{"id":85848,"date":"2024-06-06T10:00:19","date_gmt":"2024-06-06T08:00:19","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=85848"},"modified":"2024-06-04T10:49:20","modified_gmt":"2024-06-04T08:49:20","slug":"dizionario-foucault-guerra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=85848","title":{"rendered":"Dizionario Foucault. Guerra"},"content":{"rendered":"<p><strong>di DOPPIOZERO (Pierandrea Amato)<\/strong><\/p>\n<div class=\"max-w-[838px]\">\n<div class=\"clearfix text-formatted field field--name-body field--type-text-with-summary field--label-hidden field__item\">\n<p><em>Pap\u00e0, voglio la pace<br \/>\nLo sai che non siamo ricchi, Mario<\/em><br \/>\nMaicol&amp;Mirco, il manifesto, 9 febbraio 2024<\/p>\n<p>Tra i lacerti che sopravvivono oggi di Michel Foucault, nonostante l\u2019impegno diffuso a farne solo un cadavere vi \u00e8 un brandello rimasto un po\u2019 di lato, che potrebbe, chiss\u00e0, proprio per la sua eterogeneit\u00e0, costringerci\u00a0<em>oggi<\/em>\u00a0a pensare \u201cFoucault oltre Foucault\u201d. Tuttavia, per farlo bisogna partire non direi da lontano, ma di traverso s\u00ec.<\/p>\n<p>Non vorrei sbagliarmi ma forse nessuno come Mario Tronti (1931-2023), nell\u2019ultimo, ampio tratto della sua frastagliata esperienza teorica, ha insistito con tanta caparbiet\u00e0 nel segnalare la catastrofe che si accompagna con l\u2019eclissi di quella che lui considerava la (grande) politica del XX secolo: lo spazio di un conflitto tra due superpotenze come rispecchiamento dello scontro tra capitale e lavoro; territorio in grado di tenere sotto controllo la barbarie innanzitutto della guerra. Un\u00a0<em>katechon<\/em>, la politica, capace dunque di frenare le dissoluzioni selvagge della storia. Il teorico italiano dell\u2019autonomia del politico degli anni Settanta \u00e8 chiamato a registrare, con il collasso dello Stato comunista, il tramonto della politica; o meglio, per citare il titolo di un suo libro bellissimo e tormentato del 1998, \u201cla politica al tramonto\u201d.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 evocare la parabola di Tronti, che peraltro poco aveva in simpatia il pensiero francese post-strutturalista, a quarant\u2019anni dalla morte di Foucault? Nientemeno, direi, che per una questione tanto triviale come l\u2019attualit\u00e0. La mia impressione, infatti, \u00e8 che uno dei contributi pi\u00f9 fecondi dell\u2019impresa di Foucault sia il tentativo di smantellare una visione \u201cmessianica\u201d della politica, affievolendo quindi il lutto per la sua irrimediabile crisi: la politica, in fondo, come Foucault espone nelle aule del Coll\u00e8ge de France nel 1976, non \u00e8 altro che un simulacro della guerra.<\/p>\n<p>Il 1976 rappresenta un anno di grazia per Foucault. Comincia, con la pubblicazione di\u00a0<em>La volont\u00e0 di sapere<\/em>, la sua esplosiva, incompiuta e dalla vicenda editoriale intricatissima\u00a0<em>Storia della sessualit\u00e0<\/em>\u00a0(erano previsti sei volumi; ne usciranno con Foucault in vita solo altri due, pi\u00f9 un altro rimasto inedito solo in anni recenti), cui fa da contraltare coevo, al Coll\u00e8ge de France, un ciclo di lezioni,\u00a0<em>Bisogna difendere la societ\u00e0\u00a0<\/em>(Feltrinelli, 1998), molto ambizioso e che potremmo considerare quasi un\u00a0<em>hapax<\/em>, dal momento che il filo rosso che guida le ispezioni genealogiche di Foucault intorno alla filigrana del potere moderno \u00e8 la guerra. Tema che lo stesso Foucault, mentre lo