{"id":85299,"date":"2024-05-02T10:53:32","date_gmt":"2024-05-02T08:53:32","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=85299"},"modified":"2024-05-02T10:53:32","modified_gmt":"2024-05-02T08:53:32","slug":"il-compito-della-critica-e-mettere-in-discussione-le-premesse-ontologiche-della-nostra-identita-intervista-ad-axel-honneth","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=85299","title":{"rendered":"Il compito della critica \u00e8 mettere in discussione le premesse ontologiche della nostra identit\u00e0. Intervista ad Axel Honneth"},"content":{"rendered":"<div><strong>di LE PAROLE E LE COSE (<\/strong><strong>Francesca Sofia Alexandratos e Paolo Costa)<\/strong><\/div>\n<div><\/div>\n<div class=\"post-thumbnail\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-full size-full wp-post-image\" src=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/honneth.jpg\" alt=\"\" width=\"1449\" height=\"500\" data-attachment-id=\"49251\" data-permalink=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?attachment_id=49251\" data-orig-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/honneth.jpg\" data-orig-size=\"1449,500\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"honneth\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/honneth-300x104.jpg\" data-large-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/honneth-1024x353.jpg\" \/><\/div>\n<div class=\"content-wrap\">\n<div class=\"entry-content\">\n<div class=\"pmb-print-this-page wp-block-button\"><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[<em>Pubblichiamo la traduzione italiana di un estratto dell\u2019intervista ad Axel Honneth apparsa nella sua interezza in inglese sul numero 5\/2023 della \u00ab<a href=\"https:\/\/riviste.fupress.net\/index.php\/rifp\/issue\/view\/148\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Rivista Italiana di Filosofia Politica<\/a>\u00bb, pp. 121-143. Tra le maggiori voci del dibattito filosofico contemporaneo internazionale, Axel Honneth \u00e8 conosciuto soprattutto per i lavori che ha dedicato alle lotte per il riconoscimento. In questa intervista Honneth ripercorre il suo itinerario filosofico partendo dalle origini della sua vocazione intellettuale per giungere fino al suo libro pi\u00f9 recente sulla sovranit\u00e0 del lavoro. Il testo \u00e8 la trascrizione, rivista dall\u2019autore, del dialogo intavolato con i suoi interlocutori e il pubblico alla masterclass tenutasi il 24 maggio 2023 all\u2019Universit\u00e0 di Trento all\u2019interno del ciclo \u201cVoices from Contemporary Philosophy\u201d.<\/em>]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>\u201c<\/em>Wozu noch Philosophie<em>\u00a0\u2013 la filosofia ha ancora uno scopo, un senso?\u201d, \u00e8 una domanda ciclica per chi ha dedicato la propria vita alla meno specializzata delle attivit\u00e0 intellettuali nel secolo della compiuta specializzazione del sapere. Nella tradizione della Teoria critica, la risposta a questa domanda ha generalmente ruotato intorno alla questione del ruolo critico della conoscenza. Ci\u00f2 ha significato, ad esempio, mettere in discussione il carattere regressivo dell\u2019\u201cidealismo\u201d o l\u2019arcaismo di qualsiasi \u201c<\/em>philosophia prima<em>\u201d e sottolineare l\u2019importanza dell\u2019interdisciplinarit\u00e0 \u2013 del \u201cparlare molte lingue\u201d \u2013 nello studio della realt\u00e0 umana. Possiamo chiederle che ruolo ha avuto questa domanda all\u2019inizio della sua carriera e se le sue risposte sono cambiate nel corso del tempo?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Wozu noch Philosophie?<\/em>\u00a0\u00e8 il titolo di un famoso saggio di Adorno, scritto, credo, all\u2019inizio degli anni Sessanta. Torniamo quindi ai primi anni dei miei studi all\u2019Universit\u00e0. Devo iniziare con una confessione. Non ero un ottimo studente al Liceo, alle scuole superiori. Sono stato addirittura bocciato un anno. Ho dovuto ripeterlo, voglio dire, e ho fatto infuriare i miei genitori. Tutti si aspettavano che diventassi quello che tutti nella mia famiglia erano o dovevano diventare, cio\u00e8 un medico, un dottore. All\u2019improvviso dissi loro che avrei preferito studiare filosofia e nessuno aveva idea del perch\u00e9 mai fossi arrivato a una decisione del genere, perch\u00e9 al Liceo non avevo mostrato alcun segno di particolare interesse per le questioni pi\u00f9 o meno filosofiche.