{"id":91548,"date":"2025-09-10T10:39:12","date_gmt":"2025-09-10T08:39:12","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91548"},"modified":"2025-09-10T09:43:11","modified_gmt":"2025-09-10T07:43:11","slug":"dopo-i-sei-giorni-lora-zero-della-politica-dei-territori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91548","title":{"rendered":"\u201cDopo i sei giorni\u201d: l\u2019ora zero della politica dei territori"},"content":{"rendered":"<p><strong>DA LA FIONDA (Di Giuseppe Gagliano)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/WesternWallsoldatiisraelianiMDF83186_1_55875720.jpg\" width=\"458\" height=\"306\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Come il gabinetto Eshkol trasform\u00f2 una vittoria militare in un progetto strategico permanente<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u201911 giugno 1967, mentre la polvere della guerra non si era ancora depositata, il governo di Israele si riun\u00ec per la prima volta a porte chiuse per prendere atto della nuova realt\u00e0: in tre giorni di combattimenti Gerusalemme Est, Cisgiordania, Gaza, Sinai e Golan avevano ridisegnato la carta del Medio Oriente. Non era solo una conquista geografica. Era un cambio di paradigma. Sotto il controllo israeliano c\u2019erano ora centinaia di migliaia di palestinesi: una massa demografica destinata a condizionare per sempre sicurezza, economia e politica. Levi Eshkol parl\u00f2 al Paese come a una comunit\u00e0 che aveva appena superato un confine storico: \u201cGerusalemme unita capitale eterna\u201d fu la frase-simbolo. Ma la vera discussione, quella che avrebbe segnato i decenni successivi, avvenne nella stanza del governo: che cosa fare dei territori e delle persone?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Sette giorni per una dottrina<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nei giorni successivi, un ristretto comitato per gli affari della Difesa \u2013 di fatto il cuore decisionale \u2013 fu incaricato di definire la linea. Il mandato era ambizioso e concreto: tenere o restituire? governare direttamente o indirettamente? integrare o separare? concedere diritti o amministrare un\u2019\u201ceccezione permanente\u201d? Dopo una settimana di tentativi, la materia fu riportata al plenum del tredicesimo governo. Sorprendentemente, il gabinetto, cos\u00ec ampio e diviso per famiglie politiche, arriv\u00f2 in fretta a una piattaforma: permanenza prolungata, gestione differenziata, nessuna espulsione di massa ma nessuna piena cittadinanza, e una grammatica doppia \u2013 un linguaggio per la scena internazionale, uno per l\u2019amministrazione militare. Era la matrice di ci\u00f2 che chiamiamo ancora oggi \u201cstatus dei territori\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Le quattro domande che hanno fondato una politica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La scelta si articol\u00f2 su quattro nodi: il destino dei territori, il destino della popolazione, la narrazione da offrire al mondo come \u201cproposta di pace\u201d e la persuasione dell\u2019opinione pubblica israeliana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">1.\u00a0<strong>Il territorio<\/strong>. La linea Eshkol-Alon prese forma attorno a un concetto di \u201cconfine di sicurezza\u201d spostato sul Giordano e alla creazione di una cintura strategica nella Valle. Il messaggio implicito: Cisgiordania e Gaza venivano sottratte al perimetro di un negoziato vero, mentre all\u2019esterno si lasciava filtrare l\u2019idea di una disponibilit\u00e0 condizionata al ritiro. Il fiume, esile e tutt\u2019altro che invalicabile, fu eletto a totem geografico per legittimare una presenza a tempo indeterminato. Gerusalemme, subito \u201cunita\u201d, divenne l\u2019emblema dell\u2019irreversibilit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">2.\u00a0<strong>La popolazione<\/strong>. L\u2019espulsione di massa sul modello del 1948 fu esclusa. Ma si scelse un sistema che consentisse di governare una maggioranza palestinese senza assorbirla nello Stato: amministrazione militare, catasto e registro sotto controllo, mobilit\u00e0 regolata, lavoro pendolare, poteri locali limitati. La formula \u201cannessione di fatto senza annessione di diritto\u201d cominci\u00f2 a operare: integrare ci\u00f2 che serviva (strade, manodopera, aree chiave), separare ci\u00f2 che minacciava la maggioranza ebraica (cittadinanza, rappresentanza).