{"id":87463,"date":"2024-10-15T10:02:05","date_gmt":"2024-10-15T08:02:05","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=87463"},"modified":"2024-10-14T16:04:18","modified_gmt":"2024-10-14T14:04:18","slug":"la-variante-draghi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=87463","title":{"rendered":"La variante Draghi"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di CONIARE RIVOLTA (Redazione)<\/strong><\/p>\n<div class=\"wp-block-image\" style=\"text-align: justify\">\n<figure class=\"aligncenter size-large\"><a href=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/mario-draghi.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-4427\" role=\"button\" src=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/mario-draghi.png?w=1024\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"719\" data-attachment-id=\"4427\" data-permalink=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/2024\/10\/12\/la-variante-draghi\/mario-draghi\/\" data-orig-file=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/mario-draghi.png\" data-orig-size=\"1483,1042\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"Mario-Draghi\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/mario-draghi.png?w=300\" data-large-file=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/mario-draghi.png?w=700\" \/><\/a><\/figure>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Circa tre settimane fa \u00e8 stato pubblicato l\u2019atteso Rapporto sul futuro della competitivit\u00e0 europea, ad opera dell\u2019ex Presidente di: Banca d\u2019Italia, Banca Centrale Europea, del Consiglio italiano, Mario Draghi. Presentato da molti come un faro di luce che illumina con lungimiranza il tetro destino di un\u2019Europa bloccata tra le pastoie dei suoi conflitti interni e di un\u2019irragionevole austerit\u00e0, il rapporto Draghi ci offre spunti molto interessanti per comprendere gli scenari che il capitalismo europeo si trova ad affrontare. In un certo senso il Rapporto rappresenta plasticamente una delle diverse varianti dell\u2019applicazione del neoliberismo nell\u2019Unione europea di oggi.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Il Rapporto prende spunto dal crescente divario nei tassi di crescita dell\u2019Europa e degli Stati uniti, riconducendolo ad una progressiva erosione della competitivit\u00e0 del tessuto produttivo europeo in favore dei principali concorrenti internazionali, un fenomeno causato, principalmente, da un declino della produttivit\u00e0 europea.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Tale declino dipenderebbe da un ritardo delle imprese europee sul fronte tecnologico e da un assetto industriale europeo eccessivamente frammentato: mentre in Europa si scontrano oligopoli nazionali, i mercati americani e cinesi sono dominati da giganteschi monopolisti che, sfruttando l\u2019ampia scala di produzione che deriva da un mercato di sbocco grande quanto un continente, raggiunge livelli produttivi tali da consentire e giustificare spese di investimento che in Europa appaiono impossibili da realizzare.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Il Rapporto Draghi \u00e8 fitto di numeri ed esempi concreti di questo ritardo del capitalismo europeo rispetto agli Stati Uniti e al cospetto dell\u2019incombente \u201cminaccia cinese\u201d. A fronte delle difficolt\u00e0 europee, il rapporto invoca \u201ccambiamenti radicali\u201d che dovrebbero riguardare principalmente tre aree: innovazione tecnologica e struttura industriale; gestione della transizione verde; difesa.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\"><strong>1. Innovazione tecnologica e struttura industriale<\/strong>:\u00a0<strong><em>lode del monopolio\u2026 privato!<\/em><\/strong><\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Il rapporto analizza con dovizia di dettagli i numeri dell\u2019arretratezza tecnologica europea. Vale la pena citarne qualcuno. Non esistono imprese europee di recente creazione con una capitalizzazione di mercato superiore a 100 miliardi di euro, di mentre tutte e sei le imprese USA con una valutazione superiore a 1.000 miliardi di euro sono state create negli ultimi anni. Inoltre, le imprese europee investono 270 miliardi di euro in meno delle loro concorrenti statunitensi in un anno in Ricerca &amp; Sviluppo. Del resto, ci informa il rapporto, solo quattro delle cinquanta principali imprese tecnologiche globali sono europee.