{"id":91253,"date":"2025-07-25T09:00:20","date_gmt":"2025-07-25T07:00:20","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91253"},"modified":"2025-07-24T09:25:43","modified_gmt":"2025-07-24T07:25:43","slug":"in-lode-a-francesca","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91253","title":{"rendered":"In lode a Francesca"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di LA FIONDA (Matteo Parini)<\/strong><\/p>\n<div class=\"intestazione-post\" style=\"text-align: justify\"><img decoding=\"async\" class=\"img-fluid foto-articolo ls-is-cached lazyloaded\" src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/francesca-albanese.jpg\" alt=\"\" data-src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/francesca-albanese.jpg\" \/><\/p>\n<div class=\"cover-post\"><\/div>\n<\/div>\n<div class=\"contenuto-post\">\n<p style=\"text-align: justify\">Il contesto. Francesca Albanese ha un mandato istituzionale e come lei sono altre cinquantasette le persone nel mondo designate in egual misura dall\u2019ONU. Per inquadrare la situazione, di questi incarichi sono quarantacinque quelli \u201ctematici\u201d, dedicati a questioni globali come possono essere la tortura, i flussi migratori o l\u2019ambiente, e tredici quelli \u201cspecifici\u201d, attribuiti per il monitoraggio di un Paese in particolare. Mandati che non piovono dal cielo ma sono conferiti, appunto, dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite in qualit\u00e0 di esperti e in relazione a determinate tematiche. Morale, non ci si inventa \u201cSpecial Rapporteur\u201d, questo il nome, dalla mattina alla sera, a monte ci sono anni di studio e accrescimento della competenza. L\u2019ONU, pur non avendo fissato dei requisiti ufficiali, pretende che alcune imprescindibili peculiarit\u00e0, morali, tecniche e culturali siano comprovate. Padronanza dei diritti umani, indipendenza politica ed economica, imparzialit\u00e0, conoscenza del contesto internazionale, capacit\u00e0 di dialogo multilaterale e di mediazione fra parti in conflitto, sono solo alcune delle doti ritenute necessarie all\u2019espletamento di un ruolo di spessore come pu\u00f2 essere quello di un garante di umanit\u00e0 e giustizia sociale nonch\u00e9 referente autorevole per conto delle Nazioni Unite. Francesca Albanese, all\u2019interno di questo auspicabile modello che si potrebbe definire di vigilanza sovranazionale, \u00e8 la \u201cRelatrice speciale per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati\u201d. In carica dal maggio del 2022, il suo mandato inizialmente biennale \u00e8 stato rinnovato e, pertanto, attualmente risulta in corso. A perorare la sua candidatura \u00e8 stata una risoluzione proposta dal Pakistan per conto dell\u2019OIC, l\u2019Organizzazione della Cooperazione Islamica, sul tema dello \u201cStato dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est, e l\u2019obbligo di garantire giustizia e responsabilit\u00e0\u201d. Pakistan che, per il principio dell\u2019indipendenza politica del candidato di cui sopra, nella persona di Bilal Ahmed ha agito per conto dell\u2019OIC stesso e non per un desiderata personale. Un concetto, questo dell\u2019indipendenza, che risulta centrale nella stretta attualit\u00e0 di questi giorni che vedono Francesca Albanese sotto il fuoco incrociato delle cancellerie dell\u2019Occidente collettivo eterodirette da Washington, nel tipico atteggiamento delle sedicenti democrazie plutocratiche di avversare chi non \u00e8 in vendita. Per distruggerne immagine e credibilit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il perch\u00e9 L\u2019ONU abbia scelto proprio Francesca Albanese lo racconta esaustivamete il suo curriculum. Una sintesi: avvocato internazionale specializzato in diritti umani e Medio Oriente, Affiliate scholar presso l\u2019Institute for the Study of International Migration della Georgetown University, responsabile del programma di ricerca e assistenza legale su migrazioni e richiedenti asilo nel mondo arabo per il think tank Arab Renaissance for Democracy and Development, co-fondatrice del Global Network on