{"id":90553,"date":"2025-06-17T10:00:02","date_gmt":"2025-06-17T08:00:02","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=90553"},"modified":"2025-06-16T16:03:50","modified_gmt":"2025-06-16T14:03:50","slug":"intervista-con-abboud-hamayel-grammatica-della-resistenza-ripensare-la-palestina-oltre-la-pieta-e-la-paura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=90553","title":{"rendered":"Intervista con Abboud Hamayel. Grammatica della resistenza: ripensare la Palestina oltre la piet\u00e0 e la paura"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Pasquale Liguori)<\/strong><\/p>\n<div class=\"post-media post-featured-image\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"inimage-wrapper\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone  wp-image-90554\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/720x410c50-1.jpg\" alt=\"\" width=\"579\" height=\"552\" \/><\/div>\n<\/div>\n<div class=\"entry-content evo-first-article\" style=\"text-align: justify\" data-evolink=\"https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-intervista_con_abboud_hamayel_grammatica_della_resistenza_ripensare_la_palestina_oltre_la_piet_e_la_paura\/5496_61453\/\" data-evotitle=\"Intervista con Abboud Hamayel. Grammatica della resistenza: ripensare la Palestina oltre la piet\u00e0 e la paura - L'Intervista - L'Antidiplomatico\" data-scrollama-index=\"0\">\n<p>\u00c8 sempre pi\u00f9 difficile parlare della Palestina senza scivolare in uno dei due registri dominanti del discorso occidentale: da un lato l\u2019umanitarismo, che commuove ma non destabilizza; dall\u2019altro il realismo strategico, che calcola ma non immagina. In entrambi i casi, la resistenza palestinese viene svuotata: ridotta a patologia emotiva, oppure esclusa dai parametri della razionalit\u00e0 politica. Quando non \u00e8 commiserata, \u00e8 criminalizzata. E sempre pi\u00f9 spesso, questa criminalizzazione assume i tratti familiari dell\u2019islamofobia: la resistenza \u00e8 rappresentata come terrorismo, la sopravvivenza come minaccia, il pensiero come potenziale radicalizzazione.<\/p>\n<p>Eppure, mentre in Europa si moltiplicano le manifestazioni \u201cper Gaza\u201d, spesso segnate da un risveglio delle coscienze tardivo, condizionato, quando non addirittura autoassolutorio, resta una lezione che nessuna indignazione intermittente pu\u00f2 offuscare: la resistenza palestinese esiste da prima, resiste oggi e continuer\u00e0 \u2014 non come reazione disperata, ma come proposta di mondo. \u00c8 una resistenza che pensa, crea, disegna futuri. Non chiede legittimazioni dall\u2019alto, ma interpella ogni coscienza politica che non si rassegni all\u2019ordine imperiale.<\/p>\n<p>Abboud Hamayel, intellettuale e teorico palestinese noto anche come Omar Abdaljawad, parla da dentro questa resistenza. La sua voce non si presta a pacificazioni morali n\u00e9 a estetizzazioni del lutto. Con la sua elaborazione teorica, la Palestina torna a essere ci\u00f2 che da decenni si tenta di neutralizzare: un nodo centrale dell\u2019immaginazione politica globale.<\/p>\n<p>L\u2019intervista che segue nasce da una consapevolezza amara ma necessaria: troppe delle narrazioni contemporanee oscillano tra la piet\u00e0 e la paura, tra l&#8217;empatia selettiva e l\u2019autocensura. Ma la Palestina non \u00e8 un\u2019eccezione tragica da gestire con sobriet\u00e0 istituzionale: \u00e8 un terreno di conflitto, s\u00ec, ma anche di pensiero radicale. \u00c8 il luogo in cui la parola \u201cliberazione\u201d conserva ancora un significato non metaforico.<\/p>\n<p>Hamayel smaschera l\u2019inconscio coloniale che struttura il linguaggio internazionale e rivendica la necessit\u00e0 di una resistenza epistemologica che rompa con le grammatiche dominanti. Non parla della Palestina, ma dalla Palestina. E cos\u00ec facendo, ci ricorda che resistere non significa solo combattere, ma anche pensare. Pensare altrimenti. Pensare contro. Pensare oltre.<\/p>\n<div class=\"gptslot evo-intext\" data-adunitid=\"2\">\n<div class=\"evo-passback\" data-init=\"true\" data-pb=\"pb_300x250\"><\/div>\n<\/div>\n<p>Quella che segue non \u00e8 un\u2019intervista ossequiosa. \u00c8 un confronto vivo, tagliente, sulla possibilit\u00e0 di riscrivere il tempo, la soggettivit\u00e0 e il futuro, partendo da un punto che l\u2019Occidente continua a voler sotterrare: la lucidit\u00e0 strategica di un popolo che ha imparato a trasformare la catastrofe in orizzonte.<\/p>\n<p><strong>Nella rappresentazione mediatica egemone della Palestina in Occidente, i palestinesi sono spesso ridotti alla figura dell&#8217;eterna vittima ideale. Anche nei media apparentemente sensibili alle istanze palestinesi, questa rappresentazione serve a suscitare una compassione superficiale e sentimentale che offre poco sostegno reale a chi vive sotto assedio, in prigione o in esilio. Quando i palestinesi resistono, vengono perlopi\u00f9 bollati come terroristi. Gli stessi media riducono il diritto &#8211; e il dovere &#8211; di combattere l&#8217;oppressione, l&#8217;apartheid e il furto di terra a una vaga astrazione. Ci\u00f2 \u00e8 stato evidente nella condanna generalizzata del 7 ottobre, che non ha tenuto conto del contesto storico e geopolitico. Un simile impianto narrativo pretende il diritto di concedere o negare soggettivit\u00e0 a un popolo che resiste da quasi un secolo. Quali sono le origini di questa narrazione della Palestina e in che modo pu\u00f2 contribuire &#8211; direttamente o indirettamente &#8211; al genocidio in corso del popolo palestinese? Il discorso occidentale mainstream continua a intrappolare la Palestina tra i poli dei \u201cdiritti umani\u201d e del \u201cterrorismo\u201d. \u00c8 possibile interrompere questa dicotomia che sterilizza la realt\u00e0 coloniale del conflitto?