{"id":88897,"date":"2025-02-04T10:00:03","date_gmt":"2025-02-04T09:00:03","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=88897"},"modified":"2025-02-03T17:45:24","modified_gmt":"2025-02-03T16:45:24","slug":"prima-agli-italiani-lo-sciovinismo-allassalto-del-welfare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=88897","title":{"rendered":"Prima agli italiani: lo sciovinismo all\u2019assalto del welfare"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di GLI ASINI (<\/strong>Dario Tuorto,\u00a0Enrica Morlicchio,\u00a0Enrico Gargiulo<a class=\"autori\" href=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/autore\/enrico-gargiulo\/\">)<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-large size-large wp-post-image\" src=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/wp-content\/uploads\/la-caverna-degli-abbracci_lettura-5-724x1024.jpg\" alt=\"\" width=\"724\" height=\"1024\" \/><\/p>\n<div class=\"featured_caption\" style=\"text-align: justify\">Illustrazione di Andrea De Franco<\/div>\n<div class=\"postshare\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"a2a_kit a2a_kit_size_24 addtoany_list\" data-a2a-url=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/prima-agli-italiani-lo-sciovinismo-allassalto-del-welfare\/\" data-a2a-title=\"Prima agli italiani: lo sciovinismo all\u2019assalto del welfare\"><\/div>\n<\/div>\n<div class=\"entry_content\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"the_content\">\n<div class=\"hentry\">\n<p>L\u2019articolo\u00a0\u00e8 tratto dal libro in uscita degli autori\u00a0<a href=\"https:\/\/www.mulino.it\/isbn\/9788815390431\"><i>Prima agli italiani. Welfare, sciovinismo e risentimento<\/i><\/a>, Il Mulino, 2024.<\/p>\n<p>Ormai da tempo i sistemi di welfare occidentali sono sottoposti a una profonda trasformazione. Forme di restrizione selettiva sono state introdotte in molti settori della spesa sociale, associandosi a una crescita delle disuguaglianze sociali e territoriali e a una generalizzazione della condizione di vulnerabilit\u00e0. Il mantra dell\u2019inevitabilit\u00e0 dei tagli e le retoriche sull\u2019occupabilit\u00e0 e sull\u2019attivazione hanno contribuito a mettere in discussione il pacchetto di diritti di cittadinanza novecentesco e la legittimit\u00e0 stessa dell\u2019assistenza sociale sancita dall\u2019art. 38 della Costituzione italiana. Ma solo a seguito della crisi del 2008 tali processi hanno assunto una configurazione nuova, incrociando le richieste di protezione avanzate da fasce ampie e diversificate della popolazione: ceti popolari, settori della classe media che hanno vissuto forme di mobilit\u00e0 discendente, lavoratori a basso salario o in condizione di sempre maggiore precariet\u00e0. La parola magica tornata alla ribalta \u00e8 \u201cnazionalismo\u201d: applicata ai sistemi di cura e solidariet\u00e0 estesa produce lo \u201csciovinismo del welfare\u201d.<br \/>\nCon questo termine intendiamo una forma di rivendicazione che sottende orientamenti di tipo razzista e xenofobo laddove assume il principio secondo cui la titolarit\u00e0 dell\u2019accesso alle prestazioni sociali debba essere riservata alla maggioranza autoctona. La preferenza accordata ai cittadini nazionali si realizza in maniera duplice: da un lato innalzando una vera e propria barriera all\u2019ingresso del sistema di welfare statale e locale; dall\u2019altro mediante un accesso parziale e fortemente stigmatizzante. La soluzione sciovinista introduce criteri di meritevolezza, ma sulla base di etichette identitarie, spesso intrise di razzismo, cucite arbitrariamente sulle persone per giustificare l\u2019attribuzione di diritti a tempo, quindi revocabili. Per comprendere un sistema di questo tipo \u00e8 utile fare riferimento al concetto