{"id":88999,"date":"2025-02-11T10:00:15","date_gmt":"2025-02-11T09:00:15","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=88999"},"modified":"2025-02-11T08:26:03","modified_gmt":"2025-02-11T07:26:03","slug":"un-mondo-in-rivolta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=88999","title":{"rendered":"Un mondo in rivolta"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di DOPPIOZERO (Gianluca Solla)<\/strong><\/p>\n<div class=\"max-w-[838px]\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"clearfix text-formatted field field--name-body field--type-text-with-summary field--label-hidden field__item\">\n<p>In alcune delle sue straordinarie pagine sulla sollevazione spartachista a Berlino nel 1919 da parte del gruppo costituitosi attorno a Rosa Luxemburg e a Karl Liebknecht, Furio Jesi si interroga sulla differenza tra rivolta e rivoluzione. Jesi mostra come essa derivi da una diversa esperienza del tempo, a cui ciascuna di loro apre: la rivolta corrisponde a \u201cun improvviso scoppio insurrezionale\u201d; non deve necessariamente mancare di un progetto a lungo termine, ma di per s\u00e9 non lo implica. Diversamente, la rivoluzione \u00e8 \u201cun complesso strategico di movimenti insurrezionali coordinati e orientati a scadenza relativamente lunga verso gli obiettivi finali\u201d. A distanza di pi\u00f9 di mezzo secolo dalla stesura del manoscritto di\u00a0<em>Spartakus. Simbologie della rivolta<\/em>, la preferenza di Jesi per la rivolta diventa per noi una sorta d\u2019intuizione premonitoria: \u00e8 la rivolta, non la rivoluzione, a essere la chiave di lettura delle tensioni politiche e delle loro espressioni del nostro presente, che siano assalti ai parlamenti, occupazioni di strada, manifestazioni di piazza o quant\u2019altro. \u00c8 il carattere fulmineo delle rivolte \u2013 pi\u00f9 della strategia a lungo raggio della rivoluzione \u2013 a costituire la vera cifra e, in un certo senso, il sintomo pi\u00f9 profondo della nostra epoca. L\u2019hanno intuito in molti e molte che si sono occupati del tema in questi ultimi anni: pi\u00f9 vicino a noi penso al\u00a0<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/speciali\/rivolte\">dossier che questa rivista ha dedicato al tema della rivolta<\/a>\u00a0o al fortunato libro di Pierandrea Amato,\u00a0<em>La rivolta<\/em>\u00a0(Cronopio editore) o anche ad almeno uno dei numeri di \u201cK. Revue trans-europ\u00e9enne de philosophie et arts\u201d,\u00a0<a href=\"https:\/\/revue-k.univ-lille.fr\/numero-3.html\">dedicato alla rivolta spartakista<\/a>.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"align-center\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/51XJL2C8P3L._SL1500_.jpg\" alt=\"j\" width=\"780\" height=\"1225\" data-entity-uuid=\"d6c078e2-3c3e-42b0-b41e-c405e90be192\" data-entity-type=\"file\" \/>Come Jesi sapeva, la rivolta non si misura su ci\u00f2 che conquista, ma sulla sua capacit\u00e0 di instaurare un tempo in cui \u201ctutto ci\u00f2 che si compie vale per se stesso, indipendentemente dalle sue conseguenze\u201d. Semplificando molto, si potrebbe dire che quella delle rivolte \u00e8 un\u2019esperienza dell\u2019immanenza, che vale per ci\u00f2 che si realizza nel tempo che dura la rivolta stessa, non su quanto essa riesce a guadagnare. Il paradigma rivoluzionario corrisponde, invece, a un atto che, bench\u00e9 umano, \u00e8 sostanzialmente trascendente: il suo intervento nel tempo storico arriva quasi da un fuori della storia, per modificarla. Ma se interviene nella storia \u00e8 perch\u00e9, come Jesi aveva ben intuito, nutre una profonda credenza nell\u2019esistenza della storia. E forse questa \u00e8 una prima evidenza di ci\u00f2 che le rivolte ci mostrano: una perdita irreparabile tale per cui il nostro tempo non crede pi\u00f9 all\u2019esistenza della storia, a un grande orizzonte che sia capace di dare senso alle nostre azioni. Per la rivolta questo senso \u2013 ammesso si trovi \u2013 dev\u2019essere tutt\u2019al pi\u00f9 cercato qui e ora, perch\u00e9 un altro tempo o un altro dove non sono dati. Da qui il carattere rabbioso e disperato delle rivolte, il loro tratto estemporaneo e improvvisato, laddove la strategia rivoluzionaria richiederebbe ben altra lucidit\u00e0 e ben altra pianificazione. Alla lunga scadenza della rivoluzione la nostra epoca ha dovuto, per forza di cose, sostituire una scadenza sempre pi\u00f9 breve; alla credenza nella storia e nella concatenazione di