<\/strong><\/p>\n<p>Una volta rispondevo a questa domanda nel modo pi\u00f9 diretto possibile: che agli oppressi &#8211; ai palestinesi, in questo caso &#8211; \u00e8 concesso di gridare, di dare un nome alle loro ferite, di diventare riconoscibili all\u2019interno dei copioni prefabbricati dei \u201cdiritti umani\u201d, l\u2019ultima piega caritatevole della modernit\u00e0 liberale. Ma ci\u00f2 che viene loro sistematicamente negato &#8211; tanto dai nemici quanto, e forse ancor pi\u00f9, dai presunti simpatizzanti &#8211; \u00e8 il diritto di comprendere la propria resistenza. Non solo di provarla, non solo di sopravviverle, ma di\u00a0<em>pensarla<\/em>.<\/p>\n<p>Agisce qui una struttura profonda, che insiste affinch\u00e9 il palestinese resti sempre il\u00a0<em>sofferente<\/em>, il\u00a0<em>testimone<\/em>, l\u2019<em>esibito<\/em>. Anche chi afferma di solidarizzare con noi, spesso lo fa a patto che restiamo sospesi in quel ruolo: portatori di dolore, non produttori di pensiero. La resistenza, quando viene riconosciuta, viene posta in quarantena, rappresentata come reazione cieca, come impulso irrazionale, come qualcosa di indegno di una dignit\u00e0 concettuale.<\/p>\n<div class=\"gptslot evo-intext\" data-adunitid=\"2\">\n<div class=\"evo-passback\" data-init=\"true\" data-pb=\"pb_300x250\"><\/div>\n<\/div>\n<p>Ma qualcosa \u00e8 cambiato. Gli ultimi due anni di massacro ininterrotto, di morte non pi\u00f9 accolta dal silenzio ma da una nuova e furiosa evidenza, hanno cominciato a incrinare questo impianto concettuale. Non credo pi\u00f9 che il rifiuto di riconoscere ai palestinesi la capacit\u00e0 di teorizzare la propria resistenza riguardi solo la Palestina. Riguarda, pi\u00f9 pericolosamente, il mondo intero. Ci\u00f2 che si teme non \u00e8 la nostra liberazione, di per s\u00e9, ma che la resistenza possa tornare a essere pensabile. Che possa circolare. Che possa mettere radici in altri luoghi dell\u2019abbandono. Che il palestinese, non pi\u00f9 muto emblema della sofferenza, possa diventare la figura attraverso la quale la questione dell&#8217;emancipazione rientri nell&#8217;immaginario politico.<\/p>\n<p>Non stiamo assistendo a una semplice relazione coloniale tra Israele e Palestina, ma all&#8217;applicazione di una\u00a0<em>struttura\u00a0<\/em>le cui operazioni superano i confini geografici o giuridici del cosiddetto spazio del conflitto, luoghi come Gaza o la Cisgiordania. Esiste una simpatia condizionata che circola ampiamente, spesso mascherata dal linguaggio della preoccupazione umanitaria. Ma questa simpatia serve proprio a salvare il sionismo dalle sue stesse contraddizioni. Offre un alibi morale salvaguardando la permanenza di Israele non solo come Stato, ma come\u00a0<em>forma<\/em>: un cardine nell&#8217;architettura dell&#8217;ordine globale.<\/p>\n<p>Questo ordine esige che il Mediterraneo orientale &#8211; storicamente culla dei sogni antimperialisti &#8211; resti fratturato, amministrato, violentemente incompiuto. In questa configurazione, il sionismo non \u00e8 un\u2019anomalia storica, ma uno strumento necessario. La sua continuit\u00e0 \u00e8 essenziale per una triade geopolitica che governa la regione sin dalla spartizione coloniale: la circolazione del petrolio, la logica dell\u2019accumulazione capitalistica e lo smembramento strategico di ogni possibilit\u00e0 politica araba. In questo senso, Israele non \u00e8 solo protetto, \u00e8\u00a0<em>strutturalmente indispensabile<\/em>. Resistere a Israele, dunque, non \u00e8 solo opporsi al colonialismo d\u2019insediamento. \u00c8 trafiggere una grammatica imperiale pi\u00f9 ampia &#8211; una grammatica che dipende dallo smembramento del futuro arabo, dalla perpetua decomposizione della sovranit\u00e0 politica e dalla traduzione di ogni atto di resistenza in terrore, di ogni rivolta in patologia.<\/p>\n<p>\u00c8 per questo che la resistenza palestinese, quando osa parlare a proprio nome e non attraverso il ventriloquio della legalit\u00e0 o della piet\u00e0, diventa intollerabile. Non \u00e8 la violenza a terrorizzare &#8211; \u00e8 la lucidit\u00e0. Il rifiuto di farsi disciplinare nel ruolo della vittima. L\u2019insistenza sul significato, sulla strategia, sull\u2019immaginazione politica come qualcosa di diverso dal lutto.<\/p>\n<div class=\"gptslot evo-intext\" data-adunitid=\"2\">\n<div class=\"evo-passback\" data-init=\"true\" data-pb=\"pb_300x250\"><\/div>\n<\/div>\n<p>Ma soprattutto &#8211; ci\u00f2 che la rende pericolosa, ci\u00f2 che anima i febbrili tentativi di soffocarla &#8211; \u00e8 il carisma dell&#8217;idea stessa.\u00a0<em>Muqawama\u00a0<\/em>non come reazione, ma come proposizione. Come forza contagiosa. Come una grammatica capace di attraversare confini e lingue, di essere adottata in terre lontane dalla Palestina, ovunque la gente si confronti con l&#8217;architettura della vita gestita e della morte lenta.