{"id":91949,"date":"2025-09-29T10:48:38","date_gmt":"2025-09-29T08:48:38","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91949"},"modified":"2025-09-29T10:48:38","modified_gmt":"2025-09-29T08:48:38","slug":"il-piano-miran-gli-stati-uniti-abbinano-muro-tariffario-e-ombrello-militare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=91949","title":{"rendered":"Il Piano Miran: gli Stati Uniti abbinano muro tariffario e ombrello militare"},"content":{"rendered":"<p><strong>da ANALISI DIFESA (Giacomo Gabellini)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-91950\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Stephan_Miran_1754759116893_1754759117220-300x169.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"169\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Stephan_Miran_1754759116893_1754759117220-300x169.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Stephan_Miran_1754759116893_1754759117220.jpg 600w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p>A partire dal 1971, sulla scia del ripudio unilaterale degli accordi di Bretton Woods, gli Stati Uniti hanno promosso la delocalizzazione degli impianti produttivi per trasformarsi in \u201cimportatori di ultima istanza\u201d sfruttando l\u2019\u201cesorbitante privilegio\u201d garantito dallo status del dollaro, declinato nella sua triplice veste di unit\u00e0 di conto, strumento di pagamento e riserva di valore su scala globale.<\/p>\n<p>Lo schema prevedeva in buona sostanza che i produttori stranieri fabbricassero merci da esportare negli Stati Uniti in cambio di dollari \u2013 che dall\u2019abbandono del vincolo aureo non richiedono pi\u00f9 alcuno sforzo per essere emessi \u2013 da reinvestire in titoli di debito, obbligazioni societarie, azioni e immobili Usa.<\/p>\n<p>In una prospettiva di medio periodo, il risultato \u00e8 consistito in una esplosione del deficit commerciale, che si riflette in una posizione finanziaria netta negativa per quasi 25.000 miliardi di dollari. Al crescente squilibrio commerciale si combina un debito federale ormai fuori controllo e un deficit di bilancio colossale, su cui grava un fardello di interessi sul debito in costante espansione.<\/p>\n<p>Il crescente ammontare delle passivit\u00e0 a fronte di una graduale riduzione dell\u2019economia nazionale in rapporto al Pil globale (dal 40% registrato negli anni \u201960 all\u2019odierno 26%) pone concreti problemi di sostenibilit\u00e0, sollevando dubbi a livello globale circa la capacit\u00e0 degli Stati Uniti di onorare il servizio del debito in valuta stabile.<\/p>\n<p>Lo si evince dal volume delle detenzioni estere di titoli di Treasury Bond, aumentate in valore assoluto ma diminuite drasticamente in rapporto all\u2019ammontare del debito nonostante la progressiva stretta monetaria attuata dalla Federal Reserve a partire dal marzo 2022.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-190222 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/p20250918dt-0404_54804283032_o.webp\" sizes=\"(max-width: 1536px) 100vw, 1536px\" srcset=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/p20250918dt-0404_54804283032_o.webp 1536w, https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/p20250918dt-0404_54804283032_o-1024x683.webp 1024w\" alt=\"\" width=\"1536\" height=\"1024\" \/><\/p>\n<p>Si parla di una contrazione dal 56,5 al 30% tra il 2008 e il 2024, associata a una marcata riduzione della platea dei creditori. Allo stato attuale, sono gli storici \u201calleati\u201d di Washington e alcuni paradisi fiscali ad assorbire gran parte del debito statunitense: Giappone, Gran Bretagna, Isole Cayman, Canada, Belgio, Lussemburgo, Francia, Irlanda, Svizzera, Taiwan, ecc. La Cina, principale creditore globale per oltre un decennio, alleggerisce di mese in mese il volume delle detenzioni di titoli statunitensi, che annoverano invece i grandi fondi finanziari tra i pi\u00f9 importanti acquirenti.<\/p>\n<p>Gran parte del mondo esige in altri termini margini di profitto sempre pi\u00f9 consistenti per sovvenzionare gli Stati Uniti sotto forma di acquisti di Buoni del Tesoro, e ricicla invece i colossali avanzi commerciali accumulati nei confronti degli Stati Uniti nell\u2019acquisto di beni immobiliari, obbligazioni societarie e partecipazioni azionarie altamente remunerative.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Il \u201cpiano Miran\u201d<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Lo squilibrio si \u00e8 accentuato nel corso degli anni fino a mettere a repentaglio lo status di valuta di riserva internazionale di cui \u00e8 a tutt\u2019oggi titolare il dollaro, spingendo una serie di economisti e strateghi a perorare un radicale cambiamento di rotta.<\/p>\n<p>A partire da\u00a0<strong>Stephen Miran<\/strong>\u00a0(nella foto sotto), brillante economista con esperienze professionali nei settori sia pubblico che privato e autore di un vero e proprio\u00a0<a href=\"https:\/\/www.hudsonbaycapital.com\/documents\/FG\/hudsonbay\/research\/638199_A_Users_Guide_to_Restructuring_the_Global_Trading_System.pdf\">piano operativo<\/a>\u00a0volto alla ristrutturazione del sistema del commercio globale in funzione degli interessi statunitensi. A suo avviso, \u00abla radice degli squilibri economici risiede nella persistente sopravvalutazione del dollaro che impedisce l\u2019equilibrio del commercio internazionale, e questa sopravvalutazione \u00e8 causata da una domanda inelastica di attivit\u00e0 di riserva.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-190294 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/image.jpg\" sizes=\"(max-width: 1280px) 100vw, 1280px\" srcset=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/image.jpg 1280w, https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/image-1024x576.jpg 1024w\" alt=\"\" width=\"1280\" height=\"720\" \/><\/p>\n<p>Con la crescita del Pil globale, diventa sempre pi\u00f9 oneroso per gli Stati Uniti finanziare la fornitura di attivit\u00e0 di riserva e il mantenimento dell\u2019ombrello militare, poich\u00e9 i settori manifatturiero e dei beni commerciabili sopportano il peso maggiore dei costi\u00bb. La forza del dollaro, imputabile al suo\u00a0<em>status<\/em>\u00a0di valuta di riserva globale, avvantaggia i settori finanziarizzati dell\u2019economia e gli strati sociali pi\u00f9 abbienti ma delinea un ecosistema proibitivo per le attivit\u00e0 legate alla produzione reale, da cui dipendono occupazione \u2013 sia numerica che di qualit\u00e0 \u2013 e preservazione dell\u2019egemonia.<\/p>\n<p>Nel settembre 2011, il \u00abManufacturing &amp; Technology News\u00bb (1) riport\u00f2 che nel corso del decennio precedente gli Stati Uniti avevano perso 54.621 fabbriche e oltre 5 milioni di posti di lavoro nel settore della manifattura. Il numero delle industrie che impiegavano pi\u00f9 di 1.000 dipendenti era decli\u00adnato del 40%; quelle fino a 1.000 dipendenti del 44%; quelle fino a 500 del 37% e quelle fino a 250 del 30%.<\/p>\n<p>Da allora, la situazione \u00e8 andata costantemente aggravandosi, con conseguente incremento dei livelli di disoccupazione, povert\u00e0, criminalit\u00e0, tossicodipendenza e degrado generalizzato soprattutto nelle aree in cui l\u2019industria manifatturiera rappresentava l\u2019unica fonte di assorbimento della forza lavoro.<\/p>\n<p>In assenza di occupazione nell\u2019industria, un numero sempre pi\u00f9 elevato di cittadini statunitensi, compresa una quota crescente di quelli pi\u00f9 qualificati, si \u00e8 dovuto riciclare nel comparto assai scar\u00adsamente retribuito dei servizi a forte radicamento territoriale (par\u00adrucchieri, estetisti, fattorini, infermieri, medici, ecc.). Ma nonostante il massiccio trasferimento di forza-lavoro dal secondario al terziario,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.foreignaffairs.com\/world\/offshoring-next-industrial-revolution\">evidenzi\u00f2<\/a>\u00a0l\u2019ex vicepresidente della Fe\u00adderal Reserve Alan Blinder gi\u00e0 nel 2006, una quota compresa tra i 42 e i 56 milioni di posti di lavoro nel settore dei servizi era comunque a rischio a causa della delocalizzazione.<\/p>\n<p>Due anni dopo, la CNN\u00a0<a href=\"https:\/\/money.cnn.com\/2008\/11\/10\/smallbusiness\/outsourcing.smb\/index.htm\">annunci\u00f2<\/a>\u00a0che le maggiori istituzioni finanziarie \u00abstanno trasferendo all\u2019estero [in India soprattutto] buona parte delle loro divisioni che si occupano di investimenti\u00bb. Stephen Roach di Mor\u00adgan Stanley ne\u00a0<a href=\"https:\/\/www.barrons.com\/articles\/SB110212604440091009\">trasse<\/a>\u00a0la conclusione che \u00abnon stiamo soltanto subappaltando alla Cina la produzione di beni materiali e all\u2019India quella dei servi\u00adzi; ormai siamo riusciti a subappaltare all\u2019Asia anche la finanza\u00bb. Nonch\u00e9 la grande distribuzione, con giganti del calibro di Walmart e McDonald\u2019s che hanno fatto anch\u2019essi ricorso alla delocalizzazione per abbattere i costi di produzione e reggere la concorrenza interna\u00adzionale.<\/p>\n<p>Le cifre del \u201ccataclisma occupazione\u201d derivatone sono impietose: degli oltre 274 milioni di individui in et\u00e0 lavorativa registrati nell\u2019agosto del 2025, oltre 103 milioni risultano inoccupati o \u201cinattivi\u201d. Il tasso di partecipazione della popolazione in et\u00e0 da lavoro alla crescita economica (una percentuale che oscilla ormai da anni tra il 62 e il 63%) \u00e8 ai livelli pi\u00f9 bassi dalla fine degli anni \u201970, quando ancora si avvertiva l\u2019impatto dirompente dello sganciamento del dollaro dall\u2019oro e dello\u00a0<em>shock\u00a0<\/em>petrolifero.