di \u201cstratificazione civica\u201d, di cui parlavano sociologi britannici come David Lockwood, Lydia Morris e Rainer Baub\u00f6ck tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, descrivendo una societ\u00e0 in cui la realizzazione di una piena cittadinanza democratica implica un grado elevato di uguaglianza formale ma, allo stesso tempo, il mantenimento di livelli piuttosto marcati di disuguaglianze sostanziali. In uno scenario dove le migrazioni internazionali assumono un peso crescente, la nozione di stratificazione civica assume un significato pi\u00f9 specifico, indicando un sistema di appartenenze territoriali gerarchico e complesso, che vede la compresenza di persone dotate di status e risorse differenti: alcune sono libere di muoversi all\u2019interno e all\u2019esterno del territorio mentre altre sperimentano restrizioni e, soprattutto, sono esposte al rischio di essere allontanate contro la loro volont\u00e0. Nel dare forma a un sistema di stratificazione civica, le regole di transizione giocano un ruolo chiave in quanto stabiliscono i requisiti che i non membri devono possedere per passare da uno status provvisorio a una condizione pi\u00f9 stabile. Requisiti in teoria conformi a principi universalistici, ma di fatto discrezionali, ispirati al principio del merito declinato in molteplici accezioni: essere capaci di automantenimento (disporre di un reddito da lavoro), non costituire una minaccia (assenza di reati), non avere fatto ritorno temporaneamente al paese di origine (discriminante chiave per i rifugiati che intendono mantenere il loro status). \u00c8 evidente che in un regime di \u201cinclusione differenziale\u201d (un concetto proposto dal filosofo politico Sandro Mezzadra) non sono solo gli stranieri a essere soggetti a valutazione negativa: anche gli autoctoni possono perdere \u201ccrediti sociali\u201d (su questo si rimanda all\u2019articolo di Mauro Boarelli su\u00a0<i>Gli Asini<\/i>\u00a0n. 101, luglio 2022) e passare da poveri virtuosi a soggetti stigmatizzabili per attitudini devianti, tratti comportamentali opportunistici, appartenenze territoriali degradanti.<br \/>\nIn questo gioco alla sottrazione, il \u201ctempo\u201d e lo \u201cspazio\u201d sono due categorie chiave. Man mano che si procede verso il basso, il numero dei requisiti richiesti per poter essere cittadini ed avere diritti aumenta. Chi si trova al vertice non ha alcuna preoccupazione, dato che il suo status \u00e8 tendenzialmente atemporale. Diversamente, chi dispone di un\u2019autorizzazione al soggiorno vede nella temporalit\u00e0 un vincolo limitante ma in qualche misura gestibile. Chi invece soggiorna \u00abirregolarmente\u00bb non ha alcun controllo \u2013 almeno in senso formale \u2013 sulla durata della sua presenza, la quale rimane del tutto indeterminata, nel senso che potrebbe concludersi in qualsiasi momento. Non \u00e8 un caso che, nella realizzazione di vere e proprie politiche di residenza, il tempo giochi un ruolo strategico: l\u2019accesso ad alcune prestazioni pu\u00f2 derogare dal principio del bisogno e fondarsi sul criterio, apparentemente di buon senso, del tempo di permanenza in un territorio (secondo cui i lungo-residenti, non i bisognosi, hanno pi\u00f9 diritto a ricevere).<br \/>\nCome il tempo, anche lo spazio pu\u00f2 differenziare gli individui, ad esempio attraverso il mancato riconoscimento della presenza. La registrazione del rapporto tra persone e spazio \u00e8 legata storicamente alla questione del governo dei poveri e alla nascita delle politiche sociali. Se, dalla prospettiva di un welfare universalistico, l\u2019attribuzione della residenza anagrafica si traduce nel monitoraggio capillare del territorio allo scopo di allocare le risorse in modo efficiente ed equo, dalla prospettiva di un welfare sciovinista essa serve a ridefinire in modo formale e sostanziale i confini della comunit\u00e0 locale, nel momento in cui si afferma il diritto di alcuni ad avere accesso a benefici e servizi in virt\u00f9 dei legami con il territorio che altri non hanno.