{"id":91030,"date":"2025-07-09T11:25:46","date_gmt":"2025-07-09T09:25:46","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91030"},"modified":"2025-07-09T10:36:21","modified_gmt":"2025-07-09T08:36:21","slug":"la-psicologia-delle-masse-e-le-tecniche-di-manipolazione-come-annichilire-il-pensiero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91030","title":{"rendered":"La psicologia delle masse e le tecniche di manipolazione: come annichilire il pensiero"},"content":{"rendered":"<p><strong>DA GAZZETTA FILOSOFICA (Di Vincenzo Fiore)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"https:\/\/image.jimcdn.com\/app\/cms\/image\/transf\/none\/path\/se92683c1190d29b1\/image\/ie1762a12c56b41b9\/version\/1751644303\/image.jpg\" width=\"324\" height=\"476\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>130 anni fa con l&#8217;opera\u00a0<\/em>Psychologie des foules<em>,\u00a0Le Bon ci spiegava come le masse potessero essere guidate non dalla ragione, ma dall\u2019emozione. Da Goebbels ai social, la lezione \u00e8 rimasta intatta: semplificare, ripetere, controllare. Questo articolo ricostruisce la genealogia della propaganda, dai totalitarismi alle nostre democrazie distratte. Oggi pi\u00f9 che mai la vera battaglia politica si gioca sulla non-partecipazione e sul controllo ideologico delle masse.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<div id=\"cc-m-12088220577\" class=\"j-module n j-text \" style=\"text-align: justify\">\n<p>Nella seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento, con l\u2019emergere tumultuoso delle masse sulla scena politica, i vecchi sovrani europei furono colti da una profonda inquietudine: le folle, un tempo relegate ai margini della storia, reclamavano ora visibilit\u00e0 e potere. Fu in questo contesto che Gustave Le Bon, medico, sociologo e positivista, pubblic\u00f2 nel 1895 la sua celebre\u00a0<em>Psicologia delle folle<\/em>. Le Bon fu tra i primi a comprendere che l\u2019opinione delle masse non poteva pi\u00f9 essere contenuta o ignorata. Esse non ragionano come individui isolati, ma si fondono in un organismo collettivo capace di slanci entusiastici e di atti feroci, mosso non dalla logica bens\u00ec dal contagio emotivo.\u00a0<strong>La massa, nella sua concezione, non pensa, ma reagisce; non valuta, ma assorbe; non discute, ma crede.<\/strong>\u00a0L\u2019ingresso delle classi popolari nella vita politica rappresentava, a suo dire, una transizione epocale, paragonabile alla sostituzione del diritto divino dei re con quello, ancor pi\u00f9 tirannico, delle folle.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questa diagnosi, pur elaborata in ambito liberal-conservatore, si trasform\u00f2 nel Novecento nella cassetta degli attrezzi dei totalitarismi. Non a caso, Hitler era stato un lettore entusiasta dello studioso francese e Mussolini nel \u201926 scriveva: \u00abHo letto tutta l\u2019opera di Le Bon e non so quante volte abbia riletto la sua Psicologia delle folle. \u00c8 un\u2019opera capitale alla quale spesso ritorno\u00bb. Chi senz\u2019altro non poteva non conoscere questo testo fu Joseph Goebbels, Ministro del Reich per la Propaganda dal 1933 al 1945, comprese con lucidit\u00e0 disarmante che il potere, per essere duraturo, non doveva solo esercitarsi, ma penetrare, educare, modellare le masse dall\u2019interno. Egli fu il tecnico del consenso, il demiurgo del pensiero imposto come fede, colui che ingann\u00f2 gli altri nazisti sulle sue malformazioni congenite presentandosi come l\u2019ariano puro e come reduce di guerra. Tradusse le intuizioni di Le Bon in un apparato metodico, sistematico, definito nei celebri undici principi della propaganda individuati e isolati da Leonard W. Doob, psicologo e studioso della manipolazione, nel 1950, all\u2019interno di una sua analisi pubblicata in\u00a0<em>Public Opinion and Propaganda: A Book of Readings<\/em>.