{"id":85938,"date":"2024-06-11T09:16:09","date_gmt":"2024-06-11T07:16:09","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=85938"},"modified":"2024-06-11T08:19:59","modified_gmt":"2024-06-11T06:19:59","slug":"dai-bassi-tassi-di-interesse-allalta-spesa-militare-crisi-di-egemonia-e-pulsioni-belliche-degli-stati-uniti-damerica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=85938","title":{"rendered":"Dai bassi tassi di interesse all\u2019alta spesa militare: crisi di egemonia e pulsioni belliche degli Stati Uniti d\u2019America"},"content":{"rendered":"<p><strong>di ECONOMIA E POLITICA (Aldo Barba, Massimo Pivetti)<\/strong><\/p>\n<h5><strong>I. Domanda effettiva e crescita dei consumi delle famiglie<\/strong><\/h5>\n<p>La spesa per consumi personali \u00e8 stata la componente pi\u00f9 dinamica della domanda aggregata negli Stati Uniti a partire dalla fine degli anni \u201870. Tra il 1951 e il 1980, il suo rapporto con il PIL \u00e8 stato in media intorno al 58%, per poi crescere costantemente di 10 punti percentuali, stabilizzandosi dal 2003 al livello pi\u00f9 elevato di circa il 68%. A partire dall\u2019inizio della seconda met\u00e0 degli anni \u201870, la crescita sostenuta della spesa per consumi personali ha compensato sia l\u2019andamento sfavorevole della bilancia commerciale, sia il rallentamento dei consumi pubblici e della spesa lorda per investimenti (la crescita degli investimenti privati \u200b\u200b\u00e8 rimasta allineata a quella del prodotto, grazie al peso in rapido aumento degli investimenti in prodotti di propriet\u00e0 intellettuale che ha controbilanciato un marcato rallentamento degli investimenti in strutture e attrezzature non residenziali). Con la crescita della spesa per consumi, il tasso di risparmio personale \u00e8 sceso dal 15% nel 1975 a meno del 2% nel 2005. Il calo del tasso di risparmio si \u00e8 verificato nonostante un massiccio spostamento della distribuzione del reddito dai salari ai profitti. A causa dell\u2019influenza del mutamento distributivo sul tasso di risparmio personale, quest\u2019ultimo avrebbe dovuto aumentare, non diminuire. Le ragioni della sua caduta vanno quindi ricercate altrove, ponendole in connessione con la politica di lungo periodo di riduzione dei tassi di interesse.<\/p>\n<h5><strong>II. Bassi tassi di interesse e distribuzione del reddito<\/strong><\/h5>\n<p>Una prima relazione causale tra tassi di interesse e consumi che vale la pena considerare \u00e8 quella stabilita dall\u2019influenza diretta che il tasso di interesse esercita sulla distribuzione del reddito. Il tasso di interesse sulle attivit\u00e0 finanziarie prive di rischio a lungo termine\u00a0 costituisce un determinante autonomo dei costi normali di produzione; a parit\u00e0 di condizioni, un abbassamento persistente del tasso di interesse a lungo termine come quello avvenuto negli ultimi quaranta anni provoca un abbassamento del livello dei prezzi in relazione al livello dei salari monetari, generando cos\u00ec una riduzione del tasso normale di profitto e un aumento del salario reale. Questa relazione tra tasso di interesse e salari reali \u00e8 tuttavia offuscata dal fatto che il tasso di interesse a lungo termine non \u00e8 che uno dei determinanti dei margini di profitto normali lordi. Gli altri sono, oltre ai profitti normali di impresa, gli ammortamenti e le remunerazioni degli alti dirigenti. Per ogni dato andamento del tasso di interesse a lungo termine, ciascuna di queste altre componenti del profitto normale lordo pu\u00f2 subire nel tempo qualche cambiamento, tale da risultare in un movimento non inverso dei tassi di interesse e dei salari reali. E\u2019 ampiamente riconosciuto che l\u2019accorciamento della vita media delle attrezzature ha causato negli ultimi decenni un aumento delle quote di ammortamento per unit\u00e0 di prodotto. Ancora pi\u00f9 importante, un indebolimento generale dell\u2019incentivo a investire ha probabilmente