{"id":88592,"date":"2025-01-14T10:00:15","date_gmt":"2025-01-14T09:00:15","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=88592"},"modified":"2025-01-13T09:32:38","modified_gmt":"2025-01-13T08:32:38","slug":"gli-stati-di-agitazione-delluniversita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=88592","title":{"rendered":"Gli \u201cstati di agitazione\u201d dell\u2019Universit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><strong>di ROARS (Mario Ricciardi)<\/strong><\/p>\n<div class=\"td-post-header td-container\">\n<div class=\"td-post-header-holder td-image-gradient\">\n<div class=\"td-post-featured-image\"><a class=\"td-modal-image\" href=\"https:\/\/www.roars.it\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/manifestazione-08.jpg\" data-caption=\"\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"entry-thumb td-animation-stack-type0-2\" title=\"manifestazione-08\" src=\"https:\/\/www.roars.it\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/manifestazione-08.jpg\" alt=\"\" width=\"872\" height=\"640\" \/><\/a><\/div>\n<header class=\"td-post-title\">\n<div class=\"td-module-meta-info\"><\/div>\n<\/header>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"td-container\">\n<div class=\"td-pb-row\">\n<div class=\"td-pb-span12 td-main-content\" role=\"main\">\n<div class=\"td-ss-main-content\">\n<div class=\"td-post-sharing-top\">\n<div class=\"td-post-sharing-classic\"><\/div>\n<\/div>\n<div class=\"td-post-content tagdiv-type\">\n<div class=\"pf-content\">\n<p>Gli \u201cstati di agitazione\u201d per l\u2019universit\u00e0 sono un segnale importante. Dopo tanti anni le diverse componenti del mondo accademico, dagli studenti al personale docente (di ruolo o meno), hanno manifestato insieme contro una nuova riduzione delle risorse destinate alle universit\u00e0 pubbliche. Un risultato significativo perch\u00e9, dalla riforma Gelmini in poi, i diversi interventi legislativi che hanno avuto a oggetto il sistema universitario nazionale sono stati difesi da chi li promuoveva ricorrendo sempre allo stesso schema: contrappore gli interessi di chi era gi\u00e0 entrato a far parte in modo stabile del corpo accademico a quelli di chi aspirava a farlo. Suggerendo che le riforme fossero necessarie per purgare l\u2019universit\u00e0 dai \u201cfannulloni\u201d in modo da fare spazio ai \u201cmeritevoli\u201d. L\u2019introduzione di un nuove modalit\u00e0 di finanziamento dell\u2019universit\u00e0, basate su un meccanismo di premi e punizioni messo a punto da un\u2019agenzia indipendente, l\u2019Anvur, dotata di poteri cos\u00ec ampi da erodere quelli dello stesso ministero competente, venne difesa da un consenso ampio e trasversale, che teneva insieme non solo buona parte dei partiti politici, ma anche i principali organi di stampa e le associazioni imprenditoriali. Chi tentava di opporsi veniva immediatamente bollato come un difensore dei \u201cfannulloni\u201d, un nemico del progresso e un ostacolo per la valorizzazione dei giovani.<\/p>\n<p>Per questo \u00e8 importante che oggi in prima fila nella protesta contro i nuovi tagli ci siano i ricercatori non ancora di ruolo (i \u201cprecari\u201d, come si dice qui da noi). Questa partecipazione massiccia da parte delle nuove generazioni ci dice che la nudit\u00e0 del re \u00e8 ormai visibile a tutti, e che l\u2019idea che la privatizzazione strisciante del sistema universitario italiano fosse necessaria per fare spazio agli esclusi era soltanto un dispositivo ideologico per realizzare un obiettivo politico che aveva poche possibilit\u00e0 di essere accettato dall\u2019opinione pubblica se essa fosse stata informata in modo corretto su quale fosse la posta in gioco delle \u201criforme\u201d. Nei prossimi mesi vedremo se gli \u201cstati di agitazione\u201d avranno l\u2019effetto di promuovere nell\u2019opinione pubblica una nuova consapevolezza del pericolo che l\u2019Italia stia per perdere una delle pi\u00f9 grandi conquiste sociali del secondo dopoguerra: un sistema di alta formazione plurale e inclusivo, in grado non solo di formare tecnici e professionisti, ma anche di alimentare la cultura pubblica dinamica che costituisce un requisito essenziale della democrazia.