{"id":91880,"date":"2025-09-24T10:39:28","date_gmt":"2025-09-24T08:39:28","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91880"},"modified":"2025-09-24T10:39:28","modified_gmt":"2025-09-24T08:39:28","slug":"la-fine-dellillusione-democratica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91880","title":{"rendered":"La fine dell\u2019illusione democratica"},"content":{"rendered":"<p><strong>DA LA FIONDA (Di Thomas Fazi)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/IMG_2272.jpeg\" width=\"230\" height=\"326\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Per gentile concessione dell\u2019editore pubblichiamo la prefazione del libro di Paolo Botta,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.rogasedizioni.net\/product-page\/cos-%C3%A8-lo-stato-paolo-botta\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Cos\u2019\u00e8 lo Stato. Capitalismo, democrazia e socialismo del XXI secolo<\/a>\u00a0(Rogas, 2025), in uscita oggi. Buona lettura!<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Esistono libri che cambiano per sempre il modo in cui guardiamo la realt\u00e0, costringendoci a rimettere in discussione concetti che ritenevamo assodati. Il libro di Paolo Botta \u00e8, a mio avviso, uno di quei libri. Il tema \u00e8 lo Stato, inteso non come sinonimo di Paese ma come apparato statuale. Un tema apparentemente ostico, ma in realt\u00e0 \u2013 come dimostra l\u2019autore \u2013 centrale in quasi ogni aspetto della nostra vita, da cui discende tutto: la politica, l\u2019economia, la societ\u00e0, la cultura. Il punto di partenza \u00e8 la consapevolezza che \u00able nostre conoscenze sullo Stato sono da considerare ancora troppo ristrette, sia sul piano disciplinare che su quello di una visione complessiva\u00bb. Una consapevolezza che, al termine della lettura, difficilmente il lettore potr\u00e0 non condividere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come spiega Botta nelle primissime pagine: \u00abIl presente contributo non ha avuto come finalit\u00e0 prioritaria quella di esaminare in maniera astratta o normativistica il\u00a0<em>concetto\u00a0<\/em>di Stato, anche se in alcuni passaggi si \u00e8 proceduto a chiarire la natura giuridica e politica dello stesso, ma di definire secondo un approccio realistico le sue caratteristiche oggettive che si manifestano nelle sue performance strategiche in interazione in primis con la societ\u00e0 e l\u2019economia\u00bb. In altri termini, il libro non si muove sul terreno delle astrazioni teoriche o delle speculazioni accademiche, ma su quello di un\u2019analisi rigorosa e scientificamente fondata, che ambisce a cogliere le dinamiche reali del potere statale cos\u00ec come si manifestano nei contesti concreti: nei rapporti sociali, nei meccanismi economici, nei conflitti geopolitici. \u00c8 questo approccio empirico e strutturale che conferisce al testo la sua forza esplicativa e la sua rilevanza politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il libro si apre con un\u2019analisi della perdurante centralit\u00e0 dello Stato. Contro la vulgata secondo cui, negli ultimi decenni, lo Stato sarebbe stato progressivamente marginalizzato o reso obsoleto dai\u00a0\u201cmercati\u201d\u00a0e da dinamiche globali e sovranazionali, l\u2019autore mostra come in realt\u00e0 esso rimanga un\u2019istituzione assolutamente centrale nella vita politica ed economica. Ci\u00f2 a cui abbiamo assistito semmai \u00e8 una rifunzionalizzazione radicale dello Stato, non certo una sua marginalizzazione. Come scrive Botta: \u00abNon solo lo Stato-nazione non \u00e8 in crisi, ma si potrebbe addirittura parlare di uno Stato iper-politico di fronte a un\u2019economia che richiede continui interventi pubblici\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8, anzi, proprio nelle economie liberiste \u2013 quelle che predicano la riduzione dell\u2019intervento pubblico \u2013 che lo Stato si fa pi\u00f9 pervasivo, nel momento in cui si trova costretto a intervenire sistematicamente, e spesso in modo surrettiziamente keynesiano, per salvare il sistema dalle crisi da esso stesso generate (spesso a causa di politiche di compressione della domanda interna).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019autore demistifica anche il mito della globalizzazione come superamento dello Stato, mostrando come la narrazione attorno ai presunti limiti imposti dalla globalizzazione, pi\u00f9 che descrivere una realt\u00e0 oggettiva, sia stata \u00abutilizzata come alibi per giustificare i cambiamenti che negli ultimi trent\u2019anni hanno caratterizzato il mondo occidentale\u00bb. In altre parole, dietro la retorica del\u00a0\u201critiro dello Stato\u201d\u00a0si cela un suo riposizionamento strategico, funzionale a un nuovo paradigma politico ed economico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fin qui l\u2019autore si muove in un solco analitico gi\u00e0 tracciato da altri studiosi. \u00c8 nella seconda parte del libro, dove l\u2019autore passa ad analizzare\u00a0<em>cosa sia lo Stato\u00a0<\/em>e come esso si collochi all\u2019interno della\u00a0pi\u00f9 vasta dimensione della politica, che emergono le intuizioni pi\u00f9 originali. Qui Botta propone una tesi forte: lo Stato non \u00e8 semplicemente uno dei tanti attori che concorrono a determinare le dinamiche politiche economiche e sociali all\u2019interno di un certo territorio, ma \u00e8 piuttosto il fondamento stesso \u2013 l\u2019elemento di base \u2013 di queste dinamiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa ipotesi, come vedremo, ha implicazioni profonde anche per il nostro modo di intendere la democrazia. Nei paesi liberaldemocratici, siamo soliti identificare lo Stato con il governo e il parlamento, supponendo che queste istituzioni ne determinino le scelte, nel rispetto di Costituzioni e leggi. Ma Botta rovescia questa visione: non solo lo Stato non coincide con le istituzioni della democrazia rappresentativa, ma l\u2019uno e le altre appartengono a due sfere distinte della politica: la politica degli Stati, da un lato, e quella che l\u2019autore chiama\u00a0\u201cpolitica popolare\u201d\u00a0dall\u2019altra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quest\u2019ultima include tutte le istituzioni che, almeno in teoria, dovrebbero incarnare la sovranit\u00e0 popolare: partiti, sindacati, movimenti e societ\u00e0 civile, che poi (sempre teoricamente) dovrebbero trovare una loro espressione all\u2019interno dei parlamenti e concorrere a determinare l\u2019orientamento politico dei governi. Nei paesi liberaldemocratici siamo portati a credere che la politica si esaurisca sostanzialmente in queste istituzioni; del resto, non sono forse proprio queste a occupare quotidianamente le cronache politiche?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo l\u2019autore, per\u00f2, si tratta di un colossale fraintendimento. Esiste infatti un\u2019altra dimensione della politica \u2013 quella propriamente statuale \u2013 che non coincide affatto con la sfera della politica popolare. Gli Stati non solo operano in modo sostanzialmente autonomo rispetto ad essa, ma occupano una posizione di netta primazia nella gerarchia dei poteri politici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo l\u2019autore, infatti, lo Stato rappresenta una manifestazione\u00a0\u201csuprema\u201d\u00a0della politica, innanzitutto perch\u00e9 detiene in via esclusiva il\u00a0\u201cmonopolio della forza\u201d, come affermato da Max Weber. Un potere che si esercita non solo sulla societ\u00e0, ma anche sugli altri poteri politici, economici e culturali che, pur essendo molteplici e di diversa natura, restano in ultima analisi subordinati all\u2019egida statale. Ma anche perch\u00e9, in ultima istanza, non potrebbe essere altrimenti, giacch\u00e9 \u00abil pullulare delle organizzazioni in generale e di quelle molto forti in particolare ha bisogno di essere governato da un super-potere dotato di forza e sovranit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo senso, osserva l\u2019autore, gli Stati sono da considerarsi \u00abgli artefici massimi della dimensione politica\u00bb. Un\u2019affermazione che implica \u2013 come anticipato \u2013 una loro autonomia, non solo rispetto alla societ\u00e0 civile, ma anche, e questo \u00e8 forse il nodo centrale della sua tesi, rispetto ai parlamenti e persino agli stessi governi. Si tratta di una posizione senz\u2019altro controversa, ma che l\u2019autore sostiene con coerenza argomentativa e notevole forza analitica. Ed \u00e8 una tesi che, se accolta, impone un ripensamento radicale del modo in cui concepiamo la politica nei paesi occidentali a tradizione liberaldemocratica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00abRaramente lo Stato \u00e8 inteso come entit\u00e0 concreta sganciata dai parlamenti e dal governo e, di conseguenza, nella sua soggettivit\u00e0 politica autonoma\u00bb, scrive Botta, ma in realt\u00e0 sono molto frequenti le situazioni \u00abin cui lo Stato fa scelte che non sono rintracciabili n\u00e9 nelle leggi n\u00e9 nel rispetto degli orientamenti politici prevalenti in parlamento\u00bb. Di esempi, nota l\u2019autore, la storia ne \u00e8 piena: dai colpi di Stato realizzati con il sostegno degli apparati statuali \u2013 in primis gli eserciti \u2013 fino ai passaggi di regime, come la nascita della Seconda Repubblica in Italia o l\u2019adesione degli Stati all\u2019Unione europea. In entrambi i casi, i nuovi assetti istituzionali hanno segnato una rottura\u00a0profonda con l\u2019impianto giuridico e politico precedente e, anche nel caso di transizioni istituzionali\u00a0\u201cdemocratiche\u201d, si sono spesso affermati in assenza di un\u2019esplicita legittimazione popolare, quando non apertamente in contrasto con essa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma se lo Stato non si identifica (o non si esaurisce) nei parlamenti e nei governi \u2013 e anzi va inteso come un\u2019entit\u00e0 autonoma e gerarchicamente superiore rispetto a queste istituzioni, che sono invece espressione della politica popolare \u2013 allora viene naturale chiedersi: in cosa consiste, in concreto, lo Stato? In altre parole:\u00a0<em>cos\u2019\u00e8 lo Stato?