{"id":86483,"date":"2024-07-16T10:41:02","date_gmt":"2024-07-16T08:41:02","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=86483"},"modified":"2024-07-16T10:41:02","modified_gmt":"2024-07-16T08:41:02","slug":"doppio-colpo-alluniversita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=86483","title":{"rendered":"Doppio colpo all\u2019universit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><strong>da ROARS (Lorenzo Zamponi)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-86484 size-full\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/numero-banda-bassotti.jpg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"501\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/numero-banda-bassotti.jpg 700w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/numero-banda-bassotti-300x215.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 700px) 100vw, 700px\" \/><\/p>\n<div class=\"entry_excerpt\">\n<h4>Dopo la guerra all\u2019autonomia del sapere scatenata dalle destre nelle settimane scorse, il governo passa alle vie di fatto: con un decreto che aumenta la precarizzazione e una legge delega che ridisegna la governance<\/h4>\n<\/div>\n<div class=\"the_content\">\n<p class=\"has-drop-cap\">Un doppio colpo all\u2019universit\u00e0. Una riforma del precariato, che cancelli i passi avanti fatti nel 2022 tornando almeno alla Gelmini, se non a un suo peggioramento, da presentare subito, forse addirittura sotto forma di decreto da convertire in legge entro l\u2019estate. E una riforma generale dell\u2019universit\u00e0, che riveda governance, reclutamento, didattica e diritto allo studio, proposta sotto forma di legge delega in modo da permettere al governo di ridisegnare l\u2019universit\u00e0 a proprio piacimento.<\/p>\n<p>Qualche settimana fa, su queste pagine, si parlava della\u00a0<a href=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/lossessione-della-destra-per-il-professore-comunista\/\">guerra culturale scatenata dalla destra, non solo in Italia, contro l\u2019universit\u00e0<\/a>, come uno dei pochissimi luoghi di discussione comune e confronto tra idee rimasto nella nostra societ\u00e0. Nel giro di pochi giorni, ai primi di giugno, il governo ha aperto due fronti di conflitto molto concreti e materiali: prima,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.collettiva.it\/copertine\/lavoro\/il-governo-vuole-luniversita-dei-precari-chotb62s\">le anticipazioni fatte filtrare dalla commissione ministeriale sul precariato<\/a>\u00a0guidata dall\u2019ex rettore del Politecnico di Milano Ferruccio Resta, sull\u2019impellente proposta di revisione al ribasso delle figure contrattuali precarie della ricerca universitaria rispetto\u00a0<a href=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/il-collo-di-bottiglia\/\">alla parzialmente migliorativa riforma del 2022<\/a>; poi, nel consiglio dei ministri di marted\u00ec 4 giugno, il varo del disegno di legge sulla semplificazione normativa, che prevede, all\u2019articolo 11,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.orizzontescuola.it\/governo-approvato-decreto-legislativo-sulla-semplificazione-pacifico-anief-faremo-attenzione-ai-pareri-parlamentari-e-agli-atti-delegati-per-garantire-il-rispetto-dei-diritti-dei-lavoratori\/\">una delega ad ampio spettro al governo per riformare l\u2019universit\u00e0<\/a>. Due fulmini a ciel sereno, arrivati senza il minimo coinvolgimento della comunit\u00e0 accademica (con la parziale eccezione della Conferenza dei Rettori, come vedremo) e che entrano a gamba tesa in una situazione molto delicata: quella di un sistema universitario mai cos\u00ec pieno di precari (grazie al Pnrr), che difficilmente accetteranno di buon grado un\u2019ulteriore riduzione delle possibilit\u00e0 di accesso a un contratto dignitoso. Una bomba a orologeria in attesa di esplodere.