<br \/>\nLo sciovinismo del welfare rende quindi possibile una profonda riformulazione della distinzione tra soggetti \u00abmeritevoli\u00bb e \u00abnon meritevoli\u00bb, nei termini non gi\u00e0 soltanto di poveri non abili che possono aspirare alla protezione sociale e poveri abili da spingere forzatamente ad accettare qualsiasi lavoro, ma anche di \u00abveri appartenenti\u00bb da un lato e residenti \u00abspuri\u00bb dall\u2019altro. Distinzione quest\u2019ultima passibile di generare il paradosso di escludere dai benefici del welfare finanche soggetti con tassi di attivit\u00e0 largamente superiori a quelli della popolazione autoctona. Lo slogan \u00abPrima gli italiani\u00bb fornisce la giustificazione al fatto che, in alcuni contesti locali, l\u2019assegnazione delle case popolari, i pasti scolastici e le misure di sostegno al reddito sono riservati agli appartenenti alla comunit\u00e0 nazionale. I poveri stranieri diventano, spesso arbitrariamente, \u00abnon meritevoli\u00bb. Non \u00e8 un caso che anche una misura progressista e redistributiva come il Reddito di cittadinanza ponesse come condizione insuperabile una severa restrizione all\u2019accesso per gli stranieri legalmente residenti. E non deve sorprendere l\u2019infinita gestazione di un\u2019altra misura di mimino buon senso (e diverse ambiguit\u00e0) quale lo\u00a0<i>ius scholae<\/i>, evocato come diritto minore rispetto allo\u00a0<i>ius soli<\/i>\u00a0ma ancora indigeribile per la destra italiana, in quanto va a indicare una strada formalmente legittima e possibile (quella del merito) per scardinare richieste illegittime (la discriminazione della non appartenenza alla comunit\u00e0 nazionale).<br \/>\nPer comprendere a fondo l\u2019emergere dello sciovinismo occorre ripercorrere la parabola del welfare state a partire dalla sua fase espansiva del secondo dopoguerra. Se \u00e8 vero che anche nei \u00abTrenta gloriosi\u00bb (dal 1945 ai primi anni Settanta) esistevano dinamiche di esclusione delle minoranze, la competizione tra lavoratori locali e stranieri non produceva campagne di odio su larga scala e i conflitti venivano parzialmente riassorbiti grazie alla fiducia in una progressiva incorporazione nel mercato del lavoro e nella societ\u00e0 dei consumi. Dagli anni \u201970 inizia il cambiamento: crescono gli orientamenti critici nei confronti del sistema di protezione sociale e si afferma un\u2019accezione negativa di \u00abstato assistenziale\u00bb che finisce per legittimare logiche nuove di contenimento dei costi e di apertura al privato. Il rapporto tra Stato e percipienti\/cittadini finisce per modificarsi: il diritto di ricevere passa in secondo piano rispetto al dovere di contribuire e alla maggiore responsabilizzazione dell\u2019individuo, a cui vengono riconosciuti solo aiuti temporanei funzionali al reinserimento lavorativo, soggetti peraltro alla disponibilit\u00e0 di bilancio.<br \/>\nCon la pandemia del 2020 le politiche di austerit\u00e0 che avevano segnato drammaticamente la gestione della crisi del 2008 subiscono una brusca interruzione. Ritorna l\u2019idea che lo Stato debba agire come regolatore dell\u2019economia, anche se cambiano le logiche che ne sono alla base: un intervento non pi\u00f9 orientato a ridurre le disuguaglianze, ma ad affermare una sorta di compatibilit\u00e0 tra efficienza ed efficacia, tra solidariet\u00e0 e produttivit\u00e0. Alla forte domanda di protezione sociale non corrisponde pi\u00f9 la stessa consapevolezza del passato