<\/p>\n<p>\u00c8 questo potenziale &#8211; la\u00a0<em>portabilit\u00e0 della resistenza\u00a0<\/em>&#8211; che deve essere sepolto sotto le macerie, che deve essere ridotto a criminalit\u00e0 o follia, che deve essere gestito attraverso rituali della condanna e dell\u2019eccezione. Perch\u00e9 una volta che la resistenza diventa pensabile, enunciabile, nominabile nei suoi propri termini, cessa di essere circoscritta. Cessa di essere contenibile. Diventa mantello. Diventa questione.<\/p>\n<p><strong>La<\/strong><strong>\u00a0resistenza palestinese non dovrebbe essere compresa solo attraverso la lente dell&#8217;efficacia militare o dei risultati immediati, ma come una forma di rottura con l&#8217;ordine coloniale &#8211; simbolicamente e temporalmente. Secondo lei, in che modo la resistenza interrompe il tempo lineare e progressivo imposto dal colonialismo? Possiamo interpretare la lotta palestinese come una forma di insurrezione che produce nuove temporalit\u00e0 politiche?<\/strong><\/p>\n<p>In effetti, quando svincoliamo la resistenza palestinese dalle metriche riduzioniste del successo militare o del calcolo strategico, iniziamo a vederla per quello che \u00e8: una rottura metafisica, una forza di disordine nella grammatica coloniale del tempo stesso. Il colonialismo non si limita a occupare la terra, occupa la\u00a0<em>temporalit\u00e0<\/em>. Impone una nozione lineare e progressiva del tempo in cui i colonizzati sono sempre in ritardo, sempre in corsa per recuperare, sempre non ancora pronti per la libert\u00e0. In questo regime, la resistenza viene inquadrata come prematura (irrazionale, emotiva) oppure obsoleta (futile, arcaica). Entrambe le letture operano per soffocare l\u2019immaginazione politica.<\/p>\n<div class=\"gptslot evo-intext\" data-adunitid=\"2\">\n<div class=\"evo-passback\" data-init=\"true\" data-pb=\"pb_300x250\"><\/div>\n<\/div>\n<p>Ma la resistenza palestinese, soprattutto nelle sue forme pi\u00f9 crude e irriducibili, rifiuta questa logica. Non cerca il permesso da quel futuro promesso dagli accordi di Oslo, n\u00e9 attende riconoscimento dall\u2019orizzonte ormai svanito della legittimit\u00e0 internazionale. Al contrario,\u00a0<em>interrompe<\/em>. Insiste sull&#8217;<em>adesso<\/em>, non come un punto sulla linea del tempo, ma come luogo di confronto, di creazione di significato, di espressione sovrana. Essa frantuma il tempo coloniale non solo affermando la presenza dei colonizzati, ma rifiutando i ruoli loro assegnati nel copione della storia.<\/p>\n<p>Qui, la resistenza non \u00e8 semplicemente reattiva, ma ontologica. Mette in scena una sorta di insurrezione contro il tempo stesso, producendo quelle che potremmo chiamare\u00a0<em>contro-temporalit\u00e0<\/em>: momenti in cui i colonizzati diventano contemporanei di s\u00e9 stessi, in cui la storia si piega e in cui i morti camminano con i vivi. Si pensi al martire non come figura tragica, ma come colui che fa crollare la distinzione tra il passato sacrificato e il futuro riscattato. Si pensi al rifugiato che ritorna senza ritorno. Non sono atti metaforici, sono rivolte temporali.<\/p>\n<p>In questo senso, la lotta palestinese non riguarda soltanto la terra \u2013 per quanto essa rimanga profondamente radicata nel suolo &#8211; ma riguarda anche il tempo. \u00c8 un rifiuto di abitare il mondo secondo la cronologia coloniale: dalla nakba alla negoziazione, dall\u2019intifada alla normalizzazione. \u00c8 l&#8217;irruzione di un altro tipo di tempo: denso, ricorsivo, infestato e vivo con la presenza di ci\u00f2 che il mondo insiste a voler seppellire.<\/p>\n<p>E allora s\u00ec, dobbiamo imparare a vedere la resistenza non come un fallimento quando non \u201cvince\u201d, ma come evento che scardina l&#8217;ordine coloniale, che rende visibili le crepe nella sua presunta ineluttabilit\u00e0 e che indirizza verso un orizzonte radicalmente altro.<\/p>\n<div class=\"gptslot evo-intext\" data-adunitid=\"2\">\n<div class=\"evo-passback\" data-init=\"true\" data-pb=\"pb_300x250\"><\/div>\n<\/div>\n<p>Detto ci\u00f2, non \u00e8 meno importante considerare anche la resistenza nella sua dimensione razionale: nel suo rapporto tra fini e mezzi, nei suoi obiettivi dichiarati e nella lucidit\u00e0 strategica con cui si muove.<\/p>\n<p><strong>In questo momento storico &#8211; Gaza in rovina e la Cisgiordania sotto un assedio soffocante &#8211; dove, come e quando emergono e si allargano le crepe nel discorso egemonico di Israele? Non c&#8217;\u00e8 dubbio che il 7 ottobre abbia esacerbato le tensioni interne a Israele, mettendo a nudo sue fragilit\u00e0 strutturali e socioculturali. Sembra che la violenza continua sia l&#8217;unico meccanismo che il regime utilizza per giustificare la propria esistenza. \u00c8 un fascismo divenuto collante di una societ\u00e0 profondamente fragile?<\/strong><\/p>\n<p>S\u00ec, non stiamo pi\u00f9 parlando di una \u201ccolla\u201d che tiene insieme i frammenti della societ\u00e0 israeliana, ma di una\u00a0<em>punta di lancia<\/em>. La distinzione \u00e8 importante. Mentre la colla nasconde una coesione disperata, una cucitura reattiva che tenta di rattoppare un ordine in disfacimento, la punta di lancia segnala la direzionalit\u00e0, l&#8217;aggressivit\u00e0, la trasformazione della crisi in forza propulsiva. Non si tratta di riparare, ma di sfondare. La societ\u00e0 israeliana, fratturata lungo linee etniche, ideologiche e di classe, non trova pi\u00f9 nella violenza una via di fuga temporanea, ma una forma di divenire politico.