tratta diffusamente, ammette che forse, un po\u2019 curiosamente, dovrebbe essere abbandonato. Certo, per chi legge Foucault, le lezioni del \u201876 sono famose per un altro motivo, ospitando una questione che si riveler\u00e0 una fonte stupefacente d\u2019irradiazione di innumerevoli studi, finanche un punto di svolta della filosofia politica contemporanea: nell\u2019ultima lezione, quella del 17 marzo, Foucault presenta infatti la nozione di biopolitica. Vale a dire il punto di tensione critico pi\u00f9 notevole nei confronti del principio giuridico della sovranit\u00e0 (una tematizzazione della biopolitica la ritroviamo anche nell\u2019ultimo citatissimo capitolo di\u00a0<em>La volont\u00e0 di sapere<\/em>). Tuttavia, se la biopolitica oggi \u00e8 un tema da cui conviene tenersi un po\u2019 alla larga, per quanto \u00e8 stato trattato e maltrattato in particolare negli ultimi trent\u2019anni, nell\u2019insegnamento del 1976 si aggira uno spettro \u2013 la guerra \u2013 che merita ancora la nostra attenzione tanto appare stupefacente la tesi di Foucault.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 la guerra? Molto semplicemente: ci\u00f2 che chiamiamo potere rappresenta l\u2019esito di una lotta, il cui punto di chiarificazione storico pi\u00f9 evidente \u00e8 la guerra. Foucault naturalmente non nega l\u2019esistenza di una difformit\u00e0 tra i rapporti di potere e la guerra, ma considera, con grande spregiudicatezza, quest\u2019ultima il punto estremo, la massima intensit\u00e0 di qualsiasi rapporto di forza. Scrive, precisamente, come la guerra rappresenti \u00abla manifestazione dei rapporti di forza allo stato puro\u00bb. A questo punto il maestoso edificio giuridico moderno, destinato a irretire il conflitto nelle maglie dell\u2019ordine statuale e politico, si rivela tra le mani di Foucault un\u2019istanza organizzata per occultare l\u2019effettivo funzionamento del potere, la cui natura cruciale \u00e8 la battaglia, ossia, una prepotenza, paradossalmente, extra-giuridica.<\/p>\n<p>La posizione di Foucault, non sarebbe neanche il caso di notarlo, rovescia la celebre massima di von Clausewitz,\u00a0<em>la guerra \u00e8<\/em>\u00a0<em>la continuazione della politica con altri mezzi<\/em>, il cui funzionamento ideologico Foucault ha l\u2019intenzione di scoperchiare: la sentenza di von Clausewitz ha il compito di occultare la disposizione meramente reattiva della politica e la sussistenza della guerra come perno cruciale dell\u2019organizzazione dello Stato-nazione.<\/p>\n<p>Sin dalla prima lezione del 7 gennaio,\u00a0<em>Bisogna difendere la societ\u00e0<\/em>\u00a0presenta una tesi molto impegnativa e suggestiva: la guerra \u00e8 la condizione della politica e non la sua eccezione, non ci\u00f2 che inibisce, ma ci\u00f2 che essa propaga. La politica non sarebbe altro che la dissimulazione del primato della guerra, di un\u2019ostilit\u00e0 violenta e permanente che alimenta la societ\u00e0 dappertutto. Ci\u00f2 che veramente interessa Foucault, a questo punto, \u00e8 mostrare che nello Stato moderno la guerra non occupa uno spazio periferico, con una funzione in fondo speciale, quasi come se fosse posta ai margini, ma, al contrario, ha un ruolo costituente, fondativo, ruolo che ogni volta che diventa necessario si riattiva chiarendo l\u2019effettivo primato di cui gode.