{"id":86453,"date":"2024-07-15T09:40:44","date_gmt":"2024-07-15T07:40:44","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=86453"},"modified":"2024-07-15T09:46:07","modified_gmt":"2024-07-15T07:46:07","slug":"burocratizzazione-competitiva-delluniversita-e-autonomia-accademica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=86453","title":{"rendered":"Burocratizzazione competitiva dell\u2019universit\u00e0 e autonomia accademica"},"content":{"rendered":"<p><strong>da ROARS (Pietro Maffettone e Sebastiano Maffettone)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-86454 size-full\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/Burocrate-scaled.jpg\" alt=\"\" width=\"2560\" height=\"1920\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/Burocrate-scaled.jpg 2560w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/Burocrate-300x225.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/Burocrate-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/Burocrate-768x576.jpg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/Burocrate-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/Burocrate-2048x1536.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 2560px) 100vw, 2560px\" \/><\/p>\n<article id=\"post-82526\" class=\"td-post-template-3 post-82526 post type-post status-publish format-standard has-post-thumbnail category-opinioni tag-anvur-2 tag-burocrazia tag-new-public-management td-container-wrap\">\n<div class=\"td-container\">\n<div class=\"td-pb-row\">\n<div class=\"td-pb-span12 td-main-content\" role=\"main\">\n<div class=\"td-ss-main-content\">\n<div class=\"td-post-sharing-top\">\n<div id=\"td_social_sharing_article_top\" class=\"td-post-sharing td-ps-bg td-ps-notext td-post-sharing-style1 \">\n<div class=\"td-post-sharing-visible\">\n<div class=\"td-social-but-icon\"><strong>La ragionevole richiesta di accountability si trasforma in burocratizzazione competitiva che rischia di impedire lo scopo principale dell\u2019Universit\u00e0, che \u00e8 legato al riconoscimento del merito scientifico e al perseguimento degli obiettivi culturali che gli sono propri. Lo strumento di controllo pubblico, in sostanza, finisce troppo spesso per essere a danno della qualit\u00e0 della docenza e dei programmi di studio, e per conseguenza della formazione dello studente.<\/strong><\/div>\n<h2><\/h2>\n<h2>1. Prologo<\/h2>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"td-post-content tagdiv-type\">\n<div class=\"pf-content\">\n<p>Sia in Italia che nel resto del mondo si torna a parlare di Universit\u00e0. Viviamo tempi difficili, che evidentemente impongono una riflessione sui processi di formazione della giovent\u00f9. Spesso, il discorso sull\u2019Universit\u00e0 \u00e8 in negativo, insiste cio\u00e8 sui difetti dell\u2019istituzione pi\u00f9 che proporre una via promettente da percorrere. Non \u00e8 detto, per\u00f2, che le critiche non possano suggerire indirettamente delle proposte. Il punto centrale che accomuna nel seguitocritiche diverse tra loro \u00e8 costituito dal ritenere che l\u2019alta formazione dovrebbe essere basata sul merito scientifico e il rigore culturale, e che questi debbano contribuire alla formazione di un pensiero critico, mentre invece spesso cos\u00ec non \u00e8. In particolare, le critiche che prenderemo in considerazione, di fondo, pongono la questione dell\u2019autonomia della sfera accademica, e delle storture che tendono a prodursi quando questa autonomia viene compressa da logiche e metodi che provengono da altri ambiti.<\/p>\n<h2>2. Troppa ideologia cancella il merito<\/h2>\n<p>Partiamo quindi dagli argomenti critici sull\u2019Universit\u00e0. Il primo lo possiamo trovare in un intervento di un famoso storico, Niall Ferguson, intervento dedicato al tradimento degli intellettuali. Questo tradimento \u00e8 quello che ha dato la stura alla \u2018cancel culture\u2019 e agli atteggiamenti \u2018woke\u2019 nelle maggiori Universit\u00e0 degli Stati Uniti. Come sappiamo, questi sono cultura e atteggiamenti anti-Occidentali, in nome dell\u2019antirazzismo, dell\u2019antisessismo, dell\u2019anticolonialismo e via di seguito. L\u2019aspetto apparentemente peggiore del wokismo in questione \u00e8 costituito dalla sua indole censoria. Tutto ci\u00f2 contribuisce a creare un clima di intimidazione e timore che di certo non favorisce la vita accademica.