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-190224 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/P20250916HK-0171.webp\" sizes=\"(max-width: 1536px) 100vw, 1536px\" srcset=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/P20250916HK-0171.webp 1536w, https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/P20250916HK-0171-1024x683.webp 1024w\" alt=\"\" width=\"1536\" height=\"1024\" \/><\/p>\n<p>Con una cruciale differenza ri\u00adspetto ad allora, data dal sostanziale incremento del tasso di parteci\u00adpazione delle donne. Non a caso, tra il 1980 e il 2000 la popolazione in et\u00e0 lavorativa \u00e8 aumentata di quasi 40 milioni di unit\u00e0, ma a tale incremento non \u00e8 corrisposta una crescita degli inoccupati, rimasti su livelli stabili lungo tutto il ventennio in esame.<\/p>\n<p>Segno che la capacit\u00e0 del sistema economico di creare posti di lavoro era propor\u00adzionale all\u2019incremento della popolazione in et\u00e0 lavorativa. La situa\u00adzione ha cominciato a mutare radicalmente a partire dall\u2019inizio del nuovo millennio, quando gli inoccupati passarono da 56 ad oltre 90 milioni di unit\u00e0 alla fine del 2017 a fronte di un aumento della popo\u00adlazione complessiva di 25 milioni di persone. Un \u201cesercito di riserva\u201d che i metodi di rilevazione non classificano come occupato n\u00e9 come disoccupato a causa del suo mancato ingresso nella categoria della forza lavoro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Delocalizzate persino le produzioni per la Difesa<\/u><\/strong><\/p>\n<p>I relativi contraccolpi si sono avvertiti anche sul delicatissimo ver\u00adsante della sicurezza nazionale, come segnalato da un allarmato rap\u00adporto\u00a0<a href=\"https:\/\/media.defense.gov\/2018\/Oct\/05\/2002048904\/-1\/-1\/1\/ASSESSING-AND-STRENGTHENING-THE-MANUFACTURING-AND-DEFENSE-INDUSTRIAL-BASE-AND-SUPPLY-CHAIN-RESILIENCY.PDF\">redatto<\/a>\u00a0dal Pentagono nel 2018 in cui si\u00a0<strong>richiamava l\u2019attenzione sul fatto che un numero sempre pi\u00f9 elevato di componenti cruciali per il funziona\u00admento dei sistemi di difesa nazionali veniva fornito da produttori lo\u00adcalizzati in altri Paesi stranieri a causa della mancanza di impianti di fabbricazione interni. In particolare, si legge nel documento, all\u2019in\u00adterno degli Stati Uniti si \u00e8 registrata la scomparsa di circa 66.000 imprese manifatturiere tra il 2000 e il 2016; di queste, ben 17.000 societ\u00e0 lavoravano come fornitrici primarie del Pentagono.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Molte di quelle rimanenti \u00abfaticano a sostenere gli investimenti necessari per adeguarsi alle commesse\u00bb. \u00c8 a causa dell\u2019\u00aberosione della manifattura americana verificatasi nell\u2019ultimo ventennio [\u2026] che oggi dipendia\u00admo [\u2026] da catene di produzione esterne\u00bb, recita il\u00a0<\/strong><em><strong>report<\/strong>\u00a0<\/em>parafrasan\u00addo il\u00a0<em>Report on the subject of manufactures\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/founders.archives.gov\/documents\/Hamilton\/01-10-02-0001-0007\">sottoposto<\/a>\u00a0al Congresso da Alexander Hamilton nel 1791, in cui si evidenziava la necessit\u00e0 di \u00abconquistare l\u2019indipendenza dalle nazioni straniere per le forniture militari e per altri approvvigionamenti essenziali\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-190221 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/P20250916DT-0068.webp\" sizes=\"(max-width: 1536px) 100vw, 1536px\" srcset=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/P20250916DT-0068.webp 1536w, https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/P20250916DT-0068-1024x683.webp 1024w\" alt=\"\" width=\"1536\" height=\"1024\" \/><\/p>\n<p><strong>Allo stesso tempo, segnala ancora il documento, la segmentazione della filiera produttiva generata dalla separazione dei comparti di progettazione da quelli di fabbricazione ha aperto voragini nella forza lavoro specializzata statunitense, spingendo il Pentagono a parlare addirittura di \u00abatrofia delle competenze\u00bb. Questo stato di cose tende a scoraggiare investimenti volti a valorizzare le potenzia\u00adlit\u00e0 produttive delle industrie critiche per il settore della difesa, con un impatto fortemente negativo sulle capacit\u00e0 di innovazione tec\u00adnologica degli Usa, gi\u00e0 fortemente compromesse per effetto diretto delle dinamiche della deindustrializzazione.<\/strong><\/p>\n<p>Come evidenzia in propo\u00adsito l\u2019economista\u00a0<strong>Paul Craig Roberts,<\/strong>\u00a0\u00abricerca, sviluppo,\u00a0<em>design\u00a0<\/em>e innovazione si determinano nel Paese in cui le merci vengono fabbricate. I<strong>l crollo della manifattura implica la perdita delle conoscenze scientifiche e ingegneristiche [\u2026]. Quando un Paese delocalizza la produzione di beni di mercato, trasferisce anche i rispettivi posti di lavoro. Le abilit\u00e0 ingegneristiche applicate ai settori cruciali di ricerca e svi\u00adluppo si spostano assieme ai posti di lavoro.<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00c8 impossibile innovare indipendentemente dal luogo in cui avviene la produzione\u00bb (3). Si \u00e8 cos\u00ec venuta a configurare, concludono gli specialisti del Pentagono nel loro documento, \u00abuna minaccia per la totalit\u00e0 degli aspetti basilari relativi alla produzione per la difesa, specialmente nella fase attuale contrassegnata da una crescita di forza e capacit\u00e0 tecnologiche da parte delle potenze concorrenti\u00bb. Lo stesso presidente Trump ne era perfettamente consapevole gi\u00e0 durante il suo primo mandato, quando\u00a0<a href=\"https:\/\/www.cbsnews.com\/news\/trump-in-granite-city-illinois-steel-factory-live-stream-today-live-updates\/\">dichiar\u00f2<\/a>\u00a0che \u00abse non hai acciaio, non hai un Paese\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Ricostruire la base industriale<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Si tratta dunque, evidenzia Miran nel suo studio, di definire una linea d\u2019azione in grado di coniugare la necessit\u00e0 di ricostruire una base industriale quantomeno nei settori critici e ad alto valore aggiunto con l\u2019obiettivo di preservare la centralit\u00e0 internazionale del dollaro.<\/p>\n<p>Sebbene la crescita inarrestabile dei \u201cdeficit gemelli\u201d (commerciale e di bilancio) e del debito federale delinei la prospettiva consistente nella detronizzazione del dollaro, non esistono ancora via alternative percorribili perch\u00e9 n\u00e9 l\u2019euro n\u00e9 lo yuan-renminbi ottemperano a tutti i requisiti necessari a occupare il centro della scena in sostituzione della moneta statunitense.<\/p>\n<p>Il compito di rifornire il resto del mondo della valuta di riserva implica una strutturale sopravvalutazione del dollaro che si pone all\u2019origine del processo di deindustrializzazione degli Stati Uniti, ma garantisce allo stesso tempo a questi ultimi la possibilit\u00e0 di indebitamento virtualmente illimitate e a costo ridotto. L\u2019\u201cesorbitante privilegio\u201d rende inoltre il dollaro uno straordinario strumento di condizionamento geostrategico a disposizione delle autorit\u00e0 di Washington, che se ne sono puntualmente avvalse per imporre \u2013 e\/o minacciare \u2013 sanzioni nei confronti di Stati, aziende, privati cittadini.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-190320 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/The_White_House_-_54412158210.jpg\" sizes=\"(max-width: 1280px) 100vw, 1280px\" srcset=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/The_White_House_-_54412158210.jpg 1280w, https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/The_White_House_-_54412158210-1024x682.jpg 1024w\" alt=\"\" width=\"1280\" height=\"853\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Le favorevoli condizioni di accesso al credito e l\u2019extraterritorialit\u00e0 finanziaria compensano quindi lo svantaggio determinato dalla sopravvalutazione del dollaro, profondamente lesiva per la produzione reale sul territorio statunitense.<\/p>\n<p>Compresa quella bellica, che per quanto legata a doppio filo al potere politico risente anch\u2019essa dei colossali disavanzi delle partite correnti accumulati anno dopo anno dagli Stati Uniti, della scarsit\u00e0 di forza lavoro qualificata e dell\u2019inaffidabilit\u00e0 delle catene di approvvigionamento che fanno in larga parte capo alla Repubblica Popolare Cinese. Combinato all\u2019appesantimento tendenziale delle passivit\u00e0, il declino della capacit\u00e0 di produrre sistemi d\u2019arma di qualit\u00e0 e in quantit\u00e0 rende sempre pi\u00f9 insostenibile il mantenimento dell\u2019ombrello militare a beneficio degli alleati.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>I dazi<\/u><\/strong><\/p>\n<div class=\"mceTemp\"><\/div>\n<p>Nel complesso, valuta Miran, vale la pena difendere la centralit\u00e0 internazionale del dollaro, ma nell\u2019ambito di una generale ridefinizione dei rapporti di potere con il resto del mondo.<\/p>\n<p>I dazi costituiscono uno strumento fondamentale per ristrutturare il sistema dollarocentrico del commercio globale in un\u2019ottica di reindustrializzazione interna e assestamento dei conti pubblici, in quanto \u00abgenerano entrate e, se compensati da aggiustamenti valutari, presentano effetti inflazionistici minimi\u00bb per il Paese che li impone. Il prezzo maggiore, sostiene Miran, ricade sui soggetti destinatari delle misure tariffarie: \u00absebbene la compensazione valutaria possa inibire gli aggiustamenti dei flussi commerciali indotti dai dazi, questi ultimi vengono in ultima analisi finanziati dalla nazione che li subisce, il cui potere d\u2019acquisto e la cui ricchezza reale diminuiscono\u00bb.<\/p>\n<p>Una conclusione perentoria, a cui l\u2019economista \u00e8 approdato sulla scorta dell\u2019analisi incentrata sulla politica di contenimento della Cina adottata dal presidente Trump durante il suo primo mandato. Soltanto nel 2018, le misure assunte dagli Stati Uniti hanno prodotto un innalzamento delle tariffe medie sulle importazioni dalla Cina dal 3,1 al 12%, poi giunte alla soglia del 21% l\u2019anno successivo.