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/foucault-foto.jpg\" alt=\"jn\" width=\"800\" height=\"1107\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"a3242a3f-fd63-4b3b-8a38-5c7cb1d5dcea\" \/><\/p>\n<p>Non \u00e8 tutto, anzi adesso viene il bello, quando Foucault si lascia andare a una forma di marxismo-leninismo radicale: \u00abla guerra \u00e8 la cifra stessa della pace\u00bb (p. 49). La pace \u00e8 ci\u00f2 che permetterebbe alla guerra, se le riconosciamo la capacit\u00e0 di materializzare il culmine dei rapporti di forza sociali, di agire senza tregua, pressocch\u00e9 indisturbata. In altri termini, \u00e8 proprio la pace la condizione pi\u00f9 promettente per un\u2019azione incessante di guerra: \u00abla guerra che non cessa di svolgersi dietro l\u2019ordine e la pace, la guerra che travaglia la nostra societ\u00e0, e la divide in modo binario\u00bb (p. 57). Che significa? Che l\u2019intera nazione si organizza, pure in tempo di pace (che pace, a ben vedere, non \u00e8), come se fosse in guerra: l\u2019istanza simbolica e ideale della guerra s\u2019impossessa di ogni rapporto sociale, tanto da diventare persino invisibile pur governando la trama della realt\u00e0. La guerra divide in due la societ\u00e0, scrive Foucault. Vale a dire: essa agisce non verso il fuori, contro un nemico esterno, ma s\u2019indirizza all\u2019interno, facendo avvertire il proprio peso nelle maglie del proprio campo. Evidentemente, allora, Foucault sta pensando a una forma della guerra che non coincide con il suo profilo giuridico determinato dallo scontro tra nazioni. Se la macchina giuridica tende a rimuovere il conflitto, armonizzando nella legge l\u2019inconciliabile, filtrando nell\u2019uguaglianza giuridica il dissidio, in realt\u00e0, secondo la tesi di Foucault, una scissione continua a persistere e tanto pi\u00f9 si rivela estrema quanto pi\u00f9, appunto, giunge alla condizione ultima della separazione, la cui natura non \u00e8 giuridica, sociale, economica ma, se possibile, pi\u00f9 profonda. Foucault chiama tutto questo \u00abguerra delle razze\u00bb.<\/p>\n<p>La guerra delle razze, se capiamo bene, \u00e8 una tecnica di governo impegnata a gestire una popolazione in cui gli individui sono formalmente liberi e quindi potenzialmente ingovernabili. Sorge a questo punto la necessit\u00e0 di una rottura all\u2019interno dello Stato in grado di mettere l\u2019una contro l\u2019altra parti della popolazione non omogenee. \u00c8 a questo punto che interviene il binomio guerra-razzismo: si fa appello alla purezza della popolazione, individuando chi, al suo interno, inquina la sua presupposta autenticit\u00e0. Pi\u00f9 che a un conflitto tra Stati, Foucault allude a una guerra diffusa come baricentro generale nella filigrana dell\u2019organizzazione delle societ\u00e0 moderne. La guerra delle razze, a ben vedere, \u00e8 una strategia per consentire alla guerra di proseguire, anche in un supposto tempo di pace, il proprio compito quotidiano, scovando un nemico grazie al quale immaginare e consolidare l\u2019identit\u00e0 di un popolo. S\u00ec, perch\u00e9 naturalmente un nemico totale, come solo uno razziale pu\u00f2 materializzare, non fa altro che rafforzare e cristallizzare il processo di identificazione popolare del popolo.