comportato profitti aziendali significativamente pi\u00f9 elevati in tutta l\u2019economia. L\u2019epocale allontanamento dall\u2019obiettivo politico della piena occupazione avvenuto alla fine degli anni \u201970 ha ridotto l\u2019incentivo a investire in tutto il capitalismo avanzato, abbassando il tasso di crescita della formazione di capitale fisso a meno della met\u00e0 di quello registrato nell\u2019et\u00e0 d\u2019oro del capitalismo avanzato, ovvero il trentennio successivo alla seconda guerra mondiale. Il punto \u00e8 che una riduzione dell\u2019incentivo a investire equivale a un aumento del rischio di impiegare produttivamente il capitale, che deve dunque tradursi in un aumento della componente normale del profitto necessaria a remunerarlo. A causa di tutti questi cambiamenti, i margini di profitto sono aumentati nonostante la marcata tendenza al ribasso dei tassi di interesse a lungo termine. Ma senza la riduzione dei tassi di interesse, i margini di profitto lordi e il rapporto tra prezzi e salari monetari sarebbero stati ancora pi\u00f9 elevati. In effetti, soprattutto nella seconda met\u00e0 degli anni \u201990, la diminuzione dei tassi di interesse sembra aver in una certa misura frenato l\u2019impatto negativo sui salari reali dell\u2019aumento delle altre tre componenti dei profitti normali.<\/p>\n<h5><strong>III. Bassi tassi di interesse e prestiti al consumo<\/strong><\/h5>\n<p>A prescindere dal loro impatto attraverso la distribuzione del reddito, i bassi tassi di interesse hanno sostenuto i consumi, soprattutto negli Stati Uniti, attraverso i loro effetti sul debito delle famiglie, sui prezzi dei titoli obbligazionari e azionari, nonch\u00e9 sul valore delle case. A partire dalla met\u00e0 degli anni Novanta, la capacit\u00e0 di ampi settori della popolazione di acquistare beni e servizi \u00e8 stata significativamente influenzata positivamente sia da un minore onere del debito che da un aumento dei prezzi dei titoli e delle case. Consideriamo questi fenomeni pi\u00f9 nel dettaglio, partendo dall\u2019indebitamento delle famiglie.<\/p>\n<p>Come abbiamo sostenuto altrove (Barba e Pivetti, 2009), il calo dei tassi di interesse \u00e8 riuscito a contenere per diversi anni la quota di reddito personale disponibile delle famiglie necessaria ad onorare il loro crescente indebitamento, prolungando cos\u00ec in modo significativo la sostenibilit\u00e0 macroeconomica di un massiccio processo di sostituzione dei salari con prestiti. Dal 1982 in poi il credito al consumo ebbe una forte espansione, con una crescita media dell\u20198% nel periodo dal 1992 fino alla crisi finanziaria. Oltre ai debiti dovuti alle carte di credito e alle vendite rateali (per le automobili in particolar modo), anche una cospicua parte dell\u2019aumento dei mutui ipotecari del periodo fu il riflesso della crescente tendenza delle famiglie a indebitarsi per finanziare i consumi, utilizzando il valore delle case come collaterale. Dal momento che, in proporzione al reddito, il credito al consumo a vario titolo erogato era fortemente concentrato nell\u201980% pi\u00f9 basso della distribuzione del reddito, l\u2019indebitamento delle famiglie di quegli anni pu\u00f2 essere visto come la contropartita del cambiamento distributivo avvenuto negli USA a partire dall\u2019inizio degli anni \u201880. In un contesto di deregolamentazione finanziaria e di allentamento dei vincoli di liquidit\u00e0 per le famiglie a basso e medio reddito, l\u2019aumento del credito al consumo \u00e8 stato la risposta alla stagnazione dei salari reali (anche ad aumenti dei salari che, tuttavia, persistentemente non tenevano il passo con la produttivit\u00e0), nonch\u00e9 alle crescenti divergenze tra le retribuzioni pi\u00f9 alte e quelle pi\u00f9 basse.