Resistenza civile mi ha aperto molto gli occhi. Quando scrissi il libro ancora non lo conoscevo bene e non l\u2019ho utilizzato molto: i libri di Jacques S\u00e9melin [<em>Senz\u2019armi di fronte a Hitler. La Resistenza civile in Europa 1939-1943<\/em>, Edizioni Sonda, 1993] e, sulla sua scia, di Anna Bravo [<em>In\u00a0<\/em><em>guerra senza armi<\/em><em>: storie di donne. 1940-1945<\/em>, Laterza, 1995] mi avrebbero in seguito aiutato a svilupparlo meglio).<\/p>\n<p>Mi procurai i documenti falsi, modificai la data di nascita per non essere nelle classi richiamate e cominciai a fare vita clandestina isolata a Milano, finch\u00e9 non trovai alcuni degli amici di Roma che si erano l\u00e0 trasferiti ed erano entrati a far parte di un gruppetto di estremisti, chiamiamoli cos\u00ec, organizzati nel Partito Italiano del Lavoro (PIL). Era un gruppo che aveva la sua base in Romagna e si era formato dalla fusione tra un gruppo dissidente dei repubblicani storici, l\u2019Unione lavoratori italiani, e un gruppo di intellettuali e studenti che avevano fondato un gruppetto che si chiamava Popolo e libert\u00e0<em>,\u00a0<\/em>formato in prevalenza da reduci dalla Russia, dove avevano potuto vedere di persona cosa significava la guerra. Questo gruppetto, radicale nella critica alla societ\u00e0 borghese, aveva una posizione, su cui mi sono poi interrogato, di una sorta di estremismo non attivo. Il gruppo pensava che ormai la guerra la conducevano vittoriosamente gli Alleati, che i Comitati di liberazione erano votati al compromesso, non parliamo poi della svolta di Salerno. Bisognava quindi mantenersi in una situazione di riserva per poter poi denunciare il tradimento dello spirito genuino dell\u2019antifascismo. Poi poco alla volta cominciai a capire che questa posizione estremista era sbagliata, ma indicava molti punti essenziali, soprattutto per quanto riguarda l\u2019aspetto libertario. Studiando e mescolando ricordi personali, compresi che le cose erano ben pi\u00f9 complicate. Il mio libro \u00e8 stato anche un modo di vedere le cose da un punto di vista pi\u00f9 maturo, senza per\u00f2 perdere alcuni punti di riferimento di allora, in particolare la critica allo stalinismo in nome delle libert\u00e0 opposte a quelle false della borghesia. Io non mi iscrissi mai al Partito comunista, rimasi un compagno di strada o un utile idiota, a seconda dei punti di vista e delle terminologie dell\u2019epoca, e rimasi cos\u00ec fino al \u201968. Nel \u201968 mi sembr\u00f2 che si riaprisse il campo del possibile, e pi\u00f9 tardi trovai nel gruppo di Democrazia proletaria quelli che mi sembravano i meno avventuristi tra i gruppi sessantotteschi, anche perch\u00e9 si era avvicinato a DP quello che per me era diventato un padre spirituale, Vittorio Foa. Mi legai in particolare a Ester Fano, Luigi Ferrajoli, Pino Ferraris, Marina Graziosi, Raffaele Sbardella: tutte persone lontane dalla ortodossia marxista. Ma quando DP alla fine, per sfuggire alla crisi dei movimenti, volle trovare un capo carismatico e scelse Mario Capanna, noi ci allontanammo. Da queste esperienze ho maturato l\u2019idea che in fondo in Italia i veri liberali, quelli che credono veramente nella libert\u00e0 \u2013 che pu\u00f2 sopravvivere solo se unita alla giustizia \u2013 come forma politica essenziale, sono gli eretici della sinistra, perch\u00e9 quelli appartenenti alle eresie tradizionali del marxismo, ad esempio i trotzkisti, recano in s\u00e9 l\u2019impronta della ortodossia cui si oppongono. Certo, non andava dimenticata l\u2019importanza del Partito comunista, il suo radicamento sociale, per\u00f2 questi scrupoli di carattere liberale o libertario (parola questa malamente compromessa da Pannella) ci sembravano essenziali, e bisognava mantenere viva nella sinistra una fiammella di questo spirito (per questo nell\u2019immediato dopoguerra il PIL aveva preso contatto con Danilo Dolci e con Aldo Capitini). Alla fine in DP rimanemmo degli isolati e io, dopo esserne uscito, tornai ad essere un indipendente di sinistra.