{"id":89577,"date":"2025-03-24T10:30:16","date_gmt":"2025-03-24T09:30:16","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=89577"},"modified":"2025-03-23T23:26:54","modified_gmt":"2025-03-23T22:26:54","slug":"la-germania-e-tornata-berlino-guida-la-corsa-al-riarmo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=89577","title":{"rendered":"La Germania \u00e8 tornata: Berlino guida la corsa al riarmo"},"content":{"rendered":"<p><strong>da TERMOMETRO GEOPOLITICO (Giacomo Gabellini)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-89578\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/IMG_0409-300x174.jpeg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"174\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/IMG_0409-300x174.jpeg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/IMG_0409-1024x592.jpeg 1024w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/IMG_0409-768x444.jpeg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/IMG_0409.jpeg 1200w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p>Con un piano da 900 miliardi di euro, il settore bellico prende il posto dell\u2019automotive in crisi, diventando la nuova locomotiva industriale tedesca. E trascina l\u2019Europa verso un\u2019economia di guerra.<\/p>\n<p>Dopo il piano da 102 miliardi di euro del 2022, la Germania accelera la sua svolta militarista. Il programma da 900 miliardi di euro presentato dal cancelliere in pectore Friedrich Merz ridefinisce l\u2019industria tedesca, spostando il baricentro dalle automobili alle armi. Aziende come Rheinmetall riconvertono stabilimenti automobilistici in industrie militari, mentre Volkswagen valuta di cedere impianti inattivi a produzioni belliche. Di pari passo, la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen promuove il piano ReArm Europe da 800 miliardi. Il comparto della difesa del Vecchio continente \u00e8 per\u00f2 sempre pi\u00f9 integrato nel complesso militare-industriale statunitense, con colossi finanziari americani che dominano l\u2019azionariato delle principali aziende europee.<\/p>\n<p>\u00abLa Germania \u00e8 tornata!\u00bb ha proclamato Friedrich Merz, ex alto dirigente di BlackRock nonch\u00e9 esponente di vertice della Cdu e cancelliere tedesco in pectore, quando ha presentato al Bundestag e alla popolazione tedesca il piano di riarmo nazionale da 900 miliardi di euro messo a punto dal suo partito. Per quanto clamorosa e destinata a lasciare pesanti strascichi, l\u2019uscita di Merz si colloca in realt\u00e0 nel solco tracciato dal precedente governo tedesco.<\/p>\n<p>Il 27 febbraio 2022, ad appena tre giorni dall\u2019avvio di quella che Vladimir Putin definisce Operazione militare speciale russa in Ucraina, il cancelliere Olaf Scholz aveva proclamato l\u2019immediato adeguamento della spesa militare tedesca al limite minimo previsto dal Trattato del Nord Atlantico. Il tutto nel contesto di un piano di riarmo da 102 miliardi di euro, ancorato direttamente alla Costituzione tedesca.<\/p>\n<p>A sua volta, l\u2019annuncio di Scholz segnava un vero e proprio spartiacque storico. La cosiddetta Zeitenwende concludeva formalmente l\u2019epoca post-bellica caratterizzata da un diffuso anti-militarismo e da un assai ridotto grado di legittimazione della Bundeswehr. Il cambio di rotta destinato a rendere il bilancio della difesa tedesco il terzo per dimensioni su scala globale palesava urbi et orbi l\u2019ambizione tedesca di costituire in maniera unilaterale uno strumento militare potente e soprattutto autonomo. Non necessariamente compatibile, cio\u00e8, con le regole \u00abnon scritte\u00bb della Nato, istituita nell\u2019aprile 1949 al fine, come spiegato dal suo primo segretario generale Lord Ismay, \u00abto keep the Soviet Union out, the Americans in, and the Germans down\u00bb. Ossia di \u00abtenere l\u2019Unione sovietica fuori (dall\u2019Europa, nda), gli americani dentro e i tedeschi sotto\u00bb.