{"id":86167,"date":"2024-06-27T10:00:14","date_gmt":"2024-06-27T08:00:14","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=86167"},"modified":"2024-06-26T12:28:37","modified_gmt":"2024-06-26T10:28:37","slug":"satnam-singh-non-e-il-solo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=86167","title":{"rendered":"Satnam Singh non \u00e8 il solo"},"content":{"rendered":"<p><strong>di DOPPIOZERO (Marzia Coronati)<\/strong><\/p>\n<div class=\"max-w-[838px]\">\n<div class=\"clearfix text-formatted field field--name-body field--type-text-with-summary field--label-hidden field__item\">\n<p>I dettagli di cronaca sono agghiaccianti e tristemente veri. Ho sperato che i resoconti riportati dai media peccassero di eccesso sensazionalistico e ho chiamato il sociologo Marco Omizzolo, che in quelle zone vive e che da oltre venti anni si occupa di migrazioni e caporalato. Purtroppo ha confermato ogni dettaglio, oltre ad aggiungerne altri terrificanti. Luned\u00ec 17 giugno Satnam Singh, il suo braccio amputato adagiato in una cassetta per la frutta e sua moglie sono stati scaricati davanti a casa dai loro datori di lavoro. Poche ore prima Singh, un uomo bracciante di origine indiana, era stato colpito da un macchinario trainato da un trattore, che aveva tranciato il suo braccio destro e schiacciato entrambe le gambe. Invece di chiamare i soccorsi, i responsabili dell\u2019azienda agricola si sono limitati a farli salire su un furgone e a riaccompagnarli a casa, a Borgo Santa Maria. Solo grazie all\u2019intervento dei vicini, l\u2019uomo \u00e8 stato portato in un ospedale di Roma, dove ha subito numerose operazioni, dall\u2019esito infausto. Cos\u00ec Satnam Singh, 31 anni, \u00e8 morto mercoled\u00ec 19 giugno. Lui e la moglie erano arrivati dall\u2019India tre anni fa con un decreto flussi, e da allora lavoravano nei campi dell\u2019Agro Pontino, rigorosamente in nero.<\/p>\n<p>Ora, l\u2019invito che faccio \u00e8 quello di fermarci. Non proseguire a leggere notizie di cronaca, politica, sport. Di sospendere qualsiasi giudizio e di riflettere su questa vicenda almeno per i prossimi sessanta minuti. Propongo di fare un passo indietro \u2013 forse anche pi\u00f9 di uno \u2013 e di provare ad attivare un meccanismo di conoscenza e coscienza pi\u00f9 profondo.<\/p>\n<p>Prima cruciale considerazione: la morte di Satnam Singh non \u00e8 una vicenda di cronaca isolata. Associazioni e sindacati in passato hanno documentato decine di casi di braccianti bastonati, colpiti da mazze da baseball perch\u00e9 chiedevano di indossare la mascherina nel periodo di Covid, morti sotto il sole sfiancati dalla fatica, gettati nei fiumi della bonifica. Le denunce sono tante e vanno avanti da molti anni. \u00c8 cos\u00ec che approdiamo alla seconda cruciale considerazione: la presenza della comunit\u00e0 indiana nell\u2019Agro Pontino risale a oltre quaranta anni fa, lo sanno tutti coloro che hanno attraversato quelle zone almeno una volta: dagli anni \u201980 si incrociano uomini in turbante che raggiungono i campi con le loro biciclette, li si vede lavorare chini sulla terra in qualsiasi ora del giorno. Il fenomeno dunque \u00e8 di lunga data: come \u00e8 possibile che i passi avanti a livello istituzionale siano cos\u00ec timidi e inefficaci? Oggi la comunit\u00e0 indiana residente nell\u2019Agro Pontino conta circa trentamila unit\u00e0, oltre la met\u00e0 \u00e8 ancora impiegata nelle campagne (tra i quindici e i diciottomila) e pi\u00f9 di un terzo lavora in condizioni di sfruttamento: in nero o con un contratto che ha il valore della carta straccia. Una storia di migrazione lunga quaranta anni dovrebbe registrare evoluzioni, eppure le seconde e le terze generazioni di questa comunit\u00e0 faticano ad affrancarsi dal destino di genitori e nonni. Quando non si libera tempo e non si accumula denaro, non ci sono opportunit\u00e0.