<\/p>\n<p><em>Prima della pubblicazione di \u201cUna guerra civile\u201d, ne avevi anticipato alcune linee interpretative in occasione di un paio di convegni, tra cui quello promosso dalla Fondazione Micheletti a Brescia del 1985, dove Giancarlo Pajetta, prestigioso dirigente del Pci, attacc\u00f2 duramente la tua lettura e il concetto di guerra civile. Quando il libro verr\u00e0 pubblicato nel 1991 si erano gi\u00e0 consumate la dissoluzione del sistema comunista internazionale e del Partito comunista italiano. Come fu accolto negli ambienti politici di derivazione comunista?<\/em><\/p>\n<p>Negli ambienti antifascisti pi\u00f9 ortodossi e non solo comunisti fu accolto male, e credo che spesso avessero letto solo il titolo. Mi ricordo che una volta a Cuneo, in occasione di una commemorazione di Nuto Revelli, Giorgio Bocca si rivolse a me dicendo \u201cnon stringo la mano a un revisionista\u201d. Questo perch\u00e9 il termine \u201cguerra civile\u201d era stato usato soprattutto dai fascisti, e perch\u00e9 c\u2019era il timore che esso significasse l\u2019equiparazione delle due parti. Il che storicamente non \u00e8 affatto vero, perch\u00e9 mai come nelle guerre civili le parti sono diverse. Un soldato italiano e uno austriaco del \u201915-\u201918 si assomigliavano di pi\u00f9 \u2013 per quanto riguarda le motivazioni a combattere \u2013 di quanto si assomigliassero un brigatista nero e un partigiano. Io avevo visto, studiando i documenti delle Brigate Garibaldi e di Giustizia e Libert\u00e0, che i temi riconducibili alla guerra civile erano gi\u00e0 presenti nella Resistenza, e poi nella letteratura resistenziale. E\u2019 nota la frase di Italo Calvino: \u201cbastava un nulla per ritrovarsi dall\u2019altra parte\u201d. E Franco Venturi aveva detto che le guerre civili sono le uniche che meritano di essere combattute.<\/p>\n<p><em>Da parte comunista il rifiuto di questo concetto \u00e8 derivato per lungo tempo dall\u2019ansia di legittimarsi come partito nazionale. Per\u00f2 mi viene in mente un\u2019altra motivazione possibile, partendo da una chiave di lettura su cui insisti molto nel tuo libro, ovvero la guerra civile come momento in cui vengono esaltate al massimo la scelta e la responsabilit\u00e0 individuale. Questa scelta stabilisce con la politica dei rapporti di carattere multiforme, non riconducibili ad aspetti esclusivamente ideologici. Riconoscere queste molteplici strade della politicizzazione avrebbe significato, da parte della cultura comunista, ridimensionare il ruolo del partito come soggetto formatore di coscienze.<\/em><\/p>\n<p>Questa \u00e8 una delle contraddizioni del PCI, i cui eredi non hanno mai fatto una vera autocritica. I comunisti portavano in s\u00e9 la convinzione che tutti gli altri fossero possibili traditori e che quindi bisognasse assorbirli o combatterli.<\/p>\n<p><em>Nel libro tu accenni a modalit\u00e0 diverse della politicizzazione tra le varie formazioni partigiane. C\u2019\u00e8 il modello pedagogico del Pci \u2013 quello che conosciamo meglio e che \u00e8 stato pi\u00f9 studiato \u2013 e un metodo maieutico praticato nelle formazioni di Giustizia e libert\u00e0, che cercava di partire dalle motivazioni individuali. Secondo te come hanno agito queste diverse modalit\u00e0 di politicizzazione nella formazione della cultura politica dei partiti della sinistra dopo la guerra?<\/em><\/p>\n<p>Nelle formazioni partigiane era sicuramente necessaria una guida politica, ma questa aveva una doppia faccia. Era indispensabile, anche per organizzare le bande, per\u00f2 poteva anche soffocare alcune delle spinte pi\u00f9 innovatrici che c\u2019erano state. Ricordo che in un convegno Giancarlo Pajetta raccont\u00f2 che era andato a fare un\u2019ispezione fra le brigate di Giustizia e Libert\u00e0 delle Alpi piemontesi, e lo avevano accolto con il canto della\u00a0<em>Badoglieide.