{"id":9130,"date":"2013-07-02T23:15:03","date_gmt":"2013-07-02T23:15:03","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=9130"},"modified":"2013-07-02T23:15:03","modified_gmt":"2013-07-02T23:15:03","slug":"berlino-roma-e-i-dolori-del-giovane-euro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=9130","title":{"rendered":"Berlino, Roma e i dolori del giovane euro"},"content":{"rendered":"<p>\n\tLe previsioni, contenute nella seconda parte, contengono osservazioni importanti ma anche punti opinabili e qualche lacuna.\n<\/p>\n<p>\n\tAl contrario, l&#39;analisi, contenuta nella prima parte dell&#39;articolo, &egrave; profondissima.\n<\/p>\n<p>\n\t<a href=\"http:\/\/keynesblog.com\/2013\/05\/20\/berlino-roma-e-i-dolori-del-giovane-euro\/\">Keynesblog<\/a>\n<\/p>\n<h2 class=\"entry-title\">\n\tBerlino, Roma e i dolori del giovane&nbsp;euro<br \/>\n<\/h2>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\"><strong>I guai dell&rsquo;Eurozona originano da una grave anomalia: l&rsquo;essere imperniata su un paese esportatore, che drena valuta invece di crearla. Il ritorno della Mitteleuropa. Il&nbsp;bluff&nbsp;delle &lsquo;triple A&rsquo;. Se la moneta comune salta, un&rsquo;Italia senza timoniere rischia la deriva.<\/strong><\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\"><em><strong>di Marcello De Cecco e Fabrizio Maronta <\/strong>da Limes 4\/13&nbsp;<\/em><\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t&nbsp;\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\"><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/limes\/litalia-di-nessuno\/46032\"><span style=\"color:#2b2b2b;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"Cover Contro rivoluzioni\" class=\"alignleft size-medium wp-image-4193\" height=\"300\" src=\"http:\/\/keynesblog.files.wordpress.com\/2013\/05\/cover_italia.jpg?w=207&amp;h=300\" width=\"207\" \/><\/span><\/a><em>Per gentile concessione della rivista Limes, pubblichiamo il seguente articolo di M. De Cecco e F. Maronta. Il sommario dell&rsquo;interessantissimo numero, tutto dedicato all&rsquo;Euro e all&rsquo;Europa, &egrave; disponibile <a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/limes\/litalia-di-nessuno\/46032\">qui<\/a>.<\/em><\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">1. La zona euro detiene invidiabile primato storico: &egrave; l&rsquo;unica area monetaria imperniata su un paese creditore, la Germania. Si tratta di una condizione assolutamente anomala: mai, prima d&rsquo;ora, si era data una moneta a circolazione plurinazionale costruita attorno a un paese strutturalmente esportatore, perch&eacute; la funzione del fulcro di un sistema monetario &egrave; creare liquidit&agrave;, non drenarla. Tale funzione viene normalmente assolta mediante il commercio: importando beni e servizi altrui e stampando moneta per pagare le importazioni, il paese economicamente egemone alimenta la massa monetaria della sua zona d&rsquo;influenza, fornendo cos&igrave; il carburante degli scambi e degli investimenti. Ci&ograve; presuppone, per&ograve;, un deficit commerciale quasi permanente e una certa tolleranza, da parte del paese in questione, per l&rsquo;inflazione e le oscillazioni del tasso di cambio.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<!--more-->\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Questa &egrave; stata la condotta dell&rsquo;Inghilterra, specialmente tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando Londra reinvestiva sistematicamente i proventi delle colonie alimentando il commercio mondiale e tamponando i guasti provocati dall&rsquo;aggressivo mercantilismo statunitense, in una fase in cui Washington era impegnata ad affermarsi sui mercati internazionali. Questa &egrave; stata la posizione degli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra, una volta rilevato il testimone dal Regno Unito: prima con il Piano Marshall, che schiuse l&rsquo;enorme mercato nordamericano all&rsquo;esangue industria europea; poi, dopo l&rsquo;abbandono unilaterale del sistema di parit&agrave; aurea &ndash; reso insostenibile proprio dalla crescita degli scambi transatlantici &ndash; con la creazione di moneta.