<\/p>\n<p>Il 18 aprile 2016 \u00e8 il giorno del primo e pi\u00f9 grande sciopero dei braccianti di origine indiana. Oltre quattromila persone incrociano le braccia, denunciando i comportamenti illegali di padroni, sfruttatori e caporali. La comunit\u00e0 inizia a parlare, centinaia di denunce vengono sporte, si chiede un miglioramento del servizio dei permessi di soggiorno, una nuova organizzazione del sistema del lavoro, tutele e diritti. Nei mesi successivi i primi frutti di questa lotta si raccolgono, il risultato pi\u00f9 importante \u00e8 l\u2019introduzione del reato di caporalato, che prevede sanzioni gravi per chi sfrutta la mano d\u2019opera. Oggi, a giugno 2024, dobbiamo constatare che questo \u00e8 evidentemente un percorso ancora in fieri, una battaglia su cui dobbiamo ancora spenderci tutti, un quadro nel quale non ci sono ancora diritti acquisiti. Gi\u00e0, perch\u00e9 ora, otto anni dopo quel primo sciopero, siamo di fronte a un datore di lavoro, Antonello Lovato, che reagisce alla morte di Singh e alle accuse di mancato soccorso con un\u2019alzata di spalle: \u201cgli avevamo detto di stare attento\u201d. Capiremo nelle prossime settimane se sar\u00e0 valida la sua motivazione, ora la Procura dovr\u00e0 indagare sui reati di caporalato, omicidio colposo, omissione di soccorso e anche sull\u2019eventuale sussistenza del reato di tortura e di altre violazioni dei diritti umani fondamentali, mentre organizzazioni e sindacati gi\u00e0 si stanno spendendo affinch\u00e9 la moglie di Singh ottenga un permesso di soggiorno.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/caporalato_1-1.png\" alt=\"n\" width=\"800\" height=\"493\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"ccb36273-aad1-4fc7-b036-260d8c309b4f\" \/><\/p>\n<p>Ora, in questo esercizio di riflessione, sediamoci virtualmente su una balla di fieno di quelle terre di bonifica e dipaniamo la matassa del tempo. Il filo di lana ci porta oltre mille chilometri pi\u00f9 a sud, a Tunisi. Un tempo l\u00ec c\u2019era un quartiere, si chiamava Piccola Sicilia, tra il porto e l\u2019avenue Bourguiba. Oggi \u00e8 una zona residenziale, di palazzi e grattacieli, ma un tempo era il cuore pulsante della comunit\u00e0 italiana in Tunisia. Gli italiani vivevano principalmente l\u00ec e a la Goulette, una cittadina costiera a sette minuti di macchina dalla capitale. A met\u00e0 del secolo scorso nella nazione nordafricana si contavano quasi centomila persone di origine italiana, prevalentemente siciliani. Erano arrivate tra l\u2019800 e il \u2018900, viaggiando su navi o a bordo di piccole imbarcazioni, facevano i braccianti, i pastai, i pescatori, gli artigiani, i manovali, scrivevano su quotidiani in lingua italiana che si chiamavano il Corriere di Tunisi, L\u2019italiano di Tunisi\u2026 c\u2019era anche U Simpaticuni, un giornalino scritto in una miscela di italiano, francese, arabo. Chi \u00e8 testimone di questo capitolo della storia migratoria ricorda quel tempo come un periodo pacifico, segnato da un grande rispetto reciproco, un esempio di convivenza serena, seppure spesso reso complesso dalle difficolt\u00e0 economiche e dalle relazioni ambigue con i colonizzatori francesi. Se andate oggi a La Goulette potrete vedere una targa, \u00e8 dedicata a Claudia Cardinale, nata e cresciuta in Tunisia, un mito per quegli italo-tunisini. Su un muro della cittadina c\u2019\u00e8 anche una sua gigantografia, Claudia \u00e8 giovane, bella, sorridente, guarda dritto davanti a s\u00e9, verso la Madonna di Trapani, quella statua che ancora oggi, ogni 15 agosto, viene portata in giro per le strade. Tutto cambier\u00e0 dopo il 20 marzo 1956, giorno dell\u2019indipendenza tunisina dalla Francia. Il primo presidente si chiama Habib Bourguiba. La sua giovane repubblica emana una legge sulla mano d\u2019opera e impone di sostituire i manovali europei con quelli locali, un\u2019altra legge sulla nazionalizzazione delle terre agricole porta il governo tunisino a espropriare le propriet\u00e0 degli stranieri. I migranti italiani, privati di risorse, iniziano un viaggio a ritroso, affrontano duri e lunghi viaggi via mare e tornano in Italia, per loro \u201cun paese straniero\u201d. In