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Invece, al di fuori della scuola, ero quello che si pu\u00f2 definire un grande lettore. Leggevo centinaia di romanzi la sera, ma queste letture non avevano alcuna influenza sul mio rendimento a scuola, dove ero semplicemente un disastro. Cos\u00ec, quando si \u00e8 posto il problema di cosa studiare, la mia risposta iniziale \u00e8 stata che volevo studiare \u201cTeatro\u201d. La mia scelta aveva a che fare con il fatto che a quel tempo, la fine degli anni Sessanta (ho fatto la maturit\u00e0 nel 1969), nel pieno del movimento studentesco, credo che oggi non sia pi\u00f9 cos\u00ec, il teatro e il cinema erano i luoghi chiave per il dibattito sulle questioni sociali. Soprattutto il teatro. Avevo letto molte opere teatrali a scuola e, di nuovo, senza alcuna influenza sulle mie performance, ma quando si tratt\u00f2 di decidere cosa studiare, pensai: \u201cEcco. Questo \u00e8 ci\u00f2 che voglio fare per affrontare i problemi sociali\u201d. La mia decisione \u00e8 stata presa sotto l\u2019influsso dei drammaturghi americani (Arthur Miller, Tennessee Williams, John Steinbeck) e francesi \u2013 meno di quelli inglesi e non tanto di quelli tedeschi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Cos\u00ec, decisi di studiare teatro, andai all\u2019Universit\u00e0 di Colonia, ma mi dissero che recitare era una parte essenziale dello studio. La cosa fin\u00ec l\u00ec, perch\u00e9 il punto \u00e8 che non mi interessava recitare. Volevo semplicemente studiare il teatro come prestazione intellettuale: cosa significa fare teatro, cosa significa discutere di questioni esistenziali o sociali attraverso il teatro. Se l\u2019avessi saputo, non sarei andato a Colonia, ma a Berlino, perch\u00e9 all\u2019epoca a Berlino c\u2019era la possibilit\u00e0 di studiare teatro senza recitare. Si trattava di un dipartimento di letteratura tedesca, ma con una specializzazione in drammaturgia. Sarebbe stato un posto eccellente e, se solo ne fossi stato a conoscenza, non sarei mai diventato un filosofo, ma uno specialista di letteratura tedesca.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non essendo al corrente di questa possibilit\u00e0, mi sono chiesto che cosa potessi studiare di altrettanto interessante. Allora mi sembr\u00f2 che l\u2019unico altro luogo in cui avrei potuto discutere di problemi sociali in senso ampio era la filosofia. Devo dire che i miei genitori rimasero scioccati dalla mia decisione. Nonostante ci\u00f2, scelsi comunque di studiare filosofia. Non all\u2019Universit\u00e0 di Colonia, ma a Bonn. Anche questa fu una decisione sbagliata, perch\u00e9 Bonn, all\u2019epoca, era un luogo estremamente noioso dove studiare filosofia. Era un\u2019universit\u00e0 dominata dal neokantismo. Le persone che vi si recavano erano studiosi che volevano leggere filosofi come Nikolai Hartmann, un pensatore molto rigido e preciso che una volta ebbe un lungo dibattito con Martin Heidegger da cui dipendeva la sua relativa fama. Cos\u00ec, ho iniziato a studiare filosofia a Bonn e mi annoiavo moltissimo, fatta eccezione per un crescente interesse per il pensiero di Kant e Wittgenstein. L\u00ec c\u2019era un discepolo di Wittgenstein che lo aveva persino incontrato personalmente, e ascoltarlo era molto affascinante. Cos\u00ec, decisi subito di trasferirmi in un altro posto, Bochum, non lontano da dove sono nato, Essen, una citt\u00e0 industriale della Ruhr. L\u00ec ha sede lo Hegel-Archiv. Non ho idea del perch\u00e9 si trovi a Bochum, visto che Hegel non aveva alcun rapporto con la citt\u00e0, ma \u00e8 l\u00ec ancora oggi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ho studiato all\u2019Universit\u00e0 di Bochum per sei semestri. Ho fatto l\u00ec la mia laurea triennale. E in ogni caso sarebbe stato troppo presto per porsi la domanda: perch\u00e9, per quali ragioni, a quale scopo, fare filosofia? La filosofia era semplicemente il posto giusto per affrontare le questioni pi\u00f9 generali dell\u2019ordine sociale, dell\u2019integrazione sociale, della crisi sociale. Il fatto che fossi interessato in senso lato alla comprensione della crisi sociale portava con s\u00e9 anche una serie di domande su che cosa sia la societ\u00e0, su quali basi si fondino le societ\u00e0, quale sia il meccanismo dell\u2019integrazione sociale, come si possa espandere il conflitto. Tutte queste domande implicavano anche uno studio intensivo della sociologia, bisognava cio\u00e8 studiare filosofia e sociologia in tandem.