{"id":86071,"date":"2024-06-24T05:40:59","date_gmt":"2024-06-24T03:40:59","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=86071"},"modified":"2024-06-22T14:43:45","modified_gmt":"2024-06-22T12:43:45","slug":"quantita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=86071","title":{"rendered":"Quantit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p>di <strong>Simone Garilli<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p align=\"justify\">Il Pil \u00e8 una misura del tutto insufficiente per comprendere la potenza relativa degli Stati in reciproca competizione: va dunque rivisto, affiancato, almeno in parte emarginato. Per la verit\u00e0, un filone di \u201criformisti del Pil\u201d si pu\u00f2 ad oggi ritenere consolidato, e il risultato \u00e8 un indicatore senz\u2019altro pi\u00f9 ambizioso del Prodotto Interno Lordo, conosciuto con l\u2019acronimo Bes (che sta per Benessere equo e sostenibile). Il Bes tenta di misurare il lato qualitativo della produzione nazionale concentrandosi sulle diseguaglianze e sulla cosiddetta sostenibilit\u00e0 ambientale. Non solo quanto si produce, dunque, ma per chi e con quali riflessi sull\u2019ambiente che ci circonda.<\/p>\n<p align=\"justify\">Al netto delle aporie insite nel dubbio concetto di sostenibilit\u00e0 e in un ambientalismo spesso ingenuo, si tratta di una strada da percorrere. In tutta evidenza, per\u00f2, non basta. La guerra d\u2019Ucraina sta avendo il grande merito di riportare anche noi italiani, in ottima compagnia europea, dal lungo sonno a una parvenza di ragione, vedremo quanto profonda: la Storia non \u00e8 mai finita, la potenza conta, e senza non \u00e8 possibile nemmeno la democrazia, che si prepara innanzitutto ritagliandosi uno spazio di autonomia nell\u2019agone internazionale.<\/p>\n<p align=\"justify\">\u00c8 la storia stessa, d\u2019altra parte, ad insegnarci come potenza e qualit\u00e0 della vita siano non di rado correlate in senso inverso. Sembra evidente, per limitarci ad un esempio oggi di moda, che una popolazione mediamente anziana, che \u00e8 diventata tale non solo per la riduzione delle nascite, ma anche per la flessione delle morti dovuta a un ampio stato sociale, sia meno propensa alla guerra, e che quest\u2019ultima possa essere strumento necessario per difendere la suddetta autonomia nazionale, in determinati frangenti storici. Essere preparati alla guerra difensiva \u00e8, in altri termini, componente basilare della democrazia sostanziale.<\/p>\n<p align=\"justify\">Mantenere la popolazione giovane, tuttavia, non sempre pu\u00f2 essere obiettivo alla portata attraverso la semplice manipolazione della demografia degli autoctoni, anche perch\u00e9 una politica economica espansiva talvolta non \u00e8 disponibile nella misura necessaria a stimolare le nascite, e in ogni caso richiede tempi lunghi per invertire la curva demografica, influenzata, oltre che da fattori materiali, anche dai costumi. Ecco allora che l\u2019opzione dell\u2019immigrazione potrebbe rendersi necessaria a preparare la guerra. Importare giovani \u00e8 una via pi\u00f9 rapida per modificare l\u2019et\u00e0 media e, forse, anche la propensione alla violenza, che andr\u00e0 tuttavia rivolta il pi\u00f9 possibile verso l\u2019esterno. Crudo? Senz\u2019altro, ma \u00e8 n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno il modello americano e, almeno in parte, francese. Gli americani, come noto, aggiungono all\u2019immigrazione di massa lo stato sociale minimo e la proliferazione di armi ad uso e consumo privato, dando vita a una societ\u00e0 abituata quotidianamente alla violenza nelle strade, psicologica (per la sopravvivenza economica) e reale (come dimostrano le non rare stragi autoinflitte da giovani e meno giovani americani \u201cimpazziti\u201d). L\u2019immigrazione di massa, da parte sua, non \u00e8 un pranzo di gala. Se milioni di stranieri arrivano o nascono sul territorio nazionale, occorre assimilarli, nutrirli della cultura nazionale per non esserne travolti. E assimilare non significa integrare. L\u2019integrazione \u00e8 tolleranza, e la tolleranza in una societ\u00e0 a forte immigrazione, ossia multiculturale, coincide con la perdita di identit\u00e0 nazionale, un estremo relativismo di valori, e dunque una grave perdita di coesione sociale, politica e di capacit\u00e0 strategica. L\u2019assimilazione, al contrario, \u00e8 violenta, si realizza tramite la discriminazione e l\u2019indottrinamento, praticati con coerenza e costanza. Tutto ci\u00f2 rende, per la verit\u00e0, anche l\u2019immigrazione di massa un canale non immediato verso una maggiore propensione media alla violenza produttiva di sovranit\u00e0, la sola di cui vi \u00e8 bisogno. Per assimilare servono anni, decenni, generazioni, fino a quando gli eredi dei primi immigrati avranno occultato le loro origini culturali, e si sentiranno pienamente immersi nella cultura nazionale<a class=\"sdfootnoteanc\" href=\"#sdfootnote1sym\" name=\"sdfootnote1anc\"><sup>1<\/sup><\/a>. Non si improvvisa.