\u00a0<\/em>Lo Stato, spiega l\u2019autore, si manifesta essenzialmente nella burocrazia pubblica, intesa come l\u2019insieme degli apparati che esercitano funzioni fondamentali di indirizzo, controllo e regolazione, al di l\u00e0 (e spesso al di sopra) della politica elettorale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa burocrazia si articola in pi\u00f9 livelli e comprende tanto le istituzioni formalmente statali ma non governative \u2013 visibili e operative\u00a0\u201calla luce del sole\u201d\u00a0\u2013 quanto strutture pi\u00f9 opache. Per quanto riguarda le prime, si pensi, ad esempio, al ruolo marcatamente politico assunto negli ultimi anni dalle corti costituzionali, frequentemente in tensione con gli indirizzi dei governi eletti, oppure, restando nel contesto italiano, al potere non trascurabile esercitato dal Presidente della Repubblica, figura formalmente neutra ma spesso decisiva nei momenti di crisi politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Vi sono, poi, gli apparati repressivi dello Stato, come le forze di polizia, che vengono spesso mobilitati contro settori della societ\u00e0 civile, in particolare quando questi assumono posizioni critiche, antigovernative o apertamente antisistemiche; si pensi, ad esempio, alla gestione delle manifestazioni di piazza o dei movimenti di protesta. Accanto a queste strutture visibili, operano anche apparati pi\u00f9 opachi, incaricati di influenzare in modo diretto o indiretto il corso politico degli Stati: \u00e8 il caso dei servizi di\u00a0<em>intelligence<\/em>, che spesso agiscono in sinergia con poteri informali o occulti non riconducibili a una dimensione istituzionale tradizionale, come logge massoniche, reti d\u2019influenza parallele o organizzazioni criminali. Trattasi di quello che spesso viene chiamato Stato profondo (<em>deep state<\/em>) o Stato permanente: un livello sotterraneo ma strategicamente decisivo dell\u2019autorit\u00e0 statale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Infine, vi \u00e8 una dimensione ancora pi\u00f9 ampia: quella delle strutture sovranazionali e internazionali \u2013 l\u2019Unione europea rappresenta l\u2019esempio pi\u00f9 evidente \u2013 che, in numerose occasioni, hanno operato non solo in assenza di legittimazione democratica, ma in aperto contrasto con la volont\u00e0 popolare e, talvolta, anche con le scelte dei governi formalmente eletti. Tuttavia va sottolineato che queste entit\u00e0, lungi dall\u2019essere del tutto esterne, collaborano spesso in modo stretto con segmenti dell\u2019apparato statale nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019autore osserva che \u00e8 \u00abconvinzione diffusa che i dipendenti pubblici siano al servizio del governo, che in regime democratico (e non) ha ricevuto un\u2019investitura popolare. Ma ci\u00f2 \u00e8 molto discutibile perch\u00e9 in genere l\u2019organizzazione statuale segue vie autonome, scorporate rispetto al potere politico che esprime i governi e che \u00e8 parte integrante della politica popolare\u00bb. A suffragio di questa tesi, basti ricordare come la burocrazia statuale tenda a conservarsi intatta nel tempo, continuando a esercitare le proprie funzioni indipendentemente dagli avvicendamenti politici o dai mutamenti di governo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lo si \u00e8 visto chiaramente in diversi momenti di transizione o persino di rottura dei regimi, in cui gli apparati burocratici sono rimasti sostanzialmente invariati, nonostante trasformazioni di portata storica. In questo senso, lo Stato si configura come un organismo sociale dotato di una propria continuit\u00e0 e di una propria logica interna, capace di perseguire indirizzi e obiettivi spesso indipendenti da quelli dichiarati o perseguiti dalle leadership politiche del momento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019autore si rif\u00e0 in particolare all\u2019approccio teorico di Ralph Miliband, tra i primi a mettere in discussione l\u2019idea che il potere statale si esaurisca nella sfera governativa. Come ebbe a dire un autore a proposito dell\u2019approccio di Miliband, citato da Botta, egli \u00abopera una distinzione tra il\u00a0governo e lo Stato, sostenendo che il governo \u00e8 la parte pi\u00f9 visibile, ma non necessariamente la pi\u00f9 importante, dello Stato\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A proposito del governo, Miliband osserva: \u00abIn altre parole, il fatto che il governo parli in nome dello Stato e sia formalmente\u00a0<em>investito\u00a0<\/em>del potere statale, non significa che esso lo\u00a0<em>controlli\u00a0<\/em>effettivamente\u00bb. Una distinzione cruciale, che apre alla comprensione della complessit\u00e0 degli equilibri interni allo Stato. Anche la funzione della burocrazia viene radicalmente reinterpretata. \u00abFormalmente, la burocrazia \u00e8 al servizio dell\u2019esecutivo, ne \u00e8 lo strumento obbediente, il braccio della sua volont\u00e0\u00bb, scrive Miliband. \u00abNella realt\u00e0 concreta non \u00e8 nulla di simile. Ovunque, e inevitabilmente, il processo amministrativo \u00e8 anch\u2019esso parte del processo politico\u00bb.\u00a0Pur riconoscendo l\u2019importanza dell\u2019analisi di Miliband, soprattutto per la distinzione che opera tra apparati statali e governi, Botta gli critica per\u00f2 il fatto di mettere i due sullo stesso piano: \u00abIn realt\u00e0 le istituzioni parlamentari e governative non sono parte della politica degli apparati, ma sono invece parte integrante della politica popolare, di cui non sono altro che articolazioni. Distinguere tra Stato e governo \u00e8 essenziale, perch\u00e9 quest\u2019ultimo \u00e8 parte integrante della politica popolare vs. quella statuale degli apparati e delle burocrazie\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se accettiamo la tesi \u2013 a giudizio di chi scrive, molto convincente \u2013 secondo cui lo Stato costituisce un\u2019istituzione dotata di un alto grado di autonomia non solo rispetto alla societ\u00e0 civile, ma persino nei confronti dei governi eletti, allora si impone una domanda fondamentale: chi stabilisce le linee strategiche di fondo di questa super-macchina? Chi sono i grandi decisori? E, soprattutto, se lo Stato pu\u00f2 dirsi autonomo dalla politica popolare, lo \u00e8 altrettanto nei confronti delle \u00e9lite economiche, dei poteri oligarchici, degli organismi sovranazionali?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo l\u2019autore, la risposta \u00e8 affermativa: \u00abAl di l\u00e0 di tutte le influenze cui ogni Stato \u00e8 sottoposto nel suo rapporto con il mondo a lui esterno, la tesi qui sostenuta \u00e8 che lo Stato sia autonomo in tutte le sue articolazioni interne. [\u2026] [L]o Stato \u00e8 certo condizionato dall\u2019economia, ma in ultima istanza \u00e8 il titolare della decisione finale in virt\u00f9 della propria natura istituzionale e politica\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Su questo punto mi permetto di proporre una lettura pi\u00f9 sfumata. Se \u00e8 vero, come giustamente sottolinea l\u2019autore, che va respinta la semplificazione di certa vulgata marxista \u2013 secondo cui il capitalismo, e in particolare il settore finanziario, sarebbe l\u2019artefice ultimo di ogni decisione politica e lo Stato una semplice marionetta priva di autonomia \u2013 \u00e8 altrettanto difficile negare che, in un contesto sempre pi\u00f9 oligarchico come quello occidentale degli ultimi quarant\u2019anni, i confini tra poteri\u00a0\u201cinterni\u201d\u00a0ed\u00a0\u201cesterni\u201d\u00a0allo Stato si siano progressivamente sfumati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In una tale configurazione, pi\u00f9 che interrogarsi sul grado di influenza che i secondi esercitano sui primi \u2013 influenza che appare peraltro innegabile \u2013 ritengo sia pi\u00f9 utile parlare di un processo di cooptazione e infiltrazione graduale, attraverso il quale le \u00e9lite economico-finanziarie hanno finito per colonizzare interi settori dell\u2019apparato statale. Al punto che la distinzione tra\u00a0\u201cdentro\u201d\u00a0e\u00a0\u201cfuori\u201d\u00a0perde