<\/p>\n<p>Attraverso l\u2019indebitamento delle famiglie si assicur\u00f2 in sostanza la coesistenza tra salari relativamente bassi con livelli elevati di domanda aggregata, senza che fosse per questo necessario ricorrere all\u2019intervento statale e a maggiori spese pubbliche. Inoltre, con la sostituzione di prestiti ai salari, la quota di reddito effettivo spettante ai capitalisti ed\u00a0<em>hoc genus omne<\/em>\u00a0(soprattutto a quest\u2019ultimo, secondo Piketty e Saez 2006) venne alimentata anche dal fatto che l\u2019onere del servizio del debito alla fine spinse i salariati a lavorare di pi\u00f9 e per orari pi\u00f9 lunghi, accrescendo la loro disponibilit\u00e0 ad \u201candare ovunque e fare qualsiasi cosa\u201d e contribuendo cos\u00ec alla persistenza dei bassi salari.<\/p>\n<p>Ma il processo di sostituzione dei prestiti ai salari non poteva andare avanti all\u2019infinito. Oltre certi livelli, il servizio del debito da parte delle famiglie indebitate diventava insostenibile. Di fatto, la sostenibilit\u00e0 macroeconomica del processo venne significativamente prolungata in due modi: in primo luogo, coinvolgendo un numero crescente di lavoratori dipendenti nel processo di indebitamento (un\u2019espansione considerevole nel corso di diversi anni dei cosiddetti mutui subprime fu l\u2019aspetto principale di questo primo mezzo di protrazione del processo); in secondo luogo, proprio dalla politica di progressiva riduzione dei tassi di interesse perseguita dalla Federal Reserve a partire dal 1995. Infatti, a fronte di tassi di interesse che continuavano a scendere, l\u2019onere del servizio del debito, misurato in percentuale del reddito personale disponibile, non aumentava nonostante il continuo aumento del debito delle famiglie in rapporto al PIL. \u00a0Non c\u2019\u00e8 dubbio, insomma, che il ricorso ad una politica monetaria di denaro sempre pi\u00f9 a buon mercato ritard\u00f2 significativamente negli Stati Uniti il\u00a0<em>redde rationem<\/em>\u00a0del rapido aumento del debito delle famiglie, cos\u00ec come non c\u2019\u00e8 dubbio che la posizione del dollaro come indiscussa valuta di riserva internazionale fu ci\u00f2 che permise agli Stati Uniti di mantenere il controllo dei tassi di interesse interni, nonostante la liberalizzazione finanziaria.<\/p>\n<p>Resta tuttavia il fatto che anche una politica di bassi tassi di interesse non poteva consentire al processo di continuare, come divenne chiaro non solo con la crisi finanziaria ma anche dopo, quando l\u2019espansione del credito al consumo non riavvi\u00f2 il trend di crescita pre-crisi, nonostante i bassi tassi di interesse e la ripresa dei prezzi delle case.<\/p>\n<h5><strong>IV. Bassi tassi di interesse e effetti ricchezza<\/strong><\/h5>\n<p>Oltre a consentire un lungo processo di sostituzione dei salari con prestiti, c\u2019\u00e8 un altro canale attraverso il quale il denaro a basso costo potrebbe aver reso i consumi delle famiglie negli Stati Uniti la componente pi\u00f9 dinamica della domanda effettiva. Ci riferiamo alla crescita del loro patrimonio netto. I dati sembrano suggerire una stabile relazione inversa tra il tasso di risparmio personale e il patrimonio netto delle famiglie. Durante l\u2019et\u00e0 dell\u2019oro del capitalismo avanzato, il tasso di risparmio personale\u00a0 aument\u00f2 leggermente, mentre il rapporto tra patrimonio netto e PIL diminu\u00ec leggermente. Questo rapporto cominci\u00f2 a crescere costantemente all\u2019inizio degli anni \u201880, quando il tasso di risparmio personale inizi\u00f2 a ridursi, per poi acquistare slancio nei decenni successivi, in particolare durante la bolla delle dot-com 1995-2000, la bolla immobiliare e creditizia del 2003 -2007 e l\u2019emergenza sanitaria pubblica COVID-19.