<br \/>\nMa -sostiene Ferguson- c\u2019\u00e8 molto di pi\u00f9 da stigmatizzare. Il vero tradimento degli intellettuali, ai suoi occhi, consiste nel fatto di sostituire il merito scientifico con altri criteri -come quelli legati a genere, razza e sostanzialmente identit\u00e0- nella selezione del personale accademico (i professori) e nel contenuto didattico. Proprio quegli intellettuali che dovrebbero avere pi\u00f9 caro di tutti il valore e il significato del sapere finiscono cos\u00ec con civettare con criteri diversi. Con la conseguenza di peggiorare la qualit\u00e0 dell\u2019offerta formativa, del corpo docente, del materiale didattico e alla fine degli studenti. Ma la vis polemica di Ferguson non si arresta qui. Perch\u00e9, sempre a parer suo, la tendenza attuale \u00e8 foriera di conseguenze politiche potenzialmente disastrose. Cancel culture e atteggiamenti woke, con i loro effetti politici, somiglierebbero infatti in maniera notevole a quanto successo nelle Universit\u00e0 tedesche prima del Nazismo (erano allora le migliori del mondo come probabilmente ora lo sono Harvard, Princeton, Yale di cui parla Ferguson). La critica di Ferguson \u00e8 rivolta principalmente alle grandi universit\u00e0 anglosassoni, ma non \u00e8 affatto priva di presa sull\u2019universit\u00e0 italiana. I recenti episodi di eventi accademici sulla guerra in Medioriente \u2018cancellati\u2019 a causa delle proteste, a prescindere da cosa si pensi nel merito sulla questione, ne sono un segno evidente.<br \/>\nAnche se il parallelo con la Germania degli anni Trenta appare assai discutibile, tuttavia le osservazioni di Ferguson, nel loro complesso, non sono prive di fondamento. La formazione di una coscienza critica non pu\u00f2 avvenire in un clima di censura reale o di auto-censura preventiva delle idee di professori e studenti. Il rispetto reciproco, la non-violenza, e la massima libert\u00e0 di espressione sono presupposti indispensabili per il funzionamento di un sistema di formazione terziaria. Nelle universit\u00e0 si deve poter pensare liberamente anche a costo di \u2018offendere\u2019 le sensibilit\u00e0 di alcuni.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo va fatto notare che, sempre in ragione della loro natura progettuale, nelle universit\u00e0, l\u2019intervento massivo delle forze dell\u2019ordine per combattere fenomeni di protesta da parte degli studenti ideologicamente impegnati andrebbe fortemente limitato, se non del tutto evitato. Detto altrimenti, la logica della contrapposizione identitaria e sanzionatoria adottata da alcuni e le risposte repressive messe in campo da altri per porvi rimedio costituiscono una politicizzazione delle universit\u00e0 nel senso deteriore del termine. In questo modo, societ\u00e0 civili sempre pi\u00f9 polarizzate trovano un altro luogo dove esprimere le loro divisioni politiche comprimendo di fatto l\u2019autonomia della sfera accademica.<\/p>\n<h2>3. Una discutibile burocratizzazione competitiva<\/h2>\n<p>Una seconda critica origina invece dal modo in cui \u00e8 stata progressivamente interpretata l\u2019idea di accountability pubblica (la capacit\u00e0 de rendere conto) nel contesto universitario. Detto altrimenti, se l\u2019intervento dei pubblici poteri \u00e8 essenziale per mantenere viva la missione propria delle universit\u00e0, ci si deve certamente interrogare sul modo in cui ci\u00f2 debba avvenire.<\/p>\n<p>Il modello prevalente di accountability pubblica attualmente in voga \u00e8 ispirato al New Public Management in Higher Education (NPM) di matrice britannica (dai tempi di Mrs. Thatcher). Lo si constata seguendo l\u2019andamento del cosiddetto Bologna Process (dal 1999) e la creazione della European Higher Education Area (EHEA). In entrambi i casi, prevale l\u2019apertura dell\u2019Universit\u00e0 alla societ\u00e0 civile e al mercato come era stato del resto anticipato dalla Magna Charta Universitatum (1988) e dalla Lisbon Recognition Convention (1997).