{"id":91677,"date":"2025-09-18T09:30:25","date_gmt":"2025-09-18T07:30:25","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91677"},"modified":"2025-09-17T10:49:38","modified_gmt":"2025-09-17T08:49:38","slug":"sparta-o-masada","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91677","title":{"rendered":"Sparta o Masada"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di GIUBBE ROSSE NEWS (Enrico Tomaselli)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-91678\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/momap-768x397-1-300x155.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"155\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/momap-768x397-1-300x155.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/momap-768x397-1.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In qualsiasi conflitto, le parole sono utilizzate per velare la realt\u00e0 \u2013 se non per mistificarla. E, ovviamente, l\u2019ennesimo divampare cinetico della lunga guerra di liberazione della Palestina non fa eccezione. Quando Netanyahu e la sua gang di fanatici messianici parlano di Grande Israele e di \u201cridisegno del Medio Oriente\u201d, stanno ammantando con un linguaggio trionfalistico ed ambizioso quello che \u00e8, in effetti, un disegno strategico che nasce da profonde preoccupazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Israele ha sempre avuto, sin dalla sua fondazione, l\u2019imperativo di mantenere una netta superiorit\u00e0 militare sui paesi vicini. Obiettivo riaffermato con la guerra dei sei giorni (1967) e dello Yom Kippur (1973). Questo quadro strategico si stabilizzer\u00e0 con gli Accordi di Camp David (1978), gettando le basi per una duratura messa in sicurezza dei confini israeliani, e lasciando come unica preoccupazione il contrasto alla Resistenza palestinese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma gi\u00e0 solo qualche mese dopo interveniva un elemento destinato a stravolgere gli equilibri geopolitici della regione: la Rivoluzione Islamica in Iran. Che, tra l\u2019altro, deponendo lo Sci\u00e0 Reza Pahlevi, priver\u00e0 gli Stati Uniti ed Israele di un importante alleato. Da quel momento in poi, la politica israeliana \u00e8 sempre stata caratterizzata dalla necessit\u00e0 di contenere la crescita di paesi e forze ostili, sia attraverso l\u2019azione militare diretta, sia attraverso la destabilizzazione, sia indirizzando in tal senso la politica statunitense. Quanto rivelato dal generale Wesley Clark, ex comandante supremo delle forze alleate della NATO, all\u2019indomani dell\u201911 settembre 2001,ovvero il piano del Pentagono per attaccare sette paesi nell\u2019arco di 5 anni (Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran), rientra precisamente in quest\u2019ultimo ambito, ovvero convincere le amministrazioni USA che gli interessi israeliani siano in realt\u00e0 anche interessi degli Stati Uniti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il mutamento degli equilibri regionali, introdotto dalla Rivoluzione Islamica iraniana, e poi ulteriormente rafforzatosi con la creazione dell\u2019Asse della Resistenza, ha completamente destabilizzato le prospettive strategiche di sicurezza israeliane, imponendo a Tel Aviv una revisione delle prospettive a lungo termine. Da quel momento in poi, infatti, il nemico non sono stati pi\u00f9 i paesi arabi vicini, ma \u2013 appunto \u2013 l\u2019Iran. La seconda guerra del Libano (2006), cos\u00ec come l\u2019attivazione della guerra civile in Siria (2011-2024), pur avendo come obiettivo immediato due dei paesi arabi confinanti, erano da intendere come tentativi di eliminare gli alleati di Teheran pi\u00f9 prossimi allo stato ebraico. Tentativo fallito nel primo caso (e reiterato, col medesimo risultato, nel 2024), infine riuscito nel secondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma se la caduta di Assad in Siria ha consentito ad Israele di eliminare uno snodo logistico importante della catena strategica iraniana, nonch\u00e9 di espandersi territorialmente, restano tutti i problemi legati alla presenza dell\u2019Iran come importante attore regionale. E la pressione diplomatica esercitata attualmente dagli Stati Uniti sul governo libanese e su quello iracheno, per cercare di ottenere il disarmo di Hezbollah e delle Forze di Mobilitazione Popolare, si inquadra esattamente nell\u2019ambito dell\u2019azione di copertura per lo stato ebraico. Ovviamente, sia a Washington che a Tel Aviv sanno che \u2013 quantomeno nelle condizioni attuali \u2013 in entrambe i casi si tratta di un obiettivo irrealistico, ma la pressione serve comunque