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Non &egrave; questo il caso della Germania: paese che ad oggi mantiene una percentuale di esportazioni sul pil (50%) superiore persino a quella della Cina, ma che in virt&ugrave; della sua statura economica si &egrave; sempre trovato al centro delle dinamiche europee d&rsquo;integrazione commerciale (prima) e monetaria (poi). Un ruolo, tuttavia, svolto senza mai abdicare alla propria natura di Stato esportatore. Questa anomalia &egrave; esplosa con la creazione dell&rsquo;euro, che ha determinato un paradossale rovesciamento dei ruoli: la Germania, fulcro dell&rsquo;area valutaria comune, non crea liquidit&agrave;, ma la assorbe costantemente, esportando beni e servizi altamente competitivi che vengono pagati dagli importatori pi&ugrave; o meno &laquo;periferici&raquo; dell&rsquo;Eurozona emettendo debito. Ovvero, sobbarcandosi quella funzione di zecca monetaria che spetterebbe a Berlino.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Quest&rsquo;ultima, in realt&agrave;, per qualche tempo dopo la riunificazione fu costretta a stampare moneta, per assorbire l&rsquo;immane fardello economico e fiscale dell&rsquo;Est. In quel periodo (siamo a met&agrave; degli anni Novanta), i benefici dell&rsquo;abbondanza di marchi si fecero sentire in tutta Europa, ma la festa &egrave; durata poco. Bundesbank, governo e parti sociali reagirono con un doloroso programma di contenimento della spesa pubblica; con una ferrea politica di moderazione salariale, negoziata con i sindacati; e con una profonda razionalizzazione del mercato del lavoro, che ha infranto il tab&ugrave; post-bellico del posto fisso e ha creato un&rsquo;ampia area di lavoro flessibile, essenziale alla competitivit&agrave; del <em>made in Germany<\/em>. La risultante precariet&agrave; lavorativa &egrave; stata tamponata da uno Stato sociale la cui leggendaria generosit&agrave; &egrave; uscita ridimensionata dalla cura dimagrante dell&rsquo;&egrave;ra Schr&ouml;der. Ma che resta pur sempre un welfare vero, dove lo Stato fornisce servizi efficienti a valere sulla fiscalit&agrave; generale e in regime di bassa evasione. Una realt&agrave; assai lontana da quella italiana, dove l&rsquo;evasione fiscale vale circa il 20% del pil, le pensioni finanziano i consumi e le reti della solidariet&agrave; (soprattutto) cattolica suppliscono alla mancanza di servizi, in un arcaico baratto tra diritti e carit&agrave;.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Da parte sua, il mondo produttivo tedesco &ndash; specialmente la grande industria &ndash; ha puntato con decisione su ricerca e innovazione, onde mantenere alto il valore aggiunto dei suoi prodotti e contribuire all&rsquo;aumento della competitivit&agrave;. Questa, a sua volta, ha consentito all&rsquo;industria tedesca &ndash; metodicamente sostenuta da governi e sistema bancario &ndash; di insediarsi stabilmente nei mercati emergenti (soprattutto in Cina), di cui ha agganciato il ciclo economico espansivo. Certamente, una grossa mano &egrave; venuta dall&rsquo;Europa. Specie da Francia e Inghilterra, che all&rsquo;indomani del 1989 accettarono di trattare la riunificazione tedesca alla stregua di un allargamento comunitario e la Germania Est come nuovo Stato membro, per consentirle di aggiudicarsi ingenti aiuti economici. Cos&igrave; suggellando il patto storico che voleva la riunificazione tedesca cofinanziata dai partner europei e la Germania (ri)unita ancorata saldamente all&rsquo;Europa per tramite dell&rsquo;euro.