the Question of Palestine. Una coalizione, quest\u2019ultima, fatta di accademici regionali e internazionali impegnati attivamente nella questione israelo-palestinese. Risulta pertanto evidente la sua adeguatezza nel perseguire gli obiettivi di un incarico che verte sostanzialmente su tre capisaldi. Uno: indagare sulle violazioni da parte di Israele dei principi e delle basi del diritto internazionale umanitario e della Convenzione di Ginevra. Due: ricevere comunicazioni e ascoltare testimoni. Tre: riferire alla Commissione per i diritti umani nelle sue future sessioni. In tre parole, monitoraggio, denuncia e proposta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se improvvisamente si \u00e8 iniziato a parlare di lei a reti unificate, e non per i conclamati meriti professionali o per il coraggio d\u2019essersi collocata senza riserve dalla parte degli ultimi, \u00e8 perch\u00e9 in quello che si pu\u00f2 genericamente chiamare Nord Globale \u2013 per affinit\u00e0 sociopolitiche non sempre edificanti e includendo nel medesimo sottoinsieme di umanit\u00e0 anche Israele che geograficamente ne sarebbe escluso \u2013 si vive un\u2019epoca che annovera tra gli argomenti da maneggiare con discrezione, pena censura, la postura genocidaria del governo di Tel Aviv. Un clima tossico, quello che si appiccica sulla pelle di chi approccia all\u2019argomento senza paraocchi, da propaganda goebbelsiana degna dei peggiori regimi reazionari, che veicola urbi et orbi una narrazione ufficiale. Unica e indiscutibile, che non scontenti pi\u00f9 di tanto l\u2019apparato egemonico del potere statunitense pi\u00f9 i relativi accoliti. Francesca Albanese, nell\u2019esercizio del suo mandato professionale, il confine del consentito, agli occhi dei gendarmi del mondo unipolare che l\u2019hanno tracciato, lo ha colpevolmente scavalcato. Da qui, la sua odierna sovraesposizione mediatica. Un linciaggio, il pubblico ludibrio imposto dall\u2019alto, favorito dai menestrelli senza scrupoli dell\u2019informazione, sempre cos\u00ec solerti nell\u2019accondiscendere chi ha il portafoglio e tira i fili. In Italia, per fare qualche esempio, c\u2019\u00e8 un personaggio pubblico e di robusta influenza come Enrico Mentana che alla lettura della notizia dell\u2019ennesima strage di innocenti non riesce nemmeno a pronunciare la parola \u201ccoloni\u201d, i responsabili, balbettando la meno comprensibile locuzione anglofona \u201csettlers\u201d. Chi pensa sia una sciocchezza \u00e8 in nalafrde. C\u2019\u00e8 pure uno come Maurizio Molinari, direttore di giornale, che definisce Israele una \u201cdemocrazia aggredita\u201d. La filastrocca aggressore-aggredito di quelli che deliberatamente scambiano l\u2019ordine degli addendi secondo convenienza. Oppure, c\u2019\u00e8 uno come Paolo Mieli, tra i vari mestieri che esercita c\u2019\u00e8 anche quello dello storico quale aggravante, che dichiara che \u201cl\u2019accusa di genocidio nei confronti di Israele legittima la violenza\u201d. Una sequela inesausta di mistificazioni di massa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Francesca Albanese, sbattuta proprio l\u2019altro giorno in prima pagina dal quotidiano \u201cLibero\u201d, nome ossimorico considerata la contenutistica di uno dei pi\u00f9 fedeli rotocalchi atlantisti del panorama italiano, con la peggiori infamie \u2013 ma la testata diretta da Mario Sechi \u00e8 in nutrita compagnia \u2013 ha fatto drizzare le antenne, che \u00e8 aspetto decisamente pi\u00f9 rilevante, all\u2019amministrazione statunitense che, per bocca del Segretario di Stato Marco Rubio, ha annunciato con piglio da gangster non meglio precisate sanzioni a suo carico. Qualcosa che somiglia da vicino ad un avvertimento mafioso, l\u2019atteggiamento caratteristico di chi governa nell\u2019area dollarocentrica imperniata sulla legge del pi\u00f9 forte. Scampoli di democrazia muscolare. Sanzioni, quelle promesse, che fanno sponda sul cosiddetto \u201cExecutive Order 14203\u201d, un provvedimento vergato di recente da Donald Trump allo scopo di avversare le disposizioni della Corte Penale