cause ed effetti storici, la rivolta si pone dal lato della sospensione del tempo storico ossia del riconoscimento che gli uomini e le donne impegnate nel cambiamento politico e nelle proteste non possono pi\u00f9 prevedere le conseguenze dei loro atti. \u00c8 il suo carattere spontaneo che \u00e8 per Jesi capace di disattivare le componenti della stessa ideologia che ha dato origine alla rivolta, destituendola di significato e di importanza (non facendo di una sua eventuale mancanza un impedimento). Cos\u00ec la rivolta non \u00e8 la realizzazione di una teoria, ma un\u2019invenzione al di fuori dal cono d\u2019ombra che l\u2019ideologia stessa potrebbe proiettare sugli eventi. Cos\u00ec, se la rivoluzione presuppone un soggetto (il proletariato, nei termini marxiani), la rivolta si pone dal lato di un popolo che ancora non c\u2019\u00e8 e che si autorealizza solo in seno alla rivolta stessa. Esiste con essa e con essa scompare. Essa realizza l\u2019invenzione di una collettivit\u00e0 (e di modi della collettivit\u00e0) che prima non esistevano.<\/p>\n<p>\u00c8 impossibile non pensare alle memorabili pagine di Jesi leggendo questo\u00a0<a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/storia\/storia-contemporanea\/se-noi-bruciamo-vincent-bevins-9788806263973\/\"><em>Se noi bruciamo. Dieci anni di rivolte senza rivoluzione<\/em><\/a>\u00a0(Einaudi) di Vincent Bevins o come recita il titolo originale:\u00a0<em>un decennio di proteste di massa e la rivoluzione mancante<\/em>. Sulla base di una presenza sul campo e di un numero consistente di interviste, il libro realizza una ricostruzione del decennio di rivoluzioni mancate 2010-2020. Contestualmente l\u2019autore offre anche una ricognizione delle forme della protesta, dei modi e dei tempi, dell\u2019influenza dei social media e dell\u2019informazione, oltre che delle impasse su cui quei movimenti hanno trovato il loro limite.<\/p>\n<p>L\u2019energia politica dello scontento, della diseguaglianza e della sua ricerca di migliori condizioni di vita si incanala nella protesta a cui manca, appunto, una dimensione rivoluzionaria. Pure quell\u2019energia non smette di cercare le sue forme espressive in un mondo in cui la credenza in un orizzonte storico e nello stesso futuro manca o manca comunque di profondit\u00e0. Ci\u00f2 che\u00a0<em>Se noi bruciamo<\/em>\u00a0mette a fuoco nella sua estesa indagine giornalistica \u00e8 come nella durata dei movimenti di protesta intervenga un fattore \u2013 quello temporale, appunto \u2013 in forza del quale le stesse rivolte sono da un lato costrette a dotarsi di un assetto organizzativo, dall\u2019altro non sono fenomeni gi\u00e0 decisi in anticipo, ma vengono attraversati da altri movimenti, correnti, opinioni e, perch\u00e9 no?; fake news che influenzano il corso stesso delle proteste. Che siano le proteste di piazza Tahrir al Cairo o quelle di Gezi Park a Istanbul, le cosiddette primavere arabe o le manifestazioni in Brasile o a Hong Kong, con tutte le loro differenze, esse incarnano la speranza di travolgere un mondo di ingiustizie e di crescenti diseguaglianze, senza spesso riuscire a immaginarsi un mondo a venire, ma avendo ben chiara la propria sete di equit\u00e0 e la fame di un riconoscimento effettivo e non solo formale dei propri diritti. La persistenza e il numero di questi fenomeni, diffusi in tutto il pianeta, non consentono di considerarli delle eccezioni. Essi sono, tutt\u2019al pi\u00f9, l\u2019ulteriore conferma del principio per cui lo stato d\u2019eccezione \u00e8 diventato una norma. Quelle che sono state condizioni straordinarie e temporanee si trasformano gradualmente in una pratica costante. La stessa frequenza del concetto di \u201ccrisi\u201d nei discorsi contemporanei rappresenta un\u2019evidenza sintomatica di questo stato di cose, in cui la distinzione tra \u201cordinario\u201d ed \u201ceccezionale\u201d si confonde o scompare del tutto.