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Solo gradualmente, dunque, mi sono avvicinato a una risposta meditata alla domanda \u201cperch\u00e9 ancora la filosofia?\u201d. E ovviamente la mia risposta aveva a che fare con l\u2019influenza della Teoria critica, che all\u2019epoca era enorme (parlo del 1972-1974). Voglio dire, c\u2019era ancora il movimento studentesco e la maggiore influenza filosofica sul movimento studentesco proveniva o dal marxismo occidentale (Luk\u00e0cs, o altri studiosi della sua cerchia) o dalla Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer e altri). \u00c8 cos\u00ec che \u00e8 nata in me la convinzione che il compito della filosofia sia affrontare criticamente la comprensione di s\u00e9 e del mondo di una societ\u00e0 e di un popolo. Mi si \u00e8 chiarito cos\u00ec anche il ruolo della filosofia all\u2019interno delle scienze sociali, in quanto assunzione di un atteggiamento riflessivo che consente di mettere in discussione l\u2019autocomprensione esistente. \u00c8 chiaro cosa intendo, no? Sto pensando a quesiti del genere: su quali premesse si basa l\u2019autocomprensione di una societ\u00e0? E tale base \u00e8 affidabile? \u00c8 condivisibile? In questo modo ho trovato alcune risposte, seppur deboli, alla domanda sul perch\u00e9 studiare ancora filosofia. Per me la filosofia \u00e8 stata da quel momento in poi la prestazione riflessiva speciale necessaria per sollevare all\u2019interno di qualsiasi scienza umana la questione dei fondamenti concettuali dell\u2019autocomprensione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La vicinanza alla Teoria critica era piuttosto chiara. Una delle premesse fondamentali della Teoria critica \u2013 una delle premesse su cui tutti i membri della Scuola di Francoforte (da Adorno e Horkheimer fino a Habermas) concordano \u2013 consiste nel considerare la Teoria critica principalmente come una critica del positivismo esistente: l\u2019idea, cio\u00e8, che il positivismo sia la principale autocomprensione tanto nelle scienze quanto nella societ\u00e0 stessa. Nel corso del tempo le cose sono cambiate e ora direi che la visione del mondo dominante \u2013 la comprensione di s\u00e9 e del mondo che prevale \u2013 \u00e8 il naturalismo, che \u00e8 simile al positivismo, ma leggermente diverso da esso. Quindi, il compito della filosofia, di cui vorrei farmi carico personalmente, \u00e8 quello di esaminare criticamente le premesse naturalistiche e, se vogliamo, anche ontologiche della nostra attuale comprensione di s\u00e9 e del mondo. Come vedete, mi \u00e8 servito parecchio tempo per trovare la risposta giusta alla domanda sul perch\u00e9 fare ancora filosofia oggi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Fin dall\u2019inizio della sua ricerca, lei ha considerato i movimenti sociali come una fonte di ispirazione: il significato del fenomeno del riconoscimento le \u00e8 stato almeno in parte imposto, per cos\u00ec dire, dall\u2019osservazione della realt\u00e0 politica circostante?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La risposta diretta a questa domanda dovrebbe essere un secco \u201cno\u201d. Quando ho sviluppato l\u2019idea dell\u2019importanza del riconoscimento o della necessit\u00e0 del riconoscimento o delle lotte per il riconoscimento, la politica dell\u2019identit\u00e0 nel senso in cui viene intesa oggi non esisteva ancora, a parte piccole sottoculture. Probabilmente, all\u2019epoca era visibile soprattutto nei movimenti gay. L\u2019esperienza di questi movimenti non \u00e8 stata quindi la forza trainante dietro la mia scelta di fare del riconoscimento una categoria fondamentale per una teoria critica della societ\u00e0. Con il senno di poi, credo che sia stato pi\u00f9 il movimento operaio o dei lavoratori a contare per me. E il collegamento pi\u00f9 diretto era con alcune indagini o ricerche storiche. Anche in questo caso Gramsci era in prima linea, devo dire.