<\/p>\n<p>Il piano di riarmo definito da Berlino nel 2022 va tuttavia a innestarsi su un processo di espansione del bilancio della difesa risalente al 2015, che il governo guidato dalla cancelliera Angela Merkel implement\u00f2 parallelamente al progetto di costituzione di una forza di difesa comunitaria scollegata dalla Nato, di cui la Bundeswehr avrebbe dovuto rappresentare l\u2019avanguardia. O, meglio, una sorta di ancora (Ankerarmee) rispetto agli eserciti degli Stati limitrofi, con cui le forze armate tedesche hanno sviluppato un elevato livello di cooperazione e interoperabilit\u00e0. E ai quali il complesso militare-industriale germanico (gravitante attorno alle imprese Baainw, ThyssenKrupp, Krauss Maffei Weigmann e Rheinmetall) fornisce parte importante delle attrezzature. Una menzione speciale spetta all\u2019Olanda, la cui decisione di integrare due terzi delle proprie forze armate all\u2019interno delle strutture militari tedesche potrebbe fungere da esempio per gli Stati mitteleuropei.<\/p>\n<p>Il disegno tedesco ha subito una brusca accelerata a partire dai primi mesi del 2017, quando gli analisti della Bundeswehr consegnarono al governo uno studio in cui si esaminavano le tendenze geopolitiche in atto e il loro possibile impatto al 2040. Il settimanale Der Spiegel, entrato in possesso del documento, rivel\u00f2 in proposito che \u00abla Bundeswehr ritiene che la fine dell\u2019Occidente nella sua forma attuale sia una possibilit\u00e0 che potrebbe verificarsi entro i prossimi decenni [\u2026]. Per la prima volta nella storia, questo documento della Bundeswehr mostra come le tendenze nella societ\u00e0 e i conflitti internazionali possano influenzare le politiche di sicurezza tedesche dei decenni a venire\u00bb. Il documento proseguiva prefigurando sei scenari. In uno di questi, intitolato La disintegrazione dell\u2019Unione Europea e la Germania in modalit\u00e0 reattiva, gli autori ipotizzano un mondo nel quale \u00abl\u2019ordine internazionale sar\u00e0 eroso dopo \u201cdecenni di instabilit\u00e0\u201d, i sistemi di valori globali divergeranno e la globalizzazione avr\u00e0 termine [\u2026]. L\u2019ampliamento dell\u2019Unione Europea \u00e8 stato un obiettivo per lo pi\u00f9 abbandonato, gi\u00e0 altri Paesi hanno lasciato il blocco comunitario e l\u2019Europa ha perso la sua competitivit\u00e0 globale [\u2026]. Un mondo sempre pi\u00f9 caotico e propenso al conflitto ha mutato drasticamente il contesto della difesa per la Germania e l\u2019Europa\u00bb. Nel quarto scenario, intitolato Competizione multipolare, \u00abl\u2019estremismo \u00e8 in crescita, con una serie di Paesi europei che tendono ad avvicinarsi al modello di capitalismo statale vigente in Russia\u00bb. E nel quinto scenario, intitolato Oriente contro Occidente, \u00abalcuni Paesi orientali dell\u2019Unione Europea hanno bloccato il processo di integrazione europea mentre altri hanno gi\u00e0 aderito al blocco orientale\u00bb.<\/p>\n<p>In tutti gli scenari presi in esame, la risposta caldeggiata dagli analisti della Bundeswehr alla prospettiva di un aumento del caos e della conflittualit\u00e0 internazionale consisteva nel potenziamento dell\u2019esercito. Obiettivo da attuare attraverso il progressivo incremento delle spese militari inaugurato nel 2015 e l\u2019inquadramento nei ranghi delle forze armate di cittadini di altri Paesi europei che risiedano da diversi anni in Germania. L\u2019ex presidente Horst Kohler spiegava che si trattava di uno sforzo necessario per \u00abun Paese delle nostre dimensioni, con il suo orientamento verso il commercio estero, e perci\u00f2 dipendente dal commercio estero. Occorre essere consapevoli che, in caso di urgenza, si render\u00e0 necessario schierare l\u2019esercito per difendere i nostri interessi, quali ad esempio proteggere le rotte del libero commercio o prevenire instabilit\u00e0 regionali che avrebbero un impatto negativo nei confronti della nostra capacit\u00e0 di salvaguardare il commercio, il lavoro e i salari\u00bb.