\u00a0Tra i vari punti di Goebbels vale la pena citare il principio della semplificazione, secondo cui \u00e8 necessario adottare una sola idea, un solo nemico, in grado di catalizzare tutto il disprezzo e la paura del popolo; quello della volgarizzazione, che impone un linguaggio semplice, diretto, infantile, adatto a \u00abquelle masse che sono come una folla di bambini incerti, incapaci di giudicare, pronte a credere a ci\u00f2 che pi\u00f9 le colpisce emotivamente\u00bb, ovvero bisogna saper parlare adattando il linguaggio al meno intelligente degli ascoltatori; quello dell\u2019orchestrazione, secondo cui pochi concetti devono essere ripetuti ossessivamente, sotto forme diverse ma convergenti, fino a diventare verit\u00e0 interiorizzate; infine, il principio dell\u2019unanimit\u00e0, che mira a generare l\u2019impressione che tutti pensino allo stesso modo, rendendo impensabile, oltre che pericoloso, il dissenso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La propaganda goebbelsiana, come emerge chiaramente dalle sue strategie, non era un\u2019arte della persuasione nel senso classico del termine: essa non voleva convincere il cittadino, ma sostituirsi al suo pensiero, cancellarlo nella radice stessa. Non si trattava di imporre una dottrina, ma di costruire una realt\u00e0 simbolica in cui la menzogna, se ripetuta all\u2019infinito, potesse diventare verit\u00e0. Lo stesso Hitler, nel Mein Kampf, dichiarava esplicitamente che\u00a0<strong>\u00abla propaganda non deve indagare la verit\u00e0 oggettiva, perch\u00e9 la massa non la comprende e non ne ha bisogno\u00bb<\/strong>, ma deve semplicemente comunicare ci\u00f2 che serve al potere per consolidarsi. Il punto d\u2019arrivo di questa logica \u00e8 racchiuso in un\u2019affermazione lapidaria di Hitler quando gi\u00e0 si stava prendendo il suo \u00abspazio vitale\u00bb ad est, quando temeva che la conoscenza storica potesse significare il rischio di coscienza critica:\u00a0<strong>\u00abTutto quanto i russi, gli ucraini, i kirghisi potessero imparare a scuola (non fosse altro che a leggere e scrivere) finirebbe per volgersi contro di noi. Un cervello illuminato da alcune nozioni di storia giungerebbe a concepire idee politiche, e questo non andrebbe mai a nostro vantaggio\u00bb<\/strong>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00c8 in questa prospettiva che l\u2019opera di Hannah Arendt si pone come una risposta filosofica e politica alla degenerazione della modernit\u00e0. In\u00a0<em>Le origini del totalitarismo<\/em>, la filosofa tedesca analizza con profondit\u00e0 il legame perverso tra isolamento individuale e dominio collettivo. Le masse, private di riferimenti morali, affettivi e razionali, diventano disponibili a credere all\u2019inverosimile, accettano come realt\u00e0 ogni costruzione fittizia, purch\u00e9 venga presentata con coerenza e potenza. Il totalitarismo, per Arendt, non \u00e8 solo terrore: \u00e8 soprattutto illusione sistemica, menzogna istituzionalizzata, fantasia imposta come normalit\u00e0.\u00a0<strong>\u00c8 l\u2019abolizione dello spazio politico come luogo di confronto, in favore di un universo simbolico chiuso, dove ogni voce fuori dal coro viene percepita come minaccia all\u2019ordine.