<\/p>\n<p>Anche se oggi sotto accusa \u00e8 l\u2019attuale maggioranza di governo, responsabile degli ultimi tagli al bilancio delle universit\u00e0, \u00e8 bene ricordare che questo intervento si inserisce in una tendenza consolidata che non ha avuto origine nel nostro paese. Le politiche di definanziamento delle universit\u00e0 pubbliche, e i dispositivi bibliometrici che servono per giustificarle, sono state introdotte per la prima volta nel Regno Unito alla fine degli anni Ottanta dai governi conservatori. Con l\u2019Education Act del 1988 i Tories sostituirono il sistema di finanziamento \u201cconsensuale\u201d che aveva consentito l\u2019espansione del sistema universitario pubblico britannico, che si apriva in questo modo a studenti provenienti dai ceti meno abbienti, e progressivamente anche ai figli degli immigrati, introducendo uno straordinario processo di rinnovamento delle classi dirigenti. Chi volesse comprendere l\u2019importanza che quella stagione ha avuto sul piano sociale pu\u00f2 leggere le bellissime pagine scritte dallo storico Tony Judt, figlio di immigrati ebrei provenienti dell\u2019Europa dell\u2019est. Judt spiega perch\u00e9 per uno come lui sarebbe stato probabilmente impossibile essere ammesso a Cambridge e avere una brillante carriera accademica se non ci fosse stato quel massiccio sostegno pubblico.<\/p>\n<p>Quando i Conservatori cominciano il processo di strangolamento del sistema universitario pubblico britannico, portato avanti da allora da governi sia di destra sia di sinistra, l\u2019accademia britannica non era un covo di \u201cfannulloni\u201d, ma un modello cui si guardava in tutto il mondo per i suoi risultati straordinari (come fece notare Ralf Dahrendorf). L\u2019obiettivo dei nuovi sistemi di governance e di accountability introdotti allora, e perfezionati in seguito, era di subordinare la formazione e la ricerca pubblica alle esigenze del sistema produttivo. Tutto ci\u00f2 che non poteva essere giustificato sulla base di una visione asfittica e miope della crescita economica andava scoraggiato. La libert\u00e0 accademica, da secoli un principio cardine del sistema britannico, veniva in questo modo erosa (come vide con straordinaria lucidit\u00e0 lo storico Conrad Russell che ne scrisse in un libro denuncia nel 1993). Oggi le universit\u00e0 britanniche sono allo stremo, costrette a abbassare gli standard per attirare pi\u00f9 studenti (diminuiti ulteriormente per via della Brexit), e dipartimenti prestigiosi licenziano studiosi di valore e chiudono dipartimenti produttivi (soprattutto nei settori delle humanities) perch\u00e9 non possono pi\u00f9 permettersi di tenerli in attivit\u00e0 per via della penuria di risorse. Le politiche neoliberali implementate nel Regno Unito a partire dalla fine degli anni Ottanta sono il modello su cui si basano quelle italiane. Che in certi casi sono state peggiorate dall\u2019acquiescenza del corpo accademico, che ha opposto finora una resistenza molto meno efficace di quella messa in piedi dai nostri colleghi britannici.<\/p>\n<p>A che servono le universit\u00e0? Questa \u00e8 la domanda che si poneva qualche anno fa lo storico di Cambridge Stefan Collini in uno dei migliori, e pi\u00f9 documentati, libri sul disastro che \u00e8 diventata l\u2019universit\u00e0 neoliberale. Questa, credo, sia anche la domanda che pongono gli \u201cstati di agitazione\u201d in Italia. Spetta alla societ\u00e0 civile e alla politica dare una risposta.<\/p>\n<p><em>Apparso anche su Il Manifesto del 21.12.2024<\/em><\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.roars.it\/gli-stati-di-agitazione-delluniversita\/\">https:\/\/www.roars.it\/gli-stati-di-agitazione-delluniversita\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ROARS (Mario Ricciardi) Gli \u201cstati di agitazione\u201d per l\u2019universit\u00e0 sono un segnale importante. Dopo tanti anni le diverse componenti del mondo accademico, dagli studenti al personale docente (di ruolo o meno), hanno manifestato insieme contro una nuova riduzione delle risorse destinate alle universit\u00e0 pubbliche. 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