<\/p>\n<p>Sullo sfondo, aleggia lo spettro del ritorno dell\u2019austerit\u00e0. Negli atenei si sussurra che la prossima legge di bilancio conterr\u00e0 un taglio di centinaia di milioni di euro al Fondo per finanziamento ordinario dell\u2019universit\u00e0. Qualcosa di paragonabile a quanto fatto dalla legge 133 nel 2008. Anche in quel caso, riforma e precarizzazione servirono a gestire il governo dei tagli e della scarsit\u00e0 di risorse.<\/p>\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Il lungo collo di bottiglia<\/strong><\/h2>\n<p>A oltre un decennio dall\u2019approvazione della riforma Gelmini, la precarizzazione del lavoro negli atenei italiani ha raggiunto livelli record. Solo contando le figure principali della ricerca universitaria (e quindi considerando solo docenti, ricercatori e assegnisti di ricerca, senza includere le altre figure precarie, come borsisti e docenti a contratto), la quota di precari nel totale del corpo accademico italiano, che nel 2010 era del 18,5%, nel 2024 \u00e8 arrivata al 45,32%. Una cifra, va ripetuto, ampiamente approssimata al ribasso dall\u2019esclusione di chi non \u00e8 direttamente responsabile del lavoro di ricerca. Di questi, solo una parte (meno di quarto) ha una\u00a0<em>tenure-track<\/em>, cio\u00e8 un percorso che, dopo il conseguimento dell\u2019Abilitazione scientifica nazionale e l\u2019esito di una valutazione sul lavoro di ricerca e didattica fatto, pu\u00f2 portare a una stabilizzazione come docente di ruolo.<\/p>\n<p>In tutti questi anni, l\u2019universit\u00e0 \u00e8 rimasta una terra di nessuno in cui non si applicano le normali regole di diritto del lavoro. Mentre le imprese private, dopo 3 anni consecutivi di impiego precario, a certe condizioni, sono obbligate alla stabilizzazione, e mentre la legge Madia del 2015 ha applicato meccanismi simili anche alla pubblica amministrazione, compresi gli enti pubblici di ricerca, l\u2019universit\u00e0 \u00e8 rimasta l\u2019eccezione: si pu\u00f2 stare per oltre un decennio a fare lo stesso lavoro, nello stesso dipartimento, con le stesse mansioni (o con un loro aumento), dimostrando quindi concretamente la natura continuativa di quel rapporto di lavoro, e non solo l\u2019ateneo avr\u00e0 comunque il diritto di mantenere precario il rapporto, qualsiasi meccanismo di stabilizzazione sar\u00e0 assolutamente vietato dalla legge. Un\u2019anomalia assoluta nel diritto del lavoro italiano, che \u00e8 stata interiorizzata e trasformata in una feroce e radicata ideologia del \u00abmerito\u00bb, della \u00abmobilit\u00e0\u00bb e della competizione.<\/p>\n<p>A ci\u00f2 si aggiunge il fatto che il precariato non \u00e8 semplicemente un lungo purgatorio da dover scontare prima della meritata stabilizzazione: si tratta di un processo costantemente selettivo e competitivo, che a ogni passaggio taglia fuori qualcuno dai continui colli di bottiglia che si formano. Il problema non \u00e8 tanto che si resta precari a lungo, ma che a un certo punto si smette di esserlo perch\u00e9 si finisce, per carenza di risorse, espulsi dal sistema. Migliaia di persone in questi anni si sono trovate o a vivere ai margini del lavoro universitario, attraverso tipologie contrattuali ancora peggiori rispetto all\u2019assegno (co.co.co., co.co.pro., borse di ricerca, docenze a contratto), compreso il lavoro gratuito per ingraziarsi l\u2019istituzione in attesa di concorsi futuri, o a lasciare del tutto il sistema. Un lungo collo di bottiglia, quindi, che seleziona i pochissimi che arriveranno a un posto di ruolo, mentre gli altri man mano, pur lavorando, pubblicando, insegnando, spariscono dagli uffici da un giorno all\u2019altro, cambiano mestiere, cambiano paese, vengono sacrificati sull\u2019altare della carenza cronica di risorse e, quindi, del numero esiguo di posti\u00a0<em>tenure-track<\/em>\u00a0banditi.