<\/p>\n<p>Questo modello di accountability, come vedremo, pone per\u00f2 dei problemi sia dal punto di vista degli scopi che dei mezzi adoperati (in Italia sono note le critiche degli animatori del sito Roars). In termini generali, NPM tende a ridurre l\u2019autonomia accademica e scientifica delle universit\u00e0 -quella tipica dell\u2019approccio di sociologia della cultura alla Merton- e a rendere il mondo universitario pi\u00f9 omogeneo a quello di altri settori oggetto di politiche pubbliche come, per esempio, la sanit\u00e0. Questa riduzione della specificit\u00e0 accademica dovrebbe avvenire attraverso l\u2019introduzione di standard di misura quantitativi e qualitativi omogenei e sempre pi\u00f9 indipendenti dalle valutazioni scientifiche dei professori. L\u2019esito consiste nel trasformare un\u2019attivit\u00e0 formativa e culturale in un coacervo di misure, attentamente monitorate da esterni. Una conseguenza diretta di questa scelta consiste nella creazione di comitati e strutture \u2013 del tipo dell\u2019italiana ANVUR (agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) -di solito nominati dallo Stato (tramite il Ministero) con il compito di uniformare e orientare il lavoro delle istituzioni accademiche.<br \/>\nIl funzionamento del sistema universitario britannico prima e dopo gli anni 1970, quelli in cui fu introdotto NPM, illustra bene la differenza tra il metodo precedente, basato sull\u2019autonomia universitaria e sul monopolio degli esperti, e quello dopo l\u2019avvento di NPM. Prima degli anni 1970, lo stato erogava un bilancio pubblico globale che destinava allo UGC (University Grant Committee), un comitato di professori che distribuiva le risorse in base a criteri scientifici e culturali interni al mondo accademico tradizionalmente inteso. Come si potrebbe dire, in questa versione il processo di selezione e finanziamento \u00e8 tutto endogeno all\u2019universo accademico. Dalla nascita di NPM, invece, lo stato e la politica entrano direttamente nella gestione della vicenda, con l\u2019intenzione di dirigere e influenzare la ricerca e la didattica delle Universit\u00e0. Il sospetto viene gettato sui professori, e il sistema dell\u2019alta formazione diventa pi\u00f9 simile a quello degli altri comparti della pubblica amministrazione. In questa ottica, all\u2019Universit\u00e0 viene richiesto un supplemento di capacit\u00e0 manageriale e nel complesso un aumento di produttivit\u00e0. Richieste che si accompagnano alla ricerca di forme ulteriori di finanziamenti sul mercato. L\u2019appello alla societ\u00e0 civile, cos\u00ec generato, rende pi\u00f9 ampio il numero degli stakeholdersignificativi nei processi di formazione della volont\u00e0 accademica e meno indipendente il sistema dell\u2019alta formazione nel suo complesso.<\/p>\n<p>Da questo punto di vista, due questioni aperte sono evidenti nel sistema accademico. Si tratta, in primo luogo, della controversia che verte sulla natura della Universit\u00e0 che oscilla sempre tra una concezione idealistica e culturalistica da una parte e una meramente strumentale (formare lavoratori immediatamente occupabili, rendere soddisfatti gli studenti-clienti, raccogliere fondi privati etc.) dall\u2019altra. In secondo luogo, c\u2019\u00e8 una tensione che caratterizza il modello organizzativo in rapporto alle due concezioni di cui sopra. In questo caso, la tensione \u00e8 quella tra un modello di gestione amministrativo-burocratico da una parte e un modello basato maggiormente sull\u2019autonomia della ricerca e dell\u2019insegnamento dall\u2019altra. In questa prospettiva, la colpa attribuita al modello NPM \u00e8 di solito quella di privilegiare eccessivamente la visione strumentale delle istituzioni accademiche, di imporre un primato dell\u2019amministrazione sulla cultura e la ricerca all\u2019interno delle universit\u00e0, e cos\u00ec facendo di costituire un altro importante tassello nella limitazione dell\u2019autonomia accademica. In Italia, cos\u00ec la vita universitaria \u00e8 costituita -come esperito da ogni professore- da un numero infinito di verbali, monitoraggi e stime, indici, relazioni astruse, linee-guida non si sa a che, ma anche di numerosissime riunioni per formulare fantomatici piani didattici, e cercare di seguire il ritmo bizzarro delle modifiche normative del Ministero, oppure a redigere \u201cPiani strategici\u201d, \u201cPiani di sviluppo\u201d, e simili pi\u00f9 o meno incomprensibili documenti destinati a convincere le autorit\u00e0 istituzionali e eventuali sponsor aziendali. In altre parole, la ragionevole richiesta di accountability da parte del pubblico rischia di impedire lo scopo principale dell\u2019Universit\u00e0, che \u00e8 legato al riconoscimento del merito scientifico e al perseguimento degli obiettivi culturali che gli sono propri.