<\/p>\n<p align=\"justify\">Si diceva allora che occorrer\u00e0 sacrificare una parte della nostra invidiabile qualit\u00e0 della vita, peraltro gi\u00e0 in declino con il dispiegarsi in purezza del modello neoliberale, se vorremo non farci trovare totalmente impreparati di fronte all\u2019emergente scenario internazionale. Si precisa tuttavia che in un Paese come l\u2019Italia, che non ha necessit\u00e0 di farsi impero globale e ha una sua storia nobilissima di cooperazione e di stato sociale, non sarebbe desiderabile n\u00e9 utile importare di netto il modello francese o, peggio, quello americano, n\u00e9 ottenere i nostri obiettivi assecondando il suddetto modello neoliberale, che produce al contrario insensatezza, individualismo e grave fiacchezza di spirito. Ritornare a concepire la guerra come strumento per difendere il nostro peculiare modello democratico non significa nemmeno spenderci in velleitarie politiche neocoloniali, che nella storia ci hanno condotto piuttosto alla catastrofe che a un rango di potenza superiore, ma invertire la ripugnante dinamica psico-antropologica che ha svuotato di ogni senso, per le vecchie e le nuove generazioni, il decisivo articolo 52 della nostra Costituzione antifascista e socialdemocratica: \u201cLa difesa della Patria \u00e8 sacro dovere del cittadino\u201d. Lo Stato sociale, in definitiva, non deve essere messo in discussione, ma occorre elevare a problemi nazionali prioritari quello demografico e quello educativo, trovando il giusto equilibrio per affrontarli con il minimo costo sociale possibile, che tuttavia vi sar\u00e0 e dovr\u00e0 essere ben pi\u00f9 psicologico che materiale (rialzarsi dalla depressione e dal relativismo estremo in cui siamo caduti come nazione richieder\u00e0 immensa fatica, senza dubbio, ma lo richiede qualsiasi rinascita, individuale o collettiva che sia). Per riuscire nell\u2019impresa, sia detto per inciso, \u00e8 decisivo riacquisire margini ampi di sovranit\u00e0 economica. Il problema dei vincoli europei rimane, e non pu\u00f2 essere aggirato.<\/p>\n<p align=\"justify\">Torniamo dunque al Pil e ai suoi concorrenti. Se \u00e8 importante misurare qualitativamente la ricchezza prodotta, ci\u00f2 non deve distogliere dal fatto che la quantit\u00e0 non solo continua a contare, ma conta oggi pi\u00f9 che mai. Semplicemente, la quantit\u00e0 misurata dal Pil ci interessa ben poco e rischia di fuorviarci. La guerra d\u2019Ucraina sia d\u2019esempio. Il conflitto iniziato nel febbraio 2022 pu\u00f2 essere interpretato in vario modo: chi parla di un successo strategico americano e occidentale, chi al contrario di un punto a favore dell\u2019asse russo-cinese, ma ci\u00f2 che \u00e8 certo \u00e8 che la Russia, perdente o meno sul lungo periodo, sta vincendo tatticamente sul terreno, o perlomeno ha resistito alle difficolt\u00e0 iniziali ed \u00e8 ora in netto vantaggio militare, tanto che sempre pi\u00f9 insistentemente si parla di escalation o di trattative, senza vie di mezzo. Ci\u00f2 significa che una parte sta vincendo, ed \u00e8 la russa, tanto che gli occidentali si trovano di fronte al bivio: intervenire direttamente o trattare alle condizioni del Cremlino. La domanda che arrovella gli ambienti accademici soprattutto europei, abituati a trattare la potenza in termini economicistici, \u00e8 sempre la stessa: come \u00e8 possibile che una economia relativamente piccola in termini di Pil come quella russa abbia saputo pi\u00f9 che controbilanciare non solo l\u2019esercito ucraino, ma la coalizione di decine di Stati avanzati che hanno fornito per anni, gi\u00e0 da prima del conflitto, aiuti economici, mezzi e persino uomini sul terreno?