circa la sua sostenibilit\u00e0 economica, n\u00e9 la stessa disponibilit\u00e0 a finanziare il welfare con le tasse. Uno scenario, dunque, favorevole allo sciovinismo del welfare. L\u2019elemento di novit\u00e0 risiede piuttosto nella saldatura tra una visione conservatrice regressivamente nazionalista e l\u2019ideologia incentrata sulla meritevolezza. L\u2019elemento chiave del liberalismo, l\u2019eguaglianza giuridica, si rovescia nel suo contrario: il riconoscimento del diritto a ricevere \u00e8 condizionato all\u2019esibizione di caratteristiche personali e al soddisfacimento di obblighi comportamentali. Da questa prospettiva, lo sciovinismo del welfare rappresenta in modo emblematico un progetto \u00abilliberalmente liberale\u00bb [Joppke 2007], in cui si intreccia una forma esasperata di nazionalismo e neoliberismo autoritario. La rappresentazione dell\u2019immigrazione come fonte di potenziali problemi fornisce linfa vitale all\u2019argomento sciovinista: \u00e8 necessario decidere a chi spettino le poche (o sempre minori) risorse; e questo porta come conseguenza la razzializzazione della povert\u00e0.<br \/>\nIl tema del welfare \u00e8 tornato paradossalmente al centro dell\u2019attenzione politica con l\u2019affermazione dei partiti della destra radicale. Concetti come \u201cnativismo\u201d (la primazia dei membri del gruppo originario), \u201cautoritarismo\u201d (la convinzione che esista una societ\u00e0 rigorosamente ordinata e uno Stato forte), \u201cpopulismo\u201d (ideologia \u00absottile\u00bb che divide la societ\u00e0 in popolo \u00abpuro ed \u00e9lite corrotta\u00bb, nella definizione che ne ha dato il politologo olandese Cas Mudde) forniscono risposte tanto efficaci quanto ambigue alla crisi. Il successo della destra radicale ha radici economiche che affondano nella retorica dei cosiddetti \u00abperdenti della modernizzazione\u00bb, di quei cittadini che hanno perso o rischiano di perdere il proprio status e avvertono l\u2019immigrazione e il mutamento della struttura sociale come minacce da cui difendersi. \u00c8 su questo terreno che si compie la sconfitta dei partiti tradizionali, e della sinistra in particolare. Incapaci di difendere i ceti popolari tradizionali dalle sfide del mondo globale, subiscono lo slittamento del conflitto sul terreno della mobilitazione antiestablishment (contro le caste) e delle politiche di preferenza nazionale. L\u2019immigrazione, in particolare, rappresenta agli occhi della destra radicale il fattore cruciale, non solo perch\u00e9 alimenta la competizione per l\u2019accesso ai posti di lavoro e alle prestazioni sociali, quanto per la minaccia che porta ai valori fondativi dell\u2019identit\u00e0 nazionale fomentando quello che Pippa Norris e Ronald Inglehart hanno definito \u00abcontraccolpo culturale\u00bb (<i>Cultural backlash<\/i>, Cambridge University Press 2019), una reazione ai cambiamenti indotti dalle \u00e9lite progressiste, che assumono le forme molteplici del cosmopolitismo, del multiculturalismo e dell\u2019ambientalismo e che amplificano tra i gruppi sottoprivilegiati la sensazione di essere arretrati, superati, minacciati nel proprio sistema di valori.<\/p>\n<p>La politica italiana degli ultimi anni ha rappresentato un laboratorio eccezionale di sperimentazione per la destra radicale. In quanto esponente dell\u2019internazionale sovranista<i>,\u00a0<\/i>la Lega ha da tempo compreso l\u2019opportunit\u00e0 politica di allargare i suoi consensi a un elettorato orfano della sinistra e penalizzato dalla crisi. Con l\u2019ascesa di Salvini, la Lega ha riarticolato le sue istanze in chiave nazionalista, sdoganando nel panorama italiano i temi dell\u2019antieuropeismo e dell\u2019anti-immigrazione e ponendo l\u2019attenzione sulla necessit\u00e0 di