<\/p>\n<p>Che cosa ci lascia Foucault con le lezioni del \u201876? Un\u2019indicazione con cui probabilmente \u00e8 difficile fare i conti: contro la ferocia della guerra non ha probabilmente molto senso alzare la bandiera del pacifismo. Per intenderci \u00e8 ci\u00f2 che, tra l\u2019altro, ci lascia vedere\u00a0<em>Oppenheimer<\/em>\u00a0di Christopher Nolan: l\u2019artefice della bomba atomica, l\u2019arma che dovrebbe impedire qualsiasi guerra, minacciando di scatenare l\u2019<em>ultima<\/em>\u00a0guerra, diventa un\u2019improbabile figura di riferimento per il movimento pacifista; a dimostrazione che la pace, una politica della pace, non pu\u00f2 che fiorire proprio nelle viscere della guerra e quindi essere sin dall\u2019inizio spacciata. Insomma, disertare la brutalit\u00e0 della guerra vuol dire prendere congedo, a malincuore, anche dalla sensatezza della pace. Piuttosto, per venire fuori dalla guerra si tratterebbe, in un\u2019ottica foucaultiana, probabilmente di lavorare per infrangere, in qualsiasi forma si presentano, rapporti di forza cristallizzati, scompaginando relazioni di potere in cui, come indica la guerra delle razze, da una parte sta il bene e dall\u2019altra il non-bene. Si tratta, cio\u00e8, di schivare la dialettica guerra-pace, provando a sfiancare i legami che fanno della guerra lo sfondo, pure inconscio, di qualsiasi relazione sociale.<\/p>\n<p>In questa prima parte del 2024, mentre \u00e8 in corso un tentativo ben strutturato di spazzare via il popolo palestinese, \u00e8 come se la lezione di Foucault venisse nuovamente al mondo. In effetti, mentre stiamo verificando che non c\u2019\u00e8 spazio per un vecchio, democratico movimento pacifista, perch\u00e9, quando si sbriciolano le maschere politiche, e un\u2019intera societ\u00e0 si organizza secondo un modello militare, che senso avrebbe manifestare per la pace, se la pace \u00e8 la condizione di uno stato militare che precede ed eccede persino la guerra stessa? Non c\u2019\u00e8 il rischio, durante un\u2019aggressione smisurata come quella attualmente in atto in Palestina, che evocare la pace sia, paradossalmente e amaramente, un gesto quanto meno ambiguo? Tutt\u2019 al pi\u00f9, chiss\u00e0, potremmo pronunciare un disperato e impotente:\u00a0<em>Cessate il fuoco<\/em>. Terminerei allora con un\u2019annotazione un po\u2019 laconica: oso pensare che oggi a Gaza tra chi, nonostante tutto, sta sopravvivendo, non troveremmo tanto facilmente dei pacifisti.<\/p>\n<p>M. Foucault,\u00a0<em>\u201cBisogna difendere la societ\u00e0\u201d<\/em>, Feltrinelli, Milano 1998.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"text-azzurro text-xl py-3\"><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/dizionario-foucault-guerra\">https:\/\/www.doppiozero.com\/dizionario-foucault-guerra<\/a><\/strong><\/div>\n<\/div>\n<div class=\"py-6\">\n<div class=\"field field--name-field-immagini-media field--type-entity-reference field--label-hidden field__items\">\n<div class=\"field__item\">\n<article class=\"media media--type-image media--view-mode-articolo\">\n<div class=\"field field--name-field-media-image field--type-image field--label-hidden field__item\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/styles\/r_articolo_mobile_w500\/public\/bisogna-difendere-la-societa-826x1271.jpg.webp?itok=4WdmhTLt\" alt=\"\" \/><\/div>\n<\/article>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di DOPPIOZERO (Pierandrea Amato) Pap\u00e0, voglio la pace Lo sai che non siamo ricchi, Mario Maicol&amp;Mirco, il manifesto, 9 febbraio 2024 Tra i lacerti che sopravvivono oggi di Michel Foucault, nonostante l\u2019impegno diffuso a farne solo un cadavere vi \u00e8 un brandello rimasto un po\u2019 di lato, che potrebbe, chiss\u00e0, proprio per la sua eterogeneit\u00e0, costringerci\u00a0oggi\u00a0a pensare \u201cFoucault oltre Foucault\u201d. 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