<br \/>\nEd ancora, le tre principali imprese per investimenti in ricerca e sviluppo in Europa sono, da vent\u2019anni a questa parte, imprese del settore\u00a0<em>automotive<\/em>. Negli Stati Uniti questa struttura produttiva ha caratterizzato i primi anni Duemila, mentre oggi i tre principali investitori in ricerca e sviluppo sono concentrati sulle nuove tecnologie.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">All\u2019origine di questo problema c\u2019\u00e8, secondo Draghi, una eccessiva staticit\u00e0 della struttura industriale dell\u2019Europa, che crea un circolo vizioso di bassi investimenti e bassa innovazione, nonch\u00e9 una scarsa capacit\u00e0 delle imprese europee nel passare dall\u2019innovazione pura alla commercializzazione dell\u2019innovazione. Questo limite viene collegato alla eccessiva distanza che separerebbe le universit\u00e0 europee dal settore produttivo e finanziario, cio\u00e8 dal basso grado di sviluppo di reti di ricerca, capaci di veicolare l\u2019innovazione verso il mercato (di qui un implicito consenso al cavallo di battaglia neoliberista dell\u2019aziendalizzazione della formazione).<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Le imprese europee soffrirebbero, inoltre, di una regolamentazione che impedisce loro di superare l\u2019attuale frammentazione, come dimostra il caso dei cosiddetti \u201cunicorni\u201d, il fenomeno delle\u00a0<em>startup<\/em>\u00a0che hanno raggiunto una capitalizzazione di almeno 1 miliardo di dollari: tra il 2008 e il 2021 il 30% degli \u201cunicorni\u201d fondati in Europa ha trasferito la sede negli Stati uniti, a riprova della maggiore attrattiva, per il profitto, dell\u2019area USA rispetto all\u2019UE.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Draghi denuncia, quindi, il rischio di restare ancorati alle tecnologie e ai settori tradizionali del secolo scorso, che caratterizzano le principali imprese europee, incapaci di evolvere verso i settori di punta del capitalismo come l\u2019intelligenza artificiale (in particolare di tipo generativo), servizi di cloud computing e gestione dati, i gestori cloud e i computer quantistici.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Alla base di tutto, secondo Draghi, vi sarebbe un problema di dimensione (troppo piccola) e frammentariet\u00e0 delle imprese europee. La soluzione, va da s\u00e9, sarebbe l\u2019aumento della dimensione e l\u2019accorpamento. Si tratta di un tema vecchio quanto il capitalismo, trattato magistralmente da apologeti e critici di questo sistema economico da almeno un secolo e mezzo. Il capitalismo tende, per sua stessa natura, alla concentrazione, ovvero alla riduzione del numero di imprese e all\u2019accrescimento della loro dimensione, in una logica spietata per cui i pesci grandi tendono a fagocitare i piccoli. Questo avviene sia all\u2019interno degli spazi nazionali sia, a maggior ragione, nella dimensione globale. \u00c8 la parabola che porta ciclicamente e non in modo lineare, con fasi a volte contraddittorie dovute a fattori politici ed istituzionali, da un capitalismo pi\u00f9 competitivo ad un capitalismo a tendenze monopolistiche.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Negli ultimi decenni l\u2019accesa competizione globale ha, con tutta evidenza, messo in difficolt\u00e0 le piccole e medie imprese e persino molte grandi imprese non all\u2019altezza della dimensione crescente degli omologhi concorrenti stranieri. Di fronte ad un simile scenario, che facilita l\u2019insorgere di crisi e il declino economico delle aree che non reggono la concorrenza globale, due sono gli approcci possibili e Draghi ne ha scelto chiaramente uno.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Il primo approccio, che piace a Draghi, \u00e8 lo scenario della piena accettazione della logica competitiva e privatistica del capitalismo, nonch\u00e9 della regola generale della globalizzazione capitalistica che viene messa in discussione non come paradigma generale ma soltanto nella misura in cui lede il profitto delle imprese interne. La competizione internazionale, secondo questa ricetta, andrebbe affrontata attraverso il rafforzamento di colossi industriali privati capaci di tener testa ai concorrenti globali e generare cos\u00ec profitti da capogiro. Una ricetta che produrrebbe, in un\u2019Europa gi\u00e0 funestata da terribili e crescenti\u00a0<a href=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/2024\/01\/26\/esplodono-le-disuguaglianze-parola-della-banca-ditalia\/\">disuguaglianze<\/a>, una ulteriore concentrazione delle risorse economiche in pochissime mani.