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>All\u2019epoca, c\u2019era una tendenza crescente all\u2019interno delle discipline storiche a studiare il movimento operaio in modo nuovo e diverso, cio\u00e8 a comprenderlo come un movimento contro, diciamo cos\u00ec, la mancanza di rispetto. Il lavoro in quanto tale era visto come una condizione sottostimata, non rispettata da parte della societ\u00e0 borghese. Quindi, dietro il movimento operaio sembrava esserci il tentativo di lottare per una rinegoziazione delle strutture di riconoscimento sociale all\u2019interno delle societ\u00e0 capitalistiche. Gli scritti, da cui dipendevo molto, erano gli studi di storici sociali i cui nomi probabilmente oggi non sono molto noti. Sto pensando, ad esempio, a Barrington Moore Jr, amico intimo di Herbert Marcuse e autore di un libro fantastico sulle basi sociali dell\u2019obbedienza e della rivolta, oppure a E.P. Thompson, autore dell\u2019influentissimo\u00a0<em>Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra<\/em>, dove veniva dimostrato come le prime lotte del movimento operaio contro la societ\u00e0 capitalista fossero in realt\u00e0 lotte contro nuove forme di regolamentazione e nuove forme di potere disciplinare, quindi contro alcune forme di mancanza di rispetto nei confronti del mondo della vita dei lavoratori. Il mio libro \u00e8 stato profondamente influenzato da queste ricerche. Solo studiandole a fondo mi sono reso conto che la lotta per il riconoscimento o, per dirla diversamente, la lotta contro la mancanza di rispetto poteva essere una chiave di lettura anche per altri movimenti sociali. Per esempio, per capire il movimento per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti. Anche il movimento femminista poteva essere interpretato come una lotta contro la mancanza di rispetto e per il riconoscimento. E poi, come ho gi\u00e0 detto, il movimento gay, che era ancora in una fase aurorale, diversa dal successo dell\u2019odierno movimento queer, ed era impegnato in una lotta per essere riconosciuto pubblicamente come espressione di una forma di vita legittima. Si trattava di una lotta per la riforma dei codici e delle leggi; una lotta per il riconoscimento pubblico, la stima, la visibilit\u00e0 pubblica, ecc.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quindi, solo dopo aver scoperto le logiche della rivolta o della protesta del movimento operaio, ho capito che poteva esserci una chiave di lettura pi\u00f9 generale per comprendere i movimenti sociali in quanto tali. D\u2019altra parte, non ho mai voluto rendere il mio approccio troppo dipendente dai movimenti esistenti. Il fatto \u00e8 che i movimenti cambiano rapidamente. Quindi, far dipendere una teoria critica da un movimento sociale o intendere una teoria critica della societ\u00e0 come l\u2019espressione degli obiettivi e degli scopi di un movimento sociale porta con s\u00e9 il rischio di perdere la distanza critica di cui si ha bisogno in quanto studiosi. Una teoria, credo, ha sempre bisogno di distanziarsi dai movimenti, cos\u00ec come ha bisogno di distanziarsi da uno specifico partito politico. Pertanto, non ho mai voluto considerare la mia teoria o la Teoria critica in quanto tale come l\u2019espressione di un movimento. Marx lo ha fatto. Nei suoi primi scritti Marx sostiene che la sua teoria \u00e8 l\u2019espressione articolata della volont\u00e0 del proletariato. Questa \u00e8 una mossa piuttosto pericolosa, credo, perch\u00e9 fa dipendere la propria teoria dalla volont\u00e0 effettiva dei membri del movimento. Cos\u00ec, se il movimento perde il suo impulso rivoluzionario, improvvisamente la teoria finisce in cattive acque.<\/p>\n<p>In sintesi, \u00e8 necessaria una distanza critica. \u00c8 necessario anche un controllo critico sulle rivendicazioni e sulle ambizioni dei movimenti sociali. La raccomandazione che ho sempre fatto a me stesso \u00e8 di mantenere una certa distanza dai movimenti sociali reali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Continuando sul tema del riconoscimento, quanto spazio rimane, nella sua prospettiva, per quelle forme asimmetriche di riconoscimento, ad esempio nei confronti di animali non umani o di ecosistemi, che vengono rivendicate oggi da alcuni gruppi ambientalisti?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questa \u00e8 una domanda molto difficile, devo dire. All\u2019inizio della mia carriera ho sicuramente inteso il riconoscimento come una forma specifica di relazione umana. Ho distinto diverse forme di riconoscimento, a seconda di come si viene riconosciuti e per che cosa si viene riconosciuti. Ho distinto l\u2019amore come forma di riconoscimento, il rispetto come forma di riconoscimento dell\u2019autonomia dell\u2019altro e la stima sociale come forma di riconoscimento. All\u2019inizio mi sembrava evidente che tutto questo quadro categoriale si applicasse solo all\u2019infrastruttura delle societ\u00e0 umane. Sono consapevole che questa scelta possa creare problemi se la propria