{"id":90040,"date":"2025-05-09T09:00:41","date_gmt":"2025-05-09T07:00:41","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=90040"},"modified":"2025-05-08T12:25:26","modified_gmt":"2025-05-08T10:25:26","slug":"gli-orfani-inconsolabili-del-libero-scambio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=90040","title":{"rendered":"Gli orfani inconsolabili del libero scambio"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di CONIARE RIVOLTA (redazione)<\/strong><\/p>\n<figure class=\"wp-block-image size-large\" style=\"text-align: justify\"><a href=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/dazi-1.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-5059\" src=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/dazi-1.png?w=1024\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"448\" data-attachment-id=\"5059\" data-permalink=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/2025\/05\/08\/gli-orfani-inconsolabili-del-libero-scambio\/dazi-2\/\" data-orig-file=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/dazi-1.png\" data-orig-size=\"1408,616\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"DAZI\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/dazi-1.png?w=300\" data-large-file=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/dazi-1.png?w=700\" \/><\/a><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify\">All\u2019inizio di aprile sono entrati in vigore i nuovi dazi commerciali decisi dall\u2019amministrazione Trump, ovvero un pacchetto piuttosto corposo di imposte sull\u2019importazione di beni afferenti ad un numero ampio di settori merceologici, prodotti in vari paesi del mondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una seconda ondata di aumenti sarebbe dovuta scattare nel volgere di pochi giorni, ma \u00e8 stata poi all\u2019improvviso sospesa per un periodo di 90 giorni (tutt\u2019ora in vigore), durante il quale l\u2019Amministrazione USA sta intavolando trattative con molti dei paesi coinvolti, tra cui l\u2019Unione Europea. Restano in essere invece dazi molto alti sulle importazioni dalla Cina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per i paesi dell\u2019Unione Europea, ad oggi, risultano in vigore dazi base al 10% su un numero amplissimo di prodotti, nonch\u00e9 dazi gi\u00e0 varati nei mesi precedenti al 25% su acciaio, alluminio e automobili, a fronte di cui l\u2019Unione aveva predisposto\u00a0<a href=\"https:\/\/www.rainews.it\/articoli\/2025\/04\/ue-zero-dazi-usa-avanti-con-i-controdazi-84d3185f-8dea-406e-aca7-671b2898bb75.html\">contro-dazi di entit\u00e0 pari a 22,6 miliardi<\/a>. Questa contromisura, tuttavia, \u00e8 stata sospesa una volta che Trump ha introdotto la proroga di 90 giorni,\u00a0<a href=\"https:\/\/ec.europa.eu\/commission\/presscorner\/detail\/en\/ip_25_1058\">per favorire un negoziato tra le parti<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019alternarsi di annunci e retromarce ha scosso i mercati finanziari, provocando forti oscillazioni e reazioni politiche. In Europa il dibattito sul tema \u00e8 stato confuso e superficiale, ma ha evidenziato aspetti rilevanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si \u00e8 molto parlato molto dei motivi pi\u00f9 importanti che avrebbero indotto il governo Trump a lanciare una linea protezionistica di politica commerciale: dall\u2019esigenza di riequilibrare una bilancia commerciale cronicamente in deficit, al tentativo di rilocalizzare parte dell\u2019enorme quota di produzione delocalizzata all\u2019estero sul territorio statunitense, fino all\u2019uso dei dazi come arma di trattativa e ricatto per ottenere altro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Molto meno si \u00e8 detto, e sempre in maniera superficiale e demagogica, dei profondi e radicati motivi che spiegano la diffusa ostilit\u00e0 e preoccupazione delle \u00e9lite europee nei confronti di questa nuova fase delle relazioni commerciali internazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 doverosa su questo aspetto una breve premessa. I danni economici dei dazi statunitensi in Europa e in Italia, nel breve periodo, ci saranno e saranno direttamente proporzionali alla loro entit\u00e0. La diminuzione delle esportazioni verso gli Stati Uniti non potr\u00e0 che causare una riduzione di domanda non immediatamente compensabile con altri mercati e quindi di produzione, specialmente nei settori pi\u00f9 esposti. Un recente\u00a0<a href=\"https:\/\/lnx.svimez.info\/svimez\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/ITA_SvimezComunica_Feb2025_OK.pdf\">rapporto