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">3.\u00a0<strong>La vetrina diplomatica<\/strong>. Abba Eban sollecit\u00f2 un lessico presentabile: l\u2019autonomia come \u201cofferta di pace\u201d, la transitoriet\u00e0 come promessa. La sostanza, per\u00f2, restava unilaterale: il ritiro diventava subordinato a condizioni difficilmente raggiungibili, trasformandosi in un differimento sine die.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">4.\u00a0<strong>L\u2019opinione pubblica interna<\/strong>. Il governo doveva convincere un Paese ancora stordito: grandezza della vittoria, senso di vulnerabilit\u00e0, sogno biblico, calcolo strategico. Il risultato fu una pedagogia nazionale che sommava memoria, sicurezza e pragmatismo: \u201cfatti sul terreno\u201d come garanzia, processi lenti come antidoto agli strappi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>\u201cBastone e carota\u201d: la logica del controllo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il dispositivo operativo prese la forma di un equilibrio mobile: incentivi per chi collaborava, restrizioni per chi resisteva. Permessi di lavoro, licenze edilizie, servizi e infrastrutture venivano dosati come leva politica; al contrario, chiusure, curfew, blocchi e revoche fungevano da dissuasione. Non era un\u2019invenzione ex novo, ma un adattamento di pratiche coloniali e militari a un territorio densamente abitato e con forte mobilitazione politica. La chiave non era sfollare tutti, ma governare molti condizionandone le scelte individuali: se volevi restare, subivi la pressione dell\u2019espulsione; se volevi emigrare, incontravi ostacoli. Il controllo era tanto amministrativo quanto psicologico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>\u201cAnnessione senza annessione\u201d: l\u2019architettura giuridica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La decisione pi\u00f9 ingegnosa \u2013 e pi\u00f9 controversa \u2013 fu il ricorso a una giungla normativa capace di incorporare spazi e risorse senza formalizzare un atto di sovranit\u00e0. Ordinanze militari, espropri per pubblica utilit\u00e0, definizione di \u201cterra di Stato\u201d, piani regolatori selettivi: una cassetta degli attrezzi che consentiva di espandere insediamenti, proteggere corridoi, collegare aree strategiche. Persone e diritti restavano \u201cfuori\u201d, infrastrutture e controllo entravano \u201cdentro\u201d. Era una soluzione che piaceva alla destra revisionista per i suoi effetti concreti, e che la sinistra di governo accett\u00f2 per realpolitik e per evitare il rischio dello Stato binazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Gaza e Cisgiordania: unit\u00e0 di destino, differenza di trattamento<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nelle riunioni di giugno, Gaza e Cisgiordania furono spesso nominate assieme. Nella prassi, per\u00f2, matur\u00f2 una differenziazione: Gaza come spazio pi\u00f9 cupo, campi profughi, memoria della guerriglia, densit\u00e0 eccezionale; la Cisgiordania come scacchiera di citt\u00e0, campagne e alture con valore strategico e affettivo. L\u2019idea di \u201cdisimpegno\u201d da Gaza, maturata trentotto anni dopo, ricalcava proprio quella dicotomia: comprimere il peso demografico della Striscia, tenere il baricentro sulla Cisgiordania.