<\/p>\n<p>A partire dal 2007, tuttavia, il legame tra ricchezza e risparmio \u00e8 venuto meno, e nonostante una crescita sostanziale del rapporto patrimonio netto\/PIL, il tasso di risparmio personale \u00e8 rimasto pressoch\u00e9 invariato dopo il 2010. Lo sganciamento del rapporto patrimonio netto\/PIL dal tasso di risparmio personale suggerisce con forza che in realt\u00e0 gli effetti della ricchezza sui consumi sono molto pi\u00f9 tenui di quanto si creda. Il motivo \u00e8 legato al modo in cui la crescita del patrimonio netto ha interessato i diversi percentili della distribuzione del reddito. Alla fine del 1989 il patrimonio netto delle famiglie americane era pari a circa 21 trilioni; nel terzo trimestre del 2023 ha raggiunto i 142,4 trilioni. Questa crescita \u00e8 andata per \u00a080 trilioni al 10% pi\u00f9 ricco della popolazione; solo per 40 trilioni all\u201980% pi\u00f9 povero. Mentre nel 1989 la quota di ricchezza netta detenuta dall\u201980% delle famiglie pi\u00f9 povere era pari al 39,3% rispetto al 60,7% detenuta dal 20% pi\u00f9 ricco, nel 2023 la quota delle prime \u00e8 scesa al 29,6% mentre quella delle seconde \u00e8 cresciuta al 70,4%. La riduzione ha interessato tutti i gruppi percentili pi\u00f9 bassi della scala del reddito, ad eccezione del gruppo 0-20% la cui quota \u00e8 rimasta pressoch\u00e9 invariata. La quota del gruppo 20-40% \u00e8 scesa dal 7,5% al \u200b\u200b4,6%; quello del gruppo 40-60% dal 12,4% all\u20198,4% e quello del gruppo 60-80% dal 16,5% al \u200b\u200b13,5%. A beneficiarne \u00e8 stata la fascia 80-99% con un aumento dal 43,9% al 47,2% e, soprattutto, l\u20191% pi\u00f9 ricco della popolazione con la sua quota in aumento dal 16,8% al 23,3%.<\/p>\n<p>\u00c8 quindi possibile concludere che il fenomeno rilevante verificatosi nel 2010 fu la fine della crescita incontrollata dei consumi delle famiglie finanziati dal debito \u2013non la perdita di forza dell\u2019effetto ricchezza, dal momento che anche prima della crisi finanziaria il suo ruolo era stato di fatto limitato alla sola ricchezza immobiliare come strumento di finanziamento dei consumi a debito.<\/p>\n<p>Proprio perch\u00e9 \u00e8 difficile negare che gli effetti ricchezza, eccezion fatta per il canale mutui ipotecari-credito al consumo, riguardino soprattutto i ricchi, secondo alcuni autori (vedi ad esempio Maki e Palumbo, 2001) la caduta del tasso di risparmio statunitense sarebbe stata determinata dal comportamento di consumo del quintile pi\u00f9 alto della distribuzione: gli effetti ricchezza avrebbero aumentato la propensione al consumo dei percettori dei redditi pi\u00f9 alti a tal punto da rendere negativo il loro tasso di risparmio. In realt\u00e0, l\u2019idea che gli effetti ricchezza possano aver portato i ricchi a ridurre il tasso di risparmio complessivo \u00e8 piuttosto difficile da digerire, considerando che la coda finale del quintile pi\u00f9 alto \u00e8 composto da persone che sono semplicemente troppo ricche per poter spendere in consumi l\u2019intero reddito. Quindi, anche se il calo dei tassi di interesse e i relativi effetti ricchezza possono aver stimolato per diversi anni dei consumi opulenti, pu\u00f2 difficilmente stupire che l\u2019idea che la concentrazione della ricchezza possa trasformarsi da \u201cda vizio privato a\u00a0 pubblica virt\u00f9\u201d abbia recentemente perso terreno. Da un lato, gli studi quantitativi dell\u2019effetto ricchezza sui consumi personali stanno sempre di pi\u00f9 evidenziando un ruolo molto limitato per il mercato azionario, mentre un\u2019influenza molto pi\u00f9 forte risulta essere esercitata dalla ricchezza non finanziaria. Questo esito dipende proprio dall\u2019elevata concentrazione della ricchezza azionaria, rispetto a quella immobiliare, che \u00e8 invece molto pi\u00f9 equamente distribuita, e che, come sottolineato in precedenza, ha sostenuto i consumi fungendo da garanzia per il debito delle famiglie, funzione che soprattutto negli anni precedenti la crisi finanziaria ha interessato i livelli pi\u00f9 bassi della distribuzione del reddito, composti in gran parte da famiglie con basso merito creditizio. Del resto, il riconoscimento che i ricchi risparmino di pi\u00f9 e che il maggiore risparmio del 10%-20% pi\u00f9 ricco della popolazione sia da mettere in relazione al minor risparmio del restante 90%-80% sta guadagnando terreno anche nella letteratura ortodossa, anche se con un ritardo significativo e in connessione con la tesi tradizionale secondo cui sarebbe stato proprio l\u2019eccesso di risparmio dei ricchi ad aver spinto i tassi di interesse verso il basso (cfr. Mian et al., 2021).