<\/p>\n<p>Due cose sono intervenute, negli ultimi quattro anni, a migliorare significativamente la situazione. Prima, nella primavera del 2020, il piano straordinario per il reclutamento di ricercatori\u00a0<em>tenure-track<\/em>\u00a0messo in campo dal governo Conte 2 ha fornito le risorse per 5.000 posti: niente rispetto ai 20 mila persi nel decennio precedente, ma di sicuro una boccata d\u2019ossigeno per atenei strutturalmente a corto di personale (l\u2019Italia ha il terzo rapporto studenti\/docenti pi\u00f9 alto d\u2019Europa) e per una parte consistente, seppur minoritaria, di una generazione di precari. Poi, la riforma varata dal governo Draghi nell\u2019estate del 2022 \u00e8 finalmente intervenuta a fare un minimo di pulizia tra le mille figure precarie proliferate nel post-Gelmini. In particolare,\u00a0<a href=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/il-collo-di-bottiglia\/\">la riforma del 2022, pur non priva di criticit\u00e0<\/a>, aboliva le due principali figure precarie presenti negli atenei: l\u2019assegno di ricerca, un obbrobrio giuslavoristico senza pari in Europa, legalmente non assimilato al lavoro dipendente, con un minimo salariale fermo a 1.417 euro mensili dal 2010, senza orari, ferie, malattia, tredicesima e contributi se non alla gestione separata Inps; e il ricercatore a tempo determinato di tipo A (Rtd-a), una figura di ricerca e docenza che condivide con i professori le mansioni ma non la retribuzione n\u00e9 soprattutto la stabilit\u00e0, avendo un contratto di 3 anni + 2, al termine dei quali il rapporto si chiude.<\/p>\n<p>Al posto dell\u2019assegno di ricerca, la riforma del 2022 introduceva un \u00abcontratto di ricerca\u00bb, un vero rapporto di lavoro subordinato, per quanto a tempo determinato. Un contratto vero, con i contributi, la tredicesima, una retribuzione demandata alla contrattazione collettiva e una durata minima non pi\u00f9 annuale ma biennale. Insomma, si trasformava l\u2019assegno di ricerca in un vero contratto di ricerca post-doc come quelli presenti nel resto d\u2019Europa, con una retribuzione pi\u00f9 dignitosa, contributi e tutele, pur mantenendo la precariet\u00e0 dell\u2019impiego. Al termine del quale si sarebbe potuto competere per un posto da ricercatore\u00a0<em>tenure-track<\/em>, con la possibilit\u00e0 (in caso di conseguimento dell\u2019Abilitazione e di valutazione positiva) di diventare professore associato entro un massimo di 6 anni.<\/p>\n<p>Una riforma migliorativa, se non risolutiva, la cui principale criticit\u00e0 consisteva nell\u2019assenza di risorse. Il motivo per cui l\u2019assegno di ricerca \u00e8 diventato cos\u00ec popolare nell\u2019universit\u00e0 post-Gelmini, infatti, \u00e8 il fatto che, non essendo tecnicamente un contratto di lavoro subordinato, \u00e8 esente da tassazione, e quindi agli atenei costa pochissimo. Quei 1.400 euro al mese (per dodici mesi) costano alle universit\u00e0 25 mila euro all\u2019anno, mentre gli oltre 1.500 (per tredici mesi) del nuovo contratto ne sarebbero costati circa 37 mila, tra tasse e contributi. Questo aumento del costo del lavoro \u00e8 stato al centro, negli ultimi due anni, di una campagna illusionistica che ha coinvolto docenti, editorialisti ed \u00e8 arrivata a strumentalizzare una parte degli stessi precari, con la logica \u00abse aumentano i costi, diminuiranno i posti\u00bb. Peccato per alcune banali verit\u00e0 di fatto: per prima cosa, l\u2019anomalia \u00e8 l\u2019assegno di ricerca, esentasse perch\u00e9 non assimilato a un vero contratto di lavoro, a differenza di quanto avviene in qualsiasi altro paese europeo; in secondo luogo, l\u2019aumento del costo del lavoro \u00e8 poco pi\u00f9 di un artificio contabile. Se gran parte della maggiorazione di spesa, infatti, consiste nella tassazione, cio\u00e8 in soldi in pi\u00f9 che lo stato si trova a incassare dagli atenei, nulla vieta allo stato di restituire quei soldi agli atenei sotto altra forma, permettendo quindi di avere le risorse necessarie a non perdere posti di lavoro.