Internazionale (CPI) a carico dei cittadini USA e dei loro alleati. In soldoni, un condono. Disposizioni e accuse che, evidentemente, non sono gradite agli apparati di potere. L\u2019EO 14203, dal nome sinistro di \u201cImposing Sanctions on the International Criminal Court\u201d, ha per genesi il mandato d\u2019arresto della CPI a carico di Netanyahu, primo ministro israeliano, e Gallant, il suo ministro della Difesa. Il decreto, firmato lo scorso 6 febbraio, prevede sanzioni finanziarie e blocco dei visti non solo per gli effettivi della CPI ma per chiunque vi collabori. Senza distinzioni, la ghigliottina prende di mira ONG, avvocati, accademici. Cos\u00ec, su Francesca Albanese si \u00e8 abbattuta la scure dell\u2019intimidazione, perch\u00e9 giudicata colpevole di aver incitato la CPI ad intraprendere, in virt\u00f9 del suo operato, azioni ostili nei confronti degli ufficiali di USA e di Israele impegnati nel massacro di Gaza e, insieme, delle aziende coinvolte in parallelo nelle operazioni di sciacallaggio sul medesimo scenario bellico. Un problema di sicurezza nazionale, l\u2019ha definito Trump riferendosi a Francesca Albanese. Succede anche questo e non si capisce se ad essere pi\u00f9 surreale sia l\u2019accusa in s\u00e9 o il silenzio delle principali cariche di governo italiane che scaturisce dall\u2019attacco vigliacco ad una connazionale. Silenzio che muta in azione concreta e degenera in complicit\u00e0. Per rendere l\u2019idea a beneficio dei pi\u00f9 distratti, la Camera, ed \u00e8 storia recentissima, ha bocciato la mozione di richiesta al Governo di sospendere il Memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele. L\u2019Italia persevera nel macchiarsi la reputazione compartecipando ai crimini compiuti da uno Stato terrorista. A fissarlo \u00e8 il Parlamento, nelle intenzioni dei padri costituenti un baluardo di giustizia finito per diventare un pied-\u00e0-terre dell\u2019impero nordamericano nella colonia-Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Comunque, motivo di tanto astio nei confronti di Francesca Albanese \u00e8 il rapporto ufficiale delle Nazioni Unite intitolato \u201cAnatomy of a Genocide\u201d da lei redatto e presentato al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite il 1\u00b0 luglio del 2024. Epicentro del documento \u00e8 la parola proibita, quella che la narrazione mainstream che non accetta deviazioni dalla linea di pensiero unico ha fatto sparire dal dizionario: genocidio. Nel lavoro scrive, in conclusione, che \u201ca Gaza sussistono ragionevoli motivi per ritenere che siano stati commessi atti che potrebbero configurare un genocidio\u201d. Tanto \u00e8 bastato per far scomodare l\u2019accusa orwelliana di antisemitismo in assenza dello stesso. Che nell\u2019accezione sottosopra filo-israeliana significa non voltarsi dall\u2019altra parte, non essere fiancheggiatori di una pagina di storia inqualificabile. Pi\u00f9 che benaltrismo, un salto mortale intorno alla realt\u00e0 fattuale. Perch\u00e9, se gli fai notare che giocare alla roulette russa con i bambini palestinesi in fila per ore sotto al sole nell\u2019attesa che le forze di occupazione concedano loro un bicchiere d\u2019acqua non sia tipicamente un atteggiamento da gentiluomini, l\u2019accusa di rimando \u00e8 immancabilmente quella di antisemitismo. Una sorta di lasciapassare, la strumentalizzazione della tragedia della Shoah a turpi fini opportunistici, nel nome della quale ogni atteggiamento terroristico diventa automaticamente lecito. La panacea di ogni mal di coscienza per le anime candide dello spicchio egemone di pianeta. Israele ammazza ventimila bambini nella Striscia, tanto da risultare oggi la prima causa di mortalit\u00e0 infantile, e si appresta a deportare quelli che sopravvivono ma \u00e8 antisemita l\u2019atteggiamento di chi, come Francesca Albanese, denuncia il crimine. Una corruzione del pensiero con pochi precedenti, fortuna che i regimi sono quelli degli altri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Genocidio, ancora a proposito di imparzialit\u00e0, \u00e8 qualcosa di indelebilmente