<\/p>\n<p align=\"justify\">La risposta, in questo senso, \u00e8 molto pi\u00f9 semplice: la Russia ha vinto la guerra della produzione militare. Come intitola un articolo di Deborah Haynes, redattrice per la politica estera di Sky News \u201c<i>Russia is producing artillery shells around three times faster than Ukraine&#8217;s Western allies and for about a quarter of the cost<\/i>\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">L\u2019analista indipendente Roberto Iannuzzi sintetizza cos\u00ec:<\/p>\n<p align=\"justify\">\u201cSi prevede che le fabbriche russe sforneranno quest\u2019anno circa 4,5 milioni di proiettili d\u2019artiglieria, a fronte di una produzione complessiva di USA ed Europa pari a circa 1,3 milioni\u201d e, del resto, la superiorit\u00e0 non \u00e8 solo strettamente quantitativa, ma in alcuni campi anche tecnologica, se \u00e8 vero che \u201cNel frattempo, molte armi occidentali ad alta precisione si sono scontrate con le superiori capacit\u00e0 russe di guerra elettronica, che rendono tali armi del tutto inaccurate\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ecco allora che confrontare i 2.200 miliardi di Pil russo con la somma dei Pil occidentali impegnati a fornire sostegno all\u2019Ucraina, spiegherebbe ben poco dell\u2019esito materiale del conflitto. Nemmeno si potrebbe sciogliere il nodo riparandosi dietro l\u2019elevata spesa militare russa rispetto al Pil perch\u00e9, se essa \u00e8 superiore a quella dei principali Stati europei, \u00e8 enormemente inferiore a quella americana, che pure arranca di fronte alle crescenti e disperate richieste ucraine di armamenti e sostegno logistico.<\/p>\n<p align=\"justify\">Dunque, quale produzione conta ai fini della potenza (militare e in senso lato nazionale)? Non certo quella del tutto fittizia dei servizi finanziari o della produzione a basso valore aggiunto o alla produzione finalizzata alle esportazioni, n\u00e9, nel caso americano, l\u2019abnorme spesa pubblica sanitaria, gonfiata dagli oligopoli farmaceutici e in grado solo di restituire un sistema della salute noto per i suoi pessimi risultati in termini di morti evitabili e di aspettativa di vita. A contare \u00e8 esclusivamente la produzione strategica, che non significa soltanto produzione strettamente militare, ma anche una serie di altre spese propedeutiche alla potenza e parzialmente variabili a seconda del modello sociale ed economico che ci si intende dare: le spese in ricerca e sviluppo, nel sistema d\u2019istruzione inferiore, superiore e universitario, in un servizio sanitario nazionale che alimenti salute invece di cronicit\u00e0 delle patologie e morti evitabili, in una politica economica che garantisca stabilit\u00e0 occupazionale e dunque maggiori consumi, investimenti delle imprese e produttivit\u00e0, guidata dallo sviluppo tecnologico, in una politica industriale, infine, che si fondi sulla programmazione e sul controllo pubblico formale e sostanziale delle imprese di rilevanza nazionale, ivi inclusi i principali istituti di credito.<\/p>\n<p align=\"justify\">In conclusione, possiamo ridurre l\u2019intero ragionamento a poco pi\u00f9 che uno slogan: siamo entrati, contro ogni pronostico occidentalistico, nell\u2019era della quantit\u00e0. Se questo dato di realt\u00e0 contribuir\u00e0 a spezzare materialmente e retoricamente la globalizzazione americana, e con essa l\u2019illusione soprattutto europea di poter delocalizzare la quantit\u00e0 e le capacit\u00e0 tecniche e industriali diffuse campando di qualit\u00e0 settoriali e bolle finanziarie, non potremo che giovarne, nonostante la durezza del ritorno alla realt\u00e0 che tutto ci\u00f2 necessariamente implicher\u00e0.<\/p>\n<p align=\"justify\">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: tahoma, arial, helvetica, sans-serif; font-size: 10pt;\"><a class=\"sdfootnotesym\" href=\"#sdfootnote1anc\" name=\"sdfootnote1sym\">1<\/a> Del tutto evidente in questo passaggio dell\u2019articolo il debito che ho contratto con la divulgazione e i saggi di Dario Fabbri, autore di un recente libro riepilogativo del suo metodo di analisi, intitolato \u201cGeopolitica Umana\u201d. Fabbri ha il difetto della semplificazione eccessiva di alcuni processi e fenomeni, ma il pregio, strettamente collegato, di avviare all\u2019ABC del ragionamento strategico un pubblico, come quello italiano, totalmente disabituato a farlo. Si tratta dunque di una vera e propria opera pedagogica che pu\u00f2 fare storcere il naso a qualche intellettuale, ma che \u00e8 di rilevanza pratica assoluta, ancor pi\u00f9 che teorica.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; di Simone Garilli &nbsp; Il Pil \u00e8 una misura del tutto insufficiente per comprendere la potenza relativa degli Stati in reciproca competizione: va dunque rivisto, affiancato, almeno in parte emarginato. Per la verit\u00e0, un filone di \u201criformisti del Pil\u201d si pu\u00f2 ad oggi ritenere consolidato, e il risultato \u00e8 un indicatore senz\u2019altro pi\u00f9 ambizioso del Prodotto Interno Lordo, conosciuto con l\u2019acronimo Bes (che sta per Benessere equo e sostenibile). 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