<\/p>\n<p>Ma dietro a questa cortina fumogena si nasconde una questione ben pi\u00f9 seria della partita di giro contabile tra universit\u00e0 e Ministero dell\u2019economia: la natura del lavoro di ricerca. Il punto \u00e8 che una parte significativa dell\u2019accademia italiana (quella che con pi\u00f9 facilit\u00e0 accede alla possibilit\u00e0 di scrivere un editoriale su un grande quotidiano, o alla nomina in una commissione ministeriale) \u00e8 convinta che la ricerca vada fatta cos\u00ec: con uno stuolo di precari senza alcuna prospettiva futura, nel numero quanto pi\u00f9 alto possibile, pagati il meno possibile, con meno diritti possibile, all\u2019interno dei quali verranno poi selezionati, per scremature successive e spietate, in una specie di sadica versione intellettuale dei Giochi senza frontiere, i pochi meritevoli di un contratto e di un salario dignitosi. Un modello la cui efficacia in termini di qualit\u00e0 del lavoro di ricerca \u00e8, come dire, discutibile. E che soprattutto \u00e8 materialmente insostenibile per la vita delle persone, che si trovano sballottate tra un contratto e l\u2019altro fino a oltre i quarant\u2019anni, con la concreta possibilit\u00e0 (e la probabilit\u00e0 statistica) di essere, in uno di questi passaggi, espulse dal sistema e costrette a reinventare da zero una nuova carriera.<\/p>\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Il ritorno del precariato (mai sparito)<\/strong><\/h2>\n<p>La campagna ha avuto successo. Gi\u00e0 la riforma partorita dal governo Draghi permetteva la possibilit\u00e0 di bandire posti di Rtd-a (formalmente aboliti) per altri tre anni con la scusa del Pnrr. Il cambio di governo ha poi prodotto successive proroghe degli assegni di ricerca, mentre in sede di contrattazione collettiva il governo bloccava l\u2019implementazione del nuovo contratto di ricerca. Lo scorso autunno, infine, la ministra dell\u2019universit\u00e0 e della ricerca, Anna Maria Bernini, ha nominato un gruppo di lavoro ministeriale per \u00abformulare proposte per il riordino, il coordinamento e la razionalizzazione delle norme vigenti in materia di contratti e di assegni di ricerca\u00bb: gi\u00e0 dal nome, il rientro dalla finestra dell\u2019assegno di ricerca era paventato. A coordinarlo, l\u2019ex rettore del Politecnico di Milano ed ex presidente della Conferenza dei rettori Ferruccio Resta. Ai primi di giugno, \u00e8 stata fatta circolare una bozza che, pur incompleta e non del tutto chiara, realizza le peggiori paure dei precari dell\u2019universit\u00e0, appesi da due anni alla mancata implementazione di una riforma gi\u00e0 tutt\u2019altro che perfetta.<\/p>\n<p>Il testo, di neanche due pagine, prevede ben sei figure contrattuali precarie della ricerca universitaria. La prima \u00e8 il contratto di ricerca introdotto dalla riforma del 2022, che nel frattempo resta per\u00f2 inutilizzabile data l\u2019indisponibilit\u00e0 del governo a regolarlo in sede di contrattazione collettiva. La seconda \u00e8 un nuovo \u00abcontratto post-doc\u00bb, che ha gli stessi requisiti di accesso (il dottorato), le stesse mansioni e lo stesso minimo salariale (che per\u00f2 stavolta coincide anche con il massimo, non essendo prevista contrattazione collettiva) del contratto di ricerca, ma una durata minore (da 1 a 3 anni invece che da 2 a 6). Un doppione al ribasso che non pu\u00f2 avere altro scopo che quello di limitare fortemente, se non proprio escludere, l\u2019utilizzo del contratto di ricerca.<\/p>\n<p>La terza e la quarta figura proposta dal nuovo testo sono gli \u00abassistenti alla ricerca\u00bb, di tipo \u00abjunior\u00bb o \u00absenior\u00bb. Contratti di durata variabile da 1 a 3 anni per un massimo di 6 complessivi (sommando \u00abjunior\u00bb e \u00absenior\u00bb), la cui retribuzione sarebbe fissata per decreto ministeriale e che potrebbero essere attivati per chiamata diretta da parte di un docente, senza passare per un concorso. Figure a dir poco nebulose, su cui aleggia lo spettro della parola \u00abborsista\u00bb utilizzata nel testo, come se si trattasse, analogamente all\u2019attuale assegno di ricerca, di un istituto che non configura un rapporto di lavoro dipendente. Le caratteristiche sono esattamente quelle: contratti annuali fino a un massimo di 6 anni, nessuna garanzia, retribuzione fissata dal ministero e non sottoposta a contrattazione collettiva n\u00e9 indicizzata all\u2019inflazione, assenza di un rapporto di lavoro subordinato. Difficile pensare che non si tratti dell\u2019assegno di ricerca che rientra dalla finestra.