progressivamente di significato: i poteri formalmente interni allo Stato diventano, in modo quasi naturale, veicoli degli interessi di centri decisionali esterni, privi di legittimazione democratica ma dotati di enorme capacit\u00e0 di influenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A sostegno della propria tesi sull\u2019autonomia \u2013 pressoch\u00e9 assoluta \u2013 dello Stato rispetto sia alla societ\u00e0 civile e alla volont\u00e0 popolare, sia agli interessi della classe dominante, Botta richiama uno dei principali teorici della\u00a0\u201crelativa autonomia\u201d\u00a0dello Stato: Nicos Poulantzas. Tuttavia, va sottolineato che, per Poulantzas, lo Stato capitalistico \u00e8 relativamente autonomo rispetto alla classe dominante solo nella misura in cui \u00e8 costretto a mediare, oltre agli interessi divergenti all\u2019interno della classe dominante stessa, anche tra gli interessi di quest\u2019ultima e le pressioni\u00a0provenienti dalle classi subalterne \u2013 da quella che Botta definirebbe, con un lessico diverso, la politica popolare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quest\u2019ultima, all\u2019epoca in cui scriveva Poulantzas \u2013 gli anni Settanta \u2013 era ancora piuttosto forte, contribuendo a spingere lo Stato verso scelte che non coincidevano immediatamente con gli interessi di breve termine della borghesia, pur rimanendo all\u2019interno del quadro di riproduzione dei rapporti di classe. Ma negli ultimi decenni questa dimensione \u00e8 stata progressivamente annientata, come riconosce lo stesso autore (un tema su cui torneremo pi\u00f9 avanti). A questo punto, viene da chiedersi: possiamo davvero continuare a parlare di autonomia dello Stato rispetto ai ceti dominanti anche in assenza di un autentico contropotere popolare?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per provare a rispondere a questa domanda, pu\u00f2 essere utile richiamare un\u2019altra tesi centrale dell\u2019autore: quella secondo cui lo Stato persegue costantemente i propri interessi specifici, sia sul piano interno, sia sul piano internazionale. In riferimento a questo secondo ambito, Botta scrive: \u00abLo Stato, dopo aver attuato il suo potere egemonico all\u2019interno, attraverso gli strumenti di cui dispone e di cui parleremo in seguito, deve necessariamente decidere la propria collocazione a livello geopolitico sia per difendere la propria sicurezza da eventuali aggressioni esterne sia per trarre vantaggi da una corretta collocazione nel sistema interstatale, dentro il quale non pu\u00f2 fare a meno di inserirsi\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In altre parole, lo Stato non sarebbe solo un soggetto strategico al proprio interno, ma anche un attore razionale e relativamente autonomo nella sfera geopolitica, capace di orientare le proprie scelte in funzione di interessi istituzionali propri, distinti sia da quelli del governo in carica sia da quelli delle \u00e9lite economiche dominanti. Qui l\u2019autore sembra riecheggiare il cosiddetto\u00a0\u201cpresupposto dell\u2019attore razionale\u201d, centrale nella scuola realista delle relazioni internazionali (si pensi, ad esempio, a John Mearsheimer). Secondo questa impostazione, gli Stati \u2013 in particolare quelli che occupano una posizione privilegiata all\u2019interno del sistema-mondo, per usare la terminologia di Wallerstein \u2013 agiscono in modo strategico e calcolato per promuovere e massimizzare i propri interessi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Naturalmente, individuare quali siano gli interessi\u00a0\u201coggettivi\u201d\u00a0di uno Stato \u00e8 tutt\u2019altro che semplice. Tuttavia, si possono individuare alcune costanti strutturali: \u00e8 oggettivamente nell\u2019interesse di ogni Stato garantirsi l\u2019accesso stabile a risorse e materie prime; creare condizioni favorevoli allo sviluppo economico e alla crescita della propria base produttiva; e minimizzare il rischio di conflitti armati, in particolare con potenze di pari livello o superiori, specialmente se dotate di capacit\u00e0 nucleari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Da questa prospettiva, per\u00f2, osservando il comportamento degli Stati europei negli ultimi tre anni e mezzo \u2013 ovvero dall\u2019inizio dell\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina \u2013 risulta difficile sostenere che l\u2019allineamento pressoch\u00e9 incondizionato alla strategia\u00a0USA-NATO\u00a0abbia effettivamente giovato agli interessi\u00a0\u201coggettivi\u201d\u00a0dell\u2019Europa. Al contrario, il coinvolgimento indiretto nel conflitto e l\u2019adozione di misure sanzionatorie che si sono rivelate, nei fatti, autentiche auto-sanzioni, hanno prodotto effetti devastanti sull\u2019economia dei Paesi europei e contribuito ad aggravare in maniera significativa i rischi per la sicurezza dell\u2019intero continente. Particolarmente sconcertante, poi, \u00e8 stato il silenzio \u2013 o, peggio, la rimozione deliberata \u2013 da parte delle autorit\u00e0 europee, compresa la Germania, direttamente colpita, rispetto all\u2019attentato terroristico nei confronti del gasdotto Nord Stream, infrastruttura cruciale per la sicurezza energetica europea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si pu\u00f2 davvero sostenere che in questa congiuntura gli Stati europei abbiano agito nei\u00a0\u201cloro\u201d\u00a0interessi, comunque li si voglia definire? Certo, si pu\u00f2 ipotizzare che anche nel caso del conflitto ucraino gli Stati europei abbiano seguito una loro specifica visione \u2013 per quanto opinabile \u2013 di\u00a0ci\u00f2 che ritenevano essere l\u2019interesse nazionale. Tuttavia, risulta difficile all\u2019avviso di chi scrive accettare l\u2019idea che qualsiasi decisione assunta da uno Stato sia, per definizione, un\u2019espressione del suo interesse strategico. Affermare che gli Stati perseguono sempre i propri interessi, anche quando non ne comprendiamo la logica, rischia di ridursi a un ragionamento circolare, che impedisce di interrogarsi sulle dinamiche e sui condizionamenti che possono aver determinato certe scelte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ritengo invece che le politiche adottate dagli Stati europei negli ultimi anni rendano necessario prendere in considerazione un\u2019ipotesi alternativa: che tali scelte non rispondano affatto a una concezione, per quanto discutibile, dell\u2019interesse nazionale, ma piuttosto agli interessi particolari delle \u00e9lite \u2013 nazionali e sovranazionali \u2013 che oggi governano l\u2019Europa e dei gruppi di potere a cui queste sono strutturalmente legate. Analizzare nel dettaglio la natura di tali interessi esula, com\u2019\u00e8 ovvio, dall\u2019ambito di questo testo (a tal fine si rinvia ad altri\u00a0testi\u00a0del sottoscritto).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il punto essenziale \u00e8 un altro: la progressiva cooptazione degli apparati statali da parte di \u00e9lite che rispondono a logiche esterne rispetto agli interessi nazionali \u2013 gruppi economico-finanziari, poteri oligarchici transnazionali privati, organismi sovranazionali o internazionali come l\u2019Unione europea e la\u00a0NATO, il sistema imperiale statunitense nelle sue varie articolazioni \u2013 impone di ripensare quella che Botta definisce la politica degli Stati, soprattutto in ambito internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo discorso si intreccia inevitabilmente con il tema della sovranit\u00e0 statale. Botta sostiene che \u00abil potere \u00e8 prevalentemente, anche se non esclusivamente, nelle mani dello Stato come organizzazione politica dotata di sovranit\u00e0 assoluta\u00bb. Se \u2013 anche alla luce di quanto detto finora \u2013 si pu\u00f2 ritenere in ultima analisi fondata la tesi secondo cui lo Stato detiene una piena sovranit\u00e0 sul piano interno, in quanto \u00abla [sua] potest\u00e0 si esercita su qualunque altro potere sia collocato nella societ\u00e0, rispetto al quale lo Stato ha un predominio non solo legalizzato ma supportato dalla forza\u00bb, risulta invece pi\u00f9 difficile, all\u2019avviso di chi scrive, sostenere che tale sovranit\u00e0 si estenda con la stessa pienezza anche sul piano esterno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Molti Stati, soprattutto quelli economicamente pi\u00f9 deboli, presentano una fragilit\u00e0 oggettiva \u2013 in termini di sviluppo delle forze produttive, accesso ai mercati internazionali, controllo del territorio, capacit\u00e0 militare ecc. \u2013 tale da renderli, nel contesto internazionale, sovrani solo in senso formale. In realt\u00e0, questi Stati si trovano spesso alla merc\u00e9 di potenze pi\u00f9 forti, incapaci di esercitare un\u2019autentica autodeterminazione. Basti pensare, per citare un caso recente, alla facilit\u00e0 con cui la Siria \u00e8 stata sottoposta a un cambio di regime promosso dalle potenze occidentali (e da Israele) con la complicit\u00e0 di gruppi armati locali. Del resto, lo stesso Botta riconosce che solo grazie a un intenso processo di sviluppo delle proprie forze produttive \u2013 tanto sul