a creare difficolt\u00e0 sia all\u2019una che all\u2019altra formazione dell\u2019Asse della Resistenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dal punto di vista israeliano, per\u00f2, anche a prescindere dagli interessi personali di Netanyahu nel prolungare la guerra, \u00e8 chiaro che l\u2019inaspettata capacit\u00e0 di resistenza palestinese, che a due anni dall\u2019inizio di questa nuova fase cinetica non consente all\u2019IDF di poter dichiarare vittoria, cos\u00ec come per altri versi l\u2019azione delle forze yemenite nel Golfo di Aden, hanno cambiato lo scenario: Israele non \u00e8 pi\u00f9 in grado n\u00e9 di esercitare una sufficiente deterrenza, n\u00e9 di portare a termine \u2013 in modo rapido e brutale \u2013 una guerra risolutiva, e si trova invece intrappolato in una guerra di logoramento sempre pi\u00f9 difficile da sostenere. La guerra lampo dei 12 giorni, infine, ha messo in luce una debolezza critica, che si manifesta sotto due aspetti: da un lato, ha reso evidente che la scelta strategica iraniana di puntare sulla missilistica e sui droni, piuttosto che sull\u2019aviazione, ha assicurato a Teheran un vantaggio considerevole (tanto da costringere Israele a chiedere il cessate il fuoco pochi giorni dopo aver lanciato l\u2019attacco), e dall\u2019altro ha evidenziato la totale dipendenza israeliana non soltanto dagli aiuti economici e militari statunitensi, ma letteralmente dalle loro forze di difesa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo quadro, la leadership israeliana si \u00e8 resa conto che la sua debolezza strutturale, l\u2019incapacit\u00e0 di piegare gli avversari, il crescente isolamento internazionale, pongono il paese di fronte ad una sfida potenzialmente esistenziale. Per affrontare la quale sembra aver intrapreso una strada assai difficile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Innanzitutto, ha identificato le minacce potenziali. Ovviamente, in primo piano l\u2019Iran. Secondariamente la Turchia, di cui teme le ambizioni neo-ottomane sulla Siria e la Palestina. Ed infine l\u2019Egitto, l\u2019unico dei tre con cui condivide un confine diretto. Sta poi attuando una tattica dilatoria, cercando di colpire costantemente \u2013 sia pure in modo non definitivo \u2013 i paesi nemici, affinch\u00e9 siano costretti ad assumere una postura difensiva. E, infine, deve pensare a risolvere il principale problema dello stato ebraico, ovvero la mancanza di profondit\u00e0 strategica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La guerra dello scorso anno non ha consentito di allargare la fascia di sicurezza al nord, sino al fiume Litani \u2013 e per il momento l\u2019IDF sicuramente non \u00e8 in grado di affrontare nuovamente Hezbollah, quindi quel fronte rimarr\u00e0 per il momento stabile. Ma, in compenso, ha significativamente allargato la penetrazione nel territorio siriano, spingendosi di fatto sino alle porte di Damasco. Ma, in un ottica di prevenzione strategica, Tel Aviv deve pensare ad impedire che si determini una saldatura tra i suoi nemici, e quindi deve anche prevedere di colpirli separatamente, in tempi diversi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019Iran \u00e8 chiaramente un boccone troppo grosso, per l\u2019esercito israeliano. A parte il fatto che non ha una linea di confine diretto \u2013 ma questo \u00e8 un vantaggio \u2013 adesso sa per esperienza che pur avendo la capacit\u00e0 di portare importanti attacchi sul territorio iraniano, la capacit\u00e0 di risposta di Teheran \u00e8 troppo superiore alla quella israeliana di incassare i colpi. Non \u00e8 quindi, almeno per il momento, in cima alla lista \u2013 il che per\u00f2 non esclude la possibilit\u00e0 di altri attacchi, meno ambiziosi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche la Turchia \u00e8 un rospo difficile da ingoiare, anche se la presenza (e le ambizioni) di entrambe i paesi sul suolo siriano \u00e8 un potenziale fattore di rischio. Inoltre, Ankara presenta due grossi svantaggi: \u00e8 un paese della NATO, \u00e8 questo creerebbe enormi problemi agli Stati Uniti, anche solo per dare un supporto difensivo, e \u2013 cosa forse pi\u00f9 importante \u2013 \u00e8 in questa fase troppo importante per Israele, poich\u00e9 \u00e8 tramite la Turchia che arriva il petrolio azero e, dopo la chiusura del porto di Eilat a seguito del blocco yemenita, \u00e8 dai porti turchi che arrivano molte merci. Pertanto, a meno che la situazione in Siria non degeneri \u2013 cose che nessuno dei due vuole \u2013 anche questo \u00e8 un fronte che per ora rester\u00e0 calmo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tel