prospettiva fatica a fare i conti con le questioni ormai pressanti, persino opprimenti, che riguardano il nostro rapporto con gli animali o, pi\u00f9 in generale, con la natura in quanto tale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mettiamola cos\u00ec. Non vedo alcun problema categorico nell\u2019estendere il riconoscimento agli animali, probabilmente procedendo per gradi. Quindi, ritengo che sia possibile estendere il quadro del riconoscimento oltre, diciamo, i confini della nostra forma di vita. Probabilmente \u00e8 il risultato di un certo processo di apprendimento che ci spinge a vedere nel corso del tempo, per vari motivi, gli animali come organismi viventi che dobbiamo rispettare secondo una logica di gradualit\u00e0. Abbiamo diverse possibilit\u00e0 di riconoscere gli animali e diverse forme di riconoscimento a seconda del rapporto che stabiliamo con loro. Chiunque conviva con un cane o un gatto ha gi\u00e0 una sorta di relazione di cura con quel singolo animale. Da secoli usiamo poi gli animali per lavoro, rispettandoli. \u00c8 ovvio che dobbiamo imparare a rispettarli perch\u00e9 contribuiscono ai nostri progressi tecnologici. Tutti questi animali \u2013 cavalli, mucche, ecc. \u2013 hanno fatto molto per elevare i nostri standard di vita. Possiamo estendere sempre di pi\u00f9 la sfera del riconoscimento al mondo degli animali. Cio\u00e8, possiamo arrivare a capire che gli animali sono nostri compagni e che, di conseguenza, dobbiamo estendere i nostri atteggiamenti di riconoscimento verso gli animali, come ho detto, in misura diversa a seconda del rapporto che intratteniamo con loro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Diversa \u00e8 la questione se la natura in quanto tale possa essere concepita come qualcosa che dobbiamo riconoscere nello stesso senso. Qui i miei dubbi aumentano. Voglio dire, \u00e8 ovvio che dobbiamo imparare che la natura \u00e8 qualcosa che dobbiamo trattare con premura. \u00c8 chiaro che dobbiamo assumere un atteggiamento pi\u00f9 attento nei confronti della natura. Quindi, sono disposto ad ammettere che dobbiamo cambiare drasticamente il nostro atteggiamento verso di essa. Ma esito a usare per questo nuovo atteggiamento, che pure abbiamo il dovere di coltivare, la nozione di riconoscimento. Non so se abbia senso utilizzare un vocabolario del genere. Sono sicuro che possiamo usarlo per animali di varie specie, ma la nozione mi sembra perdere di rilevanza e sostanza filosofica se la si applica in modo troppo generico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per spiegare il movimento ecologista, \u00e8 necessario comprendere il suo movente ultimo: la catastrofe climatica. Bisogna capire che i suoi membri stanno lottando per stabilire un rapporto profondamente diverso, pi\u00f9 attento e premuroso, con la natura. E probabilmente possiamo imparare molto da altre culture per migliorare il nostro atteggiamento verso di essa. Quindi, dobbiamo sicuramente andare oltre il nostro rapporto di sfruttamento della natura. Ma, per ribadire il punto, preferirei restringere il vocabolario del riconoscimento nelle sue diverse forme agli esseri che condividono con noi la vita senziente; voglio dire, alle creature che condividono con noi alcune capacit\u00e0 basilari come la sensibilit\u00e0 e la responsivit\u00e0 alla sofferenza. Insomma, per farla breve, estendere il riconoscimento a un albero mi sembra strano, anche se oggi sappiamo quanto gli alberi siano preziosi per la nostra forma di vita.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Non \u00e8 esagerato dire che dal suo libro\u00a0<\/em>Kampf um Anerkennung (1992)\u00a0<em>\u00e8 scaturita una \u201csvolta ricognitiva\u201d in filosofia, e non solo. Con il senno di poi, pensa che la proliferazione del dibattito sul riconoscimento \u2013 cio\u00e8 il successo del suo libro \u2013 l\u2019abbia aiutata o ostacolata nello sviluppo graduale del suo pensiero? Cio\u00e8, la diatriba, ad esempio, sul presunto dualismo tra conflitti distributivi e lotte per il riconoscimento o le discussioni sul \u201clato oscuro\u201d del riconoscimento (cio\u00e8 l\u2019intreccio costitutivo tra potere e riconoscimento) le hanno reso la vita pi\u00f9 facile o pi\u00f9 difficile da un punto di vista teorico?