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Se \u00e8 vero che Draghi mette in risalto i limiti dimostrati dalla globalizzazione, sia dal punto di vista delle disuguaglianze (che menziona, strumentalmente) che dal punto di vista della competizione internazionale (punto che realmente suscita il suo interesse), tuttavia ne accetta pienamente il quadro di fondo, quello fondato sulla competizione sfrenata e sull\u2019accumulazione di profitto su scala globale, senza alcuna preoccupazione per gli effetti sociali devastanti che questo paradigma genera.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Una ricetta opposta a quelle dell\u2019ex presidente del consiglio italiano prevedrebbe, invece, una totale inversione di ottica. Dato l\u2019assunto indubitabile che la dimensione delle imprese conta per lo sviluppo tecnologico e la capacit\u00e0 di investimento e innovazione, la soluzione al problema delle scarse dimensioni delle imprese nazionali ed europee\u00a0 dovrebbe essere un massiccio intervento pubblico nell\u2019economia tramite uno Stato imprenditore, capace non solo di regolamentare il settore privato (oggi sempre pi\u00f9 deregolamentato e alla merc\u00e9 della concorrenza sfrenata), ma di intervenire direttamente da produttore di beni e servizi, superando cos\u00ec, insieme, il problema delle dimensioni delle imprese e dell\u2019appropriazione privata della ricchezza.\u00a0<strong>Alla proposta di Draghi di favorire grandi monopoli o semi-monopoli privati europei, va opposta la proposta di ripristinare, a partire dai settori strategici e vitali per l\u2019economia, monopoli pubblici<\/strong>\u00a0in grado di innovare e competere \u2013 laddove inevitabile nello scenario globale \u2013 e allo stesso tempo fornire beni e servizi alla collettivit\u00e0 a prezzo di costo, redistribuendo cos\u00ec la ricchezza sociale dall\u2019alto (le grandi imprese oligopolistiche) verso il basso (la collettivit\u00e0 nel suo insieme). Nulla di nuovo persino all\u2019interno del capitalismo, se si pensa che tutta la storia dello sviluppo industriale dal secondo dopo guerra fino agli anni \u201970, in Italia e molti altri paesi europei, \u00e8 una storia di forte intervento pubblico nell\u2019economia e diffusi monopoli pubblici in un\u2019ampia gamma di settori. Una storia fatta anche di, per quanto timidissimi, tentativi di protezione delle economie nazionali dagli effetti sociali devastanti della globalizzazione capitalistica. Una storia che Draghi ben conosce, essendone stato\u00a0<strong>uno dei pi\u00f9 entusiasti demolitori<\/strong>\u00a0nel corso degli anni \u201990, quando ebbe un ruolo di rilievo nel favorire il processo di privatizzazione e dismissione delle imprese statali, regalate ai capitali privati stranieri e non.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Se Draghi critica gli effetti asimmetrici della globalizzazione da cui deriverebbe il ritardo europeo, alla retorica della globalizzazione senza limite non oppone alcun protezionismo strategico volto alla difesa del tessuto sociale e produttivo interno, bens\u00ec il pragmatismo di una mera autonomia strategica tesa a conquistare l\u2019indipendenza nei settori chiave e limitare le aperture a quelle materie prime critiche impossibili da acquisire per altre vie. In altre parole, Draghi rappresenta gli interessi del capitalismo europeo, suonando la sveglia rispetto alle esigenze in termini di maggiore concentrazione e ampliamento della dimensione delle aziende multinazionali europee. Una logica tutta interna alle esigenze del settore privato e del capitale, totalmente aliena rispetto alle ripercussioni sociali delle scelte di politica industriale, ma anche incapace di cogliere la rilevanza potenzialmente strategica delle aziende di Stato in questa nuova fase storica.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\"><strong>2. Decarbonizzazione e competitivit\u00e0<\/strong>:\u00a0<strong><em>green purch\u00e9 con profitto<\/em>.