perimetrato gi\u00e0 dalla Convenzione di Ginevra del 1949, non una definizione coniata di recente per dare addosso ad Israele, che ha provveduto a definirlo legalmente obbligando gli Stati, sebbene in linea teorica, a prevenirlo e punirlo. Affinch\u00e9 si configuri proprio quel reato occorre, come recita testualmente l\u2019Articolo 2 della suddetta Convenzione, l\u2019intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Francesca Albanese, a partire dalla traccia solcata dalla sua definizione e al fine di provare agli occhi del mondo l\u2019intento genocidario degli esponenti dell\u2019establishment israeliano, ha raccolto testimonianze sul campo. Prove incontrovertibili della disumanizzazione dei palestinesi, di ordini militari impartiti all\u2019esercito che autorizzano massacri indiscriminati sui civili, di creazione deliberata di condizioni di vita incompatibili con la dignit\u00e0 umana. L\u2019insieme di ci\u00f2 configura il \u201cdolus specialis\u201d, l\u2019intenzione speciale. Quella, appunto, di uno sterminio. Non un generico atto violento. Non un crimine di guerra, poich\u00e9 a fronteggiarsi non sono due eserciti che si bombardano reciprocamente coinvolgendo aree civili. La lucida consapevolezza di distruggere un popolo, quello palestinese in quanto tale. Non gliel\u2019hanno perdonato a Francesca Albanese, che \u00e8 stata intimorita ed in maniera nemmeno troppo velata, ma ci\u00f2 non lha impedito proseguisse con l\u2019attivit\u00e0 di denuncia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Perch\u00e9, in occasione della cinquantanovesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, la Relatrice Speciale italiana ha presentato, non pi\u00f9 tardi di qualche settimana fa, il suo ultimo rapporto dal titolo \u201cFrom economy of occupation to economy of genocide\u201d. Nell\u2019occasione, con il genocidio sempre in primo piano, ha analizzato da vicino il fenomeno del profitto che diversi colossi aziendali stanno traendo dall\u2019economia dell\u2019occupazione illegale israeliana della Palestina. Dualmente, ha puntato il dito sulla complicit\u00e0 delle multinazionali delle armi, dei sistemi di sorveglianza biometrica, delle analisi predittive a mezzo intelligenza artificiale, con la politica sciovinista israeliana. Alfieri della globalizzazione capitalistica, questi ultimi, pi\u00f9 influenti sullo scacchiere internazionale degli stessi Stati nazionali, cifra stilistica della pi\u00f9 feroce globalizzazione capitalistica. Quelli come Google, come Amazon o come Microsoft, che non lesinano tecnologia e logistica bellica, in cambio di evidenti benefici, alla causa genocidaria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nuovi e sempre pi\u00f9 strutturati nemici attendono al varco un\u2019encomiabile Francesca Albanese che, grazie ai risultati dell\u2019attivit\u00e0 di ricerca compendiati nel succitsto ultimo rapporto, ha fatto s\u00ec che anche il mondo accademico occidentale perdesse pubblicamente la sua verginit\u00e0, spogliato dell\u2019indipendenza pedagogica e scientifica che sta, anzi starebbe, alla base delle istituzioni deputate alla formazione superiore. Universit\u00e0 del sapere derubricata a universit\u00e0 di guerra. Molti dei principali atenei del cosiddetto Global minority, la minoranza del pianeta Terra che detiene un disproporzionato potere economico e detta l\u2019agenda del diritto internazionale, collaborano attivamente con le istituzioni israeliane che operano ai danni della Palestina e, pi\u00f9 in generale, contro la stabilit\u00e0 del Medio Oriente. Israele, uno Stato capace di essere in guerra a vari livelli di intensit\u00e0 con almeno cinque nazioni in contemporanea \u2013 \u00e8 di queste ore l\u2019ultimo bombardamento illegale su Damasco in una Siria fatta a brandelli sulla falsariga dell\u2019Iraq, della Libia, dell\u2019Afghanistan, del Libano \u2013 fa della sua universit\u00e0 l\u2019impalcatura concettuale di un suprematismo endemico. Dal supporto ideologico alla discriminazione sociale e religiosa, sancita anche in via ufficiale dalla legge fondamentale