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"align-center\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/611J-6F5w0L._SL1455_.jpg\" alt=\"k\" width=\"780\" height=\"1135\" data-entity-uuid=\"519f8d4e-6f5f-476f-b46d-f92d98ec19d5\" data-entity-type=\"file\" \/>In tutto questo colpisce come all\u2019inizio anche i soggetti che partecipano alle manifestazioni non sappiano bene perch\u00e9 siano l\u00ec. Hanno forse avvertito che la strada ha cominciato a parlare una lingua che corrisponde al loro malessere? In che modo la copertura mediatica ha un suo impatto sulla partecipazione alle rivolte? E in che modo una copertura mediatica tradizionale non \u00e8 pi\u00f9 all\u2019altezza della complessit\u00e0 delle manifestazioni di strada? Sono tra le giuste domande che guidano l\u2019indagine di\u00a0<em>Se noi bruciamo<\/em>. Ma c\u2019\u00e8 una domanda in particolare a essere cara all\u2019autore. \u201cIl particolare repertorio di conflitti diventato tanto diffuso dal 2010 e 2020 da sembrare quasi naturale \u2013 proteste di massa apparentemente spontanee, coordinate digitalmente, organizzate in modo orizzontale e senza leader \u2013 ha funzionato molto bene per aprire varchi nelle strutture sociali e creare i vuoti politici\u201d. La domanda che si pone \u00e8 quali siano le forze che all\u2019ombra di una rivolta si preparano per occupare quei vuoti. In Egitto \u2013 osserva Bevins \u2013 \u201csono stati i militari. In Bahrain sono stati l\u2019Arabia Saudita e il Consiglio di cooperazione del Golfo. A Kiev si \u00e8 trattato di un gruppo diverso di oligarchi ed \u00e8 rimasto un po\u2019 di spazio anche per i militanti nazionalisti ben organizzati\u201d e cos\u00ec via. La diagnosi su cui il libro converge afferma, in altre parole, che le manifestazioni di strada o le proteste di massa danno vita a situazioni potenzialmente esplosive (\u201crivoluzionarie\u201d le definisce Bevins, con una certa confusione concettuale), ma per lo pi\u00f9 non sono attrezzate a trarre vantaggio dalla novit\u00e0 politica o dal vuoto che hanno creato. Sono sempre altri soggetti e altre forze a incaricarsi di questo compito. In fondo \u00e8 questa l\u2019impasse in cui resta bloccata la reportistica del libro: c\u2019\u00e8 un quantum di potere, che \u00e8 mobile ed \u00e8 reso fragile dalle proteste; i soggetti delle rivolte non sono in grado di intercettarlo o lo sono assai raramente; altri soggetti politici si impongono sulla scena, non sempre migliori di quelli che sono stati destituiti dalle proteste pubbliche. Risuona, tra le righe, il vecchio \u2013 e per molti versi comprensibile \u2013\u00a0<em>refrain<\/em>: la rivolta crea situazioni che non \u00e8 in grado di gestire politicamente o di sfruttare ai fini della realizzazione delle proprie aspirazioni. E non ci riesce perch\u00e9 essa impegna un coacervo di soggetti senza un denominatore comune. Quello che per Jesi era la grande mossa destituente della rivolta \u2013 mobilitare un popolo che prima non c\u2019era \u2013 nella critica ordinaria diventa l\u2019occasione per invocare un soggetto unitario della politica, la cui evenienza \u00e8 pi\u00f9 rara della riapparizione dei dinosauri, o misurare la rivolta che pure \u00e8 il tema del libro sul fondo del suo funzionamento. Ovvero, come intitolava il\u00a0<em>Corriere della sera<\/em>\u00a0un\u2019anticipazione dell\u2019uscita italiana del libro, a dominare \u00e8 l\u2019idea che le rivolte siano sempre e comunque \u201crivolte naufragate\u201d. Cos\u00ec Bevins scrive, la rivolta \u201cha preso la forma della distruzione di propriet\u00e0 e degli scontri con la polizia. In che modo questo particolare repertorio \u00e8 diventato egemonico? Perch\u00e9 nel periodo 2010-2020 la \u00abprotesta\u00bb globale ha assunto cos\u00ec spesso questo aspetto? In un certo senso, il mistero non \u00e8 solo perch\u00e9 questo insieme di conflitti non abbia funzionato, ma perch\u00e9 abbiamo pensato che potesse funzionare\u201d. Se anche non si volesse disconoscere a questo modo di argomentare una sua ragione, bisognerebbe pure riconoscerne la legittimit\u00e0 solo all\u2019interno di quel paradigma storico che metteva un cosiddetto orizzonte a disposizione delle aspirazioni politiche pi\u00f9 o meno ideali. Altra cosa \u00e8 ragionare a partire dall\u2019assenza di questo orizzonte che caratterizza il nostro presente e nel diffuso clima apocalittico dei nostri giorni. \u00c8 l\u2019idea stessa del \u201cfunzionare\u201d e del \u201cnon ha funzionato\u201d che tradisce l\u2019incapacit\u00e0 di comprendere l\u2019evidenza sintomatica che la sua indagine ha pure contribuito a mettere in luce in maniera sistematica. Ci\u00f2 che il libro finisce per fare \u00e8 registrare una diffusa e confusa fenomenologia delle rivolte, condendola con storie personali e una varia aneddotica da reportistica di guerra, senza riuscire a fornire una vera chiave di lettura del presente.