<\/p>\n<h5><strong>V. Bassi tassi di interesse e eutanasia del rentier<\/strong><\/h5>\n<p>Nel 2021, la politica statunitense di lungo periodo di tassi di interesse bassi e calanti \u00e8 giunta al termine, un cambiamento di indirizzo ufficialmente giustificato dalla necessit\u00e0 di combattere l\u2019inflazione. Ma come strumento antinflazionistico, una politica monetaria pi\u00f9 restrittiva \u00e8 a dir poco problematica. Questo perch\u00e9 i tassi di interesse sono considerati dalle imprese come un costo, con il corollario che una politica di denaro a caro prezzo \u00e8 inflazionistica, come confermato da tempo dagli studi empirici sulle politiche di prezzo delle imprese. Si potrebbe dire, usando le parole di un vecchio presidente del\u00a0<em>Joint Economic Committee<\/em>\u00a0americano, che \u201calzare i tassi di interesse per combattere l\u2019inflazione \u00e8 come buttare benzina sul fuoco\u201d. Dati i salari monetari e la produttivit\u00e0 del lavoro, l\u2019aumento dei prezzi causato da un aumento duraturo dei tassi di interesse riflette semplicemente l\u2019adattamento dei prezzi ai costi normali produzione causato dalla concorrenza. Tassi di interesse pi\u00f9 elevati potrebbero riuscire a ridurre l\u2019inflazione solo se il rapporto pi\u00f9 elevato tra prezzi e salari monetari che essi determinano fosse pi\u00f9 che controbilanciato da una riduzione o da un aumento pi\u00f9 lento dei salari monetari, causato dall\u2019impatto negativo sull\u2019occupazione della contrazione della spesa per consumi provocata da tassi di interesse pi\u00f9 elevati. Rispetto all\u2019abbandono della politica di bassi tassi di interesse, pi\u00f9 importante dei suoi effetti sull\u2019inflazione \u00e8 il semplice fatto che il capitalismo non pu\u00f2 funzionare indefinitamente con tassi di interesse nulli o negativi \u2013uno stato di \u201ceutanasia del rentier\u201d non pu\u00f2 essere raggiunto semplicemente attraverso la politica monetaria, senza alcuna rivoluzione sociale. Nel sistema capitalistico la propriet\u00e0 privata della ricchezza, distinta dalla propriet\u00e0 del capitale produttivo, non pu\u00f2 cessare permanentemente di produrre reddito, indipendentemente dalle forme del suo impiego; n\u00e9 la maggior parte di quel reddito pu\u00f2 essere garantita in modo permanente dalla speculazione e dalle plusvalenze. Nel contesto di una politica permanente di tassi di interesse nulli, la mera propriet\u00e0 privata della ricchezza cesserebbe di essere una sinecura, il sistema creditizio collasserebbe e i redditi da capitale potrebbero continuare ad esistere solo come profitti d\u2019impresa.<\/p>\n<h5><strong>VI. Domanda effettiva e spesa militare<\/strong><\/h5>\n<p>Negli ultimi tre anni la politica statunitense di rincaro della moneta e rafforzamento del dollaro si \u00e8 accompagnata a politiche di bilancio espansive, integrate da politiche industriali volte a ridurre la propensione all\u2019importazione del Paese, soprattutto in alcuni settori chiave: il \u201cBuy American Rules\u201d, l\u2019\u201cInflation Reduction Act\u201d (in realt\u00e0 una misura protezionistica intesa a stimolare la produzione manifatturiera nazionale) e il \u201cCHIPS &amp; Science Act\u201d sono le pi\u00f9 importanti tra esse. La fine nel 2021 di un lungo periodo durante il quale negli USA la crescita era stata sostenuta principalmente dalla spesa per consumi delle famiglie sembra aver trovato sbocco nel ritorno ad una politica di \u201cgrande governo\u201d, non solo con l\u2019obiettivo di sostenere la crescita nel nuovo contesto, ma anche di riconquistare egemonia internazionale. Su entrambi i fronti \u2013crescita economica e ripristino dell\u2019egemonia\u2013 un nuovo rafforzamento militare americano sembra essere l\u2019esito pi\u00f9 probabile.