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Demografia come strategia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Al centro, un fatto semplice: geografia e demografia sono inseparabili. Chi difende lo Stato ebraico teme l\u2019assorbimento di una grande popolazione palestinese; chi difende la pienezza del territorio biblico teme la rinuncia alla \u201cGiudea e Samaria\u201d. La dottrina dei Sei Giorni scelse una via mediana: controllo territoriale capillare, crescita insediativa, nessuna naturalizzazione di massa. Ne deriv\u00f2 un regime ibrido: israeliani come cittadini con diritti pieni, palestinesi come amministrati soggetti a leggi militari e a un\u2019autonomia condizionata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Economia dell\u2019occupazione: costi, rendite, interdipendenze<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sul piano economico, il nuovo ordine produsse una doppia dinamica. Da un lato, costi vivi di sicurezza, protezione infrastrutturale, presidio amministrativo; dall\u2019altro, rendite: manodopera a basso costo per edilizia e agricoltura israeliane, nuovi mercati di sbocco per beni e servizi, uso strategico del territorio per logistica, acqua ed energia. L\u2019interdipendenza fu costruita con cura: facilitare l\u2019accesso al lavoro in tempi \u201ccalmi\u201d, restringerlo quando serviva una pressione politica. \u00c8 una leva che ha condizionato bilanci familiari palestinesi, salari, migrazioni interne e consumi, e che ha alimentato nel lungo periodo sia dipendenza sia risentimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Sicurezza e dottrina Alon: profondit\u00e0, cerniere, corridoi<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La prospettiva militare fu tradotta in geografia operativa: fascia orientale lungo il Giordano come profondit\u00e0 strategica, controllo delle alture per superiorit\u00e0 di osservazione e fuoco, corridoi viari che tagliano e connettono, punti d\u2019appoggio permanenti. La \u201cprofondit\u00e0\u201d non \u00e8 una parola astratta: significa tempi di reazione, linee di rifornimento, possibilit\u00e0 di contenere o ritardare un\u2019offensiva. Nella mente dei pianificatori, i territori dovevano trasformarsi in una cintura elastica: non frontiera simbolica, ma spazio funzionale alla difesa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Diplomazia del doppio registro<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La politica estera adott\u00f2 la tecnica della \u201cfinestra e della stanza\u201d: alla finestra, la disponibilit\u00e0 a trattare, il lessico della pace, il richiamo al diritto internazionale; nella stanza, la pianificazione di lungo periodo per consolidare la presenza. Non inatteso, dunque, che nei decenni successivi ogni tornante diplomatico \u2013 dalla Risoluzione 242 a Oslo \u2013 sia stato affiancato da ondate amministrative e urbanistiche capaci di ridisegnare la realt\u00e0 sul terreno. La formula era perfettamente razionale nell\u2019ottica di chi vede la sicurezza come bene supremo e non si fida della tenuta regionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Effetti sull\u2019ecosistema regionale<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La scelta israeliana intervenne su un mondo arabo diviso tra retorica unitaria e interessi statali. L\u2019Egitto post-1967 cominci\u00f2 un percorso di recupero che avrebbe portato a Camp David; la Giordania vide confermata la propria vocazione di cuscinetto e arbitro silenzioso; la Siria trasform\u00f2 il Golan in frontiera ideologica e militare. La causa palestinese, nel frattempo, acquis\u00ec centralit\u00e0, diffondendo la consapevolezza che la \u201cquestione profughi\u201d non era un residuo del 1948, ma un cantiere politico permanente. La scelta israeliana di \u201cgestire\u201d piuttosto che \u201crisolvere\u201d divenne essa stessa un fattore di stabilit\u00e0 instabile: niente guerra totale, niente pace definitiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>L\u2019opinione pubblica israeliana: tra estasi e inquietudine<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se l\u2019euforia del giugno 1967 fu palpabile, non manc\u00f2 l\u2019inquietudine: tenere i territori significava tenere anche le persone. Da qui il compromesso interno: sacralit\u00e0 di Gerusalemme e dei luoghi, spinta insediativa per chi la voleva, cauto pragmatismo di chi temeva lo Stato binazionale. La pedagogia politica raccont\u00f2 che \u201cil ritiro \u00e8 possibile se\u2026\u201d. Quel \u201cse\u201d divenne il tappo che chiudeva la bottiglia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Gaza e i campi: il laboratorio del controllo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La Striscia, gi\u00e0 dagli anni Cinquanta epicentro di incursioni