<\/p>\n<p>Alcune personalit\u00e0 tedesche di spicco si sono persino spinte a caldeggiare la trasformazione della Bundesrepublik in una potenza atomica, una vecchia aspirazione tramontata per effetto delle politiche condotte dal generale Charles de Gaulle. La decisione del presidente della Quinta repubblica francese di mettere autonomamente a punto la force de frappe aveva costretto la Germania ad accontentarsi della \u00abcondivisione nucleare\u00bb nell\u2019ambito della Nato. Bonn si era anche trovata a dover accettare un ruolo limitato nella pianificazione e nell\u2019eventuale impiego di armi non convenzionali da parte dell\u2019Alleanza Atlantica. \u00abAl piccolo fantoccio\u00bb comment\u00f2 sarcasticamente Franz Josef Strauss nelle sue memorie, \u00abfu concesso di sfilare insieme alla fanfara militare con la sua tromba giocattolo, facendogli credere di suonare la grancassa\u00bb.<\/p>\n<p>Un\u2019umiliazione conclamata, attestante lo status di Paese a sovranit\u00e0 limitata a cui la Germania \u00e8 rimasta inchiodata per tutto il periodo post-bellico. Viceversa, \u00abl\u2019indipendenza richiede che la Germania si doti di una deterrenza nucleare. La cosa rientra nei nostri vitali interessi nazionali\u00bb, ha affermato in pubblico pi\u00f9 di recente, nel 2019, il maggiore della Bundeswehr Maximilian Terhalle, facendo eco al deputato della Cdu Roderich Kiewesetter (vicino al complesso militare-industriale tedesco) e al direttore della Frankfurter Allgemeine Zeitung Berthold Kohler. Gi\u00e0 nel novembre 2016, quest\u2019ultimo aveva esortato i tedeschi a \u00abpensare l\u2019impensabile\u00bb, alludendo proprio all\u2019allestimento di un arsenale atomico tedesco.<\/p>\n<p>A sua volta, l\u2019arma nucleare si sarebbe configurata come la punta di lancia dell\u2019Ankerarmee, la forza militare con il compito di \u00abancorare\u00bb la Germania. Una punta di lancia intesa come prolungamento militare della vecchia idea di Kerneuropa (il nucleo di Paesi europei fondatori pi\u00f9 integrati), rivisitata nel 2015 dal ministro della Difesa tedesco Ursula Von Der Leyen. Al centro della visione dell\u2019attuale presidente della Commissione europea c\u2019era l\u2019espressione \u00abguida dal centro\u00bb, ispirata a sua volta al concetto di \u00abpotenza del centro\u00bb, coniato dallo storico e politologo Herfried M\u00fcnkler.<\/p>\n<p>Il quadro strategico dipinto dal conflitto russo-ucraino e dalla radicale alterazione della postura statunitense nei confronti dell\u2019Europa dall\u2019amministrazione Trump, votata a un graduale disimpegno in un\u2019ottica che qualifica l\u2019Alleanza Atlantica come camicia di forza ormai anacronistica. Dinamiche che hanno rinvigorito queste tendenze, di cui il piano di riarmo varato da Scholz nel 2022 costituisce una trasposizione.<\/p>\n<p>Stesso discorso vale per il programma da 900 miliardi di euro predisposto da Merz, che implica la rimozione dei vincoli all\u2019indebitamento integrati nel 2009 nella Legge fondamentale della Repubblica per porre lo Stato nelle condizioni di raccogliere capitali da convogliare in due distinti fondi d\u2019investimento. Il primo dovrebbe occuparsi di manutenzione e ammodernamento delle infrastrutture, mentre il secondo del potenziamento della Bundeswehr. La Bundesbank, dal canto suo, ha avanzato una proposta di riforma atta a incrementare significativamente le capacit\u00e0 di indebitamento di Berlino (dallo 0,35 all\u20191,4% del Pil), a condizione che il debito pubblico non superi la soglia del 60% del Pil.