<\/strong><\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Una simile prospettiva emerge sul tema della cosiddetta transizione verde. Il tema sollevato dal rapporto \u00e8 evitare che la transizione indebolisca crescita e competitivit\u00e0 delle imprese. Numeri alla mano, le imprese europee pagano, rispetto alle concorrenti statunitensi, il doppio o il triplo per l\u2019energia elettrica e 4-5 volte in pi\u00f9 per il gas. Qui verrebbe da dire: le avete volute voi le sanzioni e la guerra con la Russia e l\u2019acquisto del ben pi\u00f9 esoso gas made in USA ed ora piangete per il prezzo del gas. E questo senza contare il processo di privatizzazione e finanziarizzazione del settore energetico che ha subito negli ultimi decenni l\u2019Italia (e non solo), che porta su di s\u00e9 grandi responsabilit\u00e0 rispetto all\u2019impatto asimmetrico della guerra sui prezzi a livello globale.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">La conclusione di Draghi \u00e8 che i carburanti fossili devono ancora svolgere un ruolo centrale nell\u2019economia europea, per evitare che il passaggio a carburanti meno inquinanti abbia un impatto insostenibile sui profitti delle imprese. L\u2019altro aspetto della transizione ecologica che interessa a Draghi \u00e8 il\u00a0<em>business<\/em>\u00a0della decarbonizzazione: il Rapporto denuncia il rischio che la produzione di impianti di energia rinnovabile si sposti progressivamente in Cina, dove pochi grandi colossi producono a prezzi concorrenziali gi\u00e0 auto elettriche e tecnologie\u00a0<em>green<\/em>. Occorre, secondo Draghi, una vera e propria politica industriale, che assicuri la produzione europea dei mezzi di produzione delle energie rinnovabili.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Ancora una volta il modello dell\u2019accumulazione privata \u00e8 la bussola del piano. Nessun accenno alla possibilit\u00e0 di piani di investimento pubblico diretto per la transizione verde e piena compatibilit\u00e0 di tutta la sbandierata politica ambientale europea rispetto ai vincoli della concorrenza internazionale e del profitto.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Anche qui, una soluzione alternativa punta nuovamente sulle grandi partecipate pubbliche, uniche per dimensione che possono garantire la scala sufficiente a invertire il declino europeo in queste tecnologie chiave, garantendo lo spazio per rilocalizzare la produzione degli input e della componentistica indispensabile ad assicurare un certo grado di autonomia e, al contempo, che i benefici di questa strategia non finiscano in tasca a pochi ma vadano appannaggio della collettivit\u00e0.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Per farlo, per\u00f2, le imprese statali devono liberarsi delle logiche puramente aziendalistiche assorbite negli ultimi decenni (con i dividendi di breve periodo che agiscono come variabile determinante delle scelte strategiche), riaffermando una visione di lungo periodo e che metta al centro la difesa dell\u2019interesse collettivo, ambientale e sociale.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\"><strong>3. Difesa e autonomia<\/strong>,\u00a0<strong><em>pronti per la guerra!<\/em><\/strong><\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Una parte del rapporto \u00e8 dedicato alla difesa comune. Dichiara Draghi: \u201cLa pace \u00e8 il primo e pi\u00f9 importante obiettivo dell\u2019Europa. Ma\u2026\u201d, e dopo il \u201cma\u201d chiarisce i termini dell\u2019economia di guerra che prospetta: \u201cLe minacce alla sicurezza fisica stanno aumentando e ci dobbiamo preparare.\u201d E prosegue notando che, sebbene l\u2019Unione europea sia seconda al mondo in termini di spesa militare, la sua industria militare non \u00e8 affatto adeguata a quel livello di spesa a causa di un\u2019eccessiva frammentazione che, di nuovo, riflette la divisione tra interessi nazionali. Un esempio? Mentre gli Stati Uniti combattono con una sola tipologia di carrarmato, in Europa operano dodici modelli diversi di tank. Uno spreco, dal punto di vista del profitto.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\"><strong>4.\u00a0<em>Un po\u2019 di Keynes\u2026 per il profitto!<\/em><\/strong><\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Un\u2019ultima caratteristica del Rapporto risiede nella sua attenzione ai costi dei cambiamenti prospettati, stimati con molta precisione.