e rappresaglie, fu descritta come il luogo pi\u00f9 ostile e problematico. La densit\u00e0 dei campi profughi rese evidente il dilemma: come garantire sicurezza quotidiana in un\u2019area senza profondit\u00e0 strategica e con una popolazione giovane, povera e politicizzata? La risposta fu un manuale di misure amministrative, militari, economiche: check-point, registri, licenze, zone cuscinetto. L\u2019idea di un \u201ctrattamento speciale\u201d di Gaza \u2013 pi\u00f9 duro, pi\u00f9 intermittente, pi\u00f9 esternalizzato \u2013 ha radici proprio in quelle settimane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La macchina amministrativa: il potere del dettaglio<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La novit\u00e0 del 1967 fu anche tecnica: un potere che si esercita sul dettaglio. Catasto, permessi edilizi, diritto d\u2019acqua, quote di esportazione, piani urbanistici: centinaia di piccoli interruttori con cui accendere o spegnere possibilit\u00e0 di vita. \u00c8 questa la sostanza della \u201cgovernance dell\u2019occupazione\u201d: governare con la burocrazia ci\u00f2 che sarebbe insostenibile governare soltanto con i carri armati. La \u201ccarota\u201d crea routine, il \u201cbastone\u201d ricorda il confine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Geopolitica della lunga durata<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La dottrina di giugno non fu un incidente. Si innest\u00f2 sulle logiche della Guerra fredda \u2013 Washington come garante ultimo, Mosca come sponsor arabo \u2013 e sulle dinamiche interne del sionismo, diviso fra universalismo laburista e nazionalismo revisionista. La sua forza sta nella capacit\u00e0 di adattarsi: con i processi di pace (quando ci sono), con le intifade, con i mutamenti del sistema regionale (Iran, Golfo, Turchia), con la globalizzazione delle cause e delle campagne. \u00c8 una dottrina che accetta il conflitto a bassa intensit\u00e0 come prezzo di un obiettivo strategico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Valutazione strategico-militare<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se giudichiamo con il metro della sicurezza, la scelta del 1967 ha dato a Israele profondit\u00e0, linee di interruzione, \u201ccime\u201d di dominanza. Ha ridotto l\u2019alea di un attacco convenzionale frontale e moltiplicato sensori e presenze. Ma ha anche trasformato il conflitto: meno guerra tra Stati, pi\u00f9 guerra asimmetrica, logorante, ciclica. La \u201cprofondit\u00e0\u201d territoriale ha prodotto \u201cvicinanza\u201d sociale, cio\u00e8 contatto costante, attrito quotidiano, vulnerabilit\u00e0 diffuse a coltellate, razzi, attentati, disordini. Militarmente, una difesa permanente richiede risorse permanenti; politicamente, logora consensi e reputazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Valutazione geopolitica e geoeconomica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sul piano geopolitico, la decisione ha ancorato Israele a un pilastro americano spesso solido e a volte condizionante. Ogni stagione della Casa Bianca \u2013 da Carter a oggi \u2013 ha chiesto un prezzo diplomatico per il sostegno militare. Sul piano geoeconomico, l\u2019occupazione ha creato un mercato a parte, con interdipendenze che garantiscono leve a chi governa ma generano fragilit\u00e0 sistemiche: blocchi, boicottaggi, reputazione. L\u2019innovazione israeliana \u2013 hi-tech, sicurezza, cyber \u2013 ha prosperato anche perch\u00e9 il Paese ha convissuto con un \u201claboratorio\u201d di esigenze securitarie; ma quel vantaggio competitivo convive con il rischio di isolamento politico in determinate congiunture internazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Il paradosso della promessa<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il linguaggio del 1967 conteneva un paradosso: promettere un ritiro come ipotesi teorica, costruire un\u2019irreversibilit\u00e0 pratica sul terreno. Pi\u00f9 passava il tempo, pi\u00f9 la promessa si svuotava e la realt\u00e0 si consolidava. Cos\u00ec la \u201ctransitoriet\u00e0\u201d divenne architettura. La pace, rimandata a un futuro perfetto, serviva a legittimare il