<\/p>\n<p>La Cina, a sua volta, ha reagito elevando proporzionalmente i dazi sulle merci statunitensi. Bench\u00e9 le prime restrizioni fossero state introdotte gi\u00e0 sotto l\u2019amministrazione Obama, si trattava comunque di un vero e proprio \u201cavvitamento\u201d: nell\u2019arco di pochi mesi, la quota di commercio sottoposta a tariffe pass\u00f2 da una percentuale insignificante al 47% negli Usa e del 65,5% in Cina, per poi calare leggermente in quest\u2019ultimo Paese (58,3%) e arrivare al 66,4% negli Stati Uniti.\u00a0Nella tarda primavera del 2019, l\u201987% dei flussi commerciali dalla Cina agli Stati Uniti era sottoposto a una qualche forma di restrizione. I cinesi, per ritorsione, avevano imposto un trattamento discriminatorio al 91% dei prodotti statunitensi.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-189489\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/cbdaef88bf2549138f3d84cf706a18ae.jpg\" alt=\"\" width=\"856\" height=\"481\" \/><\/p>\n<p>In quel frangente, sostiene Miran, la svalutazione dello yuan-renminbi rispetto al dollaro (13,7%) ovvi\u00f2 nella misura del 75% circa all\u2019incremento dell\u2019aliquota tariffaria media (17,9%) decretato dal governo di Washington, immunizzando i consumatori statunitensi da ricadute inflazionistiche significative e scaricando largamente su quelli cinesi l\u2019onere dei dazi.<\/p>\n<p>Il Dipartimento del Tesoro ne ricav\u00f2 un considerevole flusso di entrate, ma la compensazione valutaria quasi perfetta attuata dalla Cina fece venir meno per fornitori e intermediari di vario genere qualsiasi incentivo alla ristrutturazione delle catene di approvvigionamento mondiali, che continuarono rigorosamente a gravitare nell\u2019orbita dell\u2019ex Celeste Impero. \u00abIl biennio 2018-2019 \u2013 scrive Miran \u2013 non ha danneggiato gravemente l\u2019economia cinese, n\u00e9 ha trasferito le sue catene di approvvigionamento negli Stati Uniti.<\/p>\n<p>In parte, ci\u00f2 \u00e8 dovuto al fatto che si \u00e8 trattato di uno\u00a0<em>shock<\/em>\u00a0<em>una tantum<\/em>\u00a0delle aliquote tariffarie. Un piano implicante un aumento continuativo delle aliquote tariffarie, secondo un percorso noto e graduale [\u2026], instillerebbe invece con ogni probabilit\u00e0 pressioni di capitale molto maggiori sulla Cina e un pi\u00f9 forte incentivo alla riorganizzazione delle catene di approvvigionamento. Una pressione significativa e prolungata sulla Cina accresce le probabilit\u00e0 di ottenere consistenti concessioni commerciali\u00bb.<\/p>\n<p>Ad esempio, Washington \u00abpotrebbe sottoporre a Pechino una serie di richieste, come l\u2019apertura di determinati mercati alle aziende statunitensi, il risarcimento per i furti di propriet\u00e0 intellettuale, l\u2019acquisto di beni agricoli, l\u2019apprezzamento della valuta, ecc.<\/p>\n<p>Una politica del genere potrebbe generare le seguenti conseguenze:<\/p>\n<ul>\n<li>innalzerebbe gradualmente i dazi a un ritmo non troppo diverso da quello del 2018-2019, che l\u2019economia \u00e8 parsa in grado di assorbire facilmente;<\/li>\n<li>metter\u00e0 la palla nel campo della Cina spingendola a riformare il proprio sistema economico;<\/li>\n<li>consentirebbe ai dazi di superare l\u2019aliquota del 60% a met\u00e0 mandato, cosa che il presidente Trump ha espresso come auspicabile;<\/li>\n<li>fornirebbe alle aziende chiarezza sul percorso dei dazi, cosa che le supporter\u00e0 nel compito di pianificare la gestione degli aggiustamenti da apportare alle catene di approvvigionamento e lo spostamento della produzione fuori dalla Cina;<\/li>\n<li>limiterebbe la volatilit\u00e0 del mercato finanziario eliminando l\u2019incertezza relativa alle modalit\u00e0 di attuazione\u00bb.<\/li>\n<\/ul>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Non solo Cina<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Il confronto con la Cina rappresenta tuttavia soltanto una singola tessera del mosaico. L\u2019esperienza maturata nel 2018-2019, con la segmentazione delle tariffe a seconda delle tipologie di prodotti importati dall\u2019ex Celeste Impero, ha fornito all\u2019amministrazione Trump la falsariga su cui sviluppare una linea d\u2019azione imperniata sull\u2019innalzamento di barriere tariffarie differenziate nei confronti dei vari partner commerciali.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-189544 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/kju-xi-putin-chinese-military-parade-sept-3-2025-kremlin-1255x670-1.jpg\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"546\" \/><\/p>\n<p>Il peso relativo declinante dell\u2019economia statunitense richiede un adattamento dell\u2019aliquota tariffaria media, ferma a un livello (3%, contro il 5% dell\u2019Unione Europea e il 10% della Cina) ormai del tutto anacronistico.<\/p>\n<p>Secondo i calcoli di Miran, la \u201ctariffa ottimale\u201d si aggira attorno al 20%, ma va raggiunta al termine di un processo di adeguamento sufficientemente lungo e articolato. Pi\u00f9 specificamente, l\u2019innalzamento dell\u2019aliquota tariffaria media deve scaturire dall\u2019applicazione di dazi cuciti su misura per ogni raggruppamento di Paesi, da definire sulla scorta di indicatori riguardanti non soltanto il commercio, ma anche la sicurezza nazionale.<\/p>\n<p>Occorre quindi valutare se lo Stato in oggetto applichi una politica tariffaria e non tariffaria discriminatoria nei confronti degli Stati Uniti; se supporti i tentativi della Cina di aggirare i dazi tramite la riesportazione; se favorisca l\u2019elusione delle sanzioni da parte della Russia; se ottemperi ai suoi impegni in ambito Nato; se i suoi\u00a0<em>leader<\/em>\u00a0votino contro gli Stati Uniti in sede Onu, ecc.<\/p>\n<p>L\u2019entit\u00e0 del dazio da applicare a ogni scaglione verrebbe cos\u00ec a dipendere dal grado di allineamento dei Paesi che ne fanno parte ai dettami e agli interessi statunitensi, come\u00a0<a href=\"https:\/\/manhattan.institute\/article\/the-fallacy-of-bidenomics-a-return-to-central-planning\">sottolineato<\/a>\u00a0da\u00a0<strong>Scott Bessent<\/strong>\u00a0(nella foto qui sotto) gi\u00e0 un semestre prima che Trump lo nominasse segretario al Tesoro. Miran suggerisce l\u2019instaurazione di meccanismi premiali, che assicurino ai Paesi maggiormente inclini ad accogliere le istanze di Washington la possibilit\u00e0 di passare a una fascia tariffaria meno opprimente.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-189157 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/image.jpg\" sizes=\"(max-width: 1280px) 100vw, 1280px\" srcset=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/image.jpg 1280w, https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/image-1024x576.jpg 1024w\" alt=\"\" width=\"1280\" height=\"720\" \/><\/p>\n<p>Gli Stati pi\u00f9 accomodanti otterranno tariffe inferiori e adeguate garanzie di sicurezza, a differenza di quelli recalcitranti che perderanno l\u2019ombrello militare di Washington e saranno chiamati a sostenere l\u2019onere dei dazi statunitensi attraverso la svalutazione monetaria.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Rischi e vantaggi<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Un punto deve essere chiaro: \u00abunire un muro tariffario a un ombrello di sicurezza \u00e8 una strategia ad alto rischio, ma se funziona offre grandi vantaggi\u00bb. Il successo conseguito dalla politica tariffaria portata avanti dall\u2019amministrazione Trump tra il 2017 e il 2021 sotto il profilo delle entrate fiscali e del condizionamento dei partner commerciali suggerisce che \u00abi dazi vengano introdotti prima di qualsiasi strumento valutario.<\/p>\n<p>Poich\u00e9 i dazi hanno generalmente un impatto positivo sul dollaro, sar\u00e0 importante per gli investitori comprendere la sequenza delle riforme del sistema commerciale internazionale. Qualora questo scenario dovesse effettivamente concretizzarsi, \u00e8 probabile che il dollaro si rafforzi prima di invertire la rotta\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-188967 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/F7X7bJ8eep4LQNINSQA3yAAfNVF3gVwh.jpg\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" srcset=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/F7X7bJ8eep4LQNINSQA3yAAfNVF3gVwh.jpg 1024w, https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/F7X7bJ8eep4LQNINSQA3yAAfNVF3gVwh-273x168.jpg 273w\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"632\" \/><\/p>\n<p>Il randello tariffario, evidenzia l\u2019economista, va per\u00f2 agitato anche nella seconda fase del programma, consistente nel forzare le controparti a digerire una svalutazione del dollaro senza metterne in discussione lo status internazionale, nell\u2019ambito del cosiddetto \u201cAccordo di Mar-a-Lago\u201d.<\/p>\n<p>Vale a dire un\u2019intesa monetaria ispirata a quella raggiunta nel settembre del 1985 presso l\u2019hotel Plaza di New York dai ministri delle Finanze di Stati Uniti, Giappone, Repubblica Federale Tedesca, Francia e Gran Bretagna (i cinque Paesi pi\u00f9 industrializzati), che stabil\u00ec la rivalutazione dello yen e, in prospettiva, del marco tedesco attraverso un colossa\u00adle programma di vendita di valuta statunitense da parte delle Banche Centrali dei Paesi coinvolti.<\/p>\n<p>Lo \u201cscaricamento\u201d di ben 10 miliardi di dollari provoc\u00f2 un deprezzamento del dollaro rispetto allo yen del 51%, innescando una imponente manovra speculativa che depres\u00adse ulteriormente il corso della valuta Usa anche dopo la fine degli interventi coordinati tra le autorit\u00e0 monetarie. L\u2019atto di forza sanciva l\u2019inversione della politica ultra-restrittiva portata avanti fino a quel momento dalla Federal Reserve sotto l\u2019egida di Paul Volcker e il trasferimento della recessione dagli Usa ai loro concorrenti economici, funzionale al rilancio della competitivit\u00e0 dell\u2019apparato produttivo statunitense attraverso la svalutazio\u00adne del dollaro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:<\/strong><\/p>\n<p>Allo stato attuale, si tratterebbe di portare al tavolo negoziale quantomeno alcuni dei maggiori creditori stranieri degli Stati Uniti con un obiettivo sostanzialmente analogo, il cui conseguimento passa tuttavia attraverso una vera e propria ristrutturazione del debito federale statunitense.