<\/p>\n<p>La quinta figura individuata dalla commissione Resta \u00e8 il \u00abprofessore aggiunto\u00bb, una specie di istituzionalizzazione e generalizzazione delle attuali docenze a contratto. Gli atenei potrebbero assumere, anche in questo caso per chiamata diretta, senza alcun concorso, un docente (a tempo determinato,\u00a0<em>ca va sans dire<\/em>), contrattando individualmente la retribuzione, diversamente da quanto avviene oggi per i docenti universitari di ruolo, che sono a tempo indeterminato e la cui retribuzione \u00e8 fissata dalla legge. Un modo per attirare, strapagandolo, qualche grosso nome dell\u2019accademia internazionale interessato a passare un periodo in Italia (magari senza perdere affiliazione e stipendio estero), oppure per assicurarsi uno stuolo di docenti precari a cui far svolgere compiti di didattica e ricerca senza dover passare per un concorso e senza offrire loro alcuna prospettiva a medio termine, aprendo la strada alla differenziazione tra atenei dediti alla ricerca e alla didattica. Infine, la sesta figura \u00e8 il \u00abcontratto di collaborazione per studenti\u00bb, che di fatto estende le attuali collaborazioni retribuite degli studenti (le cosiddette \u00ab150 ore\u00bb) anche al \u00absupporto alla ricerca\u00bb.<\/p>\n<p>Nel testo \u00e8 evidente l\u2019eco del\u00a0<a href=\"https:\/\/www.crui.it\/archivio-notizie\/un-nuovo-reclutamento-per-un%E2%80%99universit%C3%A0-pi%C3%B9-giovane.html\">documento redatto dalla Conferenza dei rettori nel 2021<\/a>, quando lo stesso Resta la presiedeva. Rispetto alla riforma del 2022, l\u2019unico avanzamento rimasto \u00e8 la scomparsa dell\u2019Rtd-a. Ma \u00e8 poca cosa, di fronte a una tale proliferazione di figure contrattuali precarie. Le caratteristiche di queste figure sono tutt\u2019altro che chiare. \u00c8 impossibile, per\u00f2, scacciare la sensazione che si voglia tornare al passato, non solo allungando nuovamente la durata del precariato, ma soprattutto segmentando e diversificando ruoli e meccanismi contrattuali, e rischiando quindi di creare una giungla di fattispecie diverse tra cui ricercatori e ricercatrici sono rimbalzati di anno in anno, con una miriade di combinazioni e quindi di percorsi possibili. Le probabili conseguenze in termini di subalternit\u00e0 all\u2019arbitrio del proprio supervisore (nel caso degli \u00abassistenti alla ricerca\u00bb unico responsabile dell\u2019assunzione, grazie alla chiamata diretta) e di difficolt\u00e0 di organizzazione collettiva sono evidenti.<\/p>\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>La bomba a orologeria e la riforma misteriosa<\/strong><\/h2>\n<p>L\u2019iter di questo testo, per ora una semplice bozza neanche sotto forma di articolato, \u00e8 tuttora oscuro. C\u2019\u00e8 chi dice che diventer\u00e0 un decreto legge a strettissimo giro, ripercorrendo cos\u00ec l\u2019iter della legge 133 del 2008, quella del maxitaglio Gelmini-Tremonti all\u2019universit\u00e0, entrata in vigore come decreto a giugno e convertita in legge ad agosto, prima della riapertura degli atenei. Sarebbe una forzatura non da poco, riformare il reclutamento senza alcun tipo di coinvolgimento degli interessati e delle loro rappresentanze e farlo per decreto, in piena estate. Il precedente del 2008, del resto, non garantisce che ci\u00f2 eviti reazioni in termini di protesta. Nel frattempo, proprio in questi giorni, il parlamento sta nuovamente prorogando la possibilit\u00e0 di bandire gli assegni di ricerca, formalmente aboliti nel 2022, stavolta fino alla fine del 2024.