Svimez per l\u2019Italia<\/a>\u00a0ipotizzava una perdita di circa 54.000 posti di lavoro nell\u2019ipotesi, per ora sospesa, di dazi al 20% sulla generalit\u00e0 dei prodotti. Sicuramente un impatto sociale rilevante e preoccupante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma ovviamente non \u00e8 questo aspetto socio-economico contingente, e che graver\u00e0 sulle spalle di lavoratori e lavoratrici, il vero motivo di preoccupazione che anima politici, economisti\u00a0<em>mainstream<\/em>\u00a0e confindustriali. Il punto \u00e8, piuttosto, cosa comporterebbe l\u2019uscita dal liberoscambismo per il capitale europeo che, proprio sul libero scambio e alcuni suoi corollari che proveremo a snocciolare, ha costruito la sua fortuna nell\u2019ultimo trentennio e oltre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A seconda delle contingenze storiche e internazionali, protezionismo e liberoscambismo vengono usati a correnti alterne dai paesi dominanti per rilanciare, mantenere o proteggere la supremazia del proprio sistema economico. Nelle fasi di consolidata supremazia commerciale industriale e tecnologica il libero scambio internazionale non fa altro che migliorare la posizione dei paesi pi\u00f9 sviluppati che sbaragliano la concorrenza dei sistemi produttivi pi\u00f9 deboli. Nelle fasi di perdita di competitivit\u00e0 internazionale, invece, il protezionismo torna in auge per arginare il declino industriale e tecnologico, esattamente quanto accade oggi negli Stati Uniti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Finch\u00e9 il liberoscambismo conviene, insomma, lo si pratica con passione e lo si sostiene ideologicamente con la narrazione di reciproci e inequivocabili vantaggi generali e interclassisti della cosiddetta globalizzazione. Una favola intessuta di ipocrisia, da brandire all\u2019occorrenza per difendere gli interessi delle classi dominanti. Niente di nuovo sotto il sole. Ci sono per\u00f2 tre elementi fondamentali su cui \u00e8 utile soffermarsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il primo elemento, di una disarmante semplicit\u00e0, risiede nel fatto che la concorrenza internazionale, nel mondo reale, avviene tra imprese che operano in sistemi normativi diversi. Ogni Stato ha diversi livelli salariali, diverse imposte che colpiscono il reddito d\u2019impresa, diverse normative a tutela del lavoro e dell\u2019ambiente. La concorrenza tra imprese a livello globale ha, da decenni, come leve fondamentali, il costo del lavoro e il livello dell\u2019imposizione tributaria. Ci\u00f2 comporta, di per s\u00e9, una fortissima pressione sulle imprese che operano con maggiori \u201ccosti sociali\u201d e spinge inesorabilmente queste ultime ad esercitare su lavoratori e governi una pressione al ribasso su salari, diritti del lavoro e imposte. La stessa pressione verso il basso, del resto, si verifica sistematicamente a causa della libera circolazione dei capitali. La sola minaccia di delocalizzazione produttiva da parte delle imprese mette infatti lavoratori, sindacati e governi del paese di turno in una condizione di ricatto permanente, costringendoli ad accettare condizioni capestro (salariali, normative e fiscali) per non vedere migrare il capitale e con esso migliaia di posti di lavoro e di gettito tributario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Insomma, il libero scambio internazionale, da che capitalismo \u00e8 capitalismo, si esercita in primo luogo attraverso una continua corsa al ribasso su salari, diritti, fiscalit\u00e0 delle fasce di reddito pi\u00f9 ricche e normative di tutela sociale. Si tratta di una storia che nel contesto dell\u2019Unione europea conosciamo bene.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Inoltre, sono altre due le tessere essenziali del puzzle del libero scambio e riguardano il ruolo delle esportazioni e delle importazioni come valvola di sfogo del conflitto di classe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le importazioni, da un lato, consentono ai percettori di bassi redditi del mondo pi\u00f9 ricco di acquistare merci prodotte a bassissimo costo tramite lo sfruttamento del lavoro nei paesi poveri. Ci\u00f2, in una certa misura, permette ai gi\u00e0 vessati salari reali dei paesi pi\u00f9 ricchi di accedere comunque a consumi che, a prezzi pi\u00f9 alti, sarebbero loro negati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dall\u2019altro lato, le esportazioni consentono di ridurre la portata di una delle pi\u00f9 eclatanti contraddizioni del capitalismo: quella per cui comprimendo i salari al massimo i capitalisti segano lo stesso ramo su cui siedono, poich\u00e9 una caduta dei salari (data una maggior propensione al consumo dei redditi medio-bassi rispetto a quelli alti) significa anche una caduta della domanda aggregata di beni e servizi e dunque della possibilit\u00e0 di vendere e fare profitti. La strategia di violenta compressione salariale e di austerit\u00e0, quindi di tagli alla spesa pubblica, seguita dall\u2019Unione Europea ha avuto bisogno di un generale regime liberoscambista affinch\u00e9 la debole domanda interna, vessata da bassi salari e domanda pubblica inesistente, venisse sostituita da una quanto pi\u00f9 copiosa domanda estera. Un\u2019economia a forte vocazione esportatrice pu\u00f2 infatti permettersi la compressione salariale e similmente la compressione della spesa pubblica, risentendo assai meno del problema della carenza della domanda aggregata che verr\u00e0 comunque garantita dagli acquisti esteri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una riduzione delle esportazioni legata ai dazi metterebbe almeno in parte in crisi questo schema.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Inoltre, nella misura in cui i dazi introdotti da un lato della barricata richiamano, come del resto avvenuto, contro-dazi di risposta legati ad esigenze di bilancia commerciale e di opportunit\u00e0 politica, si porrebbe il problema del rincaro delle importazioni, che farebbe venire a galla un altro nodo cruciale delle politiche europee: la totale assenza di una politica industriale di sviluppo e sostegno di settori strategici e-o a forte rilevanza sociale. Per i paesi europei, in sostanza, a causa di una politica che ha da trent\u2019anni fanaticamente cancellato il ruolo dell\u2019intervento pubblico di regolazione e direzione dell\u2019economia, sarebbe estremamente difficile praticare una linea di sostituzione delle importazioni tramite produzione interna. Basti pensare alla totale assenza di un\u2019industria domestica dei software e dei sistemi informatici, al declino di decine di settori industriali o ancora alla totale dipendenza energetica. Tutte conseguenze della dismissione del ruolo dello Stato dall\u2019economia: un altro frutto avvelenato, ma assai desiderato dai padroni, del liberismo e dell\u2019austerit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una stagione in cui il liberoscambismo venga messo in discussione, dunque, sta chiaramente allarmando le \u00e9lite europee, preoccupate di veder messa in difficolt\u00e0 la linfa dei loro profitti, dopo aver per decenni spremuto salari e diritti dei lavoratori e determinato la\u00a0contrazione della domanda domestica, tanto tramite la riduzione della componente pubblica (spesa pubblica) che di quella privata (consumi e investimenti).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Solo e soltanto per questa somma di motivi \u2013 non certo per i timori di un relativamente modesto calo del PIL e di un pur preoccupante aumento temporaneo della disoccupazione \u2013 si levano oggi le grida allarmate di politici, economisti e commentatori vari nei confronti del neo-protezionismo nord-americano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Alla classe lavoratrice, ora come sempre, spetta il compito di non illudersi che diversi tipi di regimi commerciali in quanto tali possano automaticamente garantirle futuri pi\u00f9 rosei di quelli conosciuti fin qui. Un regime che garantisca la piena occupazione e una migliore e pi\u00f9 equa distribuzione del reddito necessita di una messa in discussione generale e complessiva del funzionamento dell\u2019economia interna e degli scambi con l\u2019estero e della costruzione di un sistema economico nuovo, ma solo la riorganizzazione delle lotte sociali pu\u00f2 avvicinarci a questo obiettivo. Non vi sono scorciatoie, tanto meno ne verranno da settori del capitale, in qualsiasi parte del mondo essi risiedano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/2025\/05\/08\/gli-orfani-inconsolabili-del-libero-scambio\/\">https:\/\/coniarerivolta.org\/2025\/05\/08\/gli-orfani-inconsolabili-del-libero-scambio\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONIARE RIVOLTA (redazione) All\u2019inizio di aprile sono entrati in vigore i nuovi dazi commerciali decisi dall\u2019amministrazione Trump, ovvero un pacchetto piuttosto corposo di imposte sull\u2019importazione di beni afferenti ad un numero ampio di settori merceologici, prodotti in vari paesi del mondo. 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