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Ma forse quel patto chiedeva troppo ai suoi contraenti: ben presto i tedeschi hanno realizzato che calarsi nel ruolo di &laquo;America d&rsquo;Europa&raquo;, accettando un persistente deficit fiscale e commerciale per finanziare l&rsquo;export britannico, francese, iberico e italiano, avrebbe distrutto l&rsquo;armonioso sistema di relazioni sociali e industriali che costituisce la cifra del capitalismo renano, sul quale la Germania ha ricostruito se stessa dopo la catastrofe bellica. Questo sistema, intrinsecamente avverso all&rsquo;inflazione, presuppone degli elementi strutturalmente incompatibili con il ruolo di creatore internazionale di valuta: un&rsquo;attenta regia della Banca centrale sull&rsquo;economia, una moderazione salariale da parte dei sindacati, un occhiuto controllo della spesa pubblica, il mantenimento di un&rsquo;alta produttivit&agrave; da parte delle aziende.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Pi&ugrave; che il famigerato ricordo di Weimar &ndash; costantemente evocato dagli osservatori stranieri, ma di fatto estraneo alla maggior parte dei tedeschi contemporanei, se non altro per ragioni anagrafiche &ndash; &egrave; dunque l&rsquo;insostenibilit&agrave; economica dell&rsquo;inflazione a rendere cittadini e leader tedeschi inflessibili di fronte a ogni ipotesi di lassismo monetario. Malgrado non si debba mancare occasione di ricordare alla Germania quanto l&rsquo;Europa abbia contribuito, a suon di deficit commerciali, a finanziare la sua riunificazione, sarebbe anche bene che qualcuno, nei cosiddetti paesi debitori, evidenziasse con maggiore enfasi l&rsquo;entit&agrave; dei sacrifici cui i tedeschi si sono sottoposti per riedificare l&rsquo;Est. In ultima analisi, la Germania &egrave; riuscita a tenere in riga i conti pubblici e a mantenere competitiva la propria industria pur sborsando l&rsquo;equivalente di 200 miliardi di marchi all&rsquo;anno per vent&rsquo;anni a favore dei L&auml;nder orientali. Dieci volte pi&ugrave; di quanto il nostro Nord abbia dato al Mezzogiorno in oltre un secolo.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">2. Oggi &egrave; giunto il momento di chiederci onestamente se Berlino sia in grado di svolgere la funzione di fulcro del sistema monetario europeo. Ovvero, se abbia validi incentivi a ricoprire tale ruolo. La sua storia suggerisce il contrario: sin dall&rsquo;unit&agrave; nazionale (1870), la Germania ha registrato un costante surplus nel settore dei beni d&rsquo;investimento, non a caso coincidente con l&rsquo;industria bellica. Quando il paese non era impegnato in guerre d&rsquo;espansione finalizzate a ritagliarsi l&rsquo;agognato <em>Lebensraum<\/em>, l&rsquo;efficiente industria pesante si riconvertiva alla produzione civile, che alimentava il mercato nazionale e poi &ndash; una volta completata l&rsquo;industrializzazione e la messa in piedi di una poderosa rete infrastrutturale interna &ndash; le esportazioni.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Questo meccanismo ha preso ulteriore slancio nel secondo dopoguerra, quando gli Stati Uniti, appresa la lezione keynesiana di Versailles e di fronte alla minaccia sovietica, hanno optato per agevolare in ogni modo l&rsquo;export tedesco, come mezzo di ricostruzione economica alternativo all&rsquo;ormai impraticabile (per Bonn) politica degli armamenti. Mai scelta fu pi&ugrave; felice: sostituiti i marchi ai <em>Panzer<\/em>, come si suol dire, la Germania (Ovest) ha interiorizzato l&rsquo;uso dell&rsquo;export come valida alternativa alla politica di potenza militare. Il risultato &egrave; stato una politica di potenza implicita, che nominalmente non infrangeva il tab&ugrave; della sottomissione tedesca all&rsquo;Europa e agli Stati Uniti, ma che di fatto ha consentito al paese di risorgere economicamente, politicamente e socialmente. Il prezzo economico pagato dalla Germania per l&rsquo;acquiescenza euroatlantica al suo mercantilismo &egrave; stato il ruolo di ufficiale pagatore dell&rsquo;Europa: prima dell&rsquo;euro, in qualit&agrave; di principale (ancorch&eacute; non unico) contributore netto al bilancio comunitario; dal 2002 in poi, anche mediante la condivisione del suo merito di credito con le economie meno disciplinate e competitive di Eurolandia.