<\/p>\n<p>La cosa paradossale, infatti, \u00e8 che mai sono stati fatti tanti assegni di ricerca e tanti posti da Rtd-a come nei due anni dal momento in cui queste figure sono state abolite. I numeri parlano chiaro: gli assegnisti di ricerca, che nel 2008 erano 12 mila e nel 2021 erano diventati 15 mila, a oggi sono oltre 20 mila, con un aumento di oltre 3.500 unit\u00e0 solo nei primi sei mesi del 2024. Una cosa simile \u00e8 avvenuta per gli Rtd-a: nel 2014 erano 3.000, nel 2021 poco pi\u00f9 di 5.000 e ora sono oltre 9.000. La causa di questo fenomeno \u00e8 evidente: il Pnrr. L\u2019arrivo nelle universit\u00e0 di una quota ingente di finanziamenti, tutti di breve durata (il Piano nazionale di ripresa e resilienza, com\u2019\u00e8 noto, scadr\u00e0 nel 2026) e vincolati alle assunzioni a tempo determinato ha provocato un\u2019esplosione senza precedenti del precariato. Un\u2019abbondanza di opportunit\u00e0 di lavoro che ha anche avuto effetti positivi (la difficolt\u00e0 di trovare assegnisti da reclutare, in alcuni settori, ha finalmente portato all\u2019aumento diffuso delle loro retribuzioni), ma che ha depositato all\u2019interno delle universit\u00e0 italiane una bomba a orologeria pronta a esplodere quanto questi contratti finiranno e migliaia di persone si troveranno prive di qualsiasi prospettiva reale di lavoro.<\/p>\n<p>Contando solo assegnisti e ricercatori a tempo determinato di tipo A, oggi nell\u2019universit\u00e0 italiana lavorano 37 mila precari. Nel 2008 erano 12 mila, nel 2021 26 mila. Davvero il governo crede che sia una cosa saggia, dopo aver riempito i propri atenei di personale precario, annunciare un peggioramento significativo delle loro prospettive? Se dal governo Meloni non ci si attende una particolare saggezza, stupisce che alla governance universitaria nel suo complesso (quella che ha animato la commissione Resta, e che per ora non ha criticato il suo esito) sfugga la delicatezza della situazione.<\/p>\n<p>Se una parte consistente dell\u2019accademia italiana, evidentemente, concorda con il governo nella difesa del modello di lavoro di ricerca di cui sopra, sar\u00e0 difficile che questa unit\u00e0 resista al secondo colpo all\u2019universit\u00e0 annunciato a inizio giugno. Nelle stesse ore in cui il Ministero per l\u2019universit\u00e0 e la ricerca faceva circolare la bozza prodotta dalla commissione Resta, infatti, il consiglio dei ministri approvava il testo del disegno di legge sulle semplificazioni, inserendovi all\u2019articolo 11 una delega ad ampio spettro a riformare l\u2019universit\u00e0 nel suo complesso.<\/p>\n<p>I temi elencati sono svariati: dalla \u00abgovernance interna delle universit\u00e0\u00bb alle \u00abprocedure di reclutamento dei professori e dei ricercatori\u00bb, dallo \u00abstato giuridico ed economico del personale universitario\u00bb all\u2019\u00abautonomia didattica degli atenei\u00bb, dal \u00absostegno del diritto allo studio universitario\u00bb ad alta formazione artistica e musicale ed enti pubblici di ricerca. Un elenco estremamente ampio e generico di temi su cui, se il parlamento approvasse la legge in questa forma, il governo potrebbe legiferare per decreto nei successivi due anni. L\u2019assenza di un mandato chiaro e definito pone evidenti dubbi di costituzionalit\u00e0 a questo testo. Potrebbe anche trattarsi di un\u00a0<em>ballon d\u2019essai<\/em>, lanciato per vedere l\u2019effetto che fa e testare le reazioni del mondo universitario.