\u00a0<\/em>Lui aveva fatto una scenata, dicendo che in questo modo andavano contro la linea politica del governo di unit\u00e0 nazionale che aveva per capo Badoglio, che in quella maniera si sarebbe fatto del disfattismo. Non teneva conto del fatto \u2013 fu questo, ricordo, il commento di Foa \u2013 che se quelli non cantavano la\u00a0<em>Badoglieide<\/em>\u00a0forse sarebbero tornati a casa. L\u2019idea di Pajetta era che la linea del partito fosse l\u2019unica e che potesse costituire all\u2019interno delle singole individualit\u00e0 una motivazione sufficiente per correre quei rischi.<\/p>\n<p><em>Il Pci si oppose al concetto di guerra civile, ma \u2013 in modo apparentemente paradossale \u2013 fu proprio Luciano Violante nel discorso di insediamento alla presidenza della Camera nel 1996 ad equiparare le due parti in lotta.<\/em><\/p>\n<p>Io non fui d\u2019accordo con Luciano Violante, anzi scrissi un articolo di critica, non ricordo se su \u201cil manifesto\u201d o su \u201cla Repubblica\u201d, e lui mi mand\u00f2 una lunga lettera di spiegazioni. Nel mio libro avevo analizzato il clima storico da cui \u2013 all\u2019epoca \u2013 potevano scaturire sia un scelta che l\u2019altra, ma questo \u00e8 ben diverso dall\u2019affermare che le due posizioni fossero uguali, che le ragioni degli uni fossero giuste come quelle degli altri. Questo ragionamento ancora oggi lo considero una bestemmia storiografica. Gli uomini non si ammazzano per scherzo. Sia Violante che Fini, che fu il suo interlocutore [<em>nell\u2019incontro a Trieste sulle foibe del marzo 1998, ndr<\/em>], erano uomini politici, e in quel momento le loro intenzioni politiche erano preminenti rispetto alle interpretazioni storiografiche.<\/p>\n<p><em>Queste considerazioni ci portano al discorso sulla \u201cmemoria condivisa\u201d, una definizione che \u00e8 entrata nel linguaggio comune e che viene spesso utilizzata in modo indifferenziato sia a destra che a sinistra.<\/em><\/p>\n<p>A questo sono assolutamente contrario. Ognuno ha la sua memoria, che senso ha dire che la condividiamo? Se si dice che la guerra ha coinvolto persone appartenenti alla stessa nazione e quindi \u00e8 diversa rispetto a una guerra \u2013 ad esempio \u2013 tra italiani e francesi, questo vuol dire solamente che si ribadisce l\u2019idea della guerra civile. In Spagna i franchisti e i repubblicani volevano due Spagne diverse, erano spagnoli tutti e due e perci\u00f2 si odiavano tanto, perch\u00e9 sapevano che chi avesse vinto avrebbe imposto la sua visione a tutta la Spagna. La storia deve far vedere che il fascismo era una cosa molto seria e non una buffonata (come oggi \u00e8 una cosa seria \u00e8 il berlusconismo), e che ci sono state due parti in lotta che hanno inteso in maniera diversa il tipo di governo che doveva avere l\u2019Italia. Una volta sono stato invitato a Latina: il sindaco, esponente del Movimento sociale, disse che lui poteva condividere molte parti del mio discorso e si chiedeva quali fossero le differenze tra di noi. La differenza \u2013 risposi \u2013 stava nel fatto che siccome avevamo vinto noi, lui era sindaco e stava sul palco del teatro a parlare, se avessero vinto loro io sarei stato in galera (avevo rubato la battuta a Foa, in un suo colloquio televisivo con Giorgio Pisan\u00f2).<\/p>\n<p><em>Secondo te l\u2019apparato retorico costruito intorno alla Resistenza pu\u00f2 avere contribuito a preparare il terreno alla memoria condivisa? La sinistra non ha forse contribuito a \u201cmonumentalizzare\u201d la Resistenza, sminuendo in tal modo le sue potenzialit\u00e0 di diventare un elemento di riconoscimento di tutta la nazione, un momento davvero fondativo della Repubblica?<\/em><\/p>\n<p>Non credo, perch\u00e9 i monumenti e la retorica esaltano l\u2019aspetto dell\u2019opposizione netta: da un parte gli eroi e dall\u2019altra parte i delinquenti. La esaltano in una maniera in cui l\u2019elemento patriottico prevale su quello sociale e politico, per\u00f2 da questo non deriva l\u2019idea del vogliamoci tutti bene. I monumenti ai caduti possono essere criticati per la loro retorica, ma non conducono a dire che i caduti e chi li ha ammazzati sono la stessa cosa.