Aviv potrebbe teoricamente essere tentata di costruirsi una fascia di sicurezza terrestre verso l\u2019Iran, cio\u00e8 in territorio iracheno, ma per fare ci\u00f2 \u2013 anche ad esempio appoggiandosi ai curdi \u2013 avrebbe probabilmente prima bisogno di realizzare il famoso Corridoio David, che dal sud siriano risale verso le aree curde, costeggiando appunto il confine siro-iracheno. Si tratta comunque di una linea di confine lunga circa 1.600 chilometri, molto distante da Israele e difficile da difendere. Certo l\u2019ovest iracheno \u00e8 desertico, ed occupare il quadrilatero che va da Al-Qa\u2019im a nord sino al governatorato di al-Anbar a sud potrebbe non essere complicato; ma il gioco non varrebbe la candela.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">C\u2019\u00e8 per\u00f2 una variabile, innescata dal quanto meno improvvido attacco sul Qatar, ed \u00e8 il fatto che alla riunione di Doha tra Lega Araba e Organizzazione per la Cooperazione Islamica, una delle poche cose emerse (o forse sarebbe il caso di dire, riemerse) \u00e8 l\u2019ipotesi di una \u201cNATO araba\u201d. Rilanciata dall\u2019Egitto, molto probabilmente potrebbe suonare assai bene alle orecchie di Washington, che si troverebbe di fatto tra le mani uno perfetto strumento di controllo, e \u2013 cosa che non guasta mai \u2013 anche un nuovo, pi\u00f9 fiorente mercato per la propria industria bellica. Ma per quanto una eventuale alleanza militare tra i paesi arabi sarebbe, appunto, di fatto sotto tutela statunitense, alle orecchie israeliane deve essere suonata come una potenziale minaccia. E a Tel Aviv le minacce preferiscono sventarle prima che si presentino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questa sorta di ossessione securitaria che regna nello stato ebraico, e che viene alimentata poi proprio dalle sue stesse azioni (che creano ostilit\u00e0 persino laddove non ce ne sarebbe), potrebbe quindi riaffacciarsi una vecchia idea, peraltro gi\u00e0 messa in atto nel \u201967, e poi dismessa con gli Accordi di Camp David \u2013 accordi che per\u00f2 Tel Aviv sostiene siano stati violati dal Cairo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019ipotesi di tentare una blitzkrieg per prendersi il Sinai, dove peraltro la forte presenza militare egiziana (circa 40.000 soldati e mezzi blindati dislocati nel nord della penisola) desta non poche preoccupazioni in Israele, potrebbe sembrare allettante. Lo schema potrebbe essere il medesimo del \u201967, ovvero una serie di attacchi aerei per mettere fuori combattimento l\u2019aviazione e la difesa anti-aerea egiziana, per poi colpire \u2013 sempre dall\u2019aria \u2013 le forze di terra, prima di effettuare una puntata di forze corazzate verso Suez, per poi magari risalire verso nord sino al Mediterraneo, chiudendo le forze egiziane in una sacca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per quanto l\u2019Egitto sia annoverabile tra i paesi sostanzialmente amici, e comunque in rapporti di semi-dipendenza dagli Stati Uniti \u2013 n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno come il Qatar, per altri versi \u2013 \u00e8 anche un paese non essenziale per Israele, e con cui sussistono numerosi potenziali fattori di attrito. Potrebbe quindi essere individuato come il soggetto debole su cui agire, sia per lanciare un ulteriore messaggio intimidatorio (\u201cnessuna NATO araba si dovr\u00e0 mai fare\u201d), sia per acquisire profondit\u00e0 strategica ed avere accesso diretto al Golfo di Suez, o anche soltanto al Golfo di Aqaba.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una cosa \u00e8 certa: per quanto Israele si stia mettendo a dura prova, sotto ogni profilo, con questo ciclo interminabile di guerre, il recente passaggio dalla retorica biblica all\u2019idea di Israele come \u201cnuova Sparta\u201d non lascia presagire nulla di buono. Anche se, pi\u00f9 passa il tempo, pi\u00f9 diventa possibile un altro esito, l\u2019avverarsi dell\u2019incubo israeliano e della speranza di molti suoi nemici: piuttosto che Sparta, una nuova Masada.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/giubberossenews.it\/2025\/09\/16\/sparta-o-masada\/\">https:\/\/giubberossenews.it\/2025\/09\/16\/sparta-o-masada\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GIUBBE ROSSE NEWS (Enrico Tomaselli) In qualsiasi conflitto, le parole sono utilizzate per velare la realt\u00e0 \u2013 se non per mistificarla. E, ovviamente, l\u2019ennesimo divampare cinetico della lunga guerra di liberazione della Palestina non fa eccezione. 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