<\/p>\n<p>Di certo, la tempistica \u00e8 curiosa. Annunciare una riforma dell\u2019universit\u00e0, per quanto un po\u2019 di soppiatto, proprio mentre molti atenei italiani sono occupati o comunque teatri di proteste studentesche, \u00e8 una scelta decisamente peculiare, da parte del governo. Vedremo quali saranno gli effetti. La sensazione \u00e8 che il combinato disposto tra il numero enorme di precari e l\u2019attivazione studentesca (per quanto minoritaria) di queste settimane creino un potenziale di mobilitazione senza precedenti nel post-Gelmini. Ma tra il potenziale e la mobilitazione effettiva, ovviamente, passa parecchio. Sar\u00e0 interessante anche vedere la reazione del corpo accademico, che sulla solidariet\u00e0 con la Palestina ha mostrato parziali ma significative tendenze alla solidariet\u00e0 con gli studenti, e la cui compattezza corporativa potrebbe essere messa a dura prova dalla contemporaneit\u00e0 tra le due riforme.<\/p>\n<p>Sullo sfondo resta il tema delle risorse. Anche la riforma del 2022, del resto, si fermava su questo punto, senza indicare una programmazione regolare degli investimenti sul personale. La migliore riforma del precariato universitario resta, come il piano straordinario del 2020 ha mostrato, lo stanziamento di fondi specifici per bandire migliaia di concorsi. Ed \u00e8 pi\u00f9 facile capire perch\u00e9 arrivino, proprio contemporaneamente e proprio adesso, le due iniziative governative, se teniamo conto di ci\u00f2 che si dice, pi\u00f9 o meno sottovoce da settimane nei corridoi delle universit\u00e0 italiane: sta tornando l\u2019austerit\u00e0. Non che se ne sia mai andata del tutto, beninteso, ma il cambio di clima politico ed economico a livello europeo, gi\u00e0 annunciato da tempo, avr\u00e0 per forza di cose risvolti molto reali e concreti nella prossima legge di bilancio. E si sussurra che, senza molta fantasia, il governo Meloni intenda riprendere da dove l\u2019ultimo governo Berlusconi, con cui condivide ben 11 ministri, aveva lasciato: dai tagli all\u2019universit\u00e0. Centinaia di milioni in meno significa nuovi aumenti delle rette studentesche, significa un nuovo blocco del reclutamento, significa una nuova fase di espulsione di massa di precari e precarie. In questo contesto, gli interventi del governo acquisiscono senso. Come tra il 2008 e il 2010, un governo di destra sceglie le strade della precarizzazione e della riforma della governance, per blindare la situazione in un contesto di risorse scarse e guerra di tutti contro tutti per la sopravvivenza. Tra il 2008 e il 2010, quel tentativo trovo un\u2019opposizione, che fu sconfitta. Chiss\u00e0 cosa succeder\u00e0 stavolta.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/doppio-colpo-alluniversita\/\">(Fonte: Jacobin)\u00a0<\/a><\/p>\n<p><strong>FONTE:<\/strong>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.roars.it\/doppio-colpo-alluniversita\/\">https:\/\/www.roars.it\/doppio-colpo-alluniversita\/<\/a><\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da ROARS (Lorenzo Zamponi) Dopo la guerra all\u2019autonomia del sapere scatenata dalle destre nelle settimane scorse, il governo passa alle vie di fatto: con un decreto che aumenta la precarizzazione e una legge delega che ridisegna la governance Un doppio colpo all\u2019universit\u00e0. Una riforma del precariato, che cancelli i passi avanti fatti nel 2022 tornando almeno alla Gelmini, se non a un suo peggioramento, da presentare subito, forse addirittura sotto forma di decreto da convertire&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":103,"featured_media":84685,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/ROARS.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-muT","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/86483"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/103"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=86483"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/86483\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":86485,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/86483\/revisions\/86485"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/84685"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=86483"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=86483"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=86483"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}