<\/p>\n<p>Nella fattispecie, si tratterebbe di persuaderli \u2013 alternando bastone e carota \u2013 a scambiare i titoli del Tesoro Usa e le riserve denominate in dollari in loro possesso con obbligazioni non negoziabili a lunghissima scadenza e scarso rendimento, cos\u00ec da svalutare la moneta Usa, ridurre i costi di rifinanziamento e moltiplicare gli incentivi alla reindustrializzazione del Paese.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-188945 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/1451601.jpg\" alt=\"\" width=\"1020\" height=\"649\" \/><\/p>\n<p>Lo scenario attuale presenta tuttavia enormi differenze rispetto a quello del 1985. A partire dalla platea dei maggiori detentori di riserve denominate in dollari, che non sono pi\u00f9 concentrate in Paesi alleati, ma nelle mani di attori \u201coscillanti\u201d o avversari come Cina, India, Russia, Singapore, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar.<\/p>\n<p>Naturalmente, i soggetti pi\u00f9 vulnerabili alle pressioni statunitensi sono quelli che beneficiano dell\u2019ombrello militare Usa: posti di fronte alla prospettiva di perdere la \u201cprotezione\u201d, Unione Europea, Giappone e Corea del Sud possono essere indotti ad accettare una condivisione degli oneri legati al mantenimento della sicurezza proprio attraverso l\u2019acquisto di obbligazioni a lunghissima scadenza \u2013 magari centennale, come\u00a0<a href=\"https:\/\/www.dbs.com.hk\/private-banking\/aics\/investment-strategy\/templatedata\/article\/generic\/data\/en\/CIO\/042025\/250423_CIOPerspectives.xml#:~:text=\">ipotizzato<\/a>\u00a0dal geniale consulente finanziario Zoltan Pozsar.<\/p>\n<p>Titoli, beninteso, che i detentori bisognosi di difendere le proprie valute possono impegnare come collaterale per ottenere dollari \u2013 pronti contro termine \u2013 attraverso linee di\u00a0<em>swap<\/em>\u00a0valutario.<\/p>\n<p>Il modello a cui Miran guarda \u00e8 quello del Bank Term Funding Program (Btfp), implementato dalla Federal Reserve per gestire la crisi delle banche regionali detonata nella primavera del 2023. Pi\u00f9 specificamente, il Btfp consentiva agli istituti richiedenti di utilizzare come garanzia i titoli di Stato a lunga e lunghissima scadenza in portafoglio per approvvigionarsi di liquidit\u00e0 a bassissimo costo dalla Fed. A sua volta, quest\u2019ultima accettava i Treasury secondo la loro quotazione originaria, e non in base al loro reale valore di mercato fortemente ridotto per effetto della stretta monetaria in atto.<\/p>\n<p>Allo stato attuale, sostiene Miran, la Federal Reserve \u00e8 chiamata ad agire in ancor pi\u00f9 stretto e \u201cvolontario\u201d coordinamento con il Dipartimento del Tesoro, perch\u00e9 dal 1985 il debito federale statunitense \u00e8 aumentato dal 40 al 120%, e con esso sono proporzionalmente cresciuti i problemi legati al \u201ccontrollo\u201d dei rendimenti dei titoli di Stato. La soluzione individuata dal giovane economista consiste nel consacrare l\u2019abbassamento dei tassi di interesse a lungo termine come terzo mandato statutario della Federal Reserve, supplementare a quelli riguardanti il controllo dell\u2019inflazione e il perseguimento della piena occupazione.<\/p>\n<p>Dovrebbe in altri termini assumere un carattere di convenzionalit\u00e0 l\u2019atteggiamento collaborativo sfoggiato nei primi anni \u201960, quando la Fed compens\u00f2 con l\u2019acquisto di titoli di debito a lungo termine l\u2019incremento delle emissioni di titoli a breve scadenza promosso dal Tesoro,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.bis.org\/publ\/qtrpdf\/r_qt0906w.htm\">consentendo<\/a>\u00a0all\u2019amministrazione Kennedy di conseguire simultaneamente il doppio obiettivo di mitigare il deflusso d\u2019oro e preservare una politica monetaria sufficientemente espansiva da sostenere i settori produttivi.<\/p>\n<p>Naturalmente, \u00ab\u00e8 pi\u00f9 probabile che la Fed accetti di coordinarsi con il Tesoro qualora il governo le fornisca adeguate garanzie di indipendenza\u00bb, cio\u00e8 che la manipolazione dei tassi a breve termine in funzione dell\u2019aggiustamento di quelli a lungo termine risulti strumentale al contenimento dell\u2019inflazione e alla creazione di posti di lavoro.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-188896 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/1451499.jpg\" alt=\"\" width=\"1020\" height=\"649\" \/><\/p>\n<p>Un obiettivo, quest\u2019ultimo, il cui conseguimento dipende anche dalla presenza di una struttura fiscale in grado di restituire competitivit\u00e0 al sistema-Paese, conferendogli maggiore attrattivit\u00e0 rispetto ad altre destinazioni concorrenti come la Cina. In altri termini, la capacit\u00e0 di calamitare investimenti produttivi e abbassare la struttura dei costi risulta fatalmente influenzata dal tipo di tassazione applicata a lavoro, consumi, capitale e flussi commerciali.<\/p>\n<p>Nonch\u00e9 dal contenimento dei prezzi dell\u2019energia, da attuare attraverso processi di liberalizzazione intesi in primo luogo a smantellare l\u2019intelaiatura normativa introdotta sotto l\u2019amministrazione Biden per disciplinare l\u2019attivit\u00e0 estrattiva, che secondo alcune stime\u00a0<a href=\"https:\/\/www.americanactionforum.org\/insight\/the-biden-regulatory-record\/\">costerebbe<\/a>\u00a0tra gli uno e i due punti percentuali di Pil all\u2019anno.<\/p>\n<p>Dalla combinazione tra innalzamento delle barriere tariffarie, introduzione di una riforma in senso espansivo e regressivo del sistema tributario e attuazione di un vasto programma di liberalizzazione scaturir\u00e0 secondo Miran una sinergia positiva in grado di restituire competitivit\u00e0 agli Stati Uniti e spostare per quanto possibile il carico fiscale sugli stranieri, cos\u00ec da mantenere una tassazione bassa a livello interno ed evitare che i tagli delle imposte sui redditi si traducano in debito federale aggiuntivo.<\/p>\n<p>Il livellamento verso il basso dei tassi di interesse e la stessa svalutazione del dollaro possono essere perseguiti anche unilateralmente.<\/p>\n<p>Il primo, invocando l\u2019International Emergency Economic Power Act per introdurre un\u2019imposta sulla detenzione di titoli di Stato statunitensi da parte delle Banche Centrali straniere, funzionale a calmierare la domanda internazionale di asset di riserva. La relativa aliquota andrebbe mantenuta sufficientemente contenuta e flessibile da scongiurare fughe incontrollate dal dollaro destinate ad accrescere i tassi di interesse e ridurre il potere di extraterritorialit\u00e0. L\u2019entit\u00e0 della tassa pu\u00f2 essere peraltro modulata a seconda del richiedente \u2013 incrementata nei confronti di avversari come la Cina e diminuita a beneficio degli alleati europei, giapponesi e sudcoreani.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-188947 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/1451605.jpg\" alt=\"\" width=\"1020\" height=\"649\" \/><\/p>\n<p>Lo stesso approccio pu\u00f2 essere adottato per deprimere il corso del dollaro, attraverso la vendita di valuta statunitense contro divise estere da parte della Federal Reserve, chiamata quindi a sterilizzare l\u2019intervento \u2013 inevitabilmente foriero di effetti inflazionistici \u2013 mediante adeguati aggiustamenti da apportare in corso d\u2019opera.<\/p>\n<p>La modalit\u00e0 d\u2019azione \u201ccollegiale\u201d e concordata resta per\u00f2 quella preferibile, sostiene Miran, perch\u00e9 capace di scongiurare spiacevoli effetti collaterali quali misure di rappresaglia delle controparti colpite, fiammate inflazionistiche poco gestibili, volatilit\u00e0 finanziaria, ecc.<\/p>\n<p>In assenza del supporto della Federal Reserve e della disponibilit\u00e0 delle controparti a barattare le proprie riserve attuali con titoli a lunghissima scadenza, viceversa, il contenimento dei rendimenti in un contesto di depressione del corso del dollaro rappresenta un miraggio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Conseguenze<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Alcune conseguenze, avverte Miran, verranno a determinarsi a prescindere dall\u2019opzione che si decider\u00e0 di attuare. A partire dalla suddivisione del globo in tre cerchi concentrici, distanti dal nucleo statunitense in base al loro grado di allineamento economico-commerciale e geostrategico.<\/p>\n<p><strong>Il sottogruppo di pi\u00f9 stretta prossimit\u00e0 beneficer\u00e0 di un regime tariffario \u2013 relativamente \u2013 agevolato e della \u201cprotezione\u201d militare condividendo i relativi oneri;<\/strong>\u00a0quelli intermedio ed esterno, che riuniscono i \u201cneutrali\u201d e i nemici, riceveranno trattamenti molto pi\u00f9 discriminatori sotto il profilo commerciale e verranno formalmente collocati al di fuori dell\u2019ombrello di difesa statunitense. I mercati valutari ne risentiranno in termini di pesante aumento della volatilit\u00e0.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-188811 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/1441017.jpg\" alt=\"\" width=\"1020\" height=\"649\" \/><\/p>\n<p>La politica della \u201cmassima pressione\u201d a 360\u00b0 accresce inesorabilmente, sulla scorta di quanto verificatosi per effetto dell\u2019abuso dello strumento sanzionatorio, gli incentivi alla riorganizzazione del mondo esterno. I Paesi indisponibili ad accogliere le istanze statunitensi saranno indotti a perseguire un maggiore coordinamento reciproco, se non una vera e propria armonizzazione delle linee d\u2019azione destinata a valorizzare le opzioni alternative al dollaro.<\/p>\n<p>Anche se non sussistono ancora le condizioni per l\u2019internazionalizzazione dello yuan-renminbi e per l\u2019introduzione di una valuta comune da parte dei Brics, sottolinea Miran, l\u2019oro e le criptovalute potrebbero trarne ampio beneficio. La gi\u00e0 avvertibilissima tendenza di un numero crescente di Paesi ad avvalersi alle proprie valute nazionali per la regolazione dell\u2019interscambio transfrontaliero tenderebbe giocoforza a rafforzarsi. In siffatto contesto, la collaborazione sia della Federal Reserve che degli alleati risulta fondamentale.