dello Stato-Nazione del popolo ebraico per la quale Israele \u00e8 nazione dei soli ebrei e non di chi la abita, alla cancellazione sistematica della tradizione autoctona palestinese, all\u2019introiettamento nelle nuove generazioni della cosiddetta cultura dell\u2019occupazione, affinch\u00e9 percepiscano lo status quo come normalit\u00e0 se non come auspicabile evenienza e senza tentennamenti morali. Sbaglia, pertanto, chi pensa che il male perpetrato da Israele sia imputabile al solo Netanyahu o alla sua cricca balorda di potere. Il sostegno alle politiche criminogene, infatti, continua ad essere maggioritario in seno alla societ\u00e0 civile israeliana, non deve stupire. Secondo un recente sondaggio riportato dal quotidiano Haaretz, poi citato da Reuters, pi\u00f9 dell\u2019ottanta per cento degli ebrei israeliani sarebbe favorevole ad espellere i palestinesi da Gaza una volta terminata la guerra. \u00c7a va sans dire. La banalizzazione della deportazione, acme di pensieri aberranti insiti nella maggioranza bulgara di una popolazione statisticamente aggressiva. Nonostante ci\u00f2, la tiritera del sacrosanto diritto di Israele alla difesa, bench\u00e9 nessuno dei suoi fautori chiarisca mai nei confronti di chi o da cosa, continua a convincere, qui nell\u2019Occidente collettivo, una moltitudine di persone. Probabilmente, perch\u00e9 a ripeterla a sfinimento sono gli esponenti apicali delle cancellerie che, \u00e8 bene ribadirlo, sebbene non provengano da Marte finiscono lo stesso per essere imposti, indipendentemente dalla volont\u00e0 popolare. Il recente caso rumeno, ma \u00e8 solo l\u2019ultimo della lista, con il rifacimento delle elezioni per via di un esito iniziale non soddisfacente la linea euroinomane e l\u2019arresto del candidato inviso che ha fatto seguito alle votazioni, chiarisce meglio il concetto. Se per Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, \u201cIsraele ha il pieno diritto a difendersi\u201d, e chiss\u00e0 se allude al pericolo avanzato dai gazawi disperati in coda per una ciotola di farina, per Licia Ronzulli, vicepresidente del Senato, \u201cIsraele ha diritto a sopravvivere\u201d, sottintendendo sussista addirittura un pericolo esistenziale incipiente per la nazione ebraica. La devastazione della Palestina che va da Gaza al West Bank per mano dell\u2019esercito regolare o dei coloni, per usare un neologismo tanto familiare ai pirati a stelle e strisce, \u00e8 classificata come \u201cdanno collaterale\u201d. Locuzione macabra, coniata ormai un certo numero di guerre imperialistiche fa, che edulcora i bombardamenti alla cieca, ridicendoli a fortuita e inevitabile conseguenza, di una forza egenomone sui malcapitati di turno che non si allineano supinamente. Regime, secondo il vangelo occidentale, \u00e8 il governo di chi non \u00e8 in vendita mentre terrorista \u00e8 chi non accetta passivamente la prevaricazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Francesca Albanese, alla quale si augura di restare in salute in questo clima torbido da Cosa Nostra che non lascia pi\u00f9 nessuno al sicuro \u2013 all\u2019uopo basti ricordare le famigerate liste di proscrizione stilate da un noto quotidiano italiano includenti i fantomatici \u201cputinisti\u201d, di fatto coloro i quali ritenessero autolesionistico per l\u2019Italia accodarsi alla guerra per procura in Ucraina e, quindi, messi alla berlina mediatica \u2013 \u00e8 una ventata d\u2019aria fresca in una stagione arida. Fatta di assordanti e reiterati silenzi, nella migliore delle ipotesi, dinanzi allo sterminio di Gaza. Con la tenaglia di morte Trump-Netanyahu che tenta di soffocarla, nel contesto di una demonizzazione del dissenso senza quartiere proprio degli autoritarismi come il nostro. Che ha pure la spocchia di celebrarsi moralmente superiore ed ergersi a modello universale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Un piccolo motivo di speranza, come spesso accade, arriva per\u00f2 dall\u2019America Latina. Gustavo Pedro, presidente della Colombia, ha convocato il Gruppo dell\u2019Aia nella Conferenza di Bogot\u00e0 con