<\/p>\n<p>Nella tradizione keynesiana, con il termine \u201cgrande governo\u201d \u00a0si \u00e8 sempre fatto riferimento a tassi elevati e crescenti di spesa statale, locale e federale \u2013in particolare di quest\u2019ultima, poich\u00e9 \u00e8 principalmente il governo federale che pu\u00f2 influenzare la domanda aggregata attraverso la politica fiscale per garantire il buon andamento dell\u2019economia. Ma dall\u2019inizio della Guerra Fredda con l\u2019Unione Sovietica nel 1947, fatta eccezione per la breve esperienza del presidente Johnson con i suoi programmi sociali della\u00a0<em>Great Society<\/em>, un\u2019ingente spesa federale non ha mai significato negli Stati Uniti creazione e sviluppo di un generoso sistema di Welfare State di tipo socialdemocratico europeo. Dall\u2019enunciazione della Dottrina Truman nel marzo 1947 fino alla fine degli anni \u201960 gli acquisti federali legati ai programmi militari e spaziali (DoD pi\u00f9 NASA) furono la componente pi\u00f9 dinamica della domanda effettiva, mentre la disoccupazione statunitense rimase su livelli ben al di sotto della media dell\u2019intero dopoguerra. Dalla fine degli anni \u201960 alla fine degli anni \u201970 il tasso di disoccupazione mostr\u00f2 un trend crescente, in coincidenza con la stagnazione della spesa militare e la sua tendenza al ribasso in percentuale del PIL; infine, dal suo picco assoluto nel 1982 (quasi l\u201911% alla fine di quell\u2019anno), il tasso di disoccupazione statunitense continu\u00f2 a scendere per il resto degli anni \u201980, con il potenziamento militare di Reagan cui corrispose il pi\u00f9 intenso processo di riarmo in tempo di pace della storia degli Stati Uniti (vedi Pivetti, 1992 e 1994). L\u2019implosione dell\u2019Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda diedero inizio all\u2019\u201cera del dividendo della pace\u201d. Un buon andamento a lungo termine del capitalismo americano difficilmente poteva continuare a essere ottenuto attraverso l\u2019espansione della spesa militare e al suo posto, come abbiamo rilevato, subentr\u00f2 un\u2019espansione di lungo periodo dei consumi privati attraverso una politica di tassi di interesse bassi e decrescenti, che non poteva per\u00f2 durare indefinitamente senza causare il collasso del sistema creditizio.<\/p>\n<h5><strong>VII. Trasferimenti pubblici e Keynesismo anticongiunturale<\/strong><\/h5>\n<p>Con la Grande Recessione del 2008 e la recessione da Covid-19 si \u00e8 verificato un massiccio ricorso ad un\u2019ampia gamma di trasferimenti alle famiglie (indennit\u00e0 di disoccupazione, assistenza abitativa, assistenza alimentare, ecc.), principalmente in funzione anticiclica, che ha portato il disavanzo pubblico totale a livelli senza precedenti: -13,1% nel 2009, -11,8% nel 2010 e -11% nel 2011, poi -15,7% nel 2020 e -12% nel 2021. Le ragioni di questo uso diffuso dei trasferimenti pubblici derivavano non solo dal loro loro essere un potente veicolo di stabilit\u00e0 sociale \u2013sia direttamente che indirettamente attraverso il moltiplicatore dell\u2019occupazione\u2013 ma anche dalla loro facile reversibilit\u00e0, cio\u00e8 dal non implicare investimenti pubblici e un\u2019espansione del ruolo dello Stato nell\u2019economia (cos\u00ec gi\u00e0 nel 2014 il deficit venne ridotto al 4,8% e nel 2022 al 6%). La sostituzione dei salari con prestiti, quindi, \u00e8 stata in parte rimpiazzata dalla sostituzione di prestiti inesigibili con aumenti transitori dei trasferimenti pubblici \u2013a buona conferma dell\u2019idea secondo cui \u201cci si pu\u00f2 aspettare che i leader aziendali e i loro esperti siano pi\u00f9 favorevoli al sussidio del consumo di massa che agli investimenti pubblici, poich\u00e9 sovvenzionando il consumo il governo non si imbarca