tutelare il mercato interno, le aziende e la forza lavoro nazionali esposte ai processi globali dell\u2019economia. Ma questo spazio politico occupato a lungo in solitaria si \u00e8 fatto pi\u00f9 stretto con l\u2019affermazione di Fratelli d\u2019Italia (FdI). Pi\u00f9 della Lega, attorno all\u2019anti-immigrazione il partito di Meloni ha elaborato una visione sovranista in cui la patria e il patriottismo assumono un ruolo centrale, declinandosi sul piano economico nei termini della difesa del Made in Italy e dei principali\u00a0<i>assets\u00a0<\/i>nazionali, ma all\u2019interno di una visione non invasiva della regolazione statale.<br \/>\nSe si guarda al posizionamento ideologico e a quello sui valori socioculturali, la connotazione della classe politica leghista e di Fratelli d\u2019Italia risulta addirittura pi\u00f9 estrema di quella di molti partiti europei della stessa famiglia politica. Siamo quindi in presenza di formazioni che spingono fortemente sul terreno del riconoscimento di uno spazio autonomo della destra. Anzi, con l\u2019affermazione elettorale di Fratelli d\u2019Italia nel 2022 si \u00e8 amplificata una dinamica di concorrenza interna il cui effetto \u00e8 stato quello di enfatizzare posizioni ostili all\u2019inclusione degli immigrati, abbinate a proclami che propagandano la riscoperta della famiglia, della natalit\u00e0, della solidariet\u00e0 di una comunit\u00e0 nazionale tutelante per i \u00absuoi\u00bb cittadini pi\u00f9 deboli, dentro un modello di welfare minimo che rifugge da visioni assistenzialistiche attribuite a misure quali il Reddito di cittadinanza, ossia a interventi che si fondano pi\u00f9 su un riconoscimento di un diritto e meno sul criterio della meritevolezza (in chiave nazionale).<br \/>\nQuesto quadro politico ha creato un terreno favorevole al radicarsi di una forma rinnovata e aggressiva di sciovinismo del welfare, ma il fallimento delle politiche che ne conseguono \u00e8 evidente anche in termini economici, oltre che etici e politici. L\u2019importanza (o la necessit\u00e0) del contributo degli immigrati sul piano occupazionale e demografico \u00e8 ormai riconosciuta anche da alcune formazioni politiche di centro-destra pi\u00f9 radicate nei territori, che antepongono la concretezza della gestione politica-amministrativa alle battaglie ideologiche. Lo stesso governo nazionale, nel suo primo anno di storia, ha palesemente sconfessato i proclami scomposti dei suoi esponenti, tutti improntati al contrasto intransigente dell\u2019immigrazione, approvando un decreto flussi superiore nei numeri a quello del 2022, anche se ancora insufficiente a soddisfare la domanda di manodopera. Decreto che, mentre prospetta una qualche apertura, perpetua l\u2019irregolarit\u00e0 come tratto peculiare delle politiche migratorie italiane, accompagnandosi a orientamenti fortemente ostili allo\u00a0<i>ius soli\u00a0<\/i>o\u00a0<i>scholae\u00a0<\/i>e alla negazione della protezione temporanea per ragioni umanitarie. In questa prospettiva, l\u2019esperienza della migrazione non viene declinata in alcun modo nei termini di un diritto, ma come una concessione elargita dallo Stato in relazione alle proprie necessit\u00e0 e profilata secondo logiche di affinit\u00e0 culturale: possono entrare quelli che sanno integrarsi facilmente senza creare problemi di sicurezza, gli sfollati bianchi cristiani spesso di sesso femminile (come ha mostrato la vicenda ucraina), i bambini africani malnutriti o adottati mentre restano invisi gli adolescenti musulmani, considerati tendenzialmente aggressivi e radicalizzabili.