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Ma questa camicia di forza valutaria non &egrave; valsa a mutare i connotati di fondo del sistema economico tedesco e della <em>forma mentis<\/em> ad esso sottesa. La Germania era e resta un paese naturalmente votato all&rsquo;export: basta leggere lo statuto della Deutsche Bank, in cui &egrave; scritto nero su bianco che la banca nasce per favorire le esportazioni tedesche. In quale altro paese il principale gruppo bancario privato ha come mission statuita il sostegno all&rsquo;industria nazionale nella conquista dei mercati esteri? Dunque la Germania si trova in una posizione per certi versi ambigua: essa &egrave; il fulcro di un&rsquo;area valutaria che continua a ospitare il grosso dei suoi interessi commerciali; al contempo, per&ograve;, &egrave; fortemente insediata in mercati esterni che, stante la severit&agrave; della crisi europea, risultano sempre pi&ugrave; importanti.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Non che i destini dell&rsquo;Europa mediterranea siano indifferenti alla logica economica di Berlino. I reprimendi Pigs sono stati tradizionalmente delle spugne dell&rsquo;export tedesco. L&rsquo;Italia, in particolare, non &egrave; solo un mercato di sbocco, ma anche un importante acquirente di beni intermedi presso il settore chimico, meccanico e farmaceutico tedesco. Se dunque il crollo del nostro potere d&rsquo;acquisto danneggia le esportazioni tedesche, altrettanto fa l&rsquo;incipiente deindustrializzazione che sta investendo il Belpaese. Senza contare che il settore bancario di Berlino &ndash; specie le banche regionali &ndash; &egrave; in condizioni preoccupanti, non da ultimo per l&rsquo;ingente esposizione verso le economie debitrici. Tutto questo spiega perch&eacute; la Germania eviti di spingere a fondo sul pedale della sua competitivit&agrave; in Europa, sfruttando l&rsquo;assenza di barriere valutarie e doganali nella zona euro per fare <em>dumping<\/em> commerciale alle altre economie manifatturiere (come l&rsquo;Italia), che verrebbero spinte fuori mercato con conseguente implosione dell&rsquo;Eurozona.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Si spiega cos&igrave; anche l&rsquo;appoggio della Merkel alle audaci operazioni d&rsquo;acquisto di titoli (soprattutto) italiani e spagnoli sul mercato secondario da parte della Bce di Mario Draghi, che per formazione culturale &egrave; pi&ugrave; vicino a Ben Bernanke che a Jens Weidmann. Resta per&ograve; che Draghi non pu&ograve; supplire all&rsquo;assenza di un coordinamento politico europeo, men che meno alla drammatica <em>vacatio<\/em> di Roma. Ma soprattutto, non pu&ograve; mutare due dati di fondo: l&rsquo;impossibilit&agrave; di un duraturo riequilibrio della bilancia commerciale intraeuropea, stante il carattere intrinsecamente mercantilistico dell&rsquo;economia tedesca; e la parallela incompatibilit&agrave; del lassismo economico mediterraneo (che pure ha consentito a Italia, Spagna, Grecia e Portogallo di acquistare a debito le merci tedesche) con un capitalismo renano che postula la disciplina fiscale come elemento strutturale della propria competitivit&agrave;.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\"><a href=\"http:\/\/keynesblog.files.wordpress.com\/2013\/05\/screenshot11.png\"><span style=\"color:#2b2b2b;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"screenshot1\" class=\"aligncenter size-large wp-image-4192\" height=\"559\" src=\"http:\/\/keynesblog.files.wordpress.com\/2013\/05\/screenshot11.png?w=560&amp;h=559\" width=\"560\" \/><\/span><\/a><\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">3. A questa relazione problematica e conflittuale si contrappone la cogenza dei legami storici che ancorano la Germania alla sua tradizionale area d&rsquo;influenza economico-valutaria. All&rsquo;ombra dell&rsquo;euro si &egrave; andata ricostituendo quella Mitteleuropa che