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"cc-m-12088220977\" class=\"j-module n j-textWithImage \">\n<figure class=\"cc-imagewrapper cc-m-image-align-1\" style=\"text-align: justify\"><img decoding=\"async\" id=\"cc-m-textwithimage-image-12088220977\" class=\"\" src=\"https:\/\/image.jimcdn.com\/app\/cms\/image\/transf\/dimension=455x1024:format=jpg\/path\/se92683c1190d29b1\/image\/i5e16ad7713af7e48\/version\/1750524623\/image.jpg\" alt=\"\" data-src-width=\"1024\" data-src-height=\"1425\" data-src=\"https:\/\/image.jimcdn.com\/app\/cms\/image\/transf\/dimension=455x1024:format=jpg\/path\/se92683c1190d29b1\/image\/i5e16ad7713af7e48\/version\/1750524623\/image.jpg\" data-image-id=\"7797504577\" \/><\/figure>\n<div>\n<div id=\"cc-m-textwithimage-12088220977\" class=\"cc-m-textwithimage-inline-rte\" data-name=\"text\" data-action=\"text\">\n<p style=\"text-align: justify\">In questo senso, la parabola che da Le Bon conduce a Goebbels e si specchia nella riflessione di Arendt non \u00e8 semplicemente un percorso intellettuale: \u00e8 il disvelamento di un meccanismo che, una volta compreso, rivela la fragilit\u00e0 democratica di ogni societ\u00e0. Il principio della propaganda efficace non \u00e8 solo proprio delle dittature: esso agisce silenziosamente anche nei sistemi democratici corrotti, l\u00e0 dove l\u2019informazione si piega alla spettacolarizzazione, dove la semplificazione diventa regola del discorso pubblico, dove la reiterazione di messaggi banali e di slogan costruisce verit\u00e0 paralizzanti. In ci\u00f2 la metafora della \u201crana bollita\u201d, cara a Sedgwick e ripresa da Chomsky, diventa epilogo didattico: la propaganda non colpisce con violenza, ma a gradi; non schiaccia, ma addormenta; non costringe, ma persuade lentamente a non reagire. Nelle nostre democrazie distratte e disaffezionate alla partecipazione, il pensiero critico muore non per censura diretta, ma per saturazione, per stanchezza, per abitudine al falso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">In ultima analisi, \u00e8 proprio nella banalit\u00e0 del consenso che si annida il germe del totalitarismo e della demagogia, ma questo lo sapeva gi\u00e0 bene Platone che nella sua metafora della democrazia, come nave che naviga in mare in tempesta, descriveva la derisione a cui erano costretti i veri tecnici del pilotaggio, spesso liquidati come noiosi osservatori del cielo a favore di coloro che erano abili nella retorica. Non nelle grandi dichiarazioni ideologiche muore la prassi democratica, ma nella quotidiana accettazione di ci\u00f2 che \u00e8 inverosimile, nella rinuncia al dubbio, nell\u2019adesione acritica\u00a0<strong>\u00abal si dice\u00bb<\/strong>. Ed \u00e8 per questo che la storia, come disciplina e come coscienza, deve essere insegnata: perch\u00e9 educa alla complessit\u00e0, abitua alla contraddizione, forma allo sguardo critico. Dove la storia \u00e8 bandita o snobbata, la propaganda diventa legge. Dove la memoria \u00e8 viva, il potere ha un limite. Dove il passato viene interrogato, il futuro non \u00e8 consegnato in ostaggio. Arendt lo sapeva e forse, in questo estratto aveva gi\u00e0 spiegato tutto:\u00a0<strong>\u00abIl suddito ideale del regime totalitario non \u00e8 il nazista convinto o il comunista convinto, ma l\u2019individuo per il quale la distinzione tra realt\u00e0 e finzione, tra vero e falso, non esiste pi\u00f9\u00bb<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.gazzettafilosofica.net\/2025-1\/luglio\/la-psicologia-delle-masse-e-le-tecniche-di-manipolazione-come-annichilire-il-pensiero\/\">https:\/\/www.gazzettafilosofica.net\/2025-1\/luglio\/la-psicologia-delle-masse-e-le-tecniche-di-manipolazione-come-annichilire-il-pensiero\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DA GAZZETTA FILOSOFICA (Di Vincenzo Fiore) 130 anni fa con l&#8217;opera\u00a0Psychologie des foules,\u00a0Le Bon ci spiegava come le masse potessero essere guidate non dalla ragione, ma dall\u2019emozione. 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