<\/p>\n<p>Quella indicata da Miran per ristrutturare radicalmente il sistema commerciale e finanziario globale in una direzione favorevole agli Stati Uniti \u00e8 insomma \u00abuna strada stretta, che richieder\u00e0 meticolosa pianificazione, accurata esecuzione e grande attenzione alle azioni da intraprendere per minimizzare l\u2019impatto delle implicazioni avverse\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Dalla teoria alla pratica<\/u><\/strong><\/p>\n<p><strong>Fin dal suo insediamento, la seconda amministrazione Trump ha sposato una linea d\u2019azione completamente aderente al programma operativo steso da Miran.<\/strong><\/p>\n<p>Il cosiddetto \u201cBig, beautiful bill\u201d, approvato dal Congresso all\u2019inizio dell\u2019estate del 2025 dietro forti sollecitazioni di Trump, ha reso permanenti gli\u00a0sgravi fiscali\u00a0provvisori previsti dal Tax Cuts and Jobs Act del 2018, oltre a ridurre gli oneri fiscali su straordinari e a innalzare il tetto massimo alle detrazioni statali. Il piano prevede inoltre una decurtazione delle spese sanitarie \u2013 Medicaid in primis \u2013 pari a 1.100 miliardi e una pesante riduzione dei sussidi alle energie rinnovabili necessarie a finanziare l\u2019espansione del bilancio del Pentagono (150 miliardi in dieci anni) e il potenziamento degli organismi preposti alla tutela della sicurezza dei confini (129 miliardi).<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-188897 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/1451467.jpg\" alt=\"\" width=\"1020\" height=\"650\" \/><\/p>\n<p>Nel complesso, l\u2019iniziativa contempla tagli fiscali per circa<strong>\u00a0<\/strong>4.500 miliardi di dollari in dieci anni, e appare inesorabilmente destinata a ingigantire il debito federale statunitense. Lo si evince dalle stime\u00a0<a href=\"https:\/\/www.crfb.org\/blogs\/cbos-first-score-house-reconciliation-bill\">formulate<\/a>\u00a0dal Committee for a Responsible Federal Budget e dal\u00a0<a href=\"https:\/\/budgetmodel.wharton.upenn.edu\/issues\/2025\/5\/20\/house-reconciliation-bill-illustrative-calculations-with-permanence-may-20-2025\">Penn Wharton Budget Model<\/a>. Secondo i\u00a0<a href=\"https:\/\/budgetlab.yale.edu\/research\/financial-cost-senate-passed-budget-bill\">calcoli<\/a>\u00a0del\u00a0<em>budget lab<\/em>\u00a0di Yale, l\u2019impatto del \u201cBig, beautiful bill\u201d consiste in una colossale travaso di ricchezza dalla base alla sommit\u00e0 della piramide sociale: in termini di reddito netto medio, si parla di una perdita annua pari a 560 dollari per il 20% pi\u00f9 povero, e di un guadagno di 32.000 dollari per l\u20191% pi\u00f9 ricco.<\/p>\n<p>Sotto questo aspetto, la nuova riforma fiscale risulta al pari del Tcja perfettamente coerente con la visione sposata dal Donald Trump basata sulla moltiplicazione di incentivi e benefici nei confronti di produttori e investitori, e sullo spostamento strutturale dell\u2019iniziativa governativa dai settori di sanit\u00e0 e previdenza sociale verso sicurezza e difesa.<\/p>\n<p>Tra la primavera e l\u2019estate del 2025, il presidente Trump ha inoltre invocato l\u2019International Emergency Economic Powers Act del 1977 per imporre dazi diversificati contro gran parte dei Paesi del mondo.<\/p>\n<p>L\u2019obiettivo cruciale perseguito attraverso la \u201cmilitarizzazione\u201d del mercato statunitense consiste nel forzare i partner commerciali ad assumere un atteggiamento collaborativo, funzionale alla reindustrializzazione interna, o quantomeno alla riorganizzazione delle filiere produttive globali, oltre che all\u2019attenuazione del colossale squilibrio nei conti con l\u2019estero. Nel 2024, il saldo tra esportazioni e importazioni degli Stati Uniti \u00e8 risultato negativo per 1,1 trilioni di dollari, corrispondenti alla differenza tra la spesa totale del Paese (30,1 trilioni) e il suo reddito complessivo (29 trilioni).<\/p>\n<p>La condizione deficitaria \u00e8 strutturale e in costante aggravamento \u2013 come certificato dallo stato catastrofico dalla posizione finanziaria netta \u2013 ormai da molto tempo.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-188959 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/OV3SP298XkDQnC35Rtiw8rstEv8iMqYK.jpg\" sizes=\"(max-width: 1360px) 100vw, 1360px\" srcset=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/OV3SP298XkDQnC35Rtiw8rstEv8iMqYK.jpg 1360w, https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/OV3SP298XkDQnC35Rtiw8rstEv8iMqYK-1024x632.jpg 1024w, https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/OV3SP298XkDQnC35Rtiw8rstEv8iMqYK-273x168.jpg 273w\" alt=\"\" width=\"1360\" height=\"840\" \/><\/p>\n<p>Lo ha\u00a0<a href=\"https:\/\/www.cbsnews.com\/news\/howard-lutnick-commerce-secretary-face-the-nation-transcript-07-20-2025\/\">sottolineato<\/a>\u00a0senza mezzi termini il segretario al Commercio\u00a0<strong>Howard Lutnick,<\/strong>\u00a0secondo cui \u00aboccorre resettare e ridefinire i rapporti di potere degli Stati Uniti sia nei confronti degli alleati che dei nemici.<\/p>\n<p>L\u2019idea che tutti i Paesi del mondo possano accumulare eccedenze commerciali con gli Stati Uniti e acquistare con il ricavato i nostri asset da noi non \u00e8 sostenibile. Stiamo parlando di quasi 1,2 trilioni di dollari [di passivo, nda] all\u2019anno ormai. Nel 1980 eravamo un investitore netto. Possedevamo cio\u00e8 il pi\u00f9\u00a0<em>asset<\/em>\u00a0del resto del mondo di quanto il resto del mondo ne possedesse di nostri [\u2026]. E ora gli stranieri possiedono 18 trilioni di dollari di asset in pi\u00f9 rispetto a noi. Sono diventati creditori netti\u00bb.<\/p>\n<p>Il bersaglio principale dell\u2019offensiva tariffaria scatenata dall\u2019amministrazione Trump era dichiaratamente rappresentato dalla Cina, che ha tuttavia reagito, come\u00a0<a href=\"https:\/\/www.economist.com\/briefing\/2025\/04\/03\/as-donald-trumps-trade-war-heats-up-china-is-surprisingly-confident\">rilevato<\/a>\u00a0dall\u2019\u00abEconomist\u00bb, con \u00absorprendente sicurezza\u00bb, combinando misure simmetriche (dazi) e asimmetriche (restrizioni sull\u2019export di minerali critici). Una risposta attentamente calibrata, derivante dalla convinzione che il Paese, avendo abbracciato un modello di crescita maggiormente legato alla domanda interna e l\u2019avanzamento tecnologico, dispone della forza necessaria per reggere l\u2019urto statunitense.<\/p>\n<p>Sebbene abbia chiuso il 2024 con un avanzo commerciale record di 992 miliardi di dollari, la Cina ha costantemente ridotto il peso delle esportazioni rispetto al Pil, fino a portarlo all\u2019attuale 19%.<\/p>\n<p>Una percentuale sostanzialmente contenuta, specialmente se raffrontata a quella realizzata da Paesi come Germania (43,4%) e Italia (33,7%). Un ruolo preponderante sul dato aggregato lo rivestono ancora le commesse pubbliche, ma i consumi in rapido e costante aumento hanno permesso alla Cina di accreditarsi come principale mercato per diciassette delle venti grandi categorie merceologiche, tra cui veicoli a trazione sia elettrica che convenzionale, carne, pesce, alcoolici, caff\u00e8, bibite gassate, abbigliamento, calzature, beni di lusso, elettrodomestici, telefoni cellulari, computer, sanit\u00e0, turismo.<\/p>\n<p>Il consolidamento della domanda interna concorre a ridimensionare la centralit\u00e0 rivestita dal mercato statunitense in misura paragonabile all\u2019aumento degli scambi con i Paesi dell\u2019Asia orientale, verso i quali l\u2019ex Celeste Impero ha precedentemente esternalizzato le produzioni a basso valore aggiunto collegandoli cos\u00ec alla catena del valore cinese.<\/p>\n<p>A sua volta, l\u2019industrializzazione delle nazioni asiatiche stimolata dalla delocalizzazione \u201cselettiva\u201d cinese ha posto le basi per lo sviluppo di un\u2019imponente classe media che si candida a giocare un ruolo da protagonista nel vastissimo mercato asiatico in via di formazione.<\/p>\n<p>Secondo uno studio\u00a0<a href=\"https:\/\/www.adb.org\/publications\/asia-2050-realizing-asian-century\">condotto<\/a>\u00a0dall\u2019Asian Development Bank nel 2011, il reddito pro capite a parit\u00e0 di potere d\u2019acquisto dell\u2019Asia potrebbe verosimilmente sestuplicarsi entro il 2050, innalzando oltre tre miliardi di asiatici al di sopra della soglia di benessere definita dagli standard attuali.<\/p>\n<p>Soltanto in Cina, il ceto medio dovrebbe arrivare a ricomprendere 1,2 miliardi di persone alla fine del 2030 (25% della classe media globale) assommando un potere d\u2019acquisto complessivo di 14.500 miliardi di dollari, pari a quello europeo e nordamericano combinati.<\/p>\n<p>Dati inequivocabili, attestanti la validit\u00e0 della diagnosi formulata dall\u2019ex primo ministro singaporiano Lee Kuan Yew nel 2013, secondo cui \u00abla Cina sta risucchiando i Paesi dell\u2019Asia orientale \u2013 compresi Giappone e Corea del Sud \u2013 nel suo sistema economico in virt\u00f9 del suo vasto mercato e del suo crescente potere d\u2019acquisto [\u2026].<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-188960 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/1451705.jpg\" alt=\"\" width=\"1020\" height=\"650\" \/><\/p>\n<p>Essa non fa altro che assorbire i Paesi, senza dover ricorrere all\u2019uso della forza\u00bb (3). Non a caso, il volume del commercio cinese con gli Stati inquadrati nel Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep, che riunisce i membri dell\u2019Asean, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, l\u2019Australia e la Nuova Zelanda) supera ormai di gran lunga quello realizzato con Unione Europea e Stati Uniti e sembra destinato ad aumentare ulteriormente.