<\/p>\n<p><em>Tra le recensioni al tuo libro ce ne fu una di Roberto Vivarelli, che estremizzava il tuo approccio alla scelta individuale per avvalorare la propria tesi. Vivarelli sosteneva infatti che, se il giudizio storico si misura con la scelta individuale, l\u2019unico metro per misurare la qualit\u00e0 di questa scelta \u00e8 la coscienza dei singoli. Di conseguenza, anche quelli che combattevano tra le file dei fascisti erano moralmente equiparabili ai partigiani.<\/em><\/p>\n<p>Hai toccato un altro punto essenziale, che per\u00f2 non \u00e8 solo un problema storico, ma rinvia ad un problema morale: pu\u00f2 la buona fede giustificare la natura della scelta? Qui c\u2019\u00e8 un problema morale molto difficile. Lo scegliere e il non lasciarsi scegliere rappresentano un valore. La zona grigia merita questo nome \u2013 per quanto alterato dal senso in cui lo us\u00f2 per primo Primo Levi e comunque da circoscrivere in confini pi\u00f9 ristretti di quelli in cui molto spesso viene usato \u2013 proprio perch\u00e9 non sceglie ma si fa scegliere dalla storia, dai vincitori e dai potenti. Ma c\u2019\u00e8 una contraddizione forte: se la scelta \u00e8 un valore, \u00e8 perch\u00e9 le due cose tra cui si deve scegliere sono diverse. Allora il giudizio si deve trasferire anche sugli obiettivi della scelta. Io credo che per valutare il comportamento di una persona non possiamo limitarci a dire che ha scelto in buona fede, perch\u00e9 tanti, in tutti i campi, sono in buona fede. La natura di ci\u00f2 per cui si sceglie deve rientrare sia nel giudizio morale che in quello storico. Tu puoi aver scelto benissimo in buona fede le brigate nere, per\u00f2 se il tuo obiettivo era rendere servi del fascismo tutti gli italiani, la buona fede non basta a salvare la bont\u00e0 di questa scelta. Altrimenti non si potrebbe pi\u00f9 decidere nulla moralmente n\u00e9 giudicare nulla storicamente. In questo senso viene fatto un uso dilatato e sbagliato della buona fede. Su un piano storiografico bisogna studiare le motivazioni di coloro che hanno scelto il fascismo. Ma c\u2019\u00e8 un problema morale troppo grande per cavarsela pensando che si possa dare un giudizio storico facendo appello alla buona fede. Hitler quando voleva sterminare gli ebrei era forse in mala fede?<\/p>\n<p><em>In Italia, la ricerca storica sull\u2019et\u00e0 contemporanea \u00e8 stata dominata dalla centralit\u00e0 dell\u2019organizzazione politico-sindacale. Secondo te, cosa rimane oggi di quella tradizione storiografica?<\/em><\/p>\n<p>La storiografia italiana \u00e8 rimasta arretrata sul piano internazionale perch\u00e9 l\u2019organizzazione, lo Stato e la politica erano quasi l\u2019unico obiettivo delle sue ricerche. Contava di pi\u00f9 analizzarecosa c\u2019eranella testa di Togliatti quando ha deciso di fare la \u201csvolta di Salerno\u201d che capire quelli che cantavano la\u00a0<em>Badoglieide<\/em>\u00a0anche dopo che Togliatti aveva fatto la svolta. Questa tradizione ormai stanca che nasceva sia dall\u2019idealismo crociano, sia da un marxismo diventato di maniera, \u00e8 stata rotta negli anni ottanta dall\u2019introduzione della storia sociale, soprattutto su spinte inglesi, americane e francesi<strong>.\u00a0<\/strong>Poi dalla storia culturale \u00e8 venuta un\u2019altra spinta: si \u00e8 cercato di comprendere quale sia la cultura profonda che spinge gli uomini a fare certe cose: la formazione familiare e scolastica, la religione, gli antenati, le tradizioni locali. Anche la microstoria ha dato il suo contributo. A mio avviso per\u00f2 \u2013 non per fare il centrista moderato \u2013 queste tendenze poi hanno peccato un po\u2019 di presunzione, volendo occupare tutto lo spazio storicamente conoscibile: non \u00e8 che la politica, lo Stato, l\u2019economia non esistono nella storia. E\u2019 acquisita comunque la necessit\u00e0 che la storiografia debba fare i conti con l\u2019arte, la letteratura, la poesia. Quando