<br \/>\nMai come dopo il voto del giugno 2024, il welfare corporativo \u00e8 arrivato al capolinea. \u00c8 infatti proprio nei paesi rappresentativi di questo modello \u2013 ossia nel cuore dell\u2019Europa, e in particolare in Francia e in Germania, oltre che in Italia \u2013 che i partiti della destra estrema si affermano in modo clamoroso. Si tratta di contesti dove, storicamente, il welfare state \u00e8 riuscito a proteggere le fasce tradizionalmente pi\u00f9 forti e organizzate del mondo del lavoro \u2013 quelli che una volta si chiamavano \u00abi garantiti\u00bb \u2013 ma dove oggi non \u00e8 pi\u00f9 in grado di farlo o non ne ha la volont\u00e0: per via dei continui tagli alle risorse dedicate, per la pressione delle altre domande di intervento sociale da parte di gruppi sociali emergenti, per la perdita di centralit\u00e0 simbolica e culturale (in ultima istanza, di futuro) della composita classe operaia e di parte del ceto medio di questi paesi.<br \/>\nLa soluzione liberale-liberista, visti anche i magri risultati delle formazioni centriste pro-mercato, non appare praticabile. E neppure lo \u00e8 il tentativo dei partiti socialisti di eludere il problema spostando la risposta sul piano culturale della difesa generica dei diritti, giocando spesso di rimessa su temi specifici seppure importanti (nel caso italiano il salario minimo, la sanit\u00e0 pubblica, la difesa dell\u2019ambiente), ma al di fuori di un progetto politico-economico pi\u00f9 complessivo, capace di indicare uno sbocco alla crisi del capitalismo democratico e volto a proteggere ci\u00f2 che si ritiene siano gli interessi dei cittadini nazionali.<br \/>\nNon che il piano culturale non conti: la destra radicale ha guadagnato consensi proprio offrendo una \u00abvisione\u00bb del futuro, ma, a differenza delle controparti mainstream, \u00e8 stata in grado di posizionare questa visione in modo efficace dentro un immaginario che, al di l\u00e0 della sua credibilit\u00e0 effettiva, promette di sanare il\u00a0<i>vulnus\u00a0<\/i>socioeconomico aperto dalle crisi e da presunte \u00e9lite che comandano nell\u2019ombra. Come leggere, altrimenti, l\u2019insistenza ossessiva sullo sciovinismo \u2013 che \u00e8 la risposta \u00abconcreta\u00bb a problemi reali quali la crescita delle disuguaglianze, il declino del welfare pubblico, l\u2019impreparazione delle societ\u00e0 occidentali di fronte alla pressione migratoria \u2013 i cui effetti collaterali (l\u2019esclusione dei non cittadini) vengono fatti digerire a una fascia di elettori ben pi\u00f9 ampia della destra identitaria proprio grazie a un abile lavoro di tessitura culturale del vestito stretto (ce n\u2019\u00e8 solo per noi e non per quelli \u00abdiversi\u00bb da noi per valori, storia, abitudini, religione).<br \/>\nI risultati delle ultime elezioni nazionali ed europee dovrebbero quindi suggerire alle forze politiche mainstream di ripartire dallo strappo democratico dovuto al logoramento dei diritti sociali, vecchi e nuovi. Uscendo da scorciatoie inefficaci che strizzano l\u2019occhio alla tecnocrazia (i liberali), a identit\u00e0 sociali a-conflittuali (i socialisti) o al rifugio del tradizionalismo etico (i conservatori), per riprendere il coraggio di confrontarsi su posizioni alternative di societ\u00e0 nella dinamica classica del governo-opposizione, e non sotto la copertura delle grandi alleanze.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/gliasinirivista.org\/prima-agli-italiani-lo-sciovinismo-allassalto-del-welfare\/\">https:\/\/gliasinirivista.org\/prima-agli-italiani-lo-sciovinismo-allassalto-del-welfare\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GLI ASINI (Dario Tuorto,\u00a0Enrica Morlicchio,\u00a0Enrico Gargiulo) Illustrazione di Andrea De Franco L\u2019articolo\u00a0\u00e8 tratto dal libro in uscita degli autori\u00a0Prima agli italiani. Welfare, sciovinismo e risentimento, Il Mulino, 2024. 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