<\/p>\n<p>L\u2019aggiustamento concepito dalla Banca centrale tedesca, che autorizzerebbe il governo federale a contrarre prestiti aggiuntivi per un ammontare di circa 220 miliardi entro il 2030, non soddisfaceva tuttavia i requisiti minimi fissati da Merz. Ecco quindi che il cancelliere in pectore ha cercato e ottenuto il consenso della maggioranza qualificata al Bundestag per lanciare il suo ambizioso progetto destinato a orientare l\u2019apparato produttivo tedesco verso un\u2019economia di guerra.<\/p>\n<p>Detto in altri termini, la Cdu intende trasformare la spesa militare nel volano fondamentale per l\u2019intero tessuto industriale tedesco. E potrebbe verosimilmente trovare nella Spd una valida sponda per conseguire l\u2019obiettivo. Lo si evince dalle dichiarazioni formulate nel maggio 2024 da Boris Pistorius. Secondo il ministro della Difesa, il piano di riarmo predisposto dal suo governo risultava imprescindibile per rendere la Germania \u00abpronta alla guerra entro il 2029\u00bb, in quanto \u00abnon dobbiamo credere che Putin si fermer\u00e0 ai confini dell\u2019Ucraina\u00bb.<\/p>\n<p>Pistorius sosteneva che occorreva pertanto operare a fondo a livello di software (uomini ed equipaggiamento di base), dove la Bundeswehr rimaneva poco pi\u00f9 di un\u2019\u00abaccozzaglia di aggressivi campeggiatori\u00bb, come l\u2019aveva definita nel settembre 2012 un ufficiale britannico. Lo conferma ancor oggi un recente rapporto redatto dal Bundestag, in cui si denuncia una carenza cronica e strutturale di elmetti, giubbotti antiproiettile, giacche invernali\u2026<\/p>\n<p>Il discorso cambia invece se si considera la struttura hardware (mezzi militari), destinata non a caso ad assorbire gran parte dei piani di riarmo tedeschi, con effetti che si sono gi\u00e0 rivelati assolutamente dirompenti. La societ\u00e0 franco-tedesca Knds ha annunciato l\u2019acquisizione di uno stabilimento ferroviario per adattarlo alla produzione di veicoli blindati, collocandosi nel solco tracciato da Rheinmetall. Quest\u2019ultima ha gi\u00e0 attuato un piano di conversione in fabbriche di armi e munizioni di due suoi impianti preposti alla produzione automobilistica.<\/p>\n<p>La decisione, spiegano i vertici dell\u2019azienda, scaturisce dalla forte domanda di attrezzature belliche a livello sia domestico sia internazionale, come certificato dall\u2019aumento dell\u2019utile operativo nel settore delle armi e munizioni (pressoch\u00e9 raddoppiato a 339 milioni di euro nei primi nove mesi del 2024), mentre la divisione automobilistica calava del 3,8%.<\/p>\n<p>Volkswagen, identificata fino a ieri come l\u2019emblema globale della Germania, ha accusato una caduta di gran lunga pi\u00f9 pesante (pari al 30,6% su base annua). Cos\u00ec pesante da indurre i vertici dell\u2019azienda ad annunciare la propria disponibilit\u00e0 a sostenere l\u2019incremento della produzione bellica richiesto dai programmi tedeschi, valutando l\u2019opportunit\u00e0 di cedere alcuni stabilimenti inattivi di propriet\u00e0 proprio a Rheinmetall, che li convertirebbe in fabbriche di materiale militare.<\/p>\n<p>Il processo non \u00e8 confinato alla sola Germania. A febbraio, il governo danese ha dichiarato che avrebbe incrementato il bilancio per la difesa a oltre il 3% del Pil nel prossimo biennio. Il Regno Unito ha invece delineato un ruolino di marcia inteso ad aumentare la spesa militare al 2,5% del Pil entro il 2027. Anche l\u2019Italia sta orientandosi nella stessa direzione, con l\u2019esecutivo guidato da Giorgia Meloni che ha convocato alla Camera dei Deputati il presidente di Stellantis, John Elkann, per valutare l\u2019integrazione del gruppo nel programma governativo di riconversione dell\u2019industria automobilistica verso settori ad alto potenziale di sicurezza come la difesa. Come ha spiegato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, l\u2019obiettivo consiste nel \u00absalvaguardare le competenze tecniche e il capitale umano gi\u00e0 formato, indirizzandoli verso settori con una maggiore redditivit\u00e0 e stabilit\u00e0\u00bb, alla luce della profonda trasformazione che sta subendo l\u2019industria dell\u2019auto.