{"id":85326,"date":"2024-05-07T06:00:50","date_gmt":"2024-05-07T04:00:50","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=85326"},"modified":"2024-05-06T11:24:15","modified_gmt":"2024-05-06T09:24:15","slug":"egemonia-dellorecchio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=85326","title":{"rendered":"Egemonia dell\u2019orecchio"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>Saverio Squillaci<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che sensazione meravigliosa di gioia mista a malinconia ci pervade quando riascoltiamo le sigle dei cartoni animati che hanno costellato la nostra infanzia. E che dire di quei brani che, andando dietro a chi sapeva suonare la chitarra, cantavamo a squarciagola nei fal\u00f2 in spiaggia, che ci facevano sentire in comunione tra noi, tra ragazzi. Le canzoni in radio erano la colonna sonora della nostra vita ed in particolare siamo rimasti legati a quelle melodie che hanno fatto da sfondo ad un periodo, un evento particolarmente triste o viceversa euforico durante gli anni della scuola: le \u201chit\u201d della nostra formazione esistenziale e sentimentale. La musica ha di certo questo potere: si fonde con il nostro mondo emotivo, specialmente in quell\u2019et\u00e0 in cui le categorie e gli schemi relazionali sono ancora duttili e i nostri bisogni interiori quasi del tutto inconsapevoli e caotici. Non \u00e8 un caso che gli esseri umani, soprattutto i giovani e giovanissimi, ne abbiano sempre avuto quasi una irresistibile necessit\u00e0 e che ogni popolo ne abbia beneficiato attraverso forme e repertori dai connotati propri anche se in costante trasformazione e soggetti alle pi\u00f9 svariate contaminazioni, un po\u2019 come succede per le lingue.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">All\u2019orecchio dei miei genitori, nati tra la fine degli anni Quaranta e l\u2019inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, interpreti come Domenico Modugno, che pure era stato un grande innovatore, o Orietta Berti stavano gi\u00e0 passando di moda. Figuriamoci voci come quelle di Claudio Villa o di Beniamino Gigli. Tantomeno erano state per loro emotivamente rilevanti la canzone popolare interpretata ad esempio da personaggi come Anna Magnani o la grande tradizione napoletana. Mia madre amava Lucio Battisti come anche mio padre che sorprendentemente conosceva addirittura James Brown anche se lo scimmiottava in un modo tutto suo! Noi figli di quella generazione abbiamo quasi tutti una maggiore dimestichezza con l\u2019ascolto e la comprensione dei brani che provengono dallo stile dei grandi artisti afroamericani o pi\u00f9 generalmente della musica d\u2019oltreoceano rispetto ai nostri genitori. Non \u00e8 un caso che a partire dagli anni Ottanta un numero sempre maggiore di autori italiani si cimenti nella composizione di canzoni in lingua inglese. La famosissima \u201cSelf Control\u201d di Raf \u00e8 ancora incisa profondamente nell\u2019immaginario musicale mio e dei miei coetanei. Inutile sottolineare quanto in questo processo siano stati coinvolti i nostri figli, ormai fruitori di testi prevalentemente anglofoni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se appare piuttosto evidente il peso che la canzone angloamericana ha avuto su svariate popolazioni in senso linguistico, meno immediato risulta individuare i cambiamenti prodotti nelle strutture musicali pi\u00f9 profonde che oggi percepiamo come nostre ma che settant\u2019anni fa ancora non ci appartenevano. Innanzitutto i ritmi, cuore pulsante di qualsiasi ascolto musicale e non sempre percepiti in modo consapevole dall\u2019ascoltatore, passano dalla moda della polka, del valzer o di quello che il profano tende a definire con la parola \u201cliscio\u201d a qualcosa di meno \u201cstabile\u201d per l\u2019orecchio di un europeo. Gli accenti smettono di essere \u201cmarziali\u201d come nel nostro inno nazionale o nella celeberrima \u201cO surdato nnammurato\u201d e si spostano sui movimenti deboli, attraverso un processo tutto afroamericano di cui possiamo intravedere l\u2019origine nell\u2019incontro tra la musica degli schiavi di colore e gli schemi dei