<\/p>\n<p>Lo strumento di controllo pubblico, in sostanza, finisce troppo spesso per essere a danno della qualit\u00e0 della docenza e dei programmi di studio, e per conseguenza della formazione dello studente. Il formalismo strumentale -favorito dal modello NPM- collocherebbe il sistema universitario nell\u2019ambito di una burocratizzazione competitiva, ossia di una fusione fra i valori della competizione di mercato e i metodi della pubblica amministrazione. Con il<br \/>\nmenzionato ANVUR che contribuisce coi suoi controlli non alla qualit\u00e0 della ricerca ma a mettere in competizione gli Atenei e i Dipartimenti tra di loro, il tutto basandosi su criteri quantitativi e\/o qualitativi di dubbia utilit\u00e0 che servirebbero a pesare le pubblicazioni (col risultato che nessuno \u00e8 invitato a leggerle), e a migliorare la qualit\u00e0 dell\u2019offerta formativa, per poter aspirare a quote premiale crescenti (in termini relativi) ma sempre esigue (in termini assoluti) di risorse pubbliche.<\/p>\n<p>Questa burocratizzazione competitiva ignora i problemi di fondo dell\u2019Universit\u00e0, come il sottofinanziamento della ricerca (di recente evidenziato dalla Presidente Della CRUI Iannantuoni in un\u2019intervista a Repubblica), la percentuale troppo bassa di laureati nel Paese, la questione delle aule e strutture spesso inadeguate se non fatiscenti, la scarsit\u00e0 delle risorse dedicate al diritto allo studio. Ma quello che \u00e8 peggio in questo modo si sacrifica la cosa pi\u00f9 importante, sarebbe a dire la formazione di un autentico pensiero critico.<\/p>\n<p>In tutti i casi, sembra impossibile non interpretare alcuni degli eccessi burocratici degli ultimi quindici anni come il risultato di una forte perdita di fiducia nei confronti della seriet\u00e0 della classe docente e ricercatrice. In questa ottica, i professori, alla stregua di molte altre categorie del pubblico impiego, vengono delegittimati come nullafacenti ai quali viene concessa eccessiva libert\u00e0. Si aumentano quindi i controlli.<\/p>\n<p>Il risultato di questo atteggiamento finisce con l\u2019essere paradossale. Coloro che hanno abusato della loro libert\u00e0 accademica troveranno certamente un modo di continuare a farlo, mentre coloro che, e sono la maggioranza, l\u2019hanno usata responsabilmente, si sottoporranno con altrettanto senso del dovere ai nuovi adempimenti che gli vengono richiesti. Il risultato complessivo \u00e8 che i primi continuano a comportarsi come prima, mentre i secondi hanno meno tempo per fare quello che hanno sempre fatto e che devono fare, e cio\u00e8 studiare, pensare, scrivere, insegnare. Anche se non \u00e8 esattamente un teorema, ci pare giusto ricordare che, sovente, normare un ambito della societ\u00e0 civile partendo dall\u2019assunto che coloro che ne fanno parte siano dei malintenzionati ha come prevedibile risultato quello di punire o quantomeno penalizzare sistematicamente solo coloro che al suo interno non lo sono.<\/p>\n<h2>4. Per concludere<\/h2>\n<p>Abbiamo detto all\u2019inizio che il rinnovato e benvenuto interesse per l\u2019Universit\u00e0 prende spesso lo spunto da critiche a questo o quell\u2019aspetto del sistema accademico. Anche perci\u00f2, per dirla con Montale, dobbiamo partire da ci\u00f2 che non siamo, da ci\u00f2 che non vogliamo. Non vogliamo un\u2019Universit\u00e0 troppo ideologica che limiti la libert\u00e0 di espressione e che non consideri il merito accademico e scientifico come il punto di partenza per qualsiasi visione della alta formazione. Non siamo pronti ad accettare una visione economicistica e puramente strumentale dell\u2019Universit\u00e0, in cui lo studente \u00e8 considerato solo ed esclusivamente cliente e futuro lavoratore.