<\/p>\n<p>\u00c8 per questo che dobbiamo usare cautela nel modo in cui denominiamo il fascismo. Ridurlo ai suoi sintomi pi\u00f9 appariscenti &#8211; il messianismo dei coloni, gli appelli espliciti alla pulizia etnica, la mobilitazione teocratica &#8211; significa perdere di vista la sua presa pi\u00f9 sottile, atmosferica. Il fascismo in Israele oggi non abita soltanto nella kippah di Ben Gvir o nell&#8217;uniforme dei giovani delle colline; pulsa, pi\u00f9 pericolosamente, attraverso il cosiddetto\u00a0<em>centro<\/em>, in quel laicismo liberale che inquadra l\u2019esistenza palestinese come problema da gestire, controllare, estirpare.<\/p>\n<div class=\"gptslot evo-intext\" data-adunitid=\"2\">\n<div class=\"evo-passback\" data-init=\"true\" data-pb=\"pb_300x250\"><\/div>\n<\/div>\n<p>Nel liberalismo israeliano risiede una complicit\u00e0 profonda: quella che piange la \u201cperdita della democrazia\u201d mentre applaude guerre che non potranno mai essere vinte, quella che denuncia \u201cl&#8217;estremismo\u201d mentre crede intimamente che la sovranit\u00e0 ebraica implichi la scomparsa dei palestinesi. Questo \u00e8 fascismo senza messianismo, fascismo senza lo spettacolo del fervore. \u00c8 il fascismo del consenso, della burocrazia, della ragione manageriale.<\/p>\n<p>E dobbiamo essere ancora pi\u00f9 vigili: quando limitiamo il termine fascismo ai suoi esponenti pi\u00f9 rumorosi, permettiamo alle sue forme pi\u00f9 silenziose di passare inosservate. Il sionista liberale che invoca una \u201cfine ragionevole\u201d della guerra, ma le cui linee rosse non includono mai il ripristino della vita dei palestinesi; l&#8217;intellettuale che chiede la coesistenza, ma solo all&#8217;interno della gerarchia etno-nazionale: costoro non sono fuori dal fascismo, sono il suo volto razionale.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che rende questo momento cos\u00ec pericoloso non \u00e8 semplicemente la violenza del fascismo israeliano nella forma, ma la sua diffusione nella sostanza attraverso l\u2019intero spettro politico. Questa \u00e8 una societ\u00e0 che non si limita a tollerare il fascismo, ma lo\u00a0<em>reclama<\/em>, anche se con dialetti e codici di abbigliamento diversi. \u00c8, per usare le parole di Benjamin, l&#8217;estetizzazione della politica vestita da pragmatismo. E Gaza \u00e8 la sua tela. Capire questo non significa solo dare un nome al regime per quello che \u00e8, ma prepararsi al mondo che cerca di costruire.<\/p>\n<p><strong>Il lungo e brutale genocidio di Gaza sta attirando, seppur tardivamente, una solidariet\u00e0 internazionale senza precedenti. Eppure, la repressione mediatica rimane diffusa. Anche quei media che sono passati da un sostegno palese al cosiddetto \u201cdiritto all&#8217;autodifesa\u201d di Israele a una condanna pi\u00f9 ipocrita del solo Netanyahu, non affrontano il sistema coloniale nel suo complesso. E la repressione istituzionale rimane forte in Europa e negli Stati Uniti. In questo contesto, cosa significa oggi \u201cresistenza epistemologica\u201d?<\/strong><\/p>\n<div class=\"gptslot evo-intext\" data-adunitid=\"2\">\n<div class=\"evo-passback\" data-init=\"true\" data-pb=\"pb_300x250\"><\/div>\n<\/div>\n<p>Parlare oggi di\u00a0<em>resistenza epistemologica<\/em>\u00a0non significa invocare l&#8217;astrazione. \u00c8 nominare un fronte di lotta non meno decisivo di quello materiale. Infatti, ci\u00f2 a cui stiamo assistendo sulla scia del genocidio in corso a Gaza non \u00e8 solo l&#8217;annientamento di corpi e case, ma anche il tentativo di preclusione del significato. La repressione a cui assistiamo nei media e nelle istituzioni occidentali, per quanto sofisticata nella sua coreografia, non riguarda semplicemente il silenzio, ma la messa in scena preventiva di ci\u00f2 che \u00e8 visibile e dicibile.<\/p>\n<p>Anche dove emergono delle crepe &#8211; dove Netanyahu viene demonizzato, dove si recita una vaga preoccupazione per i \u201ccivili\u201d palestinesi &#8211; l&#8217;ordine coloniale rimane intatto nel pensiero. La guerra di Israele viene ancora trattata come una deviazione dalle norme liberali, piuttosto che come conseguenza logica di un progetto coloniale d\u2019insediamento sostenuto dal consenso imperiale. La violenza viene deplorata, ma l&#8217;architettura che la rende necessaria non viene mai menzionata. Questo \u00e8 il lavoro dell&#8217;ideologia: spostare le cause sui sintomi, isolare le figure dai sistemi, moralizzare invece di storicizzare.<\/p>\n<p><em>La resistenza epistemologica<\/em>, quindi, inizia con la disobbedienza a questo ordine di conoscenza. \u00c8 l&#8217;insistenza nel parlare dall&#8217;interno dell&#8217;esperienza storica palestinese, non come un supplemento al discorso dominante, ma come rottura di esso. Significa rifiutare la grammatica che ci rende visibili solo come vittime, rifiutare le cornici morali che distinguono tra il \u201cbuon arabo\u201d e il \u201cmilitante\u201d e rifiutare il rinvio temporale che chiede ai palestinesi di aspettare, di calmarsi, di negoziare, mentre la terra sotto di loro viene consumata.<\/p>\n<p>Significa anche affrontare la complicit\u00e0 delle istituzioni che si dichiarano neutrali. Universit\u00e0 occidentali, think tank, ONG, media che reprimono ogni parola sulla Palestina non stanno tradendo i propri ideali: li stanno compiendo. Sono apparati statali epistemici che lavorano per filtrare, gestire e addomesticare il dissenso. Resistere sul piano epistemologico non significa solo affermare contenuti differenti, ma fratturare le stesse forme attraverso cui la conoscenza circola.