{"id":87003,"date":"2024-09-13T05:00:17","date_gmt":"2024-09-13T03:00:17","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=87003"},"modified":"2025-08-18T10:00:33","modified_gmt":"2025-08-18T08:00:33","slug":"una-tesi-forte-linstabilita-istituzionale-come-effetto-collaterale-della-democrazia-sostanziale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=87003","title":{"rendered":"Una tesi forte: l\u2019instabilit\u00e0 istituzionale come effetto collaterale della democrazia sostanziale"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>Simone Garilli<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019instabilit\u00e0 istituzionale della Prima Repubblica, lungi dall\u2019essere elemento disfunzionale di quel sistema, fu plastica manifestazione del tentativo della classe dirigente democristiana di integrare le classi popolari rappresentante dal Partito socialista (prima fase) e dallo stesso Partito comunista (seconda fase) nell\u2019arco costituzionale e addirittura di governo (inteso non solo in senso ristretto di potere a livello ministeriale, ma pi\u00f9 in generale di partecipazione alla determinazione dell\u2019indirizzo politico).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Seguendo questa tesi, potremmo concludere per una spiccata originalit\u00e0 della cosiddetta Prima Repubblica rispetto alle fasi precedenti e successive della nostra storia unitaria. Secondo una suggestiva interpretazione storiografica (Salvadori, Storia d&#8217;Italia. Il cammino tormentato di una nazione) il periodo liberale e il periodo fascista furono infatti accomunati dall\u2019indisponibilit\u00e0 da parte delle classi dirigenti nazionali a riconoscere nelle classi lavoratrici e nei loro rappresentanti sindacali e partitici interlocutori legittimi, ci\u00f2 che distinse in certa misura l\u2019Italia dalle democrazie di pi\u00f9 antica tradizione. Anche quando le classi popolari trovarono nel giolittismo una sponda per l\u2019ingresso in Parlamento, come accadde nella fase terminale del periodo liberale, i contrasti interni alla classe dirigente sul merito e le conseguenze della scelta furono tali da giocare un ruolo decisivo nella sottovalutazione e finanche nella partecipazione pi\u00f9 o meno subdola di gran parte del liberalismo italiano alle violenze e all\u2019ascesa fascista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Del fascismo \u00e8 quasi superfluo parlare, se non ricordando che la retorica popolare si accompagn\u00f2 al soffocamento corporativo del conflitto sociale, alla compressione costante dei salari e infine persino all\u2019abolizione formale dell\u2019istituzione parlamentare, sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Piuttosto, occorre spendere due parole sul periodo neoliberale, nel quale la trasformazione \u00e8 stata meno esplicita, ma di intensit\u00e0 ed efficacia paragonabile, se pensiamo che le classi dirigenti odierne sono le eredi generazionali di quelle che, a cavallo degli anni Novanta, hanno smantellato il sistema dei partiti popolari di massa allontanando, anche in forza del vincolo esterno europeo, i corpi intermedi di ogni genere dalle stanze del potere. Il risultato contraddittorio e disfunzionale \u00e8 l\u2019odierna democrazia maggioritaria fondata sulla decretazione d\u2019urgenza e la spartizione dell\u2019indirizzo politico tra i tre poteri normativi oggi vigenti (l\u2019europeo, il nazionale, il regionale), con palese emarginazione del polo parlamentare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Diverso qualitativamente fu, allora, l\u2019atteggiamento della Democrazia Cristiana, che replic\u00f2 al suo interno il conflitto tra reazionari e democratici tipico della fase liberale, con esiti per\u00f2 almeno parzialmente diversi. A poco vale l\u2019obiezione secondo cui la DC avrebbe agito nel senso dell\u2019inclusione delle classi popolari per allargare la base del suo consenso, perch\u00e9 qualsiasi fenomeno storico \u00e8 guidato al contempo dagli interessi di parte e dai valori, che si alimentano reciprocamente generando un particolare ambiente fondato su consuetudini e norme condivise a grandi linee da tutti gli attori in gioco. La Costituzione del 1948, in questo senso, fondava la Repubblica democratica e la sovranit\u00e0 popolare sul sistema dei partiti, suggerendo implicitamente una legge elettorale proporzionale pura (o tutt\u2019al pi\u00f9 con soglie di sbarramento molto basse, utili pi\u00f9 che altro a educare le piccole o piccolissime formazioni politiche al radicamento e alla costanza). Scampata per pochi voti la cosiddetta \u201clegge truffa\u201d, in una fase iniziale del dopoguerra in cui mordeva particolarmente lo scontro tra blocchi ideologici e si