<\/p>\n<p>Nelle societ\u00e0 contemporanee, le persone occupano pi\u00f9 ruoli. Sono in primo luogo individui che portano con s\u00e9 un bagaglio di esperienze, non ultime fra di esse, esperienze culturali. Sono poi cittadini che debbono partecipare alla vita politica del paese. Sono certamente anche lavoratori che avranno bisogno di trovare una collocazione all\u2019interno di un sistema produttivo. La formazione terziaria non deve rinunciare al tentativo di contribuire allo sviluppo delle capacit\u00e0 di ognuno di occupare questi ruoli in maniera consapevole. Lo sviluppo di una coscienza critica, in questo senso, non fa tanto riferimento a un contenuto quanto piuttosto a un metodo. La sfida non consiste nello scegliere quale \u2018parte\u2019 delle persone si voglia coltivare all\u2019interno delle universit\u00e0, ma nel far crescere in maniera bilanciata l\u2019autonomia di individui che occupano ruoli diversi.<\/p>\n<p>Per ottenere questi scopi, \u00e8 importante che la sfera pubblica stabilisca delle regole da rispettare. Tuttavia, queste regole pubbliche non devono trasformarsi in una gabbia iper-burocratica, che nasconda i problemi reali dell\u2019Universit\u00e0, primo tra tutti quello di mantenere al centro del progetto istituzionale lo studio e la riflessione. Tenere assieme accountability pubblica e indipendenza delle universit\u00e0 \u00e8 certamente un compito complesso. Il tentativo -magari astratto ma non privo di significato- dovrebbe essere quello di spostare l\u2019attenzione dalla ricerca dell\u2019eccellenza a quella della decenza; di non incentivare la competizione, ma di evitare abusi e storture. Intendiamoci, questo non significa che le universit\u00e0 non debbano premiare il merito accademico, o che i ricercatori che le popolano non debbano aspirare a fare il meglio possibile con la libert\u00e0 che gli viene (o quantomeno dovrebbe essere) concessa. Significa invece che il ruolo dello Stato e delle sue regole non \u00e8 quello di spiegare a chi studia e lavora nelle istituzioni di alta formazione quali siano i modi migliori di perseguire le virt\u00f9 che dovrebbero caratterizzare le pratiche accademiche ma bens\u00ec quello di evitare che di questa libert\u00e0 si faccia un uso improprio. Che cosa vuol dire questo in concreto? Innanzitutto, attenzionare chi scientificamente non produce nulla per lunghi periodi, chi rende l\u2019esperienza formativa degli studenti sistematicamente inaccettabile, chi non partecipa mai agli oneri della gestione dell\u2019istituzione.<\/p>\n<p>In tutti i casi, a ben vedere, c\u2019\u00e8 un aspetto in comune nelle due critiche da cui siamo partiti, aspetto che consiste nella volont\u00e0 di non arrendersi a derive ideologiche e di non accontentarsi di un governo degli algoritmi amministrativi. Con la consapevolezza che l\u2019oggetto principale dell\u2019alta formazione consiste nel mettere il merito scientifico e la capacit\u00e0 culturale al centro del progetto generale. Il che ci porta non troppo lontano dagli ideali di chi, come von Humboldt, ha inventato il modello dell\u2019Universit\u00e0 che noi conosciamo. Un lascito che non va interpretato in termini di libert\u00e0 in una torre di avorio (Freiheit und Einsamkeit), ma piuttosto come ragionevole equilibrio tra autonomia, cooperazione e rispetto di standard condivisi. La questione dell\u2019equilibrio tra autonomia accademica, cambiamenti delle societ\u00e0 civili, e controllo pubblico \u00e8 insieme fondamentale e complessa. Non pu\u00f2 essere risolta n\u00e9 nella prospettiva di un\u2019autonomia spiritualistica della cultura n\u00e9 in quella di una sistematica invasione da parte di logiche provenienti da altre parti della societ\u00e0 civile accompagnate da un disciplinamento burocratico-amministrativo da parte dello Stato.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/article>\n<p><strong>FONTE:<\/strong>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.roars.it\/burocratizzazione-competitiva-delluniversita-e-autonomia-accademica\/\">https:\/\/www.roars.it\/burocratizzazione-competitiva-delluniversita-e-autonomia-accademica\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da ROARS (Pietro Maffettone e Sebastiano Maffettone) La ragionevole richiesta di accountability si trasforma in burocratizzazione competitiva che rischia di impedire lo scopo principale dell\u2019Universit\u00e0, che \u00e8 legato al riconoscimento del merito scientifico e al perseguimento degli obiettivi culturali che gli sono propri. 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