<\/p>\n<div class=\"gptslot evo-intext\" data-adunitid=\"2\">\n<div class=\"evo-passback\" data-init=\"true\" data-pb=\"pb_300x250\"><\/div>\n<\/div>\n<p>Ed \u00e8 in questo momento, quando l&#8217;orrore di Gaza ha rotto il patto affettivo tra l&#8217;impero e i suoi spettatori, che inizia a pulsare una conoscenza diversa. L&#8217;immagine della Palestina non \u00e8 pi\u00f9 solo quella di una catastrofe umanitaria: sta diventando il luogo di un riorientamento globale, in cui l&#8217;Occidente \u00e8 costretto a confrontarsi con la menzogna al centro del suo universalismo. Questo confronto &#8211; doloroso, destabilizzante e irrisolvibile all&#8217;interno dei parametri liberali &#8211; \u00e8 esso stesso una forma di insorgenza epistemologica.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che si teme di pi\u00f9 non \u00e8 solo il discorso palestinese, ma il\u00a0<em>pensiero\u00a0<\/em>che porta con s\u00e9. Un pensiero che decolonizza non solo la terra, ma anche il senso. Un pensiero che osa dire: il mondo deve essere altrimenti.<\/p>\n<p><strong>Distruzione, spargimento di sangue e terrore in Palestina continuano incontrollati, guidati da un Israele che non paga alcuna conseguenza o sanzione. Dal 7 ottobre, l&#8217;impotenza del sistema legale e istituzionale internazionale \u00e8 diventata ancora pi\u00f9 evidente. Nonostante i procedimenti avviati dalla Corte internazionale di giustizia e dalla Corte penale internazionale, Israele &#8211; con il sostegno degli Stati Uniti &#8211; continua ad agire impunemente, anche all&#8217;interno delle Nazioni Unite. Il fatto stesso che Netanyahu abbia impartito l\u2019ordine per l\u2019eliminazione di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, direttamente dal Palazzo di Vetro a margine del suo intervento all\u2019Assemblea generale delle Nazioni Unite, ben simboleggia il disprezzo per un contesto giuridico palesemente snobbato. Si ha evidenza di avere a che fare con un quadro del diritto internazionale assimilabile a una sovrastruttura regolatoria applicata con doppiezza. Vuole esprimere un pensiero critico su questo tema?<\/strong><\/p>\n<p>Il pensiero critico deve abbandonare la premessa secondo cui il diritto internazionale sarebbe un terreno neutro. Studiosi appartenenti alla corrente Third World Approaches to International Law (TWAIL), come Makau Mutua e Antony Anghie, sostengono da tempo che le strutture del diritto internazionale sono emerse di pari passo con la conquista coloniale, progettate non per limitare il potere ma per strutturarne la legittimit\u00e0. Le stesse categorie di \u201csovranit\u00e0\u201d, \u201csicurezza\u201d e \u201cautodifesa\u201d non sono universali: sono codificate, razzializzate e profondamente gerarchiche. L\u2019invocazione israeliana del diritto all\u2019\u201cautodifesa\u201d dopo il 7 ottobre &#8211; mentre ai palestinesi \u00e8 negato perfino il linguaggio della resistenza &#8211; esemplifica questa asimmetria coloniale inscritta nel diritto stesso.<\/p>\n<p>Inoltre, come hanno dimostrato pensatori come Walter Mignolo e Achille Mbembe, la cosiddetta \u201ccomunit\u00e0 internazionale\u201d non \u00e8 affatto una comunit\u00e0, ma un cartello di potere strutturato lungo linee civilizzatrici. L\u2019universale \u00e8 sempre rivendicato dall\u2019Occidente, mentre la particolarit\u00e0 &#8211; e dunque la sacrificabilit\u00e0 &#8211; viene imposta al resto del mondo. I palestinesi non soffrono semplicemente per l\u2019assenza di riconoscimento giuridico, ma per l\u2019esistenza di un ordine giuridico che non \u00e8 mai stato pensato per loro.<\/p>\n<p>Eppure, qualcosa sta cambiando. La crescente disillusione nei confronti delle istituzioni internazionali non \u00e8 solo una crisi, \u00e8 un&#8217;apertura. Ci consente di parlare di diritto non come salvezza, ma come terreno di lotta. L&#8217;erosione della legittimit\u00e0 liberale d\u00e0 origine a un nuovo linguaggio politico, fondato non sulla supplica, ma sull&#8217;<em>assertivit\u00e0<\/em>. Non si tratta di mendicare un riconoscimento, ma di costruire solidariet\u00e0 che guardino oltre la maschera della neutralit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Dopo l&#8217;assassinio di molti leader della resistenza, la distruzione delle infrastrutture di Hamas e l&#8217;estensione dell&#8217;occupazione israeliana a Gaza, possiamo ancora parlare di un movimento di resistenza organizzato? O stiamo entrando in una fase di lotta pi\u00f9 diffusa, spontanea e molecolare?<\/strong><\/p>\n<p>Parlare oggi di resistenza &#8211; dopo l&#8217;assassinio dei quadri, la decimazione delle infrastrutture e l\u2019ampliamento dell\u2019occupazione su Gaza &#8211; non significa parlare di scomparsa, ma di\u00a0<em>trasformazione<\/em>. Dobbiamo stare attenti a non confondere l&#8217;architettura visibile della resistenza con la sua capacit\u00e0 esistenziale. \u00c8 vero, ci sono state perdite senza precedenti: disarticolazione organizzativa, smantellamento delle strutture di comando, distruzione mirata del tessuto sociale e logistico che rendeva possibile una lotta armata coordinata. Ma la resistenza, come la Palestina ci ha insegnato pi\u00f9 volte, non \u00e8 riducibile alle sue istituzioni. D&#8217;altra parte, l&#8217;idea che la resistenza palestinese sarebbe diventata pi\u00f9 molecolare \u00e8, in parte, vera come tendenza. Ma non \u00e8 del tutto esatta. La resistenza palestinese a Gaza conserva ancora buona parte dei suoi quadri, della sua infrastruttura e della sua capacit\u00e0 di reagire. L\u2019obiettivo, in questa fase, \u00e8 sostenere la resistenza nel lungo periodo, rendere l\u2019occupazione israeliana il pi\u00f9 possibile onerosa, e protrarre una lotta di volont\u00e0 che non si esaurisca in un colpo secco.