<\/p>\n<p>Di pari passo, la Commissione Europea ha lanciato ReArm Europe, un piano di riarmo su scala comunitaria da 800 miliardi di euro. Piano che, per esonerare le spese militari dal Patto di Stabilit\u00e0, implica l\u2019applicazione della clausola di salvaguardia prevista dall\u2019articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell\u2019Unione Europea. La Commissione, dal canto suo, ha autorizzato i Paesi membri a riorientare a beneficio della difesa dei fondi di bilancio originariamente destinati al finanziamento di altri programmi. Ha anche annunciato, per tramite della stessa Von der Leyen, che \u00abl\u2019Europa ha tutto ci\u00f2 che le serve per prendere il comando nella corsa alla competitivit\u00e0\u00bb. La presidente della Commissione ha aggiunto: \u00abQuesto mese, la Commissione presenter\u00e0 l\u2019Unione del risparmio e degli investimenti. Trasformeremo i risparmi privati in investimenti necessari\u00bb a ridurre il divario colossale con gli Stati Uniti, la cui spesa in ricerca e sviluppo supera di 12 volte quella europea. La stessa Von der Leyen ha quindi spiegato che questi investimenti potrebbero \u00abinnescare un vento potente e favorevole per importanti settori\u00bb, come l\u2019informatica quantistica, le reti satellitari, i veicoli senza pilota e l\u2019intelligenza artificiale.<\/p>\n<p>Segno inequivocabile dell\u2019intenzione dei vertici istituzionali europei di affermare il comparto bellico come nuovo driver della crescita. Una presa di posizione che va a scapito dell\u2019automotive, le cui filiere occupano oltre 13 milioni di lavoratori, generando circa l\u20198% del Pil dell\u2019Unione Europea, e sostengono il 32% degli investimenti in ricerca e sviluppo. Il settore automobilistico, tuttavia, dipende dalla domanda privata, flagellata su scala europea dalle politiche di compressione salariale imposte in omaggio al dogma ordoliberista e penalizzata a livello internazionale dai colpi di maglio inferti dagli Stati Uniti \u2013 gi\u00e0 dall\u2019epoca di Barack Obama \u2013 all\u2019assetto liberoscambista.<\/p>\n<p>Sebbene non sia assolutamente in grado di rioccupare il bacino di manodopera tradizionalmente assorbito dall\u2019industria automobilistica, il settore bellico offre il vantaggio di prosperare non sulla domanda privata, ma sulle commesse pubbliche. Cosa che comporta un ruolo pi\u00f9 attivo dello Stato nel condizionamento dei processi economici, se non nel loro indirizzo tout court, ma non necessariamente una maggiore autonomia dell\u2019Europa \u2013 e segnatamente della Germania \u2013 dagli Stati Uniti.<\/p>\n<p>Il caso di Rheinmetall, in proposito, risulta paradigmatico. Soltanto dall\u2019inizio del 2025, l\u2019azienda ha registrato una crescita azionaria del 92,2%, garantendo dividendi proporzionali agli azionisti. La composizione dell\u2019azionariato vede una presenza molto limitata di partecipazioni governative, mentre la maggioranza \u00e8 detenuta da interessi finanziari europei, ma anche statunitensi, riconducibili a colossi del calibro di BlackRock, Bank of America, Goldman Sachs e Capital Group.<\/p>\n<p>Una situazione analoga riguarda altre imprese europee della difesa e comunque connesse alla sfera della produzione bellica. Fra le aziende in crescita troviamo Airbus (12,6% da inizio anno), Kongsberg (27% da inizio anno), Bae Systems (41% da inizio anno), Rolls-Royce (41% da inizio anno), Dassault (45,5% da inizio anno), Saab (58% da inizio anno), Leonardo-Finmeccanica (73,3% da inizio anno) e Thales (76% da inizio anno). Alla penetrazione finanziaria statunitense corrisponde una saldatura \u2013 grazie al sistema del subappalto \u2013 tra le grandi aziende europee operanti nel settore bellico e il complesso militare-industriale Usa, il cui export in Europa \u00e8 letteralmente decollato nel corso degli ultimi anni.