lo scopo di tradurre in azioni concrete la risoluzione dell\u2019ONU contro l\u2019occupazione l\u2019israeliana. Presente al meeting anche Francesca Albanese che, in veste di Relatrice Speciale, ha aperto i lavori e fissato i due punti chiave della Conferenza. La richiesta ai trenta Stati presenti di \u201cpassare dalla retorica all\u2019azione\u201d, nell\u2019ottica di fermare la nebbia di complicit\u00e0 internazionale. La definizione della contingenza come un \u201ctest esistenziale\u201d per la sopravvivenza del diritto internazionale. Azione che pu\u00f2 essere tradotta, ha aggiunto, dall\u2019applicazione di sanzioni finanziarie alle aziende delle guerra e nell\u2019embargo totale alla vendita delle armi alla junta criminale di Netanyahu. Mentre Gustavo Pedro annunciava l\u2019uscita della Colombia dallo status di partner globale della NATO, perch\u00e9 il suo paese \u2013 ha dichiarato \u2013 deve smetterla di sostenere un\u2019organizzazione responsabile del massacro di civili. Embrioni, quelli fuorusciti dalla Conferenza dello scorso 15-16 luglio, di coraggio e umanit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dal giorno della sua nomina, il merito pi\u00f9 grande conseguito da Francesca Albanese \u00e8 di aver elevato il suo ruolo da quello di osservatrice\/relatrice, svolto in maniera encomiabile, a quello di baluardo concreto. A punto di riferimento istituzionale per chi non si rassegna a vivere dentro una civilt\u00e0 infestata dalla piaga della corruzione del diritto internazionale, stuprato dalle mire imperiali dei custodi del mondo unipolare e dalla recrudescenza del relativo sciovinismo, quella tipica dei colpi di coda della bestia morente. Donna di coraggio, fermezza e autonomia, Francesca Albanese, tra guerre della NATO illegali e politiche terroristiche degli Stati dell\u2019Occidente collettivo, con un\u2019azione di advocacy a pi\u00f9 livelli fatta di strategie tangibili capaci di generare consenso, ha puntellato il principio per il quale un sistema internazionale di tutela dei diritti umani, connesso alla ricollocazione della centralit\u00e0 del diritto quale imprescindibile strumento di giustizia globale, non debba piegarsi alle dinamiche di potere. Il tempo per mettere fine all\u2019impunit\u00e0 internazionale di uno stato terrorista come quello israeliano, responsabile della sofferenza di milioni di persone e alla comprensibile disillusione collettiva che si accompagna assistendo impotenti ad una tragedia storica come quella palestinese, \u00e8 scaduto. L\u2019azione di Francesca Albanese, sintetizzando con una parola, significa speranza. Nel diritto, quale grimaldello di giustizia universale; per gli oppressi, ai quali finalmente \u00e8 data voce; nell\u2019ordine internazionale, perch\u00e9 non sta scritto da nessuna parte che dovr\u00e0 essere asimmetrico per l\u2019eternit\u00e0. Speranza, quindi, tridimensionale e concreta. In definitiva, Francesca \u00e8 oggi una figura chiave che, in un\u2019epoca autenticamente terribile per chi siede dal lato debole del mondo, incarna una via d\u2019uscita che proietta i popoli in lotta per l\u2019autodeterminazione verso un futuro possibile. Nel quale dignit\u00e0, giustizia, coraggio collettivo, imparzialit\u00e0 e coerenza smettano di essere parole vuote e si affilino come spade di Damocle sui potenti.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2025\/07\/22\/in-lode-a-francesca\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2025\/07\/22\/in-lode-a-francesca\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LA FIONDA (Matteo Parini) Il contesto. Francesca Albanese ha un mandato istituzionale e come lei sono altre cinquantasette le persone nel mondo designate in egual misura dall\u2019ONU. Per inquadrare la situazione, di questi incarichi sono quarantacinque quelli \u201ctematici\u201d, dedicati a questioni globali come possono essere la tortura, i flussi migratori o l\u2019ambiente, e tredici quelli \u201cspecifici\u201d, attribuiti per il monitoraggio di un Paese in particolare. 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