in alcun tipo di impresa\u201d (Kalecki, 1943, pp. 325-6). Si tratta tuttavia di un favore che non pu\u00f2 che essere limitato poich\u00e9 \u201ci fondamenti dell\u2019etica capitalista richiedono che \u2018ci si guadagni il pane con il sudore\u2019 \u2013a meno che non si disponga di mezzi privati\u201d (ibid.). Qui ovviamente la questione non \u00e8 di carattere etico ma riguarda piuttosto la sottomissione del lavoro al capitale, che nel caso di un crescente debito privato \u00e8 assicurata da una forza lavoro sempre pi\u00f9 sottomessa, mentre nel caso di crescenti trasferimenti pubblici tende ad evolvere nella direzione opposta, con ovvie conseguenze sul potere contrattuale dei lavoratori dipendenti.<\/p>\n<h5><strong>VIII. Cause interne ed esterne del militarismo USA<\/strong><\/h5>\n<p>Queste considerazioni portano alla conclusione che nell\u2019attuale confronto geopolitico ed economico tra gli USA e i loro satelliti europei, da un lato, la Russia e la Cina dall\u2019altro, appare molto probabile che le spese militari e il riarmo riprenderanno il loro vecchio ruolo. Come abbiamo argomentato, importanti esigenze economiche interne si affiancano alla prospettiva di una vera e propria guerra fredda tra l\u2019Occidente e la Cina, attualmente la nazione pi\u00f9 insidiosa per l\u2019egemonia internazionale americana. C\u2019\u00e8 poi l\u2019obiettivo, difficilmente perseguibile senza un complesso militare-industriale sempre pi\u00f9 potente e una forza militare travolgente, di frantumare la Federazione Russa allo scopo di saccheggiare le sue ingenti risorse naturali ed impedire una sempre pi\u00f9 stretta integrazione tra la sua economia e quella europea, frustrando l\u2019aspirazione di quest\u2019ultima al ruolo di forza \u2018neutrale\u2019 nello scontro in atto.<\/p>\n<p>L\u2019intreccio tra circostanze interne ed esterne che alimentano la pulsione bellica del paese egemone non va sottovalutato. La necessit\u00e0 di garantire il sostegno alla domanda effettiva con spese militari \u00e8 determinato dalle inevitabili conseguenze distributive che avrebbe un rilancio della domanda interna basato su programmi di spesa del tipo\u00a0<em>Great Society<\/em>. Allo stesso modo, un serio piano di reindustrializzazione, non motivato soltanto dalla necessit\u00e0 di impedire lo sviluppo dei concorrenti internazionali in campi suscettibili di compromettere il primato tecnologico e militare deli USA, implicherebbe una svolta protezionistica di natura non meramente \u2018strategica\u2019, con ancor pi\u00f9 marcate conseguenze sul piano distributivo. L\u2019opzione bellica soddisfa dunque esigenze tanto interne che esterne, entrambe funzionali a preservare l\u2019assetto distributivo che il capitalismo avanzato si \u00e8 dato nell\u2019ultimo quarantennio. La crisi a cui la globalizzazione \u00e8 andata incontro negli ultimi anni non \u00e8 motivata da una presa di consapevolezza dell\u2019insostenibilit\u00e0 sociale degli effetti occupazionali e distributivi che essa ha generato nel capitalismo avanzato. Se la Cina non costituisse una minaccia reale, gli USA non avrebbero nessun problema a continuare ad approvvigionarsi dei beni prodotti dalla \u201cgrande fabbrica del mondo\u201d. Di fatto \u00e8 ci\u00f2 che essi stanno ancora facendo, ostacolando determinate produzioni e non altre, determinati paesi e non altri, tutto in funzione di non compromettere ulteriormente la propria egemonia.