<\/p>\n<p><strong>Nel suo lavoro, lei ha spesso evidenziato la distanza tra le \u00e9lite palestinesi e il popolo. Dopo mesi di guerra totale a Gaza e di erosione istituzionale, vede segni di ricomposizione politica o questa frattura strutturale \u00e8 destinata a persistere?<\/strong><\/p>\n<p>La distanza tra l&#8217;\u00e9lite politica palestinese e il popolo non \u00e8 una novit\u00e0. \u00c8 una condizione strutturale, nata con Oslo, resa pi\u00f9 profonda dalla dipendenza securitaria dell&#8217;Autorit\u00e0 palestinese (ANP) dall&#8217;occupazione e consolidata dalla duplice logica dei finanziamenti internazionali e del consolidamento autoritario. Ci\u00f2 che abbiamo visto negli ultimi mesi &#8211; tra le rovine di Gaza, la paralisi della Cisgiordania e il collasso morale dell&#8217;ANP &#8211; non \u00e8 il superamento di questa frattura, ma la sua esposizione.\u00a0<em>La maschera \u00e8 caduta<\/em>, ma il regime rimane. Non c&#8217;\u00e8 una ricomposizione politica in senso formale, non ancora. Le istituzioni esistenti sono svuotate, in bancarotta sia dal punto di vista finanziario che etico. Continuano a esistere non per legittimit\u00e0, ma per inerzia, paura e assenza di alternative immediate. Oggi, l&#8217;ANP non \u00e8 un progetto nazionale. \u00c8 un&#8217;istituzione fantasma, mantenuta in vita per contenere il malcontento sociale e assorbire la pressione internazionale. La sua sopravvivenza non \u00e8 indice di vitalit\u00e0 politica, ma di necessit\u00e0 coloniale. Eppure, sotto questa decadenza, qualcosa si muove. Non nei ministeri di Ramallah o nei quartieri generali delle fazioni, ma nelle strade, dove la questione del da farsi rimane intatta.<\/p>\n<p><strong>Nel pensiero critico palestinese esiste una crescente tensione tra la liberazione nazionale e un orizzonte post-statale. Quale futuro immagina per il soggetto politico palestinese: uno Stato, una confederazione o cos&#8217;altro?<\/strong><\/p>\n<p>Questa tensione &#8211; tra liberazione nazionale e un orizzonte post-statuale &#8211; non \u00e8 soltanto teorica. \u00c8 l\u2019eco di una contraddizione vissuta. Da un lato, il desiderio di sovranit\u00e0, di una bandiera, di un riconoscimento internazionale, della\u00a0<em>dignit\u00e0 della statualit\u00e0<\/em>, resta potente, soprattutto in un mondo in cui l\u2019assenza di Stato ha significato cancellazione, frammentazione, e soggezione senza fine. Dall\u2019altro, lo Stato &#8211; cos\u00ec come si presenta nel mondo postcoloniale, come forma ereditata dalle cartografie coloniali e sostenuta dalle istituzioni imperiali &#8211; \u00e8 divenuto un apparato di gestione, non di liberazione.<\/p>\n<p>Chiedersi quale futuro attenda il soggetto politico palestinese significa interrogarsi se tale soggetto possa mai essere libero\u00a0<em>all\u2019interno<\/em>\u00a0della forma-Stato &#8211; o se la libert\u00e0 non si trovi ormai\u00a0<em>al di l\u00e0 di essa<\/em>.<\/p>\n<p>L\u2019Autorit\u00e0 Palestinese, gli Accordi di Oslo e l\u2019intero modello della partizione a due Stati hanno mostrato i limiti strutturali della statualit\u00e0 cos\u00ec come \u00e8 attualmente concepita. Non hanno prodotto sovranit\u00e0, ma un\u2019occupazione subappaltata. La mappa che ci \u00e8 stata promessa \u00e8 stata incisa con la logica del contenimento. Lo Stato \u00e8 stato offerto non come una conquista di liberazione, ma come una ricompensa per l&#8217;obbedienza. E in questa offerta, il soggetto politico \u00e8 stato addomesticato, burocratizzato, frammentato.<\/p>\n<p>Tuttavia, non possiamo liquidare lo Stato in modo assoluto. Per molti, il desiderio di uno Stato non riguarda la diplomazia o i confini: riguarda la riparazione storica, l&#8217;annullamento della violenza dell&#8217;espropriazione, l&#8217;essere\u00a0<em>visibili<\/em>. L&#8217;orizzonte post-statale non deve deridere questo desiderio. Deve metabolizzarlo.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 verso cui potremmo muoverci, allora, non \u00e8 una scelta binaria tra statualit\u00e0 e assenza di Stato, ma un&#8217;articolazione pi\u00f9 complessa di\u00a0<em>sovranit\u00e0 non sovrana<\/em>, una forma di vita politica collettiva che non sia vincolata allo Stato-nazione westfaliano n\u00e9 ridotta alle finzioni gestionali delle ONG. Chiamatelo\u00a0<em>immaginario federato<\/em>,\u00a0<em>politica confederata della fuga\u00a0<\/em>o persino\u00a0<em>giurisdizione decoloniale senza Stato<\/em>, ma deve essere costruito dal basso, attraverso pratiche di solidariet\u00e0, gestione della terra, ritorno e rifiuto. Deve attingere alle lotte indigene, alle tradizioni radicali nere e al pensiero antistatale arabo, senza idealizzarne gli esiti.<\/p>\n<p>Una tale forma politica non cercherebbe il riconoscimento delle Nazioni Unite, ma della storia. Non controllerebbe i confini, ma smantellerebbe la metafisica stessa della divisione. Centrerebbe il ritorno, non solo come rimpatrio fisico, ma come riaffermazione di una presenza politica laddove si voleva la nostra scomparsa.