<\/p>\n<p>Nel solo 2023, il volume degli scambi commerciali interni al Rcep ha raggiunto i 5,6 trilioni di dollari. Da gennaio a novembre 2024, gli scambi commerciali di beni della Cina con i membri del Rcep hanno raggiunto quota 1,67 trilioni di dollari, con un aumento del 4,4% su base annua.<\/p>\n<p>La composizione dell\u2019<em>export<\/em>\u00a0cinese verso gli Stati Uniti, di contro, rende le tariffe imposte da Trump particolarmente insidiose per i consumatori statunitensi.\u00a0A differenza dell\u2019Unione europea, che esporta in buona parte prodotti destinati ai segmenti medio-alti della societ\u00e0, la Cina vende negli Usa merci di larghissimo consumo altamente competitive e dall\u2019elevato contenuto tecnologico, che non possono essere sostituite in breve tempo attraverso la fabbricazione domestica, n\u00e9 con forniture alternative.<\/p>\n<p>E che consentono ai consumatori statunitensi titolari di salari nominalmente stagnanti da decenni di preservare il proprio potere d\u2019acquisto. Non esiste altro Paese al mondo dotato di struttura demografica e dei costi in grado di aumentare il volume dei processi produttivi con la rapidit\u00e0 e l\u2019efficacia garantiti dall\u2019ex Celeste Impero. Lo testimoniano gli ostacoli insormontabili in cui \u00e8 incappato nel corso degli anni l\u2019ostinato tentativo degli Usa di \u201cdisaccoppiarsi\u201d dalla Cina, disarticolare le sue catene di approvvigionamento e ridefinire i flussi di manodopera, materie prime, semilavorati e prodotti finiti in funzione anti-cinese.<\/p>\n<p>Ancora oggi, Apple\u00a0<a href=\"https:\/\/www.scmp.com\/tech\/tech-trends\/article\/3293480\/apple-smartphone-peers-lose-ground-china-market-amid-huawei-comeback\">assembla<\/a>\u00a0circa quattro iPhone su cinque in Cina, dove sta perdendo ampie fette di mercato a beneficio della concorrenza autoctona.\u00a0Secondo una stima\u00a0<a href=\"https:\/\/www.reuters.com\/technology\/will-trump-tariffs-make-apple-iphones-more-expensive-2025-04-03\/\">formulata<\/a>\u00a0da Rosenblatt Securities, i dazi statunitensi nei confronti della Cina avrebbero provocato un rincaro dei prodotti della Apple del 43%.<\/p>\n<p>La Cina,\u00a0<a href=\"https:\/\/asiatimes.com\/2023\/08\/china-still-invaluable-to-global-value-chains\/\">evidenziano<\/a>\u00a0due accademici australiani, \u00ab\u00e8 ormai diventata un leader dell\u2019innovazione in vari settori, e da assemblatrice si \u00e8 trasformata in un sofisticato fornitore chiave delle catene del valore globali [\u2026].<\/p>\n<p>Attualmente, mentre le industrie manifatturiere di fascia bassa vengono delocalizzate, quelle a maggior valore aggiunto, caratterizzate da catene di approvvigionamento pi\u00f9 lunghe, non hanno altra scelta che rimanere in Cina, dove beneficiano di un ecosistema produttivo efficiente e completo, di infrastrutture sviluppate e di una burocrazia pubblica funzionante. Tutti fattori che continuano ad attrarre investimenti esteri nonostante le crescenti tensioni geopolitiche\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-188961 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/1451625.jpg\" alt=\"\" width=\"1020\" height=\"649\" \/><\/p>\n<p>L\u2019inaggirabilit\u00e0 della potenza economica e commerciale cinese ha finora vanificato le politiche di\u00a0<em>reshoring<\/em>\u00a0e\u00a0<em>friendshoring<\/em>\u00a0statunitensi. Conferisce per di pi\u00f9 ai dazi imposti dall\u2019amministrazione Trump una natura smaccatamente inflazionistica,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.reuters.com\/markets\/us\/feds-powell-weigh-amid-tariff-fray-market-drop-2025-04-04\/\">privando<\/a>\u00a0cos\u00ec la Federal Reserve di qualsiasi incentivo a procedere all\u2019agognato abbassamento dei tassi di interesse.<\/p>\n<p>Soprattutto a fronte della svalutazione del dollaro verificatasi subito dopo il \u201cLiberation Day\u201d, con gli operatori di mercato che hanno immediatamente \u201canticipato\u201d la possibilit\u00e0 che Pechino reagisse ai dazi imposti da Washington con un corposo scaricamento di buoni del Tesoro statunitensi in proprio possesso.<\/p>\n<p>Si \u00e8 quindi assistito a un netto apprezzamento dei tradizionali beni rifugio alternativi rispetto dollaro (oro e franco svizzero in primis), associato a un\u2019impennata dei rendimenti sui titoli di Stato Usa, il cui\u00a0<em>status<\/em>\u00a0di \u201cporto sicuro\u201d ha\u00a0<a href=\"https:\/\/www.bloomberg.com\/news\/articles\/2025-04-09\/us-treasuries-fall-on-china-selling-angst-basis-trade-and-more\">vacillato<\/a>\u00a0seriamente per la prima volta.<\/p>\n<p>La situazione sarebbe potuta peggiorare per effetto di un radicale riposizionamento ad opera di colossi del calibro di BlackRock, Vanguard e State Street (apertamente\u00a0<a href=\"https:\/\/www.wsj.com\/livecoverage\/stock-market-trump-tariffs-trade-war-04-08-25\/card\/what-dimon-fink-ackman-and-others-on-wall-street-are-saying-about-tariffs-r8f1fyzpcyqKUhaXbiJe\">ostili<\/a>\u00a0alla linea trumpiana), che dinnanzi al crollo dei listini statunitensi avrebbero potuto ritrasferire verso la terra d\u2019origine i risparmi degli europei che hanno in gestione. A partire dalla Germania, alla luce delle \u201cluminose\u201d prospettive di profitto aperte dal piano di riarmo annunciato dal cancelliere\u00a0<em>in pectore<\/em>\u00a0Friedrich Merz.<\/p>\n<p>Di fronte all\u2019inabissamento simultaneo degli asset statunitensi (dollaro, azioni, obbligazioni), l\u2019amministrazione Trump ha annunciato la sospensione per 90 giorni dei dazi che erano stati imposti in occasione del \u201cLiberation Day\u201d. Verso tutti, ad eccezione della Cina.<\/p>\n<p>Una decisione gravida di effetti dirompenti, in termini di rivalutazione del dollaro e rialzo dei listini, ma che assume in ogni caso la valenza di una retromarcia innestata in un\u2019ottica di \u201ccontenimento dei danni\u201d. Specialmente perch\u00e9 affiancata a una serie di esenzioni temporanee nei confronti di prodotti cinesi di alta tecnologia (come\u00a0<em>smartphone<\/em>\u00a0e\u00a0<em>hard disk<\/em>), introdotte dalla Casa Bianca per attenuare i relativi, catastrofici contraccolpi sulle aziende statunitensi operanti nel settore \u2013 a\u00a0<a href=\"https:\/\/www.japantimes.co.jp\/business\/2025\/04\/13\/tech\/apple-tariff-crisis\/\">partire<\/a>\u00a0da Apple.<\/p>\n<p>La \u201ctregua tariffaria\u201d accordata a tutti tranne che alla Cina ha inoltre sancito l\u2018automatica riattivazione dei canali alternativi che l\u2019ex Celeste Impero si \u00e8 ricavato nel corso degli anni per effetto dell\u2019espansione commerciale e dell\u2019internazionalizzazione della sua catena del valore.<\/p>\n<p>Come\u00a0<a href=\"https:\/\/www.google.com\/aclk?sa=L&amp;ai=DChsSEwiSkPPile-PAxXFpYMHHWUjJbIYACICCAEQABoCZWY&amp;co=1&amp;ase=2&amp;gclid=CjwKCAjwisnGBhAXEiwA0zEOR0FHyEZv7PWeC0YrOnQ_lhKO-EAFnxP6DwxprQnbak8qk8e-i-V2-hoC2FAQAvD_BwE&amp;cce=2&amp;category=acrcp_v1_37&amp;sig=AOD64_2Q3tCeRC9pfdySZMD1OI0eWwvdxA&amp;q&amp;nis=4&amp;adurl&amp;ved=2ahUKEwiC6Orile-PAxX8if0HHWvbKMYQ0Qx6BAgKEAE\">rilevava<\/a>\u00a0l\u2019\u00abEconomist\u00bb gi\u00e0 nell\u2019agosto del 2023, \u00abnel novero dei partner commerciali preferiti dal governo statunitense rientrano Paesi come India, Messico, Taiwan e Vietnam, in cui Washington spera di stimolare il\u00a0<em>friendshoring<\/em>\u00a0della produzione per sostituire le importazioni cinesi. Il commercio con questi alleati sta effettivamente aumentando rapidamente: lo scorso anno, solo il 51% delle importazioni dai Paesi asiatici proveniva dalla Cina, a fronte del 66% registrato quando, cinque anni fa, furono introdotte le prime misure restrittive sotto l\u2019amministrazione Trump.<\/p>\n<p>Il problema, per\u00f2, \u00e8 che anche il commercio tra gli alleati degli Stati Uniti e la Cina \u00e8 in aumento, cosa che induce a ritenere che, spesso, questi Paesi fungano da centri di imballaggio per ci\u00f2 che, in effetti, rimane merce cinese\u00bb.<\/p>\n<p>Dopo un estenuante braccio di ferro, le parti sono giunte a una provvisoria stabilizzazione delle aliquote tariffarie (30% sulle merci cinesi; 10% su quelle statunitensi) a livelli mutualmente tollerabili, prorogate per altri tre mesi dall\u2019amministrazione Trump nell\u2019ambito di un \u201carmistizio tariffario\u201d negato a tutti gli altri partner.<\/p>\n<p>A partire da India e Brasile, colpiti con dazi del 50% per punire \u2013 rispettivamente \u2013 il florido interscambio commerciale con la Russia e la presunta persecuzione giudiziaria nei confronti dell\u2019ex presidente Bolsonaro.<\/p>\n<p>Lungi dal piegarsi ai\u00a0<em>diktat<\/em>\u00a0statunitensi, i due Paesi hanno invece rinsaldato le relazioni con la Federazione Russia, e guardato con crescente interesse verso la Repubblica Popolare Cinese in primis. Il presidente indiano Narendra Modi si \u00e8 recato nell\u2019ex Celeste Impero per la prima volta da sette anni in occasione del summit annuale della Shanghai Cooperation Organization (SCO), di Tianjin pochi giorni dopo aver accolto assai calorosamente in India il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. \u00abL\u2019elefante indiano e il dragone cinese devono unirsi\u00bb, ha\u00a0<a href=\"https:\/\/www.hindustantimes.com\/india-news\/vital-for-elephant-dragon-to-come-together-xi-jinping-meeting-pm-modi-china-sco-summit-101756617508842.html\">dichiarato<\/a>\u00a0il presidente Xi Jinping in apertura del vertice della SCO.<\/p>\n<p>Il presidente brasiliano Lula si \u00e8 per\u00f2 spinto oltre, annunciando, nel corso di un\u2019intervista\u00a0<a href=\"https:\/\/www.reuters.com\/world\/americas\/i-wont-humiliate-myself-brazils-president-sees-no-point-tariff-talks-with-trump-2025-08-06\/\">rilasciata<\/a>\u00a0a \u00abReuters\u00bb, l\u2019intenzione di esercitare ulteriori pressioni per persuadere Xi Jinping e Narendra Modi a elaborare una reazione congiunta all\u2019offensiva tariffaria statunitense, da declinare a livello Brics.