<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>L\u2019hanno resa in parte pi\u00f9 difficile, perch\u00e9 molte domande sono rimaste senza risposta. Dall\u2019altro lato, \u00e8 evidente che si \u00e8 fatto anche un uso improprio del concetto. Questo \u00e8 ci\u00f2 che mi preoccupa di pi\u00f9. L\u2019abuso \u00e8 eclatante quando il concetto di riconoscimento viene utilizzato strumentalmente dalle aziende come mezzo per l\u2019integrazione dei dipendenti. Il riconoscimento \u00e8 diventato un brand imprenditoriale. Anche se il legame con il mio libro \u00e8 tenue (si potrebbe dire che il concetto era \u201cnell\u2019aria\u201d), molte aziende hanno iniziato a proporre \u201cprogrammi di rispetto o riconoscimento\u201d. Suvvia, riconosciamo i nostri dipendenti\u2026 Credo che si sia trattato solo di una forma sottile di manipolazione. Manipolazione per una migliore integrazione e quindi per migliorare la forza lavoro. L\u2019enorme abuso acritico dell\u2019idea di riconoscimento mi ha dato parecchio fastidio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A parte questo, ci\u00f2 che mi ha messo a disagio \u00e8 stato rendermi conto che il riconoscimento potrebbe avere \u2013 anche se ancora esito a dirlo ad alta voce, perch\u00e9 non ne sono del tutto sicuro \u2013 quello che voi avete definito un \u201clato oscuro\u201d. Ma cerchiamo di essere pi\u00f9 precisi.<\/p>\n<p>Il dibattito con Nancy Fraser \u2013 cio\u00e8 la questione della presunta priorit\u00e0 della distribuzione rispetto al riconoscimento \u2013 non mi ha mai veramente preoccupato. Perch\u00e9 a mio avviso ogni lotta per la ridistribuzione \u00e8 anche una lotta per il riconoscimento. Entrambe sono lotte sul modo in cui il proprio contributo alla societ\u00e0 viene valutato e come dovrebbe essere remunerato. In questo senso, credo che sia stato tutto un malinteso fin dall\u2019inizio. Non \u00e8 in gioco qui alcuna differenza significativa. Non esiste una vera opposizione tra questi due tipi di lotta. Come ho detto, una lotta per la ridistribuzione, se si articola in termini normativi, deve utilizzare le nozioni di riconoscimento. Altrimenti, quale potrebbe essere la ragione per rivendicare la ridistribuzione? Solo se si pensa che certe prestazioni, certi tipi di lavoro non siano sufficientemente rispettati e riconosciuti finanziariamente, si alza la voce. Quindi, tutte le lotte per il riconoscimento sono alla fine lotte per la ridistribuzione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La seconda domanda riguarda il lato oscuro del riconoscimento. Sebbene il dibattito con studiose come Judith Butler sia andato avanti per anni, ho ancora delle riserve sull\u2019intera faccenda. Ovviamente tutto dipende da come si intende il riconoscimento. Sottolineare il suo lato oscuro significa pi\u00f9 o meno quanto segue (questo \u00e8 il modo in cui Butler interpreta la posta in gioco). Riconoscere una persona significa identificarla come un essere sociale e ci\u00f2 pu\u00f2 avere l\u2019effetto di integrare questa persona nell\u2019ordine ontologico esistente. Il caso tipico \u00e8 quello proposto da Althusser. Butler usa molto spesso questo esempio. Quando un agente di polizia grida: \u201cEhi, tu laggi\u00f9! Chi sei?\u201d, quel poliziotto ti sta identificando. In un certo senso, ti sta riconoscendo come essere sociale e con questo riconoscimento ti attribuisce una certa identit\u00e0. Quindi, il riconoscimento in senso negativo \u00e8 l\u2019attribuzione coercitiva di una certa identit\u00e0. A mio avviso, questo pu\u00f2 apparire vero solo se si ha una concezione assai vaga del riconoscimento. Perch\u00e9 il riconoscimento, se si ricava l\u2019idea, come faccio io, da Hegel, significa qualcos\u2019altro. Significa riconoscere qualcuno per qualcosa limitando il proprio atteggiamento. Quindi, il riconoscimento non avviene senza una certa restrizione morale da parte di chi riconosce. L\u2019agente di polizia che identifica qualcuno per strada non limita il proprio atteggiamento nei confronti di questa persona. Ma il riconoscimento in senso proprio ha un significato completamente diverso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ipotizziamo che io riconosca qualcuno per una certa prestazione o lavoro. Oppure immaginiamo che io riconosca qualcuno per la sua autonomia. Questo riconoscimento ha innanzitutto un significato per me. Significa, ad esempio, che\u00a0<em>devo<\/em>\u00a0fare qualcosa. Il riconoscimento non avviene senza una qualche forma di restrizione da parte mia. La stessa cosa accade con le valutazioni. Se si apprezza veramente un quadro, si assume uno specifico atteggiamento nei suoi confronti. Se lo si