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Il Rapporto stima che, per colmare il divario tecnologico e procedere in modo realistico alla decarbonizzazione dell\u2019economia, l\u2019Europa dovrebbe aumentare gli investimenti del 5% del PIL, a livelli che non si vedono nel Vecchio Continente dagli anni Sessanta e Settanta: basti pensare che il Piano Marshall consent\u00ec un aumento degli investimenti di circa il 2% del PIL.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Dunque, all\u2019Europa servirebbero circa 800 miliardi di euro all\u2019anno per realizzare gli obiettivi declinati nel Piano. Ricordiamo che, in seguito alla crisi pandemica, l\u2019Unione europea ha messo in campo il pi\u00f9 consistente sforzo finanziario della sua storia, il Next Generation EU, che si compone del Recovery and resilience facility (la fonte del nostro PNRR), ma anche di REACT-EU (coesione sociale), di Horizon Europe (ricerca), InvestEU (innovazione strategica), Just Transition Fund (transizione ecologica), e che finanzia nel suo complesso circa 750 miliardi di euro nell\u2019arco di sei anni, sebbene sappiamo che le risorse annue aggiuntive concretamente messe a disposizione dal NGEU\u00a0<a href=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/2020\/12\/15\/recovery-fund-sotto-il-vestito-niente\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">siano nell\u2019ordine delle briciole<\/a>. Di fronte alle cifre \u2013 pubbliche e private \u2013 ventilate dal Rapporto Draghi (800 miliardi) ci rendiamo conto della scala delle risorse necessarie a salvare il capitalismo europeo dalla propria scarsa competitivit\u00e0.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Da un lato Draghi osserva come parte dei finanziamenti possa provenire dal settore pubblico. Su questo aspetto il Rapporto sottolinea la presunta arretratezza della spesa pubblica europea, ancora concentrata sul sostegno all\u2019agricoltura e sulle tradizionali politiche di coesione territoriale, fondi che secondo Draghi andrebbero destinati allo sviluppo della competitivit\u00e0 delle imprese europee. Soldi pubblici da destinare, in piena coerenza con la visione gi\u00e0 delineata, al settore produttivo privato.<\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Da un altro lato secondo l\u2019ex banchiere europeo una parte degli 800 miliardi di fondi necessari dovrebbe provenire dal settore finanziario privato, superando il sistema banco-centrico e realizzando quell\u2019unione di capitali, che consentirebbe una maggiore diffusione della capitalizzazione azionaria, oggi marginale tra le imprese europee rispetto agli USA. Un disegno che lo stesso Draghi caldeggiava 30 anni orsono all\u2019epoca delle grandi dismissioni dell\u2019industria pubblica propagandando il mito dell\u2019azionariato popolare, ovvero l\u2019idea di far affluire i risparmi privati, ivi compresi quelli delle famiglie risparmiatrici di reddito medio, verso l\u2019acquisto di azioni per andare cos\u00ec, a tutto rischio dei risparmi delle persone comune, a rifocillare il capitale sociale delle imprese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Per concludere<\/strong><\/p>\n<p class=\"has-text-align-justify\" style=\"text-align: justify\">Il rapporto Draghi, ridotto all\u2019osso del suo significato pi\u00f9 autentico, lungi dal rappresentare una soluzione keynesiana o \u201cmeno liberista\u201d al neoliberismo e all\u2019austerit\u00e0 dell\u2019Europa, ne incarna una semplice variante. Una variante pi\u00f9 pragmatica e insieme meno ancorata ai residui interessi nazionali che prevalgono nell\u2019arena politica del continente. Una variante che contrappone un capitalismo semi-monopolistico dei colossi ad un capitalismo oligopolistico ormai marcescente e che propone una gestione pi\u00f9 flessibile dell\u2019austerit\u00e0, orientata ad evitare il declino dei profitti tramite maggior spesa pubblica diretta alle tasche del settore produttivo privato.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/2024\/10\/12\/la-variante-draghi\/\">https:\/\/coniarerivolta.org\/2024\/10\/12\/la-variante-draghi\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONIARE RIVOLTA (Redazione) Circa tre settimane fa \u00e8 stato pubblicato l\u2019atteso Rapporto sul futuro della competitivit\u00e0 europea, ad opera dell\u2019ex Presidente di: Banca d\u2019Italia, Banca Centrale Europea, del Consiglio italiano, Mario Draghi. 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