<\/p>\n<p>Lo si evince dai dati forniti dallo Stockholm International Peace Research Instute (Spiri), che attestano un consolidamento della supremazia degli Stati Uniti sul mercato globale delle armi. Tra il quinquennio 2015-2019 e quello successivo, la quota statunitense sul totale \u00e8 cresciuta del 21% (dal 35 al 43%) per effetto delle implicazioni dal conflitto-russo ucraino. La guerra ha prodotto un crollo della fetta di mercato globale riconducibile alla Russia (-64%): l\u2019export \u00e8 passato dal 21 al 7,8% del totale. Lo sforzo bellico russo ha assorbito larghissima parte della produzione domestica e trasformato nel contempo l\u2019Ucraina nel principale canale di ricezione di materiale bellico su scala mondiale (8,8% delle importazioni totali).<\/p>\n<p>Il trasferimento massiccio di attrezzature militari a Kiev ha naturalmente imposto ai Paesi europei di ricostituire \u2013 seppur molto parzialmente \u2013 le proprie scorte, in larghissima parte attraverso l\u2019incremento degli acquisti dagli Stati Uniti. Rispetto al quinquennio precedente, l\u2019import europeo di armi \u00e8 aumentato del 155% e la quota di mercato del Vecchio continente presidiata dagli Usa \u00e8 cresciuta dal 52 al 64%.<\/p>\n<p>Le statistiche pubblicate dal Sipri sul punto risentono in misura molto contenuta della corsa al riarmo scatenata dalla guerra in Ucraina, perch\u00e9 non conteggiano ancora i dati relativi agli ordinativi europei di sistemi d\u2019arma complessi che i produttori statunitensi (Lockheed Martin, Boeing, Raytheon, Northrop Grummann, General Dynamics) saranno in grado di consegnare soltanto fra diversi anni. Lo ha sottolineato con forza il ricercatore del Sipri Pieter Wezeman, sottolineando che \u00abgli Stati europei della Nato hanno ordini per quasi 500 aerei da combattimento e molte altre tipologie d\u2019arma dagli Stati Uniti\u00bb, tra cui gli F-35 e i sistemi Patriot.<\/p>\n<p>Ne consegue che l\u2019Europa a guida tedesca sta cercando di costruire consenso politico attorno a un progetto di riarmo generalizzato. Un piano concepito \u2013 o comunque destinato \u2013 non tanto ad affrancare il Vecchio continente dalla dipendenza militare dagli Usa, quanto a spostare il baricentro dell\u2019economia continentale dal consumo privato alla cosiddetta asset price inflation. Ossia alla crescita artificiale del valore degli asset finanziari, trainata dalla spesa bellica.<\/p>\n<p>-di Giacomo Gabellini-<\/p>\n<p>#TGP #Germania #Difesa<\/p>\n<p>[Fonte: https:\/\/krisis.info\/it\/2025\/03\/aree\/europa\/germania\/la-germania-e-tornata-berlino-guida-la-corsa-al-riarmo\/]<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a>https:\/\/www.facebook.com\/plugins\/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FTermGeopol%2Fposts%2Fpfbid02HkdQzsxGDzde6iVn5PzqEbvJqdFvczuGej1rFYDNBoFngbJePxYHP3BLJhSJouK4l&#038;show_text=true&#038;width=500<\/a>&#8220;&gt;http:\/\/<a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/plugins\/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FTermGeopol%2Fposts%2Fpfbid02HkdQzsxGDzde6iVn5PzqEbvJqdFvczuGej1rFYDNBoFngbJePxYHP3BLJhSJouK4l&#038;show_text=true&#038;width=500\">https:\/\/www.facebook.com\/plugins\/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FTermGeopol%2Fposts%2Fpfbid02HkdQzsxGDzde6iVn5PzqEbvJqdFvczuGej1rFYDNBoFngbJePxYHP3BLJhSJouK4l&#038;show_text=true&#038;width=500<\/a><\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da TERMOMETRO GEOPOLITICO (Giacomo Gabellini) Con un piano da 900 miliardi di euro, il settore bellico prende il posto dell\u2019automotive in crisi, diventando la nuova locomotiva industriale tedesca. 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