bianchi. Un processo che finir\u00e0 per convogliare molte delle sue esperienze sonore nel Jazz di New Orleans e poi di Chicago e New York, un genere che per molti decenni rappresenter\u00e0 gli Stati Uniti d\u2019America come e pi\u00f9 di quanto abbia fatto successivamente il Rock and Roll. La sincope finisce per dominare sui quei tempi forti che gli studenti imparano a riconoscere durante le primissime lezioni di musica a scuola e oggi basta ascoltare un qualsiasi brano pop per cogliere inevitabilmente questo modo di vivere il ritmo, un modo che ci fa apparire il \u201cliscio\u201d, l\u2019incalzare delle canzoni patriottiche e il portamento di buona parte della nostra musica popolare come qualcosa di molto, molto vecchio e superato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per quanto riguarda le strutture e i giri armonici utilizzati le trasformazioni risultano meno traumatiche se continuiamo a riferirci all\u2019ambito della musica pi\u00f9 orecchiabile. Saranno i Beatles a fornire una sintesi magistrale di come comporre e vendere \u201chit\u201d, una sintesi talmente efficace da rappresentare ancora un modello imprescindibile per tutto il mercato discografico e radiofonico di massa. L\u2019elemento pi\u00f9 sorprendente di questo improvviso cambiamento nel gusto musicale degli italiani a partire dalla fine degli anni Sessanta \u00e8 per\u00f2, a mio parere, il modo nuovo di concepire la relazione tra lingua e voce. La patria del belcanto, viene investita da una tendenza a concepire il fraseggio nelle melodie eseguite dai cantanti quasi antitetica al proprio. Il piacere per le note tenute e vibrate, gli acuti struggenti, i legati sinuosi e la veste melodrammatica dell\u2019esposizione, viene soppiantato ad una velocit\u00e0 innaturale dall\u2019affermarsi di un modo di cantare pi\u00f9 \u201cstaccato\u201d e \u201cnasale\u201d, con frasi che si chiudono \u201cpolverizzando\u201d l\u2019ultima sillaba e dunque si caratterizzano per la preferenza nella composizione dei testi di parole finali tronche. Elementi con cui potremmo in parte definire lo stile angloamericano derivante in buona parte da connotati linguistici. Di questa operazione troviamo riscontro nel gi\u00e0 citato Battisti che si rifaceva ai grandi del Soul come Otis Redding, in De Gregori la cui musica presenta spesso evidentissime sfumature Country ma ancor prima nei cosiddetti \u201curlatori\u201d come Celentano o Mina: cantanti che assorbono una quantit\u00e0 enorme di elementi stilistici dal Rock and Roll. Perfino parte del repertorio in dialetto napoletano prodotto da compositori come Renato Carosone assume le forme sincopate dello Swing e poi del Blues con Pino Daniele. Negli anni Novanta la canzone italiana si avviciner\u00e0 addirittura ad uno stile di canto palesemente \u201cblack\u201d sulla scia del successo di Giorgia e al filone del Rap e dell\u2019Hip Hop con i 99 Posse o gli Articolo 31.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La quasi totalit\u00e0 degli artisti nostrani si vota, da un certo momento in poi, ad un tipo di musica e di forme testuali che fino a pochi anni prima sarebbero risultate di difficile comprensione o addirittura cacofoniche all\u2019orecchio dell\u2019ascoltatore italiano medio e cio\u00e8 ai nostri nonni, quelli che avevano vissuto la seconda guerra mondiale. Insomma da un certo momento in poi inizieremo a cantare e suonare come gli americani senza nemmeno accorgercene ed \u00e8 proprio nei primi anni del dopoguerra che questo processo sembra avere inizio. Se durante tutta la prima met\u00e0 del Novecento la musica di intrattenimento europea era stata quasi impermeabile alle innovazioni prodotte negli Stati Uniti, vuoi per un sentimento nazionale pi\u00f9 accentuato o per una sorta di orgoglio atavico proveniente dalla consapevolezza di aver inventato ed esportato le strutture musicali come le conosciamo oggi o ancora a causa di una minore capacit\u00e0 di diffusione mediatica, dal 1945 in poi le cose cambiano radicalmente e a quanto pare non per puro caso. Lo sottolinea il musicologo e storico del Jazz Stefano Zenni(1) quando annovera tra i motivi che concorrono ad