temeva, a seconda del blocco di appartenenza, alternativamente la rivoluzione proletaria e la reazione autoritaria, la Prima Repubblica non abbandon\u00f2 mai il sistema proporzionale, premessa ineludibile di una \u201cdemocrazia relazionale\u201d come fu quella italiana all\u2019apice della sua grandezza. In una tale democrazia le elezioni non si vincevano, come si suol dire oggi con estrema rozzezza, bens\u00ec con le elezioni si stabilivano provvisoriamente i rapporti di forza politici, pur sempre passibili di aggiustamenti di dettaglio in corso di legislatura. Da cui anche la spiegazione della cosiddetta \u201cinstabilit\u00e0\u201d dei governi. Si trattava, in realt\u00e0, di instabilit\u00e0 dei singoli ministeri, partendo dal presupposto che lo stesso Presidente del Consiglio, sia pure nella sua veste di <em>primus inter pares<\/em>, non era l\u2019accentratore dei consensi e dell\u2019indirizzo politico, ma pur sempre un ministro, un uomo di equilibrio tra correnti e tra partiti, e cio\u00e8 in definitiva, in un sistema altamente rappresentativo, una figura di sintesi del conflitto regolato tra le parti sociali. Questo nella teoria, naturalmente. Nella realt\u00e0 agivano come sempre interessi meno nobili e distorsioni pi\u00f9 o meno gravi, ma ci\u00f2 che conta ai fini di un giudizio storiografico \u00e8 la tendenza generale del sistema, ed \u00e8 indubbio che questa fu per larghi tratti progressiva, sia dal punto di vista della democrazia di massa che delle conquiste civili e sociali. Nemmeno si possono attribuire tutti i meriti di quella tendenza alla Democrazia Cristiana, dato che gioc\u00f2 un ruolo fondamentale sia il contesto internazionale, come sempre decisivo nel tracciare il perimetro delle azioni possibili, che la postura dei socialisti e, sin dal periodo transitorio che dalla caduta del fascismo porter\u00e0 alla Costituzione, degli stessi comunisti, riassumibile nella formula del \u201cpartito nuovo\u201d di paternit\u00e0 togliattana. E tuttavia l\u2019originalit\u00e0 della Prima Repubblica sta proprio nella nuova disponibilit\u00e0 della classe dirigente, che trovava nella DC il suo centro regolatore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La tesi \u00e8 forte, e ignora consapevolmente un fruttuoso dibattito dottrinario sulle possibili riforme in senso efficentista del sistema di governo parlamentare. \u00c8 ragionevole sostenere, sul punto, che le riforme regolamentari di Camera e Senato del 1971, approvate nel pieno di quella stagione \u201crelazionale\u201d o \u201cconsociativa\u201d tra partiti di cui si \u00e8 detto, aprivano la strada a forme forse addirittura eccessive di tutela delle opposizioni, con relativa estrema debolezza dei governi. Si \u00e8 parlato, a questo proposito, di distorsioni \u201cassembleari\u201d del parlamentarismo primo-repubblicano. In una democrazia pluriclasse, nella quale il Parlamento pienamente rappresentativo \u00e8 organo depositario esclusivo della funzione legislativa (salve possibilit\u00e0 eccezionali di delega al governo e di decretazione d\u2019urgenza da parte di questo), l\u2019organo esecutivo \u00e8 espressione diretta dei rapporti di forza sociali e politici. Non avrebbe senso, dunque, ostacolarlo fino ad imbrigliarne l\u2019azione, impedendo al Presidente del Consiglio di ricondurre a unit\u00e0 l\u2019attuazione dell\u2019indirizzo politico, come prescrive l\u2019articolo 95 comma 1 della stessa Costituzione. Un conto per\u00f2 \u00e8 sviscerare il problema rimanendo saldamente nei confini della forma di governo parlamentare, un altro \u00e8 operare un subdolo mutamento della stessa impiantando nel corpo sociale istituzioni sempre meno rappresentative, e accentrando di fatto nelle mani del Presidente del Consiglio e di pochi ministri (su tutti il titolare del dicastero dell\u2019Economia) la determinazione e la realizzazione dell\u2019indirizzo politico, in un sistema normativo multilivello in cui poteri locali e sovranazionali contribuiscono a tracciare la rotta, al riparo dal processo parlamentare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Simone Garilli L\u2019instabilit\u00e0 istituzionale della Prima Repubblica, lungi dall\u2019essere elemento disfunzionale di quel sistema, fu plastica manifestazione del tentativo della classe dirigente democristiana di integrare le classi popolari rappresentante dal Partito socialista (prima fase) e dallo stesso Partito comunista (seconda fase) nell\u2019arco costituzionale e addirittura di governo (inteso non solo in senso ristretto di potere a livello ministeriale, ma pi\u00f9 in generale di partecipazione alla determinazione dell\u2019indirizzo politico). 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