una testimonianza del tempo, redatta da un profugo italiano nel corso della traversata del Mediterraneo, si legge questa frase: \u201cadesso non siamo n\u00e9 qua n\u00e9 l\u00e0. Stiamo navigando nel nulla, stiamo attraversando il deserto\u201d. Sono migliaia, nell\u2019Italia degli anni \u201960, ad essere smistati qua e l\u00e0, nei luoghi dove i progetti di trasformazione territoriale postbellica sono pi\u00f9 avviati. Oltre la met\u00e0 di loro \u2013 dopo un precario periodo nei campi profughi di Napoli, di Fraschette di Alatri, di Frosinone \u2013 si insedia nell\u2019Agro Pontino, nel basso Lazio. Eccoci di nuovo sulla balla di fieno.<\/p>\n<p>L\u00ec dove quarant&#8217;anni prima, a partire dal 1924, era iniziata una imponente opera di bonifica, che nel corso di oltre dieci anni aveva visto impiegati cinquantamila operai provenienti da ogni parte del mondo, \u00e8 in quelle stesse terre che si insediano a fatica i \u201cnuovi cittadini\u201d. Ricominciano da capo, riacquistano propriet\u00e0 agricole, ricostruiscono vite. Della presenza italiana, a Tunisi e a La Goulette rimangono le parole, impastate con il siciliano e con l\u2019arabo, \u201cscuba\u201d (il gioco di carte), le \u201ctiriglia\u201d, gli \u201csgombri\u201d, le \u201corata\u201d.<\/p>\n<p>Ci sono storici che la definiscono \u201cla lasagna della nonna\u201d. Una metafora simpatica per spiegare la stratificazione di culture e societ\u00e0 che costituisce la realt\u00e0 attuale di un territorio. Ecco: le prime sfoglie della lasagna dell\u2019Agro Pontino, gli ultimi cento anni, sono composte dal sacrificio di bonificatori veneti e friulani ingaggiati dalla Bonificazione Pontina e dalla Bonifica di Littoria negli anni \u201820, dallo spaesamento di siciliani cacciati dalla Tunisia degli anni \u201860, dalla forza delle braccia indiane iniziate ad arrivare negli anni \u201980. Se questa misticanza si sapesse raccontare, se si tirasse il filo di lana delle storie e se si potesse condividerle con la gente, qualcosa certamente accadrebbe.<\/p>\n<p>Penso a un testo che ho letto proprio in questi giorni, \u00e8 un\u2019intervista realizzata dallo storico Sandro Portelli qualche anno fa a un investigatore privato di San Francisco, si chiama Joe Barthel e il suo lavoro \u00e8 facilitare in sede di processo la difesa delle persone pi\u00f9 fragili, indigenti, povere, emarginate. Per mesi Barthel intervista parenti, amici, conoscenti degli uomini e delle donne che \u00e8 chiamato ad assistere, cammina lungo le strade che attraversano, condivide il loro quotidiano, ricostruisce con precisione e pazienza gli alberi genealogici, le biografie, le vicende legate all\u2019infanzia. Dice Barthel: \u201ci racconti di vita ci possono aiutare a salvare e riformare le comunit\u00e0, perch\u00e9 il racconto crea un senso di condivisione, la condivisione genera un senso di storia comune, e un senso di storia comune \u2013 sia pure una storia contestata \u2013 crea la possibilit\u00e0 di una comunit\u00e0\u201d.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"py-6\">\n<div class=\"field field--name-field-immagini-media field--type-entity-reference field--label-hidden field__items\">\n<div class=\"field__item\">\n<article class=\"media media--type-image media--view-mode-articolo\">\n<div class=\"field field--name-field-media-image field--type-image field--label-hidden field__item\"><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/satnam-singh-non-e-il-solo\">https:\/\/www.doppiozero.com\/satnam-singh-non-e-il-solo<\/a><\/strong><\/div>\n<\/article>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div id=\"scarica-pdf\" class=\"block tracking-wider uppercase font-medium mt-[11px] md:mt-0 pt-[6px] pb-[4px] md:pt-[16px] md:pb-[11px] border-x-0 border-y border-grigio_scuro text-4xs md:text-d00-14-18 font-sans\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di DOPPIOZERO (Marzia Coronati) I dettagli di cronaca sono agghiaccianti e tristemente veri. 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