fa, allora si rispetta il dipinto. Non si farebbe nulla contro di esso. Per esempio, non si distruggerebbe mai il dipinto. Non lo si danneggerebbe. Non lo si metterebbe immediatamente sul mercato, proprio perch\u00e9 si apprezza il quadro. Lo stesso vale per il riconoscimento. Riconoscere significa comportarsi in un certo modo nei confronti di chi si riconosce. L\u2019atteggiamento dipende, in parte, dalla forma del riconoscimento, ma il riconoscimento \u00e8 sempre un atteggiamento che limita il proprio egoismo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In questo senso, quindi, direi che il riconoscimento non ha un lato oscuro, anche se \u00e8 chiaro che esistono forme di riconoscimento che possono assumere una forma ideologica. Ma non le considero vere forme di riconoscimento, per questo le chiamo \u201cideologiche\u201d. Quindi, pu\u00f2 capitare di dire: \u00abSei una casalinga meravigliosa\u00bb. E questo \u00e8 un modo molto problematico di rivolgersi a una persona. Da un lato, infatti, significa fissare quella persona nel ruolo di casalinga. Si d\u00e0 a quella persona, normalmente una donna, l\u2019identit\u00e0 di casalinga e questo potrebbe comportare alcune conseguenze problematiche per il riconoscimento. Tuttavia, la mia risposta all\u2019obiezione \u00e8 che chi oggi usa questo tipo di linguaggio, non \u00e8 pienamente consapevole della grammatica del riconoscimento, cos\u00ec come si \u00e8 affermata nel nostro tempo. \u00c8 in qualche modo ripiegato su s\u00e9 stesso e, quindi, indulge in una forma ideologica di riconoscimento.<\/p>\n<p>In sintesi, farei una distinzione tra forme ideologiche e forme autentiche di riconoscimento.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Fin dalla pubblicazione di\u00a0<\/em>Kampf um Anerkennung<em>, lei ha sottolineato l\u2019importanza di creare ponti, a partire dai ponti semantici, tra le varie esperienze di misconoscimento e oppressione. Alla luce della crescente intersezionalit\u00e0 dei movimenti sociali odierni (ad esempio, i movimenti di genere, ecologici e sindacali), quali categorie sono necessarie alla teoria sociale e ai movimenti sociali per sviluppare identit\u00e0 comuni per la trasformazione sociale?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non sono sicuro di avere una risposta chiara a questa domanda. Anche in questo caso, vorrei iniziare con una riserva preliminare. Non credo che il compito di una teoria critica della societ\u00e0 sia quello di produrre determinati soggetti o identit\u00e0. A mio avviso, il compito di una teoria critica \u00e8 mettere in discussione le identit\u00e0. Soprattutto se tale critica \u00e8 intesa in termini filosofici, uno dei suoi compiti principali \u00e8 quello di mettere in discussione le premesse ontologiche di certe identit\u00e0. Di conseguenza, come ho gi\u00e0 sottolineato, penso che il rapporto tra teoria e pratica, teoria critica e movimenti sociali, debba essere indiretto e molto pi\u00f9 distante di quanto la vostra domanda sembri implicare. Nel contesto attuale, il compito di una teoria critica \u00e8 quindi quello di mettere in dubbio alcune premesse della politica dell\u2019identit\u00e0. A cominciare da quello che a mio avviso \u00e8 l\u2019equivoco cruciale, ovvero l\u2019idea che gli individui abbiano una sola identit\u00e0 sociale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Una convinzione di fondo della\u00a0<em>identity politics<\/em>\u00a0\u00e8 che gli individui siano caratterizzati, ad esempio, dal proprio genere o dal colore della pelle o dal proprio orientamento sessuale. Questo, a mio avviso, \u00e8 un equivoco di fondo, perch\u00e9 non siamo mai caratterizzati da uno solo dei nostri impegni sociali. Abbiamo sempre identit\u00e0 multiple, personalit\u00e0 sfaccettate. Siamo una combinazione di molti impegni e relazioni. Siamo coinvolti in amicizie; siamo coinvolti in relazioni sociali significative; siamo membri di una comunit\u00e0 politica; abbiamo un legame speciale con luoghi geografici; siamo effettivamente caratterizzati dal colore della nostra pelle; dal nostro orientamento sessuale. Ma questi sono tutti elementi di un\u00a0<em>compositum<\/em>.