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-190316 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/LCG6OcRLLdTZlcXQ.jpeg\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"770\" \/><\/p>\n<p>Nonostante le minacce formulate a 360\u00b0 dall\u2019amministrazione Trump, la Russia prosegue le operazioni militari in Ucraina, India e Cina continuano ad approvvigionarsi di idrocarburi russi e il Brasile rimane al pari degli altri arroccato sulle proprie posizioni di rifiuto di qualsiasi ingerenza nei propri affari interni.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo, la comune necessit\u00e0 di sponde a cui fare riferimento per vanificare o quantomeno attutire l\u2019impatto dei provvedimenti statunitensi moltiplica per tutti i soggetti esposti \u2013 spesso altamente complementari tra loro \u2013 gli incentivi a espandere e approfondire la cooperazione reciproca.<\/p>\n<p>La graduale militarizzazione del mercato statunitense, del dollaro e dei circuiti che ne garantiscono la circolazione alimenta di linfa vitale organismi come il Brics e la Shanghai Cooperation Organization, con implicazioni pericolosissime per la vacillante egemonia monetaria e finanziaria statunitense.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Il randello tariffario sugli alleati<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Come previsto da Miran, il ricorso al \u201crandello tariffario\u201d si \u00e8 rivelato invece particolarmente efficace nei confronti dei Paesi alleati, riuniti sotto l\u2019ombrello militare statunitense. A partire dall\u2019Unione Europea, a cui l\u2019amministrazione Trump ha imposto un accordo incredibilmente sbilanciato a favore degli Stati Uniti dopo aver strappato alla stragrande maggioranza dei Paesi che ne fanno parte l\u2019impegno a stanziare il 5% del Pil per la difesa.<\/p>\n<p>Nello specifico, l\u2019intesa commerciale raggiunta nel luglio 2025 vincola gli Usa a ridurre i dazi nei confronti dei beni europei dal 30 al 15%, e l\u2019Unione Europea a rinunciare a qualsiasi forma di tassazione sulle societ\u00e0\u00a0<em>hi-tech<\/em>\u00a0statunitensi, ad azzerare sostanzialmente le proprie tariffe sui prodotti statunitensi, a incrementare gli ordinativi presso il \u201ccomplesso militar-industriale\u201d statunitense e a importare dagli Usa idrocarburi un controvalore di 750 miliardi di dollari. Nonch\u00e9 a investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-189027 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/DSC09876.jpg\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"682\" \/><\/p>\n<p>Il tutto entro il 2028. L\u2019abbassamento dei dazi non \u00e8 stato esteso ai cruciali settori dell\u2019acciaio e dell\u2019alluminio, sia sotto forma di\u00a0<em>commodity<\/em>\u00a0che di prodotti complessi che li incorporano come motori, utensili, attrezzature agricole ed edili. L\u2019ombra lunga dei dazi e del disimpegno militare statunitense ha inoltre indotto l\u2019Unione Europea a soddisfare le pressioni di Washington anche in materia di incremento della pressione commerciale su Russia, Cina e India.<\/p>\n<p>Nei confronti della prima, \u00e8 stato predisposto il 19\u00b0 pacchetto di sanzioni, comprensivo di un nuovo tetto al prezzo del petrolio a 47,60 dollari; il congelamento dei beni contro le aziende e misure intese a colpire la cosiddetta \u201cflotta ombra\u201d che pone la Russia nelle condizioni di trasportare petrolio in violazione delle restrizioni imposte dal G-7. Bruxelles sembra inoltre orientata ad accorciare di un anno (al 2026) l\u2019orizzonte temporale entro cui introdurre il divieto di importazione di Gnl russo.<\/p>\n<p>Cina e India, invece, sono state esplicitamente\u00a0<a href=\"https:\/\/ec.europa.eu\/commission\/presscorner\/detail\/en\/statement_25_2138\">inserite<\/a>\u00a0nel novero dei \u201cPaesi terzi\u201d che intrattengono rapporti commerciali con la Russia da colpire con misure punitive. \u00abStiamo aggiungendo nuove sostanze chimiche, componenti metallici, sali e minerali ai nostri divieti di esportazione e controlli pi\u00f9 severi sulle esportazioni di entit\u00e0 provenienti dalla Russia, dalla Cina e dall\u2019India\u00bb, ha\u00a0<a href=\"https:\/\/www.politico.eu\/article\/eu-commission-approves-new-russia-sanctions-package-to-hit-putins-war-chest\/\">spiegato<\/a>\u00a0l\u2019Alto Rappresentante per la Politica Estera dell\u2019Unione Europea Kaja Kallas.<\/p>\n<p>Un regime tariffario parimenti penalizzante \u00e8 stato imposto al Giappone, impegnatosi anch\u2019esso come contropartita per la diminuzione dei dazi ad aprire il suo mercato ad automobili,\u00a0<em>pick-up<\/em>\u00a0e prodotti agricoli statunitensi, oltre a effettuare investimenti per 550 miliardi di dollari in settori designati da Washington, il quale si \u00e8 aggiudicato per di pi\u00f9 qualcosa come il 90% dei profitti. L\u2019amministrazione Trump ha anche posto la concessione al governo statunitense della\u00a0<em>golden share<\/em>\u00a0in Us Steel come condizione vincolante per\u00a0<a href=\"https:\/\/www.reuters.com\/business\/us-steel-shares-slip-nippon-steel-faces-trumps-hurdle-over-control-2025-06-13\/\">autorizzare<\/a>\u00a0l\u2019acquisizione della societ\u00e0 ad opera di Nippon Steel.<\/p>\n<p>La Corea del Sud ha subito un trattamento perfino peggiore. Nel settembre 2025, lo stabilimento di Hyundai in Georgia \u00e8 stato interessato da un\u2019operazione del servizio immigrazione, che ha\u00a0<a href=\"https:\/\/abcnews.go.com\/Business\/wireStory\/plans-works-korean-workers-detained-raid-home-fear-125415489\">espulso<\/a>\u00a0poco meno di 500 dipendenti, di cui 300 coreani. Lavoratori, cio\u00e8, che il conglomerato sudcoreano aveva assunto in qualit\u00e0 di operai specializzati per completare il pi\u00f9 rapidamente possibile la realizzazione del proprio complesso produttivo.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-189026 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/DSC00359.jpg\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"682\" \/><\/p>\n<p>Soltanto nel marzo precedente, Hyundai aveva annunciato un piano di investimento da circa 21 miliardi di dollari negli Stati Uniti,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.cnbc.com\/2025\/03\/24\/south-korea-hyundai-us-investment.html\">comprensivo<\/a>\u00a0della costruzione di un\u2019acciaieria da 5,8 miliardi in Louisiana destinata a impiegare oltre 1.400 dipendenti. Cos\u00ec,\u00a0<a href=\"https:\/\/michael-hudson.com\/2025\/09\/trumps-tariff-wars-hit-europe-korea-japan\/\">scrive<\/a>\u00a0l\u2019economista Michael Hudson, \u00abHyundai e altre aziende straniere hanno scoperto che gli investimenti gi\u00e0 effettuati negli Stati Uniti vengono sfruttati dal governo Usa come strumenti di ricatto. Washington stabilisce e modifica a piacimento i termini degli investimenti esteri, sapendo che i titolari dei capitali non sono affatto disposti ad andarsene rimettendoci pesantemente\u00bb.<\/p>\n<p>Quello che si configura come il pi\u00f9 imponente\u00a0<em>raid<\/em>\u00a0mai condotto in un singolo sito dalla Homeland Security, per di pi\u00f9, \u00e8 stato condotto ad appena dieci giorni di distanza dalla formalizzazione dell\u2019intesa commerciale tra Washington e Seul. Un accordo che ha portato la Corea del Sud a promettere 350 miliardi di dollari di investimenti \u2013 anche qui \u2013 in comparti altamente sensibili indicati dall\u2019amministrazione Trump: dall\u2019energia nucleare al gas naturale liquefatto, dai minerali critici alla robotica, dall\u2019aviazione alla cantieristica navale.<\/p>\n<p><strong>Unione Europea, Giappone e Corea del Sud sono in altri termini stati indotti\u00a0<em>obtorto collo<\/em>\u00a0a promettere corpose iniezioni di capitale e trasferimenti di competenze tecnologiche verso settori di rilevanza strategica in cui gli Stati Uniti hanno accumulato pesanti svantaggi rispetto alla concorrenza.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Lo ha\u00a0<a href=\"https:\/\/www.business-standard.com\/world-news\/trump-trade-policy-sovereign-wealth-fund-allies-scott-bessent-125081400702_1.html\">riconosciuto<\/a>\u00a0apertamente il segretario al Tesoro Scott Bessent, secondo cui gli accordi commerciali siglati con gli \u201calleati\u201d impegnano questi ultimi a riciclare gran parte dei surplus accumulati mediante l\u2019<em>export<\/em>\u00a0verso gli Usa in investimenti in aziende statunitensi. I capitali in entrata, ha affermato Bessent, andranno a costituire una sorta di \u201cfondo sovrano\u201d a cui il governo attinger\u00e0 per promuovere la reindustrializzazione del Paese focalizzata quantomeno nei comparti critici.<\/strong><\/p>\n<p>Il segretario al Tesoro ha parlato esplicitamente della necessit\u00e0 di promuovere il \u201c<em>de-risking<\/em>\u201d dell\u2019economia statunitense, colmando le lacune in materia di approvvigionamento e produzione emerse plasticamente durante la crisi pandemica.<\/p>\n<p><strong>Verso le monarchie sunnite del Golfo Persico, tuttavia, l\u2019amministrazione Trump si \u00e8 conformata a una postura pi\u00f9 \u201cmoderata\u201d, alla luce della assai minor ricattabilit\u00e0 delle controparti. Sebbene ospitino strutture militari statunitensi sul proprio territorio, le classi dirigenti di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno portato avanti nel corso degli anni una politica di valorizzazione della sponda cinese, verso cui si dirige gran parte del loro\u00a0<em>export<\/em>\u00a0energetico e dalla quale ricavano investimenti e prodotti tecnologici di alta qualit\u00e0.<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-189029 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/DSC03715.jpg\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"682\" \/><\/p>\n<p>Anche in seguito allo scoppio del conflitto russo-ucraino, che ha registrato un repentino allineamento di Unione Europea, Giappone e Corea del Sud alla politica sanzionatoria nei confronti della Russia imposta dall\u2019amministrazione Biden, nel Golfo \u00e8 prevalsa la linea della \u201cneutralit\u00e0 attiva\u201d. Di fatto, questi Paesi hanno sfruttato le opportunit\u00e0 presentate dalla guerra per riposizionarsi come intermediari, e colmare i vuoti prodotti dal rigido adeguamento dei partner europei ai dettami statunitensi.