insegnavo a Pisa dicevo sempre agli studenti di leggere\u00a0<em>Guerra e pace<\/em>\u00a0prima di studiare la campagna di Russia di Napoleone. Lo stesso ragionamento si pu\u00f2 fare per un romanzo meraviglioso come\u00a0<em>Vita e destino<\/em>\u00a0di Vasilij Grossman, che ricostruisce un quadro ampio e sfaccettato, fondendo la grande storia collettiva e quella degli uomini che la creano, che ha anche, come accade ai grandi scrittori, una specie di lampi di definizione, che forse gli storici, attenti a mettere in lucetutti i pro e i contro, non riescono ad avere. Quando i russi vincono la battaglia di Stalingrado, sulla quale il libro \u00e8 imperniato, Grossman scrive: \u201cavevano vinto il popolo russo e il regime sovietico, ma questo non migliorava i rapporti tra di loro\u201d. Io la trovo una definizione storica meravigliosa.<\/p>\n<p><em>Dopo il tuo libro, come si \u00e8 evoluto il lavoro storiografico sulla Resistenza?<\/em><\/p>\n<p>Un certo effetto di svecchiamento storiografico lo ha avuto, specie tra storici pi\u00f9 giovani, nonostante le resistenze che ha incontrato in tutto l\u2019arco della sinistra. Ma il fatto \u00e8 che oggi la Resistenza, dopo il bel libro di Santo Peli<strong>,<\/strong>\u00a0interessa meno. Quando insegnavo all\u2019Universit\u00e0, fino agli inizi degli anni novanta, di tesi sulla Resistenza ce n\u2019erano ancora parecchie, adesso invece c\u2019\u00e8 un interesse minore. La sensazione \u00e8 che si cerchi la soluzione guardando pi\u00f9 all\u2019altissimo livello che ai piccoli fatti, ma la vita \u00e8 fatta di grandissime cose e di piccoli fatti, e questi ultimi sono spesso rivelatori. Indirettamente la psicoanalisi ha influito sulla storia. Per la psicoanalisi tutto ha un senso, e questo corrisponde in parte alla prospettiva della scuola delle \u201cAnnales\u201d, secondo cui qualsiasi cosa pu\u00f2 rappresentare una fonte. Allora se tutto \u00e8 fonte e tutto ha un senso, la storia avrebbe enormi campi davanti. E invece la storiografia italiana come tale \u00e8 un po\u2019 in decadenza. E\u2019 una mia impressione, ma non sono pi\u00f9 in contatto con la ricerca che si svolge nelle Universit\u00e0, e poi non vorrei sostenere che i tempi passati erano migliori, sarebbe un\u2019idea del tutto sbagliata e stereotipata.<\/p>\n<p><em>Il libro usc\u00ec quando erano ancora vive le polemiche sul \u201ctriangolo della morte\u201d, gli eccidi perpetrati nel dopoguerra in alcune zone dell\u2019Emilia. In quel periodo era stato Norberto Bobbio in un articolo sulla \u201cStampa\u201d ad usare la distinzione fra le tre guerre per spiegare quegli avvenimenti uscendo dalla polemica politica contingente. Bobbio sosteneva che si era trattato anche di guerra civile, e la guerra civile non finisce con i trattati di pace.<\/em><\/p>\n<p>La polemica suscitata dai libri di Giampaolo Pansa \u00e8 venuta dopo, per\u00f2 serpeggiava qualcosa del genere. Il carattere della guerra civile \u00e8 che non finisce con un un armistizio, come quello tra Austria-Ungheria e Italia alla fine della prima guerra mondiale quando oramai tutti erano sfiniti ed erano ben contenti di non sparare pi\u00f9 un colpo di fucile. Questa mescolanza di guerra sociale, di odii inveterati, il vicino di casa che magari ti aveva denunciato al fascio, tutto questo esplode. Va riconosciuto, non va mascherato, ma non va nemmeno assunto a criterio di giudizio di tutta la Resistenza. Guido Crainz ha mostrato come si possa benissimo imboccare questa strada.<\/p>\n<p><em>A proposito di Pansa e del suo successo mediatico: si tratta solo della ricostruzione rancorosa di uno dei tanti intellettuali passato sull\u2019altra sponda, oppure coglie una domanda presente nella societ\u00e0?