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 a fondo, la questione resta se una ricostruzione di questo tipo non finisca per tradursi nell\u2019espressione estenuata di un\u2019impotenza politica, gi\u00e0 per altro diffusa e leggibile come vero sintomo della nostra epoca in affanno. Penso soprattutto a quelle generazioni che sono oggi alla ricerca di un proprio gesto politico, non condizionato o il meno influenzato possibile dalle forme passive e rinunciatarie o di disinteresse e apatia, che le circondano. Occorre forse accostare la lettura di\u00a0<em>Se noi bruciamo<\/em>\u00a0a un piccolo saggio, uscito di recente per le edizioni di Cronopio,\u00a0<em>Il Disertore<\/em>\u00a0di Francesco Misiano. Si tratta del discorso che Misiano stesso, allora deputato socialista, tenne alla Camera nel 1920 in difesa del suo atto di disertare i fronti della Grande Guerra. Quella di Misiano \u00e8 una storia straordinaria e di estrema attualit\u00e0 che \u00e8 stata tirata fuori dagli archivi dalla sapiente cura di Luca Salza. Senza poter in questo contesto approfondire tutta la portata del gesto della diserzione, ricorderemo solo che Misiano rifiutava la guerra tra i popoli, avendo invece partecipato attivamente alla guerra di classe, prendendo parte all\u2019insurrezione spartachista a Berlino nel 1919, di cui ci parla Jesi nel libro citato in apertura.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"align-center\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/71IipujQeyL._SL1420_.jpg\" alt=\"k\" width=\"780\" height=\"1108\" data-entity-uuid=\"cbe0e308-efbe-4c98-b4c6-3cc2b246fa98\" data-entity-type=\"file\" \/>Che cosa sia singolare nella vicenda di Misiano e che cosa ci mostri rispetto al tema della rivolta, \u00e8 forse da ricercare proprio nella postura del rifiuto, del sabotaggio, del no. \u201cI \u201cmorti di fame\u201d di una parte, disertando il comando di guerra dei loro governi, fuggendo dalla trincea in cui sono stati costretti\u201d aprono a \u201cuna possibilit\u00e0 della fuga che dischiude un nuovo mondo sempre inedito\u201d. Nella sua posizione di internazionalista, Misiano sa che la guerra \u00e8 un\u2019espressione degli stati borghesi che, quando si dichiarano guerra, lo fanno esclusivamente per il proprio interesse, sacrificando le masse popolari. La guerra di tali stati non era e non sarebbe mai stata capace di portare alcuna emancipazione politica. Cos\u00ec, ci\u00f2 che il libro di Misiano-Salza ci mostra, al di l\u00e0 dello stigma che ancora oggi segna la parola \u201cdisertore\u201d e \u201cdiserzione\u201d, \u00e8 come oggi pi\u00f9 che mai occorra interrogarsi sul senso delle parole che gravano sulle nostre opinioni e sulle scelte, indicando la necessit\u00e0 di un\u2019<em>invenzione<\/em>\u00a0che sia un esperimento politico in tempi di conformismo crescente. Non era l\u2019unico, Misiano. Come Salza ricorda nella sua lunga e meditata prefazione, \u201cin un romanzo come\u00a0<em>Viaggio al termine della notte\u00a0<\/em>[\u2026] diventa evidente che per combattere la guerra<em>\u00a0<\/em>bisogna innanzitutto scrollarsela di dosso, estirparla da dentro di s\u00e9. [\u2026] Con Foucault, potremmo dire che Misiano stia costruendo una forma di resistenza al potere politico che non \u00e8 dialettica, ma che si dispiega a partire da pratiche etiche, da un lavoro su se stessi, da una trasformazione della propria esistenza\u201d.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"py-6\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"field field--name-field-immagini-media field--type-entity-reference field--label-hidden field__items\">\n<div class=\"field__item\">\n<article class=\"media media--type-image media--view-mode-articolo\">\n<div class=\"field field--name-field-media-image field--type-image field--label-hidden field__item\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/styles\/r_articolo_mobile_w500\/public\/978880626397HIG.jpeg.webp?itok=NbLgB_FR\" \/><\/div>\n<\/article>\n<div><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/un-mondo-in-rivolta\">https:\/\/www.doppiozero.com\/un-mondo-in-rivolta<\/a><\/strong><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di DOPPIOZERO (Gianluca Solla) In alcune delle sue straordinarie pagine sulla sollevazione spartachista a Berlino nel 1919 da parte del gruppo costituitosi attorno a Rosa Luxemburg e a Karl Liebknecht, Furio Jesi si interroga sulla differenza tra rivolta e rivoluzione. 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