incentivare la fortuna della musica statunitense, un progetto del Dipartimento di Stato Americano volto a promuovere una serie di tour dei propri artisti in tutto il pianeta. In particolar modo gli italiani accoglieranno il Jazz e la canzone americana come la musica dei liberatori d\u2019oltreoceano. Quei ritmi, quelle melodie, quella lingua, rappresenteranno sempre di pi\u00f9 un \u201cleitmotiv\u201d di libert\u00e0 e democrazia, condito da prospettive di benessere e di ricchezza per se stessi e per i propri figli. Il processo di diffusione capillare delle modalit\u00e0 artistiche \u201cmade in USA\u201d verr\u00e0 presto \u201cappaltato\u201d alle grandi etichette discografiche e ai network radiofonici, lieti di poter disporre di un mercato globale gi\u00e0 preparato ad accogliere il loro prodotto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 di cui stiamo parlando non sembra potersi definire come semplice fenomeno di contaminazione stilistica e, al netto della manifesta volont\u00e0 politica di perseguirlo, andrebbe certamente valutato come fenomeno reso possibile dallo sviluppo tecnologico nell\u2019ambito della comunicazione di massa. Questa triplice alleanza tra potere militare, economico e tecnologico che ha concorso al prodursi di una \u201csoft power\u201d per certi versi inarrestabile, andrebbe considerata da un punto di vista artistico tenendo presente la sua natura di tipo imperialistico tesa a trasformare la fisiologica attitudine della musica alla contaminazione in quel percorso verso l\u2019omologazione di cui fu profeta in patria Pier Paolo Pasolini. Personalmente ho amato ed amo la visceralit\u00e0 del Blues, la trascendente malinconia del Soul, la rabbiosa inquietudine del Rock e la follia illuminata del Jazz. Lungi da me ripudiare il profondo sentimento di stima e di gratitudine verso i fuoriclasse che se ne sono fatti interpreti, tantomeno sminuirne in qualche modo il valore in termini di oggettiva importanza nell\u2019ambito della storia della musica moderna. Da musicista di provincia e da fruitore attento di contenuti musicali per\u00f2 non posso nascondere a me stesso l\u2019evidenza del fatto che il mio gusto e la mia sensibilit\u00e0 artistica provengono da un processo che per molti versi non ha a che fare n\u00e9 con l\u2019arte n\u00e9 con una particolare predisposizione verso certi ascolti. Le melodie, i ritmi, le strutture armoniche che ho assorbito durante l\u2019infanzia e l\u2019adolescenza non hanno contribuito solo alla formazione di una mia estetica musicale ma anche, subdolamente, alla costruzione di una predisposizione affettiva verso tutto ci\u00f2 che \u00e8 angloamericano, persino pi\u00f9 intensa ed \u201ceroticamente\u201d soddisfacente di quella che avrei potuto sviluppare nei confronti della terra in cui sono nato e in cui ho vissuto. Oggi mi sembra abbastanza naturale constatare come la musica, che con cos\u00ec tanta facilit\u00e0 si lega alla nostra sfera emotiva giovanile e il cui potere evocativo \u00e8 per questo motivo cos\u00ec difficile da razionalizzare ed analizzare compiutamente, sia stata certamente una componente fondamentale dello sforzo egemonico statunitense con il conseguente affermarsi di un certo tipo di atteggiamento politico, sociale ed economico assunto dal popolo italiano di cui non si pu\u00f2 non tenere conto. Un\u2019egemonia che non proverrebbe dunque dai discorsi degli intellettuali o da professori di accademia ma pi\u00f9 banalmente dall\u2019orecchio di un adolescente pieno di sogni e di speranze per il futuro.<\/p>\n<p>(1) Stefano Zenni, Storia del jazz. Una prospettiva globale, Viterbo, Stampa alternativa\/Nuovi equilibri, 2018, p. 359-361<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Saverio Squillaci &nbsp; Che sensazione meravigliosa di gioia mista a malinconia ci pervade quando riascoltiamo le sigle dei cartoni animati che hanno costellato la nostra infanzia. E che dire di quei brani che, andando dietro a chi sapeva suonare la chitarra, cantavamo a squarciagola nei fal\u00f2 in spiaggia, che ci facevano sentire in comunione tra noi, tra ragazzi. 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