<\/p>\n<p>Il futuro del soggetto politico palestinese non pu\u00f2 essere dettato dal pragmatismo diplomatico o dalla logica dei donatori. Deve emergere dalle ceneri di Oslo e dalle rovine di Gaza come qualcosa di impensabile per il presente coloniale &#8211; qualcosa per\u00a0<em>cui non abbiamo ancora un linguaggio<\/em>, ma che forse stiamo gi\u00e0 praticando. E forse \u00e8 questo che spaventa di pi\u00f9 i nostri nemici: che i palestinesi non chiedono pi\u00f9 di entrare nella storia, ma di riscriverla.<\/p>\n<p><strong>Va detto, intanto, che si \u00e8 determinata un&#8217;innegabile correlazione tra la devastazione materiale della regione e l&#8217;indebolimento della resistenza militare sul terreno. Hamas \u00e8 stato duramente colpito, Hezbollah deve affrontare limitazioni in Libano, la Siria si \u00e8 spostata geopoliticamente e l&#8217;Iran sembra paralizzato. Il cosiddetto Asse della Resistenza sembra sfidato nel suo coordinamento, nonostante abbia impedito a Israele di raggiungere alcuni obiettivi. Quali risultati sono stati raggiunti e quali scenari futuri prevede per la lotta contro l&#8217;occupazione sionista?<\/strong><\/p>\n<p>Quello a cui stiamo assistendo non \u00e8 il crollo dell&#8217;Asse della Resistenza, ma il suo momento di resa dei conti. S\u00ec, la devastazione materiale su vasta scala a Gaza ha colpito duramente Hamas come forza militare organizzata; Hezbollah \u00e8 limitato dal collasso interno del Libano e da una logica regionale di guerra fredda che impone moderazione e dai pesanti colpi subiti nel conflitto; la Siria \u00e8 intrappolata nella sua riconfigurazione post-bellica; e l&#8217;Iran, sebbene retoricamente sfidante, agisce con crescente prudenza, consapevole delle sue vulnerabilit\u00e0 geopolitiche e delle sue tensioni interne.<\/p>\n<p>Ma sia chiaro: l&#8217;Asse della Resistenza non \u00e8 mai stato una struttura di comando unificata e coesa, bens\u00ec una costellazione tattica fluida di forze unite da un antagonismo comune verso l\u2019egemonia statunitense-israeliana. La sua efficacia \u00e8 sempre stata discontinua. Ci\u00f2 che \u00e8 cambiato non \u00e8 la sua natura, ma il terreno stesso dello scontro. Sebbene Israele possa rivendicare alcuni successi, anche questi \u2013 come nel caso siriano \u2013 non sono il frutto esclusivo della sua azione, ma il prodotto di una costellazione di fattori e convergenze, tra cui la persistenza di Idlib, della Turchia e di altri attori regionali e internazionali. Questa narrazione del successo israeliano andrebbe quindi messa in discussione su questi termini: \u00e8, per usare un eufemismo, fortemente esagerata.<\/p>\n<p>Inoltre, l&#8217;incapacit\u00e0 di Israele di ottenere una vittoria totale a Gaza, nonostante l\u2019impiego di una forza schiacciante, non \u00e8 un segno della coesione dell&#8217;Asse, ma di limiti strutturali del colonialismo d\u2019insediamento. Se c&#8217;\u00e8 un risultato in questo momento, \u00e8 l&#8217;evidenza di un tetto strategico del sionismo. Israele ha dimostrato di poter distruggere, ma non governare. Pu\u00f2 sfollare, ma non eliminare. Pu\u00f2 bombardare, ma non risolvere. In questo fallimento si trova un nuovo orizzonte di lotta, non incentrato solo sul coordinamento regionale, ma su forme di confronto disperse, decentrate e transnazionali. Il futuro potrebbe appartenere meno agli attori statali e pi\u00f9 a\u00a0<em>moti i<\/em><em>nsorgenti multipolari<\/em>, guidati da nuove solidariet\u00e0 provenienti dal basso.<\/p>\n<p><strong>Il cosiddetto &#8220;piano per Gaza&#8221; di Trump, sebbene possa sembrare assurdo, porta con s\u00e9 un pericolo virulento: cerca di normalizzare l&#8217;idea di una societ\u00e0 etnicamente \u201cpura\u201d, in cui i gruppi non conformi sono sistematicamente esclusi. Questa visione fa rivivere le politiche razziste e propone un progetto autoritario radicato nelle ideologie fasciste e nella supremazia bianca. Cosa ne pensa?<\/strong><\/p>\n<p>Il cosiddetto \u201cpiano per Gaza\u201d di Trump non \u00e8 una deviazione, ma l\u2019estensione logica di un impulso autoritario globale che fonde purezza razziale e dominio territoriale. La sua assurdit\u00e0 non deve distrarci dalla sua violenza. Ci\u00f2 che prevede non \u00e8 la pace, ma la\u00a0<em>bonifica<\/em>: la trasformazione finale di Gaza in una zona priva di densit\u00e0 politica, di memoria, di persone.<\/p>\n<p>Non si tratta solo di sionismo smascherato, ma di supremazia bianca globalizzata. Quello che Trump propone \u00e8 una fantasia fascista di purificazione spaziale: una Gaza senza gazawi, una Palestina senza palestinesi. Riesuma i pi\u00f9 antichi miti coloniali &#8211; la\u00a0<em>terra nullius<\/em>, il progresso civilizzatore, il barbaro da redimere &#8211; e li riveste di un discorso di sicurezza post 11 settembre.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 pericolosamente, \u00e8 un invito al mondo: normalizzare la pulizia etnica come politica, legittimare il pensiero genocida come pianificazione dello sviluppo. E in questo Trump non \u00e8 solo. \u00c8 solo pi\u00f9 rumoroso. I silenziosi tecnocrati che parlano di \u201creinsediamento\u201d, \u201czone cuscinetto\u201d e \u201cstabilizzazione post-conflitto\u201d partecipano allo stesso progetto ideologico. Ci\u00f2 a cui stiamo assistendo non \u00e8 un\u2019eccezione, \u00e8 il nocciolo fascista del presente globale.