<\/p>\n<p>Durante il suo\u00a0<em>tour<\/em>\u00a0diplomatico realizzato nella Penisola Araba nella primavera del 2025, il presidente Trump ha evitato di agitare il \u201crandello tariffario\u201d e di minacciare il ritiro dell\u2019ombrello militare anzitutto perch\u00e9 consapevole del convitato di pietra cinese, a cui i Paesi della regione sarebbero incentivati a rivolgersi se messi con le spalle al muro da Washington.<\/p>\n<p><strong>Vanno peraltro emergendo sempre pi\u00f9 frequentemente indizi attestanti una crescente indisponibilit\u00e0 delle classi dirigenti saudita, emiratina e qatariota a tollerare l\u2019ingombrante presenza degli Stati Uniti, dotati di una capacit\u00e0 di deterrenza su scala areale in netto calo \u2013 come acclarato dal fallimento in cui si sono risolte le campagne militari in Yemen contro gli Houthi.<\/strong><\/p>\n<p>Allo stesso tempo, la prospettiva di incorrere nei dazi statunitensi presenta insidie molto contenute per i Paesi del Golfo, i quali registrano un volume relativamente ridotto e tendenzialmente decrescente dell\u2019interscambio con gli Usa.<\/p>\n<p>Accantonando la \u201cdiplomazia del grosso bastone\u201d attualizzata al XXI Secolo e applicata al commercio in favore di un approccio maggiormente costruttivo e centrato sugli aspetti geopolitici (estensione degli Accordi di Abramo all\u2019intero Vicino e Medio Oriente in funzione anti-iraniana, sostegno al progetto India-Middle East-Europe Economic Corridor concepito sotto l\u2019amministrazione Biden), Trump \u00e8 riuscito a siglare accordi di indubbia rilevanza nella Penisola Araba.<\/p>\n<p>Le tappe a Riad, Doha e Abu Dhabi si sono concluse con impegni di investimento negli Stati Uniti per un controvalore complessivo di circa 2.000 miliardi di dollari, focalizzati nei settori dell\u2019intelligenza artificiale, dell\u2019energia, dell\u2019aviazione, delle infrastrutture e dei minerali critici. Nonch\u00e9 nella difesa, con quello che Trump ha qualificato come il pi\u00f9 grande accordo di vendita di armi della storia, per un\u00a0<a href=\"https:\/\/responsiblestatecraft.org\/trump-saudi-deal\/\">controvalore<\/a>\u00a0di 142 miliardi di dollari.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-189030 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/4-image00024-1466x654-1.jpg\" sizes=\"(max-width: 1466px) 100vw, 1466px\" srcset=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/4-image00024-1466x654-1.jpg 1466w, https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/4-image00024-1466x654-1-1024x457.jpg 1024w\" alt=\"\" width=\"1466\" height=\"654\" \/><\/p>\n<p><strong>Vi sono tuttavia numerosi aspetti che mettono in dubbio la sostenibilit\u00e0 di questi accordi commerciali. Dei 375 miliardi di euro di importazioni di energia contabilizzati dall\u2019Unione Europea nel 2024, \u201cappena\u201d 76 miliardi hanno preso la volta degli Stati Uniti. Per tener fede all\u2019intesa, la struttura comunitaria dovrebbe triplicare il volume degli acquisti dagli Usa nell\u2019arco di un triennio, tagliando fuori fornitori pi\u00f9 economici come la Norvegia.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno esportato nel 2024 petrolio e gas per un importo pari a 166 miliardi di dollari. Ne consegue che gli Usa, che coprono attualmente il 45% del fabbisogno di gas europeo, sarebbero chiamati a convogliare tutto il loro export energetico verso il \u201cVecchio Continente\u201d, lasciando letteralmente a secco tutti gli altri acquirenti.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Vi \u00e8 inoltre un grosso problema di capacit\u00e0 produttiva, come\u00a0<a href=\"https:\/\/foreignpolicy.com\/2025\/09\/15\/trump-trade-deal-european-union-energy\/\">evidenziato<\/a>\u00a0dalla ricercatrice presso il Center on Global Energy Policy Tatiana Mitrova secondo cui \u00abgli Stati Uniti dovrebbero esportare in Europa dai 4,5 ai 5,5 milioni di barili di prodotti petroliferi al giorno; attualmente, ne inviano all\u2019Europa da 1,6 a 2,2 milioni al giorno. Per quanto riguarda il Gnl, si dovrebbe arrivare a 200-300 miliardi di metri cubi all\u2019anno; attualmente, le spedizioni in Europa si aggirano sui 58-70 miliardi di metri cubi\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Si tratta di incrementi della produzione pressoch\u00e9 impossibili da conseguire, assicura la Mitrova, la quale ha anche richiamato l\u2019attenzione sulla totale mancanza di appigli legali che consentano all\u2019Unione Europea di forzare gli operatori privati del continente a sostenere gli acquisti di energia statunitense promessi. Senza contare che le raffinerie europee sono abilitate a gestire solo un incremento molto limitato (13-14% del totale, rispetto al 12% registrato nel 2024) della tipologia di petrolio statunitense.<\/strong><\/p>\n<p>Un discorso sotto molti aspetti analogo pu\u00f2 essere formulato in relazione alle intese commerciali raggiunte con Giappone e Corea del Sud, le quali denotano,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.nytimes.com\/2025\/07\/31\/business\/trump-japan-south-korea-investment.html\">sottolinea<\/a>\u00a0il \u00abNew York Times\u00bb, \u00abdiscrepanze significative tra l\u2019interpretazione degli impegni di spesa da parte degli Stati Uniti e dei suoi partner commerciali. A riprova della fragilit\u00e0 di queste promesse appariscenti [\u2026].<\/p>\n<p>La scarsit\u00e0 di dettagli e l\u2019assenza di documenti congiunti di pubblico dominio hanno spinto gli esperti del settore a mettere in discussione la sostanza delle dichiarazioni sugli investimenti\u00bb.\u00a0Anche gli accordi con i Paesi del Golfo Persico presentano caratteristiche simili, sui quali incombe per di pi\u00f9 l\u2019ombra di precedenti storici che inducono alla cautela.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-190318 size-full\" src=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/682546d5a310a04a96787435.jpg\" alt=\"\" width=\"1000\" height=\"666\" \/><\/p>\n<p>Nel 2017, il presidente Trump annunci\u00f2 un accordo per la vendita all\u2019Arabia Saudita di \u201cattrezzature e servizi per la difesa\u201d per un controvalore di 110 miliardi di dollari. Una cifra sbalorditiva, superiore del 66,7% rispetto ai 66 miliardi di dollari di assistenza militare forniti dagli Stati Uniti all\u2019Ucraina dal febbraio 2022, ed anche del 58,5% pi\u00f9 alta dell\u2019intero bilancio della difesa registrato da Riad in quell\u2019anno.<\/p>\n<p>Dall\u2019analisi dell\u2019intesa emerse che l\u2019importo complessivo di 110 miliardi scaturiva dalla contabilizzazione di impegni passati e futuri, pochissimi dei quali avevano una natura vincolante. Risultato: tra il 2017 e il 2025, il trasferimento di materiale militare dagli Stati Uniti all\u2019Arabia Saudita ammontava a poco meno di 35 miliardi.<\/p>\n<p>\u00abConsiderata l\u2019esperienza del primo accordo di fornitura di armi siglato dal presidente Trump con le autorit\u00e0 saudite, l\u2019intesa da 142 miliardi di dollari formalizzata nel 2025 rappresenta con ogni probabilit\u00e0 pi\u00f9 una manifestazione ottimistica di ambizioni a lungo termine che un impegno finanziario concreto\u00bb,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.stimson.org\/2025\/the-largest-defense-cooperation-agreement-in-u-s-history-may-not-add-up-to-expectations\/\">conclude<\/a>\u00a0Elias Yousif dello Stimson Center.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><u>Note<\/u><\/strong><\/p>\n<p>Roberts, Paul C.,<\/p>\n<p>1) Roberts, Paul C.,\u00a0<em>The failure of laissez-faire capitalism<\/em>, Clarity Press, Atlanta 2013, p. 100.<\/p>\n<p>2)<em>\u00a0Ivi<\/em>, p. 113.<\/p>\n<p>3) Allison, Graham; Blackwill, Robert D.; Wyne, Ali,\u00a0<em>Lee Kuan Yew: the grand master\u2019s in\u00adsights on China, the United States, and the World<\/em>, Massachusetts Institute of Technology Press, Cambridge 2013, p. 6.<\/p>\n<p>Foto: Casa Bianca, TASS, NATO. Xinhua , Fox News e Governo Italiano<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/2025\/09\/il-piano-miran-gli-stati-uniti-abbinano-muro-tariffario-e-ombrello-militare\/?_gl=1*1423q5g*_up*MQ..*map__ga*MTYxNzE4MjIyMC4xNzU5MTM0NzQy*map__ga_QBRKXG4M97*czE3NTkxMzQ3NDEkbzEkZzAkdDE3NTkxMzQ3NDEkajYwJGwwJGgw\">https:\/\/www.analisidifesa.it\/2025\/09\/il-piano-miran-gli-stati-uniti-abbinano-muro-tariffario-e-ombrello-militare\/?_gl=1*1423q5g*_up*MQ..*map__ga*MTYxNzE4MjIyMC4xNzU5MTM0NzQy*map__ga_QBRKXG4M97*czE3NTkxMzQ3NDEkbzEkZzAkdDE3NTkxMzQ3NDEkajYwJGwwJGgw<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da ANALISI DIFESA (Giacomo Gabellini) A partire dal 1971, sulla scia del ripudio unilaterale degli accordi di Bretton Woods, gli Stati Uniti hanno promosso la delocalizzazione degli impianti produttivi per trasformarsi in \u201cimportatori di ultima istanza\u201d sfruttando l\u2019\u201cesorbitante privilegio\u201d garantito dallo status del dollaro, declinato nella sua triplice veste di unit\u00e0 di conto, strumento di pagamento e riserva di valore su scala globale. Lo schema prevedeva in buona sostanza che i produttori stranieri fabbricassero merci&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":103,"featured_media":34021,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/analisidifesa.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-nV3","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/91949"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/103"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=91949"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/91949\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":91951,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/91949\/revisions\/91951"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/34021"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=91949"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=91949"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=91949"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}