<\/em><\/p>\n<p>La domanda c\u2019era, ma la risposta non \u00e8 corretta. Prendiamo per esempio la descrizione che Pansa fa di Milano nei primi giorni dopo la liberazione. Io c\u2019ero, quindi posso dare una testimonianza diretta. Lui descrive cittadini terrorizzati che vivevano tutti nella paura di essere fucilati, fa una descrizione incredibile di un clima di terrore. Ma non \u00e8 vero. La gente era contentissima, ballava per le strade, si organizzavano feste sulle piazze, era davvero un momento di tripudio popolare, uno dei pochi che mi \u00e8 capitato di cogliere nella mia vita. Allora spostarsi in bici era fondamentale, e accadeva che uno prendeva la prima bicicletta che trovava, la usava, la lasciava sul marciapiede e se ne andava, una forma di comunismo elementare, spicciolo. Questa idea \u00e8 durata poco, certamente. E indubbiamente lo spettacolo di Piazzale Loreto non era bello, io l\u2019ho visto. Ma quanti sanno che il 10 agosto 1944 in quella stessa piazza erano stati fucilati per rappresaglia molti partigiani e lasciati l\u00ec esposti, impedendo anche ai parenti di avvicinarli? Di questo non si parla pi\u00f9. Bisogna ricordarlo, non per rivendicare, ma per far comprendere che la guerra civile consiste anche in questo. E\u2019 deprecabile ovviamente, perch\u00e9 \u00e8 meglio che non ci si uccida, e quindi ben venga il compromesso istituzionale. Togliatti non aveva torto quando ammoniva a non fare la fine della Grecia.<\/p>\n<p><em>Quando il tuo libro usc\u00ec, era in atto ormai da una decina d\u2019anni un intenso lavoro di ridefinizione dell\u2019identit\u00e0 storica nazionale portata avanti attraverso i media. Nel corso degli anni ottanta l\u2019uso pubblico della storia \u2013 come ha mostrato Nicola Gallerano \u2013 si \u00e8 fatto molto aggressivo, e sicuramente ha provocato una degenerazione del \u201csenso comune storiografico\u201d. Qual \u00e8 stato il ruolo degli storici all\u2019interno di questo discorso pubblico? \u00c8 stato un ruolo subalterno, oppure la loro risposta \u00e8 stata adeguata?<\/em><\/p>\n<p>La storiografia di sinistra, che ormai era in gran parte fatta da eredi del \u201968, comincia proprio in quel periodo a perdere colpi per quanto riguarda la ripercussione mediatica. Nicola Gallerano \u00e8 stato molto bravo, perch\u00e9 ha intuito che per contrastare la nuova corrente bisognava abbandonare alcune cose insostenibili e rinnovarsi. Nicola conosceva bene la storiografia straniera, il concetto di uso pubblico della storia l\u2019ha introdotto lui in Italia, sulle tracce di Habermas. Ma \u00e8 un discorso che non ha retto alla grande offensiva. Berlusconi si \u00e8 impadronito dell\u2019Italia, altro che della storiografia. Anche questa incapacit\u00e0 degli storici non \u00e8 tutta colpa loro. Io credo senz\u2019altro che si debba reagire meglio e di pi\u00f9. C\u2019\u00e8 tutta una generazione di storici che si \u00e8 impegnata in questa direzione, per\u00f2 non ce la fa di fronte alla violenza e alla capillarit\u00e0 di un\u2019offensiva mediatica rispetto alla quale\u00e8 difficilissimo fare un discorso che cerchi di far ragionare. E poi man mano che anche a sinistra si sono venute spegnendo le passioni, finisce che si lascia dire, si annaspa. Prendiamo gli attacchi alla Costituzione. Il punto \u00e8 far capire che la Resistenza ha il suo sbocco nella Costituzione, e se oggi viene manomessa la Costituzione si perde quello che si era guadagnato allora, come frutto di un compromesso nel senso alto della parola. Nella Costituente i soggetti erano troppo diversi, un compromesso era necessario. Se si vanno a leggere alcune affermazioni di La Pira o Dossetti, si scopre che volevano uno Stato cattolico, uno Stato in cui la religione cattolica fosse riconosciuta come la base fondamentale della societ\u00e0. Poi Togliatti fece quello che io considero tuttora un errore, votare l\u2019articolo 7, per\u00f2 poteva andare anche peggio. La Pira, Dossetti e Fanfani, ad esempio, volevano introdurre nella Costituzione l\u2019indissolubilit\u00e0 del matrimonio, e furono bocciati per 3 o 4 voti perch\u00e9 alcuni democristiani non erano presenti.<\/p>\n<p><em>Non pensi che la debolezza attuale della cultura di sinistra derivi anche dal fatto che non riesce pi\u00f9 a veicolare un\u2019idea di futuro?