presente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Le continuit\u00e0 oltre gli uomini<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Cambiavano i premier, cambiavano i ministri, mutavano gli equilibri di partito, ma la trama restava: gestione differenziata, infrastruttura insediativa, dipendenza economica regolata, superiorit\u00e0 militare sorretta da dottrina e tecnologia. Anche i momenti di rottura \u2013 dalla firma di trattati al disimpegno da Gaza \u2013 vanno letti come varianti della stessa partitura: ridurre il carico demografico dove \u00e8 ingestibile, rafforzare i nodi strategici dove \u00e8 possibile, conservare libert\u00e0 di manovra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Gerusalemme: politica, memoria, urbanistica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019annessione de facto di Gerusalemme Est fu la mossa pi\u00f9 simbolica e pi\u00f9 strutturale. Non solo legge fondamentale e dichiarazioni solenni, ma strade, quartieri, istituzioni, archeologia e turismo: un\u2019urbanistica della sovranit\u00e0. Nella coscienza nazionale, la citt\u00e0 unita divenne l\u2019argomento che chiude ogni discussione: chi tocchi Gerusalemme, tocca la fibra del patto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Una conclusione senza consolazioni<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La settimana tra l\u201911 e il 19 giugno 1967 non \u00e8 un capitolo chiuso nei manuali: \u00e8 un motore acceso da quasi sessant\u2019anni. In quei giorni si defin\u00ec una politica con una logica interna ferrea: sicurezza come priorit\u00e0; territorio come strumento; demografia come vincolo; economia come leva; diplomazia come schermatura. \u00c8 una politica che ha dato a Israele forza e vulnerabilit\u00e0, strumenti e dilemmi, gloria e logorio. Ed \u00e8 una politica che ha consegnato ai palestinesi una vita scandita da permessi, cancelli, opportunit\u00e0 intermittenti e frustrazioni permanenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se vogliamo capire perch\u00e9 il conflitto non si chiude, dobbiamo tornare a quelle riunioni. L\u00ec \u00e8 nato un ordine che non promette soluzioni rapide, ma impone costi lenti e cumulativi a chi lo esercita e a chi lo subisce. \u00c8 l\u2019essenza di un \u201cdopoguerra infinito\u201d, nel quale la guerra non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019evento ma l\u2019ambiente. E dove ogni parola \u2013 pace, autonomia, sicurezza \u2013 \u00e8 stata usata come un attrezzo, non come una meta.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2025\/09\/09\/dopo-i-sei-giorni-lora-zero-della-politica-dei-territori\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2025\/09\/09\/dopo-i-sei-giorni-lora-zero-della-politica-dei-territori\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DA LA FIONDA (Di Giuseppe Gagliano) Come il gabinetto Eshkol trasform\u00f2 una vittoria militare in un progetto strategico permanente L\u201911 giugno 1967, mentre la polvere della guerra non si era ancora depositata, il governo di Israele si riun\u00ec per la prima volta a porte chiuse per prendere atto della nuova realt\u00e0: in tre giorni di combattimenti Gerusalemme Est, Cisgiordania, Gaza, Sinai e Golan avevano ridisegnato la carta del Medio Oriente. Non era solo una conquista&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":111,"featured_media":89995,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/IMG_0516.jpeg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-nOA","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/91548"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/111"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=91548"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/91548\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":91550,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/91548\/revisions\/91550"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/89995"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=91548"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=91548"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=91548"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}