dal 1870 a oggi, con la parentesi della cortina di ferro, ha rappresentato il cuore produttivo e finanziario del continente. Nonch&eacute; la spiegazione dell&rsquo;apparente mistero per cui un paese relativamente piccolo come la Germania, arrivato tardi all&rsquo;unit&agrave; nazionale e uscito sconfitto da due guerre mondiali, sia assurto a potenza esportatrice globale, tenendo testa a giganti economici e demografici quali il Giappone, la Cina e gli Stati Uniti. La risposta sta, appunto, nell&rsquo;area d&rsquo;integrazione economico-produttiva tedesca, gi&agrave; zona d&rsquo;influenza del marco: la quale, oltre alla Germania, include Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Liechtenstein, Polonia, Slovenia, Croazia, Svizzera, Repubbliche baltiche, Olanda e Lussemburgo, pi&ugrave; la Francia carolingia e parte dell&rsquo;Italia settentrionale. Sommati, questi territori assommano a quasi 165 milioni di persone e al grosso del pil europeo.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Oggi, di fronte a una crisi globale che ha portato al pettine i nodi di un&rsquo;unione monetaria mal concepita, si va profilando un dilemma epocale, dalla cui risposta dipende il futuro stesso dell&rsquo;euro. Quest&rsquo;ultimo ha costituito l&rsquo;apice di un pluridecennale iter di &laquo;normalizzazione&raquo; della Germania, dopo i disastri delle due guerre. Tale processo, vigilato dagli Stati Uniti e seguito con apprensione da una Francia e da un&rsquo;Inghilterra scottate dal militarismo tedesco, &egrave; passato per la divisione del paese e il suo imbrigliamento nelle sfere d&rsquo;influenza statunitense e sovietica. Nel caso della Germania occidentale, ci&ograve; ha comportato l&rsquo;integrazione nella Nato e in una costruzione europea il cui atto di nascita prevedeva la messa in comune di carbone e acciaio. Cio&egrave; della base su cui Berlino aveva costruito la sua potenza militare. Caduto il Muro, ad essere precipitosamente diluite nel condominio comunitario furono la Banca centrale e la moneta tedesche, ulteriore antidoto alla presunta minaccia posta da una Germania riunificata.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Ora l&rsquo;espiazione &egrave; conclusa: pezzi importanti dell&rsquo;establishment economico e politico tedesco considerano il paese pienamente riabilitato e pertanto faticano a giustificare a se stessi, oltre che alla propria opinione pubblica, l&rsquo;adesione acritica a paradigmi in parte o in tutto contrari alla traiettoria economica e geopolitica del paese. Ovvero al suo interesse nazionale, almeno nella percezione che di questo hanno i ceti politici e produttivi in grado di orientare le scelte strategiche di Berlino. Alcuni, come il neocostituito partito Alternative f&uuml;r Deutschland (Alternativa per la Germania), lo dicono apertamente; altri sono pi&ugrave; obliqui. In ogni caso, l&rsquo;euro &ndash; e di riflesso la concezione federalista dell&rsquo;Europa, di cui la moneta unica &egrave; somma espressione &ndash; sembra aver in gran parte esaurito la sua funzione storica agli occhi di un paese che si sente &laquo;redento&raquo;. Ma venuto meno il vincolo storico e strategico, di fronte alla peggior crisi economica dell&rsquo;ultimo secolo e a un&rsquo;America che non ha pi&ugrave; nel Vecchio Continente il suo ambito d&rsquo;interesse prioritario, la mera esistenza della moneta unica &egrave;, di per s&eacute;, un vincolo sufficiente alla sua sopravvivenza? Nell&rsquo;ottica della Germania &ndash; paese dalla cui volont&agrave; politica dipende, in ultima istanza, l&rsquo;esistenza della moneta unica &ndash; i vantaggi dell&rsquo;euro continuano a superarne i costi?