<\/p>\n<p><strong>Come interpreta la risposta del mondo arabo alla catastrofe umanitaria in Palestina? Sta emergendo un nuovo panarabismo di base o le logiche statali e gli interessi nazionali sono ancora dominanti?<\/strong><\/p>\n<p>La risposta ufficiale araba alla catastrofe di Gaza \u00e8 stata segnata, senza sorpresa, da codardia, complicit\u00e0 e freddo calcolo. Gli Stati restano legati all&#8217;interesse nazionale, alla sicurezza del regime e alla paura della rivolta popolare. Si preoccupano a parole, pur mantenendo la normalizzazione; inviano aiuti, moderando il pubblico discorso.<\/p>\n<p>Ma sotto questa stagnazione si muove qualcos&#8217;altro. In tutto il mondo arabo &#8211; da Amman a Rabat, dal Cairo a Tunisi &#8211; stiamo assistendo ai fermenti di un nuovo\u00a0<em>panarabismo di base<\/em>: non il vecchio progetto nasserista di unit\u00e0 interstatale, ma una ricostituzione affettiva popolare dell&#8217;identit\u00e0 araba forgiata attraverso la condivisione di indignazione, lutto e rifiuto.<\/p>\n<p>Questo non \u00e8 ancora un programma. Non \u00e8 organizzato. Ma \u00e8<em>\u00a0sentito<\/em>. Si ascolta nei canti dei manifestanti, nelle solidariet\u00e0 sovversive online, nei gesti intimi della gente comune che rifiuta il silenzio dei suoi governanti. Questo nuovo arabismo \u00e8 meno legato alle bandiere e pi\u00f9 all&#8217;<em>affiliazione<\/em>: un&#8217;identificazione con la Palestina come ferita che non pu\u00f2 essere nazionalizzata, come specchio della propria oppressione, come simbolo di ci\u00f2 che deve ancora essere superato nei propri Stati.<\/p>\n<p>Se questo affetto si consolida in organizzazione &#8211; se rifiuta di dissolversi una volta cessati i bombardamenti \u2013 potrebbe diventare l\u2019eredit\u00e0 pi\u00f9 potente di questo momento: un risveglio della coscienza politica araba non dall\u2019alto, ma dal\u00a0<em>campo<\/em>. Ma sono molti i \u201cse\u201d in gioco, e inoltre questa lettura tende a offuscare il potere della disidentificazione e delle re-identificazioni che agiscono anch\u2019esse come forze nel mondo arabo: forme di identit\u00e0 pi\u00f9 ristrette, meno rivoluzionarie, legate alla quotidianit\u00e0 e prive di un orizzonte di futuro. Per ora, questo affetto si percepisce, ma non si manifesta ancora pienamente nella realt\u00e0.<\/p>\n<p><strong>*<\/strong><strong>Pasquale Liguori \u00e8 farmacologo e lavora nel settore sanitario. Scrittore indipendente e fotografo urbano, \u00e8 impegnato in pratiche decoloniali e nella denuncia delle forme contemporanee di oppressione politica, sociale e culturale.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Abboud Hamayel<\/strong>,\u00a0<strong>noto anche con lo pseudonimo Abdaljawad Omar, \u00e8 un intellettuale palestinese, docente e analista politico. Attualmente \u00e8 Assistant Professor presso il Dipartimento di Filosofia e Studi Culturali dell\u2019Universit\u00e0 di Birzeit, nei pressi di Ramallah. Dopo aver conseguito un dottorato in Scienze Sociali Interdisciplinari nella stessa universit\u00e0, ha dedicato la sua ricerca alle forme della resistenza palestinese, con particolare attenzione al periodo compreso tra la Prima Intifada e il 2015. Scrive regolarmente in arabo e in inglese, con interventi pubblicati su riviste accademiche, oltre che su piattaforme internazionali. Le sue analisi combinano rigore teorico e impegno politico, affrontando temi come il colonialismo, la costruzione dell\u2019identit\u00e0, la militarizzazione e il ruolo delle \u00e9lite. \u00c8 una voce attiva nel dibattito internazionale, partecipando a conferenze, seminari e podcast in cui approfondisce le connessioni tra teoria critica e prassi decoloniale.<\/strong><\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-intervista_con_abboud_hamayel_grammatica_della_resistenza_ripensare_la_palestina_oltre_la_piet_e_la_paura\/5496_61453\/\">https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-intervista_con_abboud_hamayel_grammatica_della_resistenza_ripensare_la_palestina_oltre_la_piet_e_la_paura\/5496_61453\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Pasquale Liguori) \u00c8 sempre pi\u00f9 difficile parlare della Palestina senza scivolare in uno dei due registri dominanti del discorso occidentale: da un lato l\u2019umanitarismo, che commuove ma non destabilizza; dall\u2019altro il realismo strategico, che calcola ma non immagina. In entrambi i casi, la resistenza palestinese viene svuotata: ridotta a patologia emotiva, oppure esclusa dai parametri della razionalit\u00e0 politica. Quando non \u00e8 commiserata, \u00e8 criminalizzata. E sempre pi\u00f9 spesso, questa criminalizzazione assume i tratti&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":109,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-nyx","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/90553"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/109"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=90553"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/90553\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":90555,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/90553\/revisions\/90555"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=90553"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=90553"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=90553"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}