<\/em><\/p>\n<p>Certamente. Tutti i movimenti innovatori hanno un\u2019idea di futuro, ed effettivamente per reagire alla piattezza e alla sciatteria trasandata che prevalgono oggi in Italia \u2013 \u00e8 questo forse l\u2019aspetto pi\u00f9 grave della crisi che attraversiamo \u2013 occorrerebbe una maggiore fiducia nel futuro. Un aspetto della ripresa della Chiesa \u00e8 anche questo, bisogna riconoscerlo: per quanto riguarda le opere sociali, i preti riescono a fare di pi\u00f9. Sugli immigrati, ad esempio: al vertice il Papa e la Cei non vogliono inimicarsi il governo da cui ricevono tanti favori<strong>,<\/strong>\u00a0per\u00f2 nell\u2019attivit\u00e0 quotidiana la Caritas e molti singoli sacerdoti, oltre ad alcuni cardinali e spesso lo stesso Papa, danno agli immigrati la solidariet\u00e0 loro negata dal ministro Maroni. Il volontariato cattolico \u00e8 una cosa seria, \u00e8 un modo di ridare fiducia nel futuro. In questo vuoto anche la religione acquista un valore positivo, sebbene non vadano dimenticate le sue contraddizioni, a partire dal fatto chel\u2019influenza della Chiesa cattolica ha infiacchito la coscienza degli italiani.<\/p>\n<p><em>Secondo te, come si \u00e8 sedimentata nella nascita dello stato repubblicano la cultura minoritaria che si \u00e8 formata anche durante la Resistenza?<\/em><\/p>\n<p>Ci sono state minoranze che hanno continuato a costituire un po\u2019 il sale della democrazia, basta pensare all\u2019eredit\u00e0 del Partito d\u2019azione o dei gruppi dissidenti. Anche il \u201968, sconfitto politicamente, ha lasciato delle tracce essenziali nella cultura e nel costume. Per questo prima ho detto che in Italia i veri liberali sono i dissidenti di sinistra. Naturalmente hanno vinto le maggioranze, per\u00f2 tutto il problema della democrazia moderna \u00e8 proprio quello di costruire un sistema politico in cui, senza rinnegare il principio della volont\u00e0 popolare, la volont\u00e0 maggioritaria non sia padrona di fare tutto ci\u00f2 che vuole. Il ruolo delle minoranze \u00e8 sempre stato difficile, ma esse a volte gettano dei fermenti ideali e culturali che fruttificano nel futuro. Certo, a volte non fruttificano affatto, o degenerano prima di fruttificare. Per\u00f2 le minoranze devono essere protette dal sistema costituzionale, perch\u00e9 un popolo omogeneo \u00e8 un popolo schiavo.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/la-moralita-della-resistenza\/\">https:\/\/gliasinirivista.org\/la-moralita-della-resistenza\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GLI ASINI (Mauro Boarelli, Claudio Pavone) Illustrazione di Simona Abruzzo &nbsp; Nel 1991 l\u2019editore Bollati Boringhieri diede alle stampe\u00a0Una guerra civile. Saggio storico sulla moralit\u00e0 nella Resistenza, un libro destinato a far discutere e a lasciare una traccia duratura nella storiografia e nel dibattito pubblico. E\u2019 il frutto di una lunga ricerca di Claudio Pavone\u00a0(Roma, 1920-2016). Pavone partecip\u00f2\u00a0alla Resistenza e, dopo la guerra, \u00e8 stato funzionario degli Archivi di Stato e poi docente di&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":109,"featured_media":72676,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/io-imparo-da-solo-sulla-rivista-gli-asini-445.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-m9u","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/85156"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/109"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=85156"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/85156\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":85159,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/85156\/revisions\/85159"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/72676"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=85156"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=85156"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=85156"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}