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda l\u2019Europa, il bombardamento del Nord Stream 2 ha chiarito quanto velleitaria fosse l\u2019idea di poter conquistare spazi di maggior autonomia in nome dei principi della concorrenza e del libero commercio internazionale. D\u2019altro canto, vi \u00e8 ancor meno consapevolezza che negli USA degli effetti socialmente deleteri della globalizzazione. L\u2019Europa non riesce ad esprimere null\u2019altro che grossolana subalternit\u00e0 delle sue \u00e9lite politiche agli Stati Uniti. Settant\u2019anni di intrighi internazionali, interventi militari e cambi di regime hanno portato la maggior parte della popolazione mondiale, compresa una parte sostanziale di quella europea, a diffidare profondamente dell\u2019America e dei suoi valletti sparsi per il mondo. L\u2019egemonia culturale degli Stati Uniti si \u00e8 notevolmente attenuata dalla \u201cfine della storia\u201d nel dicembre 1991 e un numero crescente di cittadini europei percepisce oggi l\u2019America come un faro di incivilt\u00e0. Ma per quanto forte sia il loro sentimento di ripulsa, resta vero che, come il rigetto nei confronti di un assetto di politica economica sempre pi\u00f9 incapace di garantire ai lavoratori condizioni di esistenza dignitose, esso resta del tutto privo di un qualsivoglia sbocco politico socialmente progressivo.<\/p>\n<h5><strong>Bibliografia<\/strong><\/h5>\n<p>Barba, A. and Pivetti, M. (2009), \u201cRising household debt: its causes and macroeconomic implications \u2013 a long period analysis\u201d.\u00a0<em>Cambridge Journal of Economics<\/em>, 33, 113-37.<\/p>\n<p>Kalecki, M. 1943. \u201cPolitical Aspects of Full Employment\u201d.\u00a0<em>Political Quarterly<\/em>, 14 (4), 322\u2013331.<\/p>\n<p>Maki, D.M. and Palumbo, M.G. (2001), \u201cDisentangling the wealth effect: a cohort analysis of household saving in the 1990s\u201d. Board of Governors of the Federal Reserve System, Finance and Economics Discussion Series n. 2001-21.<\/p>\n<p>Mian, A., Straub, L. and Sufi, A. (2021), \u201cThe Saving Glut of the Rich\u201d. NBER Working Paper N.26942.<\/p>\n<p>Piketty, T. and Saez, E. (2003), \u201cIncome inequality in the United States, 1913-1998\u201d.\u00a0<em>Quarterly Journal of Economics<\/em>, CVIII (1), 1-39.<\/p>\n<p>Pivetti, M. (1992), \u201cMilitary spending as a burden on growth: an \u2018underconsumptionist critique\u2019\u201d.\u00a0<em>Cambridge Journal of Economics<\/em>, 16 (4), 373-84. Pivetti, M. (1994), \u201cEffective demand, \u2018Marxo-marginalism\u2019 and the economics of military spending: a rejoinder\u201d.\u00a0<em>Cambridge Journal of Economics<\/em>, 18 (5), 523-27.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.economiaepolitica.it\/industria-e-mercati\/dai-bassi-tassi-di-interesse-allalta-spesa-militare-crisi-di-egemonia-e-pulsioni-belliche-degli-stati-uniti-damerica\/\">https:\/\/www.economiaepolitica.it\/industria-e-mercati\/dai-bassi-tassi-di-interesse-allalta-spesa-militare-crisi-di-egemonia-e-pulsioni-belliche-degli-stati-uniti-damerica\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ECONOMIA E POLITICA (Aldo Barba, Massimo Pivetti) I. Domanda effettiva e crescita dei consumi delle famiglie La spesa per consumi personali \u00e8 stata la componente pi\u00f9 dinamica della domanda aggregata negli Stati Uniti a partire dalla fine degli anni \u201870. Tra il 1951 e il 1980, il suo rapporto con il PIL \u00e8 stato in media intorno al 58%, per poi crescere costantemente di 10 punti percentuali, stabilizzandosi dal 2003 al livello pi\u00f9 elevato&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":109,"featured_media":61074,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Economia-e-Politica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-mm6","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/85938"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/109"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=85938"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/85938\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":85939,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/85938\/revisions\/85939"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/61074"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=85938"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=85938"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=85938"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}