<\/p>\n<p>Di conseguenza, l\u2019identit\u00e0 \u00e8 sempre identit\u00e0 sociale: \u00e8 una combinazione di una vasta gamma di impegni diversi. Se pensate di essere caratterizzati da una sola identit\u00e0 che d\u00e0 forma a tutta la vostra personalit\u00e0, probabilmente state commettendo un errore. A mio avviso, state fraintendendo voi stessi. A volte, nell\u2019ambito della politica dell\u2019identit\u00e0, sembra che le persone siano fondamentalmente costruite a partire da un\u2019unica identit\u00e0, sia essa sessuale, razziale o religiosa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quanto ho detto fin qui aveva lo scopo di rispondere alla domanda su quale sia il ruolo di una teoria critica rispetto a certe lotte e movimenti sociali. In sintesi, la mia risposta suona pi\u00f9 o meno cos\u00ec: una teoria critica deve sempre assumere un punto di vista negativo su alcuni equivoci che circolano nei movimenti sociali. Se ha un compito rispetto alle lotte sociali, anche tale compito deve essere critico e non semplicemente affermativo. Non sarebbe una teoria critica se si limitasse ad avere un rapporto affermativo con qualsivoglia movimento sociale, sia esso il movimento operaio, il movimento femminista, ecc. Il compito della teoria \u00e8 quello di chiarire alcuni intendimenti e fraintendimenti interni a un movimento sociale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Pensando al nesso tra il lavoro, cio\u00e8 le tante ore che ognuno di noi trascorre lavorando, e il bene democratico dell\u2019autogoverno da lei indagato nel suo ultimo libro (<\/em>Der arbeitende Souver\u00e4n: Eine normative Theorie der Arbeit<em>, Suhrkamp, Berlin 2023), vorremmo concludere la conversazione chiedendole se, a conti fatti, \u201c<\/em>Arbeit<em>\u201d non possa essere il concetto che meglio riassume l\u2019impulso fondamentale della sua traiettoria intellettuale. E, infine, ha oggi la sensazione di aver remato a lungo controcorrente per recuperare infine la vera fonte della sua vocazione politico-scientifica?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quello che dite \u00e8 interessante. Ci ho pensato solo di recente. E ho notato quasi subito che la filosofia sociale e politica degli ultimi cinquanta o sessant\u2019anni ha ignorato ampiamente la sfera del lavoro. \u00c8 un\u2019omissione enorme. Se si analizza l\u2019opera di Foucault \u2013 giusto per citare un pensatore di cui mi sono occupato direttamente, ma lo stesso vale per molti dei principali teorici politici e sociali del nostro tempo \u2013 \u00e8 evidente che la filosofia del lavoro non svolge un ruolo di primo piano nel suo pensiero. Per me, al contrario, il lavoro \u00e8 stato un interesse centrale fin dall\u2019inizio. Questo, come ho detto, ha influenzato direttamente anche la mia teoria del riconoscimento. L\u2019intuizione da cui sono partito riguardava infatti proprio il mancato riconoscimento di alcuni tipi di lavoro nella nostra societ\u00e0.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quando ero giovane, provenendo da una zona industriale della Germania in cui il lavoro (e determinati tipi di lavoro duro: miniere di carbone, acciaierie, ecc.) era, almeno a quel tempo, una componente centrale della vita sociale,\u00a0<em>die Arbeit<\/em>\u00a0era qualcosa di automaticamente presente e in una certa misura valorizzato nella mia stessa autocomprensione. Era anche ancora in qualche modo presente nella teoria sociale tradizionale, sia per l\u2019influenza di Marx sia nell\u2019antropologia filosofica, dove il lavoro svolgeva un ruolo importante come tipo specifico di attivit\u00e0 umana. Poi, improvvisamente, il tema ha perso di rilevanza, importanza, nella filosofia sociale e politica. Per me riportarlo al centro della discussione ora significa, in un certo senso, tornare alle radici. Cio\u00e8, \u00e8 un po\u2019 come tornare a un\u2019intuizione che ho avuto fin dall\u2019inizio.<\/p>\n<p>Osservare, studiare il movimento operaio significa indagare le forme di riconoscimento che le societ\u00e0 capitalistiche negano alle persone. E significa anche mostrare fino a che punto questa negazione sia totalmente ingiustificata e ingiustificabile. Questa potrebbe essere la mia risposta sintetica alla vostra domanda finale.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=49249\">https:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=49249<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Francesca Sofia Alexandratos e Paolo Costa) &nbsp; [Pubblichiamo la traduzione italiana di un estratto dell\u2019intervista ad Axel Honneth apparsa nella sua interezza in inglese sul numero 5\/2023 della \u00abRivista Italiana di Filosofia Politica\u00bb, pp. 121-143. 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