<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Difficilmente una risposta negativa pu&ograve; essere esclusa a priori. Pertanto, la spaccatura della moneta unica cessa di essere un&rsquo;ipotesi di scuola, sebbene resti ufficialmente un tab&ugrave;. &Egrave; improbabile che l&rsquo;iniziativa di un&rsquo;uscita unilaterale venga dall&rsquo;Italia: paese teoricamente in grado di far saltare il banco o di utilizzare tale minaccia per negoziare un&rsquo;attenuazione dell&rsquo;austerit&agrave;, ma di fatto paralizzato dal terrore delle conseguenze di una simile scelta e attualmente privo di una guida politica capace di teorizzare e attuare qualsivoglia disegno strategico, pi&ugrave; o meno audace. Date le dimensioni della nostra economia e dei nostri problemi, non servirebbe peraltro un atto plateale; basterebbe omettere di attuare le misure di austerit&agrave; concordate in sede europea. Ci&ograve; in parte sta gi&agrave; accadendo, ma pi&ugrave; per inerzia burocratica che per volont&agrave; politica, dato che svariate misure di austerit&agrave; varate dal governo Monti mancano ad oggi dei necessari decreti attuativi. Finora l&rsquo;austerit&agrave; &egrave; consistita nell&rsquo;ennesimo aumento delle tasse a danno di chi le tasse le paga; mancano le riforme strutturali della spesa pubblica, le uniche in grado di spezzare la spirale del debito e di consentire la riduzione di una pressione fiscale ormai insostenibile.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Pi&ugrave; probabile che, se divorzio dev&rsquo;essere, a prendere apertamente l&rsquo;iniziativa sia il coniuge pi&ugrave; volitivo e munito di dote. La Germania, ancorch&eacute; restia a provocare un terremoto valutario che nell&rsquo;immediato affonderebbe alcuni dei suoi principali mercati, potrebbe giungere alla conclusione che l&rsquo;euro &egrave; un&rsquo;opzione non pi&ugrave; praticabile. Specialmente se il perdurare della crisi dovesse determinare un tracollo dell&rsquo;export verso l&rsquo;Europa e il mercato cinese non dovesse riuscire a compensare l&rsquo;ammanco. Per ragioni uguali e contrarie, la Francia &ndash; che a differenza dell&rsquo;Italia conserva una chiara concezione del proprio posto nel mondo, ma che a differenza della Germania ha una situazione economico-finanziaria assai precaria &ndash; potrebbe giungere alla medesima conclusione. Ma ci&ograve; presupporrebbe un drastico peggioramento del quadro economico e occupazionale francese, essendo la permanenza di Parigi nell&rsquo;empireo dei probi strettamente connessa al suo legame economico e geopolitico con la Germania.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Il crack dell&rsquo;euro schiuderebbe scenari da incubo per un paese politicamente acefalo qual &egrave; attualmente l&rsquo;Italia, che perso il pur problematico ancoraggio europeo sarebbe costretto a navigare in mare aperto senza nessuno al timone. E insieme svelerebbe impietosamente il bluff delle &laquo;triple A&raquo;, per il quale l&rsquo;Europa risulta artificiosamente divisa in un paradiso di creditori &ndash; cui va il plauso delle agenzie di rating &ndash; e un purgatorio di debitori &ndash; con scorci d&rsquo;inferno, come nel caso greco e cipriota. Ridotto alla sua essenza, il vagheggiato Neuro (euro del Nord) altro non sarebbe che il redivivo marco tedesco. E l&rsquo;esclusivo club dei creditori si scoprirebbe per ci&ograve; che realmente &egrave;: una societ&agrave; ad azionista unico &ndash; la Germania &ndash; attorno alla quale gravitano svariati <i>clientes<\/i> dipendenti in tutto e per tutto dalla performance dell&rsquo;export germanico. Il quale trarrebbe notevole pregiudizio dal collasso del mercato europeo.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"color:#2b2b2b;\">Nel corso della loro turbolenta e plurisecolare storia, gli europei hanno appreso a loro spese che nessun paese &egrave; un&rsquo;isola e che questa regola non ammette eccezioni. Nemmeno per Berlino.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le previsioni, contenute nella seconda parte, contengono osservazioni importanti ma anche punti opinabili e qualche lacuna. Al contrario, l&#39;analisi, contenuta nella prima parte dell&#39;articolo, &egrave; profondissima. 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