piano economico quanto su quello militare \u2013 Paesi come la Russia e la Cina sono riusciti a sottrarsi a una condizione strutturale di\u00a0<em>colonizzabilit\u00e0\u00a0<\/em>da parte dell\u2019Occidente, riconquistando cos\u00ec una sovranit\u00e0 effettiva anche sul piano internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Che dire, invece, dei Paesi occidentali \u2013 e di quelli europei in particolare \u2013 che occupano indubbiamente una posizione privilegiata nella gerarchia del sistema-mondo? Questo status basta, di per s\u00e9, a qualificarli come realmente sovrani sul piano internazionale? Chi scrive sostiene da tempo che il processo di integrazione economica e politica dell\u2019Unione europea abbia profondamente eroso \u2013 se non quasi del tutto cancellato \u2013 la sovranit\u00e0 degli Stati membri, soprattutto in ambito economico. Gli Stati europei hanno infatti ceduto il controllo su tutti i principali strumenti che storicamente definiscono la sovranit\u00e0 statale in campo economico: la gestione del tasso di cambio, la politica monetaria e, di conseguenza, anche quella fiscale. Come aveva gi\u00e0 lucidamente previsto l\u2019economista britannico Wynne Godley, nell\u2019anno stesso della firma del Trattato di Maastricht:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">[I]l potere di emettere la propria moneta, di fare ricorso alla propria banca centrale, \u00e8 la cosa principale che definisce l\u2019indipendenza di una nazione<em>. Se un paese rinuncia a, o perde, questo potere, acquisisce lo status di ente locale o di colonia<\/em>. Le autorit\u00e0 locali e le regioni, ovviamente, non possono svalutare. Ma si perde anche il potere per finanziare il disavanzo attraverso la creazione di moneta, mentre altri metodi di ottenere finanziamenti sono soggetti a regolamentazione da parte dell\u2019autorit\u00e0 centrale [la\u00a0BCE]. N\u00e9 si possono modificare i tassi di interesse. Poich\u00e9 le autorit\u00e0 locali non sono in possesso di nessuno degli strumenti di politica macroeconomica, la loro scelta politica si limita a questioni relativamente minori: un po\u2019 di istruzione qui, un po\u2019 di infrastrutture l\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Aderendo all\u2019euro, in breve, gli Stati membri hanno acquisito lo status di ente locale o di colonia, secondo la definizione di Godley. Botta, con ogni probabilit\u00e0, dissentirebbe da questa lettura. Secondo l\u2019autore, infatti, il processo di integrazione europea non avrebbe compromesso la sovranit\u00e0 degli Stati membri, in quanto la decisione di trasferire competenze all\u2019Unione europea sarebbe stata essa stessa un atto di sovranit\u00e0. In altre parole, delegare potere a istituzioni sovranazionali avrebbe rappresentato, per Botta, una scelta deliberata e autonoma da parte degli Stati, e dunque non un segno della loro subordinazione, bens\u00ec una manifestazione della loro sovranit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo \u00e8 senz\u2019altro vero. Soprattutto a partire dai primi anni Novanta, le classi dirigenti europee \u2013 sia quelle elette che quelle riconducibili agli apparati statali \u2013 hanno deliberatamente scelto di trasferire un numero crescente di prerogative nazionali alle istituzioni sovranazionali dell\u2019Unione europea. Tale scelta non fu il frutto di una costrizione esterna, ma si inseriva in un preciso disegno politico, con un duplice obiettivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Da un lato, si trattava di mascherare una serie di decisioni profondamente impopolari \u2013 finalizzate a ristabilire la redditivit\u00e0 del capitale e, pi\u00f9 in generale, a rovesciare i rapporti di forza a favore di quest\u2019ultimo, attraverso la compressione salariale, la precarizzazione del lavoro e lo smantellamento delle tutele sociali \u2013 presentandole come l\u2019esito inevitabile di presunti\u00a0\u201cfattori oggettivi\u201d\u00a0o\u00a0\u201cvincoli esterni\u201d, anzich\u00e9 come il risultato di scelte politiche intenzionali (basti pensare al celebre mantra \u00abce lo chiede l\u2019Europa\u00bb).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dall\u2019altro, l\u2019obiettivo era indebolire la capacit\u00e0 dei cittadini di orientare l\u2019indirizzo dello Stato e di incidere sulle sue politiche, soprattutto in ambito economico, attraverso una sistematica autolimitazione da parte dei governi rispetto all\u2019intervento pubblico. In tal senso, il processo di desovranizzazione intrinseco al progetto di integrazione europea ha funzionato anche come strumento di de-democratizzazione: un dispositivo istituzionale volto a sottrarre alla sfera della decisione politica \u2013 e quindi del conflitto democratico \u2013 le leve fondamentali dell\u2019economia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci\u00f2 non toglie, tuttavia, che il processo di indebolimento delle sovranit\u00e0 nazionali in Europa sia stato reale, profondo e difficilmente reversibile, a prescindere dal fatto che si sia trattato di una decisione\u00a0\u201csovrana\u201d\u00a0delle \u00e9lite nazionali, e non di una costrizione imposta dall\u2019esterno. Il fatto che la rinuncia alla sovranit\u00e0 sia avvenuta per scelta autonoma non ne attenua la gravit\u00e0, n\u00e9 rende pi\u00f9 semplice rimediare alle sue conseguenze. Se decido liberamente di amputarmi un braccio, la natura volontaria del gesto non rende il danno meno grave \u2013 n\u00e9 pi\u00f9 facile da riparare. Fuori di metafora, qualsiasi governo \u2013 o Stato \u2013 che oggi intendesse adottare una linea politica alternativa rispetto ai vincoli imposti dalla\u00a0UE\u00a0(e dalla\u00a0NATO) si troverebbe a confrontarsi con ostacoli e vincoli reali e concreti, pur essendo stati autoimposti dai governi \u2013 o dagli Stati se si preferisce \u2013 che lo hanno preceduto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Certo, esiste sempre la possibilit\u00e0 di rompere quei vincoli e recuperare la sovranit\u00e0 economica \u2013 sostanzialmente uscendo dal sistema UE-euro \u2013 ma ci\u00f2 comporta degli ostacoli tecnici e politici di enorme portata, che di fatto favoriscono una politica di continuit\u00e0 con lo status quo. Siamo, insomma, di fronte a un classico esempio di\u00a0<em>path dependence<\/em>, ossia di\u00a0\u201cdipendenza dal percorso\u201d\u00a0o pi\u00f9 propriamente di\u00a0\u201cdipendenza dalla storia\u201d, che descrive una condizione nella quale gli eventi passati influenzano significativamente le possibilit\u00e0 future, in modo che le scelte attuali sono limitate e dipendenti dalle scelte fatte in precedenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ad ogni modo, al di l\u00e0 di alcune divergenze interpretative tra l\u2019autore e il sottoscritto, i temi dell\u2019autonomia dello Stato dai ceti dominanti e della sua effettiva sovranit\u00e0 sul piano esterno \u2013 in particolare nel contesto europeo \u2013 restano, tutto sommato, aspetti secondari rispetto a quella\u00a0che, come detto, considero l\u2019intuizione centrale del libro e sulla quale concordo pienamente: la primazia della politica statuale rispetto a quella popolare o democratica. \u00c8 un punto a cui abbiamo gi\u00e0 accennato, ma\u00a0su cui voglio ritornare per tirare le fila di quanto detto finora.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come si \u00e8 detto, secondo l\u2019autore lo Stato non solo non pu\u00f2 essere identificato tout court con le istituzioni della democrazia rappresentativa, ma appartiene a una sfera distinta \u2013 sebbene in costante interazione \u2013 rispetto a queste ultime. Botta distingue infatti tra la politica degli Stati e la politica popolare, che comprende partiti, parlamenti, sindacati, movimenti e altri strumenti di rappresentanza democratica. Gli Stati, afferma Botta, sono soggetti strutturalmente autonomi rispetto alla politica popolare e nella gerarchia dei poteri politici occupano una posizione di chiara supremazia. Questa autonomia e primazia non riguardano soltanto la societ\u00e0 civile, ma si estendono anche \u2013 ed \u00e8 questo uno dei punti pi\u00f9 controversi e originali della sua tesi \u2013 ai parlamenti e persino ai governi stessi, che risultano subordinati all\u2019apparato statuale nel senso pi\u00f9 profondo e permanente del termine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Oggi questo fenomeno appare pi\u00f9 evidente che mai. Da anni, in Occidente \u2013 e in particolare in Europa \u2013 assistiamo a un\u2019escalation autoritaria, repressiva e antidemocratica che sembra non avere fine. Gi\u00e0 durante la crisi dell\u2019euro del decennio scorso, si \u00e8 manifestato un progressivo accentramento del potere nelle mani delle istituzioni sovranazionali dell\u2019UE, con ingerenze sempre pi\u00f9 profonde nei processi democratici degli Stati membri: dal\u00a0\u201cgolpe monetario\u201d\u00a0della\u00a0BCE\u00a0contro il governo Berlusconi nel 2011, al ricatto finanziario esercitato nei confronti del governo Tsipras in Grecia, fino all\u2019imposizione di leader tecnocratici privi di qualunque legittimazione popolare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una deriva che ha subito un\u2019accelerazione drammatica durante la pandemia da Covid-19, quando abbiamo assistito a una soppressione senza precedenti delle libert\u00e0 civili, delle procedure democratiche e dei vincoli costituzionali: militarizzazione della vita pubblica, imposizione di misure di controllo sociale mai sperimentate prima, concentrazione straordinaria di potere esecutivo. Queste stesse logiche autoritarie si sono ripresentate in forma ancora pi\u00f9 estrema con lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, in un contesto di crescente militarizzazione delle societ\u00e0 europee: censura sistematica, repressione del dissenso, limitazione delle libert\u00e0 di espressione, persecuzione delle voci critiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019apice di questa trasformazione si \u00e8 forse raggiunto con la decisione della Corte costituzionale rumena, nel dicembre 2024 \u2013 con il pieno sostegno dell\u2019establishment UE-NATO\u00a0\u2013 di annullare i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali, che avevano visto la vittoria del candidato indipendente e critico della\u00a0NATO\u00a0C\u0103lin Georgescu, successivamente bandito dalla possibilit\u00e0 di concorrere alle elezioni, sulla base di presunte \u2013 ma mai dimostrate \u2013 interferenze russe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tutti questi episodi delineano, nel loro insieme, quella che molti osservatori hanno definito una radicale trasformazione dei sistemi liberaldemocratici in postdemocrazie autoritarie. In queste nuove configurazioni di potere, le \u00e9lite non si accontentano pi\u00f9 di indirizzare l\u2019esito dei processi elettorali attraverso la manipolazione mediatica, la censura, la strumentalizzazione giudiziaria, le pressioni economiche o le operazioni di\u00a0<em>intelligence<\/em>: quando questi strumenti si rivelano insufficienti, sono ormai disposte a sospendere anche le strutture formali della democrazia, comprese le elezioni stesse. Come scrive Botta, siamo di fronte a una crisi cos\u00ec profonda della democrazia liberale, e a una sua regressione oligarchica cos\u00ec estrema, che si pu\u00f2 parlare di \u00abuna sorta di ripristino dell\u2019assolutismo antecedente alla realizzazione dello stato di diritto\u00bb, che egli definisce neo-assolutismo:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La crisi della democrazia liberale, ormai evidente in tutto il mondo occidentale, si esprime nella marginalizzazione della politica e della sovranit\u00e0 popolare. Ci\u00f2 ha comportato una forte marginalizzazione di tutte le componenti tipicamente democratiche che includono parlamenti, partiti, leader politici ecc., relegando il\u00a0\u201cdibattito\u00bb\u201dpubblico soprattutto sugli schermi televisivi. La vanificazione della democrazia nei suoi principi basilari e la connessa politica televisiva sono espressione di un effettivo ritorno ad alcuni caratteri che erano tipici dello stato nel periodo delle monarchie assolute.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il concetto di neo-assolutismo si collega a quello dello stato di eccezione, formulato da Carl Schmitt, per significare il fatto che le democrazie occidentali ricorrono sempre pi\u00f9 frequentemente a una sospensione delle garanzie costituzionali e democratiche per imporre scelte che i canali normali della politica popolare non potrebbero garantire efficientemente e velocemente, non permettendo modifiche profonde nel modo di vivere e di interagire nella vita democratica di routine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019analisi dell\u2019autore, per\u00f2, si differenzia da quella di Schmitt per il fatto che, come ha sottolineato anche Giorgio Agamben, lo\u00a0\u201cstato di eccezione\u201d\u00a0\u00e8 ormai diventato una condizione permanente degli Stati occidentali. Il che, ovviamente, rappresenta un paradosso: se \u00e8 permanente non \u00e8 pi\u00f9, per definizione, uno stato di eccezione. Ma l\u2019autore va oltre: lo stato di eccezione permanente non rappresenta una particolarit\u00e0 della fase attuale \u2013 e nemmeno, come sostengono taluni, dell\u2019era iniziata qualche decennio fa con l\u2019avvento della controrivoluzione neoliberale \u2013 ma rappresenta una caratteristica fondamentale di ogni Stato, anche nelle sue declinazioni liberaldemocratiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In altre parole: lo\u00a0\u201cStato democratico\u201d\u00a0\u00e8 sempre stato assolutista, anche se \u2013 per un breve periodo della sua esistenza \u2013 ha concesso, o meglio \u00e8 stato costretto a concedere, pi\u00f9 democrazia relativamente a oggi. Detto diversamente: l\u2019attuale fase\u00a0\u201cpostdemocratica\u201d\u00a0non rappresenta una rottura radicale rispetto a un passato\u00a0\u201crealmente democratico\u201d, ma rappresenta piuttosto un disvelamento, una radicalizzazione di una realt\u00e0 che \u00e8 sempre esistita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per comprendere appieno la portata di questo concetto, \u00e8 utile partire da un punto fondamentale: la democrazia liberale occidentale, anche nella sua accezione pi\u00f9 minimale \u2013 ossia come sistema di governo rappresentativo basato sul suffragio universale \u2013 \u00e8 un fenomeno storicamente molto recente. Contrariamente a quanto spesso si d\u00e0 per scontato, essa esiste da meno di un secolo nella sua forma compiuta. Il suffragio universale maschile \u00e8 stato introdotto, in un numero limitato di Paesi, solo tra la fine del diciannovesimo e l\u2019inizio del ventesimo secolo, prevalentemente negli Stati Uniti, in Europa e in alcuni Paesi del Commonwealth.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma persino in questi contesti, la traiettoria \u00e8 stata tutt\u2019altro che l neare: in diverse nazioni europee tale diritto \u00e8 stato sospeso per anni durante i regimi fascisti e nazisti. Quanto al suffragio\u00a0femminile, esso \u00e8 stato generalmente riconosciuto solo poco prima o subito dopo la seconda guerra mondiale. E in molti casi \u2013 come negli Stati Uniti \u2013 il diritto di voto per le minoranze razziali, in particolare per la popolazione nera, \u00e8 stato effettivamente garantito solo diversi decenni pi\u00f9 tardi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dunque, la democrazia \u2013 non nel senso idealizzato della polis greca, ma nel significato che le attribuiamo oggi: un sistema in cui, almeno in linea di principio, ogni cittadino ha il diritto di voto indipendentemente da ricchezza, propriet\u00e0, razza o classe sociale \u2013 \u00e8 un fenomeno che esiste solo da pochi decenni. Prima di allora, la\u00a0\u201cdemocrazia\u201d\u00a0era appannaggio esclusivo delle classi proprietarie e dei ceti abbienti; le masse popolari, i lavoratori, ne erano sistematicamente esclusi. Questa prospettiva di lungo periodo, che colloca la democrazia formale all\u2019interno di un arco temporale ristretto e tutt\u2019altro che lineare, tende spesso a essere dimenticata nelle discussioni sull\u2019attuale stato della democrazia. Ecco dunque il primo punto da sottolineare: la democrazia, anche solo nella sua dimensione procedurale, \u00e8 un\u2019esperienza storicamente molto recente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma naturalmente, quando parliamo di democrazia, intendiamo qualcosa di ben pi\u00f9 sostanziale del solo atto di votare \u2013 altrimenti non avrebbe senso discutere oggi di una\u00a0\u201ccrisi della democrazia\u201d, considerando che le istituzioni formali del sistema democratico (partiti, elezioni, parlamenti) continuano, almeno formalmente, a esistere, per quanto sempre pi\u00f9 svuotate e minacciate. La maggior parte delle persone intende la democrazia non solo come la possibilit\u00e0 di esprimere un voto ogni tot anni, ma come la capacit\u00e0 effettiva dei cittadini di partecipare alla vita politica, economica e sociale del proprio Paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una democrazia reale implica che i cittadini possano influenzare l\u2019indirizzo del governo e contribuire a definire l\u2019agenda politica, soprattutto sulle questioni fondamentali \u2013 economiche, sociali, culturali \u2013 che strutturano la vita collettiva. In altre parole, democrazia significa poter incidere sul modello stesso di organizzazione della societ\u00e0, e non limitarsi a operare ai margini del sistema o a scegliere, a intervalli regolari, tra opzioni politiche preconfezionate e spesso indistinguibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quella di cui parliamo \u00e8 ci\u00f2 che potremmo definire democrazia sostanziale, in contrapposizione alla mera democrazia formale. Ed \u00e8 proprio da questa prospettiva che la questione si complica notevolmente. Perch\u00e9, pur potendo ancora (almeno per ora) esprimere il nostro voto, molti sarebbero probabilmente d\u2019accordo nel riconoscere che la nostra capacit\u00e0 reale di incidere sugli esiti politici \u00e8 estremamente limitata. Le decisioni fondamentali sembrano spesso gi\u00e0 prese altrove, da forze che operano dietro le quinte:poteri economici, burocrazie permanenti, apparati di sicurezza, organismi sovranazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A questo punto, per\u00f2, la domanda inevitabile \u00e8: questa forma di\u00a0\u201cdemocrazia reale\u201d\u00a0\u00e8 mai esistita? Nel corso della pur breve parabola storica della democrazia liberale occidentale, abbiamo mai conosciuto un momento in cui la volont\u00e0 popolare sia riuscita a determinare in modo sostanziale l\u2019orientamento delle politiche pubbliche?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Naturalmente, la risposta dipende in larga parte da come definiamo\u00a0\u201cdemocrazia sostanziale\u201d. Ma se la intendiamo come la possibilit\u00e0, per le classi popolari, di influenzare attivamente e in modo strutturale la direzione della vita collettiva, allora mi azzarderei che no, non abbiamo mai conosciuto una vera democrazia sostanziale nel senso di una partecipazione popolare capace di determinare in modo diretto e sistematico gli esiti politici. Tuttavia, per un periodo relativamente breve \u2013 all\u2019incirca tra gli anni Quaranta e gli anni Settanta \u2013 abbiamo conosciuto una forma di democrazia decisamente\u00a0<em>pi\u00f9 sostanziale\u00a0<\/em>di quella che esiste oggi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel corso di quel trentennio, molte economie industrializzate adottarono politiche che combinavano l\u2019impianto capitalistico con principi e strumenti propri della socialdemocrazia: redistribuzione del reddito, espansione dello Stato sociale, tutela del lavoro, investimenti pubblici, partecipazione sindacale. \u00c8 il periodo che viene comunemente descritto come\u00a0\u201cet\u00e0 d\u2019oro del capitalismo\u201d\u00a0e che, da taluni, \u00e8 spesso evocato con nostalgia come l\u2019epoca della\u00a0\u201cvera democrazia\u201d\u00a0\u2013 quella che, secondo molti, sarebbe andata perduta a partire dagli anni Ottanta, con l\u2019affermazione del paradigma neoliberista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A prescindere dal fatto che si consideri o meno quel periodo come un\u2019espressione autentica di\u00a0\u201cvera democrazia\u201d, \u00e8 indubbio che si sia trattato di un momento storico in cui le masse popolari conquistarono un\u2019influenza sull\u2019agenda politica senza precedenti. Per la prima volta nella storia, le classi lavoratrici furono integrate nei sistemi politici occidentali in modo strutturale e continuativo. In Europa, questo processo si concretizz\u00f2 soprattutto attraverso l\u2019azione dei grandi partiti di massa, in particolare quelli di matrice socialdemocratica, socialista e comunista, sostenuti da sindacati forti e radicati, capaci di esercitare un\u2019influenza reale sulle politiche pubbliche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo processo consent\u00ec alle classi lavoratrici di esercitare un\u2019influenza significativa sull\u2019agenda politica, contribuendo a un\u2019ampia espansione dei diritti sociali, economici e civili, in un contesto di forte politicizzazione delle masse. Rispetto alla situazione odierna, si trattava indubbiamente di un sistema pi\u00f9 democratico, almeno in termini sostanziali. Tuttavia, \u00e8 fondamentale non perdere di vista un elemento cruciale: anche accettando questa premessa, parliamo pur sempre di un fenomeno storicamente breve e geograficamente circoscritto: un trentennio, grosso modo, in un ristretto gruppo di Paesi industrializzati dell\u2019Occidente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Detto ci\u00f2, come suggerisce Botta, non bisogna nemmeno cadere nella tentazione di idealizzare eccessivamente quel periodo. \u00c8 fondamentale riconoscere che anche allora la democrazia, nella sua accezione sostanziale, rimaneva fortemente limitata. Sebbene le \u00e9lite al potere si siano trovate costrette \u2013 sotto la pressione dei movimenti popolari, della Guerra Fredda e del timore di rivolte sociali \u2013 a estendere il diritto di voto e a riconoscere una serie di diritti politici e sociali, non lo fecero certo di buon grado. Al contrario, furono spesso animate dal timore che l\u2019ingresso delle masse nel processo democratico potesse tradursi in una minaccia reale per l\u2019ordine sociale costituito, ovverosia che i lavoratori usassero la democrazia per sovvertire i rapporti di potere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per questo motivo, accanto alle concessioni, furono introdotti \u2013 o mantenuti \u2013 una serie di vincoli, limiti istituzionali e dispositivi di contenimento volti a contenere o neutralizzare il potenziale trasformativo della partecipazione popolare. Il suffragio universale fu cos\u00ec accompagnato da meccanismi politici, economici e culturali pensati per arginare l\u2019impatto della democrazia sostanziale e garantirne un controllo dall\u2019alto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ad esempio, i moderni sistemi costituzionali \u2013 compresi, nel caso dell\u2019Europa occidentale, gli assetti quasi-costituzionali di natura sovranazionale (come nel caso della Corte di giustizia europea, istituita gi\u00e0 nel 1952) \u2013 posero limiti ben definiti alla sovranit\u00e0 popolare, ovvero a ci\u00f2 che pu\u00f2 essere deciso democraticamente attraverso il voto. Questo avvenne, tra le altre cose,\u00a0\u201ccostituzionalizzando\u201d\u00a0certe regole economiche, sottraendole di fatto al dibattito politico; oppure attribuendo ampi poteri alle corti costituzionali, incluse \u2013 in alcuni Paesi \u2013 prerogative straordinarie come quella di sciogliere i parlamenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Contrariamente alla retorica secondo cui tali meccanismi sarebbero serviti a\u00a0\u201cdifendere la democrazia da se stessa\u201d, la loro funzione storica \u00e8 stata un\u2019altra: tutelare gli interessi della classe\u00a0dominante dalla\u00a0\u201cminaccia\u201d\u00a0della democrazia, impedendo che l\u2019eventuale volont\u00e0 popolare potesse tradursi in trasformazioni sostanziali degli assetti di potere esistenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Alcuni Paesi si spinsero anche oltre in questa logica di contenimento della sovranit\u00e0 popolare. Un caso emblematico \u00e8 quello della Germania federale del dopoguerra, fondata esplicitamente sull\u2019idea che\u00a0\u201cla democrazia di massa \u00e8 intrinsecamente pericolosa\u201d\u00a0\u2013 un principio giustificato dal fatto che Hitler era giunto al potere, almeno in parte, attraverso un processo elettorale. Su questa base fu introdotto il concetto di\u00a0\u201cdemocrazia militante\u201d, secondo cui la democrazia deve poter difendersi anche sospendendo, in casi estremi, i propri stessi principi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In sostanza, lo Stato acquisisce ampi poteri per intervenire nel processo democratico ogniqualvolta ritenga che le masse possano portarlo fuori rotta. Nella pratica, ci\u00f2 legittim\u00f2 misure come la messa al bando di partiti politici \u2013 in particolare il Partito comunista tedesco \u2013 e la limitazione dei diritti politici individuali, giustificate dalla necessit\u00e0 di proteggere l\u2019ordine democratico da presunti\u00a0\u201cnemici interni\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma il caso tedesco non fu affatto isolato. A partire dagli anni Sessanta, in tutti i principali Paesi occidentali, le istanze di maggiore democratizzazione dell\u2019economia e della politica \u2013 avanzate da movimenti operai, studenteschi e popolari \u2013 furono sistematicamente contenute, neutralizzate o apertamente represse. Laddove la partecipazione politica dal basso rischiava di mettere in discussione gli equilibri consolidati, le \u00e9lite reagirono con una combinazione di repressione poliziesca, delegittimazione mediatica e riassetto istituzionale, al fine di riaffermare il controllo sul processo decisionale e impedire che la democrazia si estendesse a sfere considerate\u00a0\u201cintoccabili\u201d, come quella economica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Allo stesso tempo, gli\u00a0\u201cStati profondi\u201d\u00a0occidentali \u2013 composti da apparati militari, di\u00a0<em>intelligence<\/em>\u00a0e di sicurezza \u2013 esercitavano gi\u00e0 allora un\u2019influenza significativa dietro le quinte, generalmente sotto la direzione strategica degli apparati di sicurezza statunitensi. Questa influenza si manifest\u00f2, per esempio, attraverso una serie di operazioni clandestine, che includevano anche attivit\u00e0 di destabilizzazione e, in alcuni casi, vere e proprie azioni terroristiche, generalmente orientate a contenere l\u2019ascesa delle forze di sinistra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In Europa, il caso pi\u00f9 noto \u00e8 quello di Gladio, una rete paramilitare segreta sotto l\u2019egida della\u00a0NATO, coinvolta in numerose attivit\u00e0 occulte \u2013 inclusi attentati attribuiti a gruppi della sinistra radicale \u2013 con l\u2019obiettivo di creare un clima di paura e giustificare misure repressive. In alcuni casi, queste operazioni sono state collegate anche a omicidi politici di alto profilo, contribuendo a orientare l\u2019opinione pubblica e l\u2019agenda politica in senso conservatore e anticomunista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dunque, fin dai primi giorni della moderna democrazia liberale, le classi dirigenti hanno operato attivamente per delimitare il campo della democrazia entro i confini di una politica considerata accettabile. Questo \u00e8 avvenuto sia in modo aperto \u2013 attraverso la repressione dei movimenti operai, studenteschi e popolari \u2013 sia in modo pi\u00f9 occulto, tramite campagne di infiltrazione, disinformazione e, in casi estremi, azioni violente e persino assassinii politici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Detto ci\u00f2, \u00e8 innegabile che il secondo dopoguerra abbia rappresentato un momento straordinario di espansione dei diritti economici, sociali e civili per le masse popolari. Ma questa conquista non fu il frutto di una benevola concessione dall\u2019alto: fu resa possibile da un insieme di condizioni storiche molto particolari. Tra queste: il trauma collettivo provocato dalla guerra; la pressione esercitata dalla sfida sistemica posta dall\u2019Unione Sovietica; il radicamento delle ideologie socialiste e comuniste; e, soprattutto, la forza organizzata del lavoro, incarnata da sindacati potenti, partiti\u00a0di massa e una rete capillare di organizzazioni di base, in grado di esercitare un\u2019effettiva pressione sul potere politico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per un certo periodo, il potere delle masse organizzate riusc\u00ec effettivamente a contenere, pi\u00f9 di quanto fosse mai accaduto prima, la forza organizzata dell\u2019oligarchia. Tuttavia, questo equilibrio era strettamente legato a specifiche condizioni economiche e sociali: l\u2019esistenza di grandi concentrazioni industriali, economie fortemente incentrate sulla manifattura e forme di lavoro relativamente omogenee e sindacalizzabili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A partire dagli anni Settanta, queste condizioni iniziarono a sgretolarsi, per cause in parte strutturali (legate ai processi di deindustrializzazione e globalizzazione), in parte politiche (legate all\u2019offensiva neoliberale). Il punto decisivo, per\u00f2, \u00e8 che da quel momento abbiamo assistito a una graduale polverizzazione della classe operaia come soggetto politico unificato, con conseguente indebolimento della sua capacit\u00e0 di incidere sull\u2019agenda politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo processo ha aperto la strada a una vera e propria controrivoluzione dall\u2019alto, volta a smantellare le conquiste, pur parziali, ottenute dalle masse nei decenni precedenti. \u00c8 questa la logica profonda del progetto neoliberista, che si configura fin dall\u2019inizio come un tentativo deliberato di espellere le masse dal processo politico. Un documento emblematico in questo senso \u00e8\u00a0<em>La crisi della democrazia<\/em>, pubblicato nel 1975 dalla Commissione Trilaterale. In quel testo, la\u00a0\u201ccrisi\u201d\u00a0non viene interpretata come una carenza di democrazia, bens\u00ec come un suo eccesso, cio\u00e8 una partecipazione popolare troppo ampia, considerata destabilizzante per l\u2019ordine liberale. La soluzione proposta era una sistematica de-democratizzazione dei processi decisionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo obiettivo fu perseguito su pi\u00f9 fronti: alimentando l\u2019apatia politica, anche attraverso il consumismo e l\u2019intrattenimento privatizzato; ma soprattutto isolando le leve del potere reale dalle pressioni democratiche, attraverso il trasferimento di prerogative politiche a organismi internazionali, sovranazionali e tecnocratici. Come gi\u00e0 detto, il caso pi\u00f9 estremo \u2013 e paradigmatico \u2013 \u00e8 quello dell\u2019Unione europea, emblema di una governance postdemocratica sottratta al controllo dei cittadini. Il risultato \u00e8 stato un processo di radicale de-democratizzazione delle societ\u00e0 occidentali, che ha svuotato la democrazia dei suoi contenuti sostanziali, riducendola a pura liturgia procedurale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo lungo processo di depoliticizzazione ha finito per generare un contromovimento sotto forma di una crescente domanda di ripoliticizzazione, esplosa soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008. \u00c8 in quel contesto che hanno iniziato a emergere le prime grandi rivolte populiste del nuovo secolo: dalla Brexit all\u2019elezione di Trump, fino ai gilet gialli in Francia. Si \u00e8 trattato di un tentativo spontaneo e disorganico delle masse di rientrare nel campo della politica, dopo decenni di esclusione sistematica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Di fronte a questa reazione popolare, l\u2019establishment ha risposto con un contraccolpo particolarmente duro, sia in termini repressivi che ideologici. In questo senso, si pu\u00f2 interpretare la pandemia da Covid-19 \u2013 al di l\u00e0 della sua natura epidemiologica \u2013 come un\u00a0\u201cevento strutturale profondo\u201d\u00a0che ha accelerato e giustificato un rafforzamento ulteriore dei meccanismi di controllo politico e sociale. \u00c8 come se la pandemia abbia fornito l\u2019occasione perfetta per consolidare una tendenza gi\u00e0 in atto: l\u2019accentramento autoritario del potere sotto l\u2019egida di un blocco oligarchico-tecnocratico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo contraccolpo ha condotto a un\u2019ulteriore restrizione dello spazio democratico, non solo in senso sostanziale \u2013 cio\u00e8 nella capacit\u00e0 effettiva dei cittadini di incidere sulle decisioni \u2013 ma, come detto, sempre pi\u00f9 anche in senso formale e procedurale. Tuttavia, le \u00e9lite non possono spingersi\u00a0fino in fondo nell\u2019eliminazione della democrazia, perch\u00e9 \u00e8 proprio il suo simulacro a fornire loro la legittimit\u00e0 necessaria per governare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 questa la contraddizione centrale del nostro tempo: da un lato, il potere dell\u2019oligarchia, dello Stato profondo e delle istituzioni sovranazionali appare oggi senza freni, poich\u00e9 l\u2019unico vero limite che lo aveva contenuto \u2013 la politica di massa \u2013 \u00e8 stato smantellato; dall\u2019altro lato, le strutture democratiche non possono essere del tutto abbandonate, e dunque le elezioni rappresentano ancora un problema, una possibile fonte di instabilit\u00e0. Da qui nasce la necessit\u00e0, per le \u00e9lite, di intervenire sempre pi\u00f9 energicamente per indirizzare il processo elettorale verso esiti\u00a0\u201caccettabili\u201d, soprattutto nel contesto europeo, dove il rischio che emergano opzioni politiche non allineate \u00e8 sempre pi\u00f9 percepito come una minaccia sistemica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 in questo contesto che si spiega, in larga parte, il fallimento della politica populista e\u00a0\u201cantisistema\u201d\u00a0contemporanea. In assenza di partecipazione popolare organizzata e di un radicamento nel potere materiale ed economico della classe lavoratrice, questi movimenti possono spingersi solo fino a un certo punto. Le elezioni possono concedere loro una parvenza di potere, una legittimit\u00e0 formale, ma senza una forza sociale alle spalle, le loro azioni restano spesso limitate a slogan retorici e gesti simbolici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Senza un blocco sociale organizzato a sostenerli, non possiedono la leva strutturale necessaria per attuare trasformazioni reali, n\u00e9 per sfidare efficacemente gli assetti di potere consolidati. Privati di un supporto materiale e organizzativo, vengono facilmente neutralizzati, cooptati o marginalizzati, soprattutto di fronte alla reazione coordinata delle istituzioni e delle \u00e9lite.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In sintesi, il futuro della politica democratica in Occidente appare decisamente cupo. Le condizioni materiali, sociali e geopolitiche che avevano reso possibile il breve interludio di democrazia sostanziale nel secondo dopoguerra sono ormai venute meno, e difficilmente si ripresenteranno nel breve periodo. In questo senso, si potrebbe affermare che la democrazia \u2013 almeno nella sua forma pi\u00f9 compiuta e\u00a0\u201creale\u201d, nella misura in cui \u00e8 mai esistita veramente \u2013 \u00e8 morta, e non pu\u00f2 essere semplicemente rianimata riproponendo formule del passato. \u00c8 una realt\u00e0 con cui dobbiamo confrontarci lucidamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma questo non significa che ogni speranza sia perduta. La storia non \u00e8 mai scritta una volta per tutte, e proprio nei momenti di crisi pi\u00f9 profonda si aprono, talvolta, le condizioni per nuove possibilit\u00e0 politiche, a patto di saperle riconoscere e di avere la volont\u00e0 di organizzarle.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il progressivo disfacimento dell\u2019ordine geopolitico che ha sostenuto per decenni il dominio occidentale sta producendo un cambiamento profondo negli equilibri di potere globali, con conseguenze rilevanti sulla capacit\u00e0 delle \u00e9lite occidentali di preservare il proprio controllo interno. Per oltre mezzo secolo, questo ordine \u2013 fondato sulla supremazia militare, sull\u2019egemonia economica e su un\u2019imponente influenza culturale \u2013 ha consentito alle potenze occidentali, guidate dagli Stati Uniti, di imporre la propria visione del mondo e di schermare le proprie strutture di potere da contestazioni sostanziali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma oggi, l\u2019avanzare di un mondo multipolare \u2013 segnato dall\u2019ascesa della Cina, dal rafforzamento dei\u00a0BRICS\u00a0e dall\u2019allineamento crescente del Sud globale contro l\u2019unilateralismo occidentale \u2013 sta erodendo le fondamenta stesse di quell\u2019ordine egemonico, minandone l\u2019autorit\u00e0 e aprendo scenari nuovi e imprevedibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo mutamento epocale sta incrinando seriamente il potere delle \u00e9lite occidentali, il cui dominio si \u00e8 a lungo fondato su una duplice strategia: la proiezione esterna del potere e la\u00a0repressione interna del dissenso, esercitate attraverso sofisticati apparati economici, politici e mediatici. Ma in un contesto globale in rapida trasformazione, l\u2019efficacia di questi strumenti appare sempre pi\u00f9 logorata, e le \u00e9lite si trovano costrette ad affrontare una pressione crescente per ridefinire le proprie strategie di legittimazione e di dominio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019erosione dell\u2019influenza globale occidentale compromette la capacit\u00e0 delle sue \u00e9lite di imporre paradigmi economici e modelli ideologici fuori dai propri confini, mentre sul piano interno serpeggia un malcontento diffuso, alimentato da disuguaglianze strutturali sempre pi\u00f9 visibili e dal fallimento della governance (post-)neoliberale. In questo contesto, il tramonto del\u00a0\u201cmomento unipolare\u201d\u00a0seguito alla Guerra fredda non solo indebolisce la capacit\u00e0 delle \u00e9lite occidentali di proiettare la loro egemonia su scala globale, ma mette anche a nudo le fragilit\u00e0 strutturali dei loro assetti interni. Le ondate populiste e i movimenti antiestablishment che hanno attraversato l\u2019Occidente nell\u2019ultimo decennio e mezzo \u2013\u00a0seppur\u00a0contenuti, cooptati o repressi \u2013 sono la manifestazione visibile di contraddizioni pi\u00f9 profonde, insite nell\u2019architettura postdemocratica che regge questi sistemi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Venuta meno la stabilit\u00e0 geopolitica e il predominio economico che per decenni hanno attutito o nascosto tali tensioni, le \u00e9lite occidentali si trovano ora esposte a sfide per le quali appaiono sempre meno attrezzate, non solo sul piano della legittimit\u00e0, ma anche su quello della capacit\u00e0 di gestione politica e sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo disfacimento apre potenzialmente lo spazio per l\u2019emergere di un nuovo ordine che potrebbe andare ben oltre una semplice riconfigurazione del potere geopolitico: potrebbe segnare l\u2019inizio di una reinvenzione radicale dei sistemi politici ed economici nel loro complesso. Mentre le \u00e9lite occidentali arrancano di fronte all\u2019erosione della propria egemonia, si intravedono margini di possibilit\u00e0 per l\u2019affermazione di visioni alternative della governance e della democrazia. Una simile trasformazione, per\u00f2, non \u00e8 affatto garantita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il crollo del vecchio ordine, da solo, non basta: data la scarsa fiducia che, all\u2019avviso di chi scrive, possiamo riporre nella capacit\u00e0 e volont\u00e0 di autoriforma delle classi dirigenti, o degli stessi apparati statali, occidentali, sar\u00e0 determinante la capacit\u00e0 di far emergere una nuova soggettivit\u00e0 politica, capace di elaborare, organizzare e attuare una nuova politica popolare. Una soggettivit\u00e0 che dovr\u00e0 agire in condizioni inedite, segnate dall\u2019assenza di quei quadri organizzativi forti e coerenti \u2013 partiti di massa, sindacati radicati, ideologie strutturate \u2013 che nel secolo scorso avevano rappresentato il veicolo principale di una forma comunque relativa e condizionata di contropotere popolare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo nuovo inizio richieder\u00e0 un ripensamento radicale non solo del modo di fare politica, ma anche dello stesso concetto di democrazia, andando oltre le forme svuotate e rituali della democrazia liberale. Sar\u00e0 necessario liberarsi da molti pregiudizi teorici e pratici, coltivati dentro un orizzonte che oggi si \u00e8 fatto insufficiente, e aprirsi a nuove categorie analitiche, nuove forme di organizzazione e nuovi immaginari politici. In questo percorso, il libro di Paolo Botta rappresenta un prezioso punto di partenza: non solo per le sue riflessioni sui limiti della democrazia liberale, ma anche per l\u2019attenzione che dedica allo studio dei modelli alternativi a quello liberalcapitalista occidentale, non meramente sul piano teorico ma anche e soprattutto su quello realmente esistente. Da qui il sottotitolo del libro,\u00a0<em>Capitalismo, democrazia e socialismo nel XXI secolo<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In particolare, Botta si concentra sulla Cina come alternativa rispetto al modello occidentale, non solo sul piano economico e politico, ma anche come modello alternativo di democrazia. Secondo l\u2019autore, il sistema cinese non \u00e8 riconducibile al capitalismo neoliberale occidentale. Sebbene\u00a0esistano elementi di economia di mercato, la Cina \u00e8 vista come una forma di\u00a0\u201csocialismo prospettico\u201d: un modello ibrido e in transizione che conserva un forte ruolo dello Stato nell\u2019economia, nel controllo dei capitali e nella pianificazione strategica. In contrapposizione al modello occidentale, in cui lo Stato \u00e8 spesso subordinato alle logiche di mercato, il sistema cinese afferma con forza la sovranit\u00e0 dello Stato. Il Partito comunista cinese viene interpretato come una\u00a0\u201ccostituzione vivente\u201d\u00a0che permea lo Stato e ne orienta la strategia, assicurando stabilit\u00e0, sviluppo e coesione sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Botta propone l\u2019idea che in Cina sia in atto a tutti gli effetti una forma originale di democrazia, diversa da quella liberale. In questo modello, il dialogo tra Stato, Partito comunista e forme di partecipazione dal basso (soprattutto a livello locale e regionale) costituisce una struttura di democrazia funzionale. Tale sistema ha portato a risultati concreti: eliminazione della povert\u00e0 estrema, miglioramento delle condizioni di vita e salari, avanzamento scientifico e tecnologico. Questo modello, secondo Botta, riduce la separazione tra Stato e societ\u00e0 civile che esiste nel modello occidentale, grazie all\u2019identificazione tra Partito, Stato e popolo, permettendo una maggiore coerenza strategica e stabilit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In sintesi, l\u2019autore propone la Cina come un paradigma alternativo sia al neoliberismo occidentale sia alla democrazia liberale rappresentativa, enfatizzando il ruolo centrale dello Stato, l\u2019interazione virtuosa con il partito e la capacit\u00e0 di rispondere efficacemente alle sfide socioeconomiche, delineando una forma di democrazia postliberale\u00a0concaratteristiche cinesi. Ovviamente, Botta \u00e8 consapevole del fatto che il modello cinese non \u00e8 replicabile sic et simpliciter in un contesto occidentale, n\u00e9 lo auspica; il punto \u00e8 capire in che misura \u00e8 possibile operare una sintesi tra i due modelli, per arrivare a quello che potremmo definire un neo- socialismo del XXI secolo con caratteristiche occidentali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In ultima analisi, il libro di Botta si distingue non solo per la profondit\u00e0 della sua analisi teorica, ma soprattutto per il coraggio con cui interroga le fondamenta stesse dell\u2019ordine politico contemporaneo e per la lucidit\u00e0 con cui individua le strutture di potere reale. Un contributo fondamentale per chi voglia ripensare la politica \u2013 e l\u2019idea stessa di Stato e di democrazia \u2013 alla luce delle sfide del presente.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2025\/09\/23\/la-fine-dellillusione-democratica\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2025\/09\/23\/la-fine-dellillusione-democratica\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DA LA FIONDA (Di Thomas Fazi) Per gentile concessione dell\u2019editore pubblichiamo la prefazione del libro di Paolo Botta,\u00a0Cos\u2019\u00e8 lo Stato. Capitalismo, democrazia e socialismo del XXI secolo\u00a0(Rogas, 2025), in uscita oggi. Buona lettura! Esistono